Armi per tutti

L’Italia è fra i maggiori esportatori al mondo di armamenti. Moltissimi di questi finiscono a nazioni che poi combattiamo. Vediamo dove

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Terza guerra mondiale? Nuove forme di conflitto, striscianti e non dichiarate? Guerra del terrore?

L’attuale contesto geopolitico si presta a infinite disamine, che stanno riempiendo palinsesti e colonne di giornali. Difficile districarsi fra matasse che coinvolgono religione e denaro, territori e odi atavici. Un fattore comune, un fil rouge si può però scorgere, e agguantandolo possiamo rilevare da dove arrivano tutte quelle bombe che entrano nelle nostre case dalle televisioni, e sempre di più anche vicino a noi, in mezzo a noi.

I dati sono ufficiali, estratti dal rapporto annuale dell’Unione Europea sull’export di armi e dalle relazioni parlamentari del nostro paese: dal 2001 al 2011 l’Italia ha venduto armi, leggere e pesanti, equipaggiamenti e mezzi militari per un totale di 36,5 miliardi di euro, una bella fetta di mercato che non ha conosciuto la crisi economica che ha colpito il pianeta dal 2007 in poi. Anzi.

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Terminal Sicilia

Un reportage a puntate sulla linea di frontiera, fra i rifugiati che arrivano sulle nostre coste e gli operatori che si occupano di loro

 

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Di Federica Tourn e Claudio Geymonat  (Riforma.it)

Seduta alla veranda che si affaccia sul giardino la signora Francesca, una vita dietro la cattedra, tiene in mano una grande fotografia di una foglia di acero e Mohammed, 22 anni, gambiano, chino sul tavolo, è intento a disegnarne varie copie che verranno poi colorate da Baba, 16 anni, ghanese. «Mi sembra di tornare ai tempi in cui ero circondata da ragazzi a scuola – sorride Francesca – «ma siamo tutti qui ad esser ringiovaniti grazie a questa nuova quotidianità». Il signor Francesco, 80 anni, poeta del gruppo, annuisce convinto e prepara nuovi versi da proporre in anteprima.

Siamo a Vittoria, 27 chilometri a ovest di Ragusa, alla Casa di riposo evangelica valdese dove si realizza un inconsueto scambio generazionale e culturale, un imprevisto felice dal punto di vista organizzativo ma soprattutto umano.

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La Malafrutta

Viaggio nel mondo dei lavoratori stagionali del Saluzzese, fra lavoro nero e crisi del settore agroalimentare

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Reportage: Claudio Geymonat e Federica Tourn
Foto: Anna Lami

«Lavoro non ce n’è. Ti prendono per qualche giorno, una settimana, e poi basta. Sei di nuovo fermo». Alassane ha due telefoni in mano, uno per l’Italia e l’altro per l’Africa: li guarda ma nessuno dei due squilla. Dalla Costa d’Avorio è arrivato in Italia via mare come tanti altri, a tentare la sorte in Italia: gira le campagne in bicicletta dalle prime ore del mattino per vedere se resta ancora frutta da raccogliere. La stagione ormai è finita e di lavoro quest’anno se n’è visto poco, l’estate non è stata per niente generosa. La notte scende presto sul Foro Boario e fa già decisamente freddo. Nove docce e cinque bagni per oltre 400 persone, il doppio del numero previsto per il campo allestito dalla Caritas per accogliere in qualche modo i lavoratori stagionali, che ormai da qualche anno arrivano a Saluzzo per la raccolta della frutta, da maggio a novembre. Continua a leggere “La Malafrutta”

La mascolinità? Una vita da cani

Intervista alla sociologa Pinar Selek, femminista e antimilitarista, da anni in esilio dal suo paese, la Turchia

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Pinar Selek

Federica Tourn (Marie Claire, 19 marzo 2012)

