Loro mi cercano ancora

Di Federica Tourn

Una vita di violenze, stupri, paura, prigionia e alla fine persino malattia. L’ambiente è quello della ‘ndrangheta, con i suoi silenzi soffocanti e un destino che nasce dalla famiglia e si perpetua nei matrimoni combinati; un destino di sangue che sembra non lasciare scampo, in cui i maschi comandano e ‘onore’ è sinonimo di potere, denaro e morti ammazzati. Ma questa è anche – e soprattutto – una storia di riscatto, intelligenza e coraggio, perché lei, Maria Stefanelli, moglie del boss Ciccio Marando e poi testimone di giustizia, ha detto no ed è stata “più forte di tutto”. E ora ha scritto un libro per raccontarlo.

Perché ha deciso di raccontare la sua storia?

“Volevo che la mia testimonianza servisse a dare coraggio alle tante donne che vivono la stessa situazione in cui ero io: vorrei che sapessero che possono denunciare, che non saranno lasciate sole perché lo Stato esiste. Da quando sono entrata sotto protezione mi ha aiutata sempre: avevo una scorta di uomini meravigliosi, attenti e discreti, che mi portavano persino le medicine quando ne avevo bisogno. Le donne della Calabria devono parlare”.

 

Come è stato vivere in una famiglia di ‘ndrangheta?

“Io e le mie sorelle siamo cresciute a Varazze, in Liguria, tra violenze, botte e poi anche stupri da parte di mio zio Antonino, il secondo marito di mia madre. Io ero la più ribelle, è stata una vita d’inferno. A me sarebbe piaciuto studiare e da grande entrare in polizia, ma ho dovuto lasciare la scuola in seconda media perché il mio compito era aiutare in casa e lavorare nei negozio di mia madre. In casa non c’erano soldi ma mio zio girava con belle macchine e i miei fratelli avevano problemi con la droga o erano in carcere”.

 

Non ha mai pensato di andarsene?

“Molto spesso, ma ero terrorizzata: era proibito anche soltanto uscire e frequentare persone fuori dalla famiglia. In più non volevo dare un dispiacere a mia madre, anche se lei non sapeva difenderci dalle violenze di mio zio. Una volta comunque sono scappata da mio fratello Nino, che viveva a Torino, ma mi ha subito rimandata a casa. Era una prigione. Talmente forte era la mia disperazione di stare in quella famiglia che ho visto nel matrimonio una via di salvezza”.

 

Sapeva chi era Ciccio Marando, quando ha deciso di sposarlo?

“Certo, quando l’ho conosciuto era già latitante e poco tempo dopo ho saputo dal giornale che era stato arrestato. I miei fratelli, con cui era in affari, gli avevano proposto il fidanzamento con me per rinsaldare i rapporti fra le due famiglie. All’inizio non volevo, poi, ho pensato che fosse una buona soluzione per andarmene di casa: sapevo che doveva scontare 18 anni e quindi pensavo che sarei stata protetta dalle violenze di mio zio e al contempo libera. Un’altra illusione, ovviamente, perché subito dopo il matrimonio, celebrato nel carcere delle Vallette di Torino, mio marito mi ha costretta a vivere con mia suocera”.

 

Qual è il ruolo delle donne nell’ndrangheta?

 

“Come moglie devi ubbidire a tuo marito e servirlo, occuparti dei figli e della casa; se hai disponibilità di denaro, puoi sfogarti con lo shopping. Le mogli dei boss devono girare cariche d’oro e con auto di lusso, sono una vetrina per mostrare il potere dei mariti. Le mie cognate facevano a gara a chi aveva l’anello più bello o il vestito più costoso, salvo poi impasticcarsi di psicofarmaci per reggere la tensione”.

 

Quali compiti hanno nell’organizzazione?

 

“Sono messaggere degli uomini in carcere; io stessa ho portato oggetti o pizzini a mio marito. Basta una guardia corrotta che non ti controlla e passa tutto senza problemi. A volte comandano anche: mia cognata Anna Trimboli, la moglie del ‘capo dei capi’ Pasqualino Marando, aveva le redini in mano quando il marito era latitante o in carcere”.

 

Ha assistito a dei ‘battesimi’ di mafia?

“Nel giardino di Peppe Perre a Volpiano, vicino a Torino. Quando qualcuno faceva il suo ingresso ufficiale nel clan, si organizzava la festa, le donne preparavano il pranzo, si mangiava e si cantava. Dopo avveniva il rito, con la bicchierata, il santino bruciato e l’ago che buca il dito del nuovo affiliato. Le donne stanno in un angolo e vedono tutto; sono costrette, non hanno la possibilità di scegliere se far parte dell’organizzazione o andarsene”.

 

Ha ancora rapporti con le donne della sua famiglia d’origine?

“Mia madre è morta e ho chiuso con le mie sorelle. Quando mi sono ammalata di cancro, a 35 anni, nessuna di loro mi ha cercata. Ormai, con la mia decisione di testimoniare, ero diventata ‘un’infame’ e la mia famiglia mi aveva rinnegata. Però io so che nel suo cuore mia madre era orgogliosa di me perché ero riuscita a portare giustizia”.

 

Nel libro parla anche della sua omosessualità. Come mai ha deciso di raccontare una cosa così personale?

“Perché volevo dire tutto di me. Non mi interessa sbandierare la mia vita intima ma non voglio nemmeno nasconderla”.

 

Oggi come vive con la consapevolezza di essere sempre in pericolo?

“Devo conviverci, non ho alternative. Testimoniare è una scelta che rifarei cento volte, perché ho potuto dare a mia figlia l’opportunità di una vita diversa, lontano da quell’incubo in cui sono cresciuta io. In ogni caso avevo i giorni contati: presa in mezzo nella faida fra gli Stefanelli, la mia famiglia d’origine, e i Marando, non avevo scampo. Quello che è successo a Lea Garofalo (testimone di giustizia, uccisa dal suo ex compagno, ndr) sarebbe successo anche a me. Io mi considero una miracolata: sono qui a raccontare e non mi hanno tolto né la dignità, né il sorriso”.

 

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