Trump? il prodotto dell’America silenziosa

Lo storico Alessandro Portelli: «Un sentimento diffuso e capillare, specchio di un paese spaventato»

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Smantellamento del sistema sanitario pubblico. Ampiamento del muro divisorio fra Stati Uniti e Messico. Cancellazione dei finanziamenti federali alle organizzazioni che praticano o fanno informazione sulle interruzioni di gravidanza fuori dal territorio americano. Stop per almeno 120 giorni all’accoglienza di nuovi rifugiati e divieto di ingresso sospeso per tre mesi per a chiunque provenga da 7 nazioni a maggioranza islamica: Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.

Caos e proteste si sono verificate negli aeroporti di tutto il mondo fra chi stava per imbarcarsi per gli States. Le piazze e le strade sono ritornate a riempirsi come non accadeva dai tempi del Vietnam. Il neo presidente degli Stati Uniti Donald Trump a tamburo battente sta tenendo fede alle promesse elettorali che hanno conquistato il suo elettorato.

A chi si interroga su quale processo sia in corso nella società americana che, da laboratorio di accoglienza pare ripiegarsi su se stessa vittima delle proprie fobie, Alessandro Portelli, storico e critico musicale, attualmente professore di letteratura anglo-americana all’università Sapienza di Roma ricorda, proprio in prossimità del giorno della Memoria, come «Gli Stati Uniti respinsero le navi che trasportavano i rifugiati ebrei dall’Europa. Era il 1939, e il presidente era niente meno che Roosevelt. Questo per significare come gli Stati Uniti abbiano una grande tradizione di anti razzismo, che corre però parallela ad una altrettanto grande tradizione razzista. L’antico spirito anti intellettuale, anti elitario, eccezionalista e isolazionista che attraversa il paese dai tempi di George Washington è ancora lì e non si esprime tanto in manifestazioni di massa quanto in uno stato d’animo diffuso e capillare».

Secondo Portelli le aspettative sono state però tristemente superate: «l’attacco violentissimo ai diritti delle donne e dei migranti sono peggiori di quanto potessimo attenderci. Eppure leggo una quantità di commenti entusiasti, in particolare sul blocco voluto a nuovi ingressi; in moltissimi lo hanno votato perché facesse esattamente questo. Di contro noi guardiamo con gioia e conforto alle grandi manifestazioni di piazza di questi giorni ma dobbiamo anche saper valutare che si stanno svolgendo soprattutto a New York e Los Angeles, metropoli che non hanno votato Trump e non stanno quindi fuori dallo schema che ha portato comunque Trump alla Casa Bianca. Bisogna ricordare inoltre che a cavallo fra il 1968 e il 1972, mentre le piazze ribollivano di giovani che protestavano contro la guerra in Vietnam e per un’istruzione e una società migliore, nel paese per due volte il più votato risultò esser Richard Nixon, quanto di più lontano potesse esserci dallo spirito di quelle piazze. Molte e sfaccettate sono le anime dell’America, non bisogna mai dimenticarlo».

Trump, Putin, lo spauracchio Le Pen, la Brexit: è il trionfo dei populismi, di un ritorno al proprio recinto, tutti asserragliati nel fortino? «E’ un quarto di secolo che ci si racconta che la classe operaia non esiste più, che le classi non ci sono più, che certi schemi sono vetusti. Sarà anche vero, ma rimangono comunque le persone. Se a un operaio milanese togli l’identità operaia, rimane sono quella di milanese, e voterà quindi chi meglio tutela il suo orto. Stesso discorso negli Stati Uniti. Se non c’è spazio per i progetti e i sogni condivisi, quello che rimane è la tutela della proprietà individuale. Da difendere qualsiasi costo. Magari grazie ai discorsi chiari e semplici di un uomo solo al comando». E davanti alle sinistre di governo che paiono fallire ad ogni latitudine Portelli non vede altra soluzione se non un cambiamento di rotta: «c’è moltissimo da fare, con umiltà, cambiando atteggiamenti di superiorità per comprendere invece a fondo cosa muove simili sentimenti. Hillary Clinton li chiamava i deplorevoli, nulla di più sbagliato. Bisogna invece capire i disagi profondi e non scimmiottare in peggio le destre sui temi del neo liberismo, del pareggio di bilancio, della sicurezza».

I poteri dell’inquilino della Casa Bianca paiono illimitati, una firma via l’altra in un atteggiamento verticistico che pare esautorare Congresso e altri organi federali, anche se un primo stop alla legge sui nuovi ingressi di stranieri è giunto da una giudice federale, segnale secondo Portelli «che ci saranno certamente resistenze legali a tutte queste forzature. Ma indubbiamente il presidente degli Stati Uniti concentra su di sé una serie notevole di poteri e una notevole autonomia (già oggetto di critiche nel paese ben prima delle ultime elezioni), che certo ora paiono ancor più preoccupanti. Ripeto, è un clima generale che pervade il paese quello incarnato dal magnate, nulla più. I 6 morti di queste ore in Canada in un attacco anti musulmano sono il segnale del clima che monta, di un razzismo strisciante che non trova copertura mediatica perché non parliamo di due milioni di persone in piazza. Ma ogni giorni ci sono vittime di atti di razzismo, di violenza di genere, contro le minoranze, che non arrivano nelle case ma sono il segnale del clima serpeggiante».

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