Una bella ragazza di 27 anni attraversa la strada, lo sguardo dritto davanti a sé, la camminata sicura di chi è cresciuto libero e si fida delle proprie capacità. Nella borsa ha i colloqui con alcuni militanti curdi del Pkk, l’ultimo progetto a cui sta lavorando. La polizia la ferma, requisisce le registrazioni, vuole i nomi delle persone intervistate. Lei si difende, invoca il segreto professionale: «Non posso, sono una sociologa». Una spiegazione insufficiente per la giustizia turca: seguono otto giorni di tortura, un’accusa di terrorismo e due anni e mezzo di carcere.È il 1998. Pinar Selek, femminista, antimilitarista, sociologa, è già nota per il suo impegno a favore di chi vive ai margini. Fare la sociologa per lei non vuol dire studiare gli altri come un entomologo, ma condividere vita e problemi quotidiani. E così fonda l’Atelier degli artisti di strada, un centro di reinserimento per ragazzi senza casa, transessuali e prostitute: «Mi sentivo – dirà – come un medico che non può fare a meno di toccare le ferite dei suoi pazienti».

Istanbul è una città come nessun’altra e più di altre si fa beffe dei luoghi comuni, forse perché abituata a stare in equilibrio fra Europa e Asia. Una città in cui dalle moschee sale alto l’appello alla preghiera cinque volte al giorno, ma dove le donne hanno accorciato gonne e capelli per dare vanto alla nuova Repubblica di Atatürk. Fino a poco tempo fa non potevano nemmeno entrare in un luogo pubblico con il capo coperto dal velo. Metropoli di militari cresciuti a köfte e senso dell’onore, che non si fanno certo scrupoli a intervenire nelle faccende dello stato, Istanbul è una città di traffici oscuri, di bambine vendute al mercato del sesso ma anche di rivendicazioni femministe e manifestazioni per l’orgoglio Lgbt (gay e transgender).Pinar racconta che «la società turca è piena di contraddizioni,le spinte al cambiamentosono forti e il potere reagisce con durezza. In particolare le donne si ribellano: e più diventano consapevoli, più cresce la repressione». (…)

Fidel Castro e lo spirito della Riforma

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Claudio Geymonat (Riforma.it)

«Naïf ma non necessariamente comunista». Delle due l’una: o Richard Nixon non aveva fiuto politico (e le alterne vicende successive potrebbero anche corroborare l’ipotesi) o Fidel Castro non doveva avergli fatto l’impressione di un tirannico oppressore. E pensare che l’allora vice presidente degli Stati Uniti d’America, siamo nel 1959, aveva una solida formazione puritana, quacchera per la precisione, per cui quel giovane con il barbone doveva parergli un alieno.

Saranno prima gli espropri forzosi ai danni delle grandi aziende statunitensi, che sull’isola avevano goduto per anni di regimi fiscali più che agevolati, e subito dopo la decisione di acquistare il petrolio dall’Unione Sovietica, a avvicinare l’Havana a Mosca, Castro a Krusciov. Il suggello definitivo verrà apposto nell’aprile del 1961, la data della disastrosa Baia dei Porci, il fallito tentativo di deporre il Lider Maximo da parte di un migliaio di dissidenti finanziati e addestrati dalla Cia. Dopo allora fu l’embargo, fu la crisi dei missili dell’Urss installati a Cuba. Una via era tracciata e come richiesto sarà la storia a giudicarla.

Nel celebre discorso in cui Castro pronuncia la ancor più celebre richiesta di giudizio storico sul suo operato, colpiscono i numerosi riferimenti tratti dal mondo protestante (…)

Una storia americana

 

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Federica Tourn (Riforma.it)

Una bambina di sei anni, un fiocco nei capelli, la cartella nella mano destra e l’aria seria e un po’ preoccupata di chi inizia un nuovo percorso. Sembrerebbe una normale fotografia del primo giorno di scuola ma ad allargare lo sguardo sull’immagine si nota tutta la tensione di una situazione anomala: una piccola afroamericana scortata dai federali che la proteggono dalla folla inferocita che vorrebbe impedirle di entrare in classe. Il suo nome è Ruby Bridges ed è la prima bambina di colore nel sud degli stati Uniti ad avere l’accesso a una scuola fino a quel momento frequentata soltanto da bianchi (…)