Fatima, la madonna del secolo breve cent’anni dopo

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Di Federica Tourn (Jesus n. 5 maggio 2017)

Foto: Giulia Bianchi

La prima cosa che ti colpisce, più ancora della litania continua della messa o del suono delle campane, è l’odore persistente di cera fusa. Il vento che si incanala nella valle lo porta dal cuore del Santuario, dove bruciano senza sosta le candele, sulle terrazze delle stanze in affitto, nei déhors dei ristoranti a prezzo fisso, nei mille negozi di statue, rosari e crocefissi fino a penetrare nelle finestre aperte degli alberghi dai nomi inequivocabili – Rosa mistica, Consolata, Cristo rei, Santa noite, Catolica – e non hai dubbi: sei arrivato a Fatima. Una cittadina costruita dal nulla intorno alla Cappellina delle Apparizioni, al centro della Cova da Iria, un tempo una collina dolce di ulivi e lecci dove pascolavano le pecore e oggi una spianata di marmo e cemento che attira con forza centripeta migliaia di credenti ogni settimana. Sopra, lo stesso cielo di sempre, che cambia più volte al giorno, in un rincorrersi di nuvole, pioggia improvvisa e sole che scotta anche in primavera.

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Perché credo che Riina debba rimanere in carcere

L’eccezionalità del fenomeno mafioso ha portato ad una legislazione urgente e speciale che è stato il miglior strumento nella lotta alla mafia. Retrocedere ora sarebbe un sconfitta per lo Stato

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Di Claudio Geymonat (Riforma)

Credo che Salvatore Riina debba rimanere in carcere. Vada curato, possa uscire, come già avviene, per ricoveri ospedalieri ove necessario, ma debba scontare fino in fondo la propria pena.

Questo per una serie di motivi.

Riina non è solo un simbolo, un totem dell’orrore e della ferocia della mafia dei villani corleonesi: sono appena di due anni fa le intercettazioni del vecchio boss del mandamento di Villagrazia-Santa Maria del Gesù Mario Marchese, classe 1939, che chiacchierando con un picciotto di peso, Santi Pullarà, parla di Riina e Provenzano, che sarebbe morto da lì a poco, in questi termini: «Se non muoiono tutti e due luce non se ne vede», chiaro riferimento al ruolo di leadership mantenuto dagli antichi capi, ben al di là dell’immagine fra cicoria e ricotte che è stato loro cucito addosso. Ciò pare ovvio per una organizzazione tribale che fonda sul sangue e sui legami ancestrali la propria sopravvivenza.

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