Polonia, «sotto tiro la protesta delle donne»

Di Federica Tourn

(Il Manifesto 14/10/2017)

Foto di Monika Bujak

Centri antiviolenza nel mirino in Polonia, il giorno dopo le manifestazioni che hanno di nuovo percorso il paese, a un anno dallo Straik Kobjet, lo sciopero generale in cui decine di migliaia di donne erano scese in strada per impedire un ulteriore irrigidimento della legge sull’interruzione di gravidanza, fra le più oscurantiste d’Europa. Sequestro di materiale e dati sensibili, documenti e pc, tutto è finito nelle mani della polizia il 4 ottobre, con un blitz in pieno giorno.

Il Women Right’s Center è la più grande organizzazione che si occupa di violenza domestica a livello nazionale; ha uffici nelle maggiori città della Polonia e tre di questi, a Varsavia, Danzica e Łódź, hanno subito l’irruzione. Così come è successo a “Baba”, un’associazione regionale impegnata sullo stesso fronte, con sede a Zielona Góra, nella Polonia occidentale. «E’ un chiaro atto di intimidazione», denuncia Marta Lempart, avvocata, una delle leader del movimento delle “Donne in nero” che hanno organizzato le proteste del 3 ottobre 2016 e che da allora non smette di battersi contro le politiche illiberali del governo di destra della premier Beata Szydło, particolarmente accanita contro i diritti di donne e gay. Il numero delle interruzioni di gravidanza legali, in base alla legge del ’93, oscilla fra i 600 e i 1000 all’anno ma in realtà si stima che siano quasi 150mila, praticate clandestinamente in patria o privatamente all’estero. Se si aggiunge un parlamento che imbavaglia la stampa e cerca di controllare la magistratura e la Chiesa cattolica che organizza lungo le frontiere un rosario anti migranti, la Polonia sembra più che mai lacerata fra tensioni opposte.

 

Come legge le perquisizioni dei giorni scorsi nei centri antiviolenza?

«Stiamo parlando di ong che ogni giorno svolgono un lavoro professionale molto importante e che, anche se rappresentano una voce fondamentale per i diritti delle donne in Polonia, non sono movimenti di protesta come il nostro delle “Donne in nero”.

Quindi il fine di quest’azione è chiara: noi non abbiamo sedi che possano essere violate con falsi pretesti di natura finanziaria, così preferiscono colpire e paralizzare organizzazioni che fanno un lavoro cruciale e quotidiano per aiutare le vittime di violenza domestica in Polonia. Quando la polizia è entrata negli uffici del Women Right’s Center, c’erano delle persone che chiedevano informazioni o venivano aiutate in altri modi a cui sono stati presi i dati – donne che avevano avuto a che fare con la polizia, che ancora oggi considera la violenza domestica come una “faccenda interna alla famiglia”. La polizia non ha direttamente colpito noi, le organizzatrici delle proteste contro il governo, perché le loro intenzioni sarebbero state ancora più ovvie».

 

Era un’azione programmata da tempo secondo lei?

«Il mandato di perquisizione era stato emesso in luglio, hanno aspettato 72 giorni prima di entrare in azione: la perquisizione è arrivata giusto a un anno dalla grande manifestazione del 3 ottobre 2016 e il giorno dopo il Martedì Nero, quando avevamo organizzato in tutto il paese riunioni, raccolte di firme per l’aborto legale, picchetti, marce e azioni dimostrative in più di cento città. Penso che cerchino di farci sentire responsabili del fatto che organizzazioni professionali tanto necessarie siano ora minacciate e danneggiate a causa del loro coinvolgimento nelle nostre manifestazioni di protesta».

 

Come è stato giustificato l’intervento della polizia?

«L’operazione rientrerebbe nel quadro dell’inchiesta sui presunti illeciti commessi dai funzionari del Ministero della Giustizia del precedente governo, che avrebbero fornito sostegno finanziario alle suddette organizzazioni. L’indagine in corso però non giustifica in alcun modo l’irruzione nei locali delle ong; inoltre i documenti sono tutti al Ministero e in questi casi la prassi è una semplice richiesta alle istituzioni sotto inchiesta, non certo il prelevamento forzato del materiale. Ora abbiamo iniziato un’azione per promuovere una raccolta fondi in aiuto delle organizzazioni sotto indagine».

 

Che cosa succederà adesso?

«Il mio timore è che ora vogliano provocare le piccole organizzazioni. Molte delle leader dello Straik Kobjet  sono impegnate in attività sociali o culturali, lavorano per associazioni locali non necessariamente femministe, librerie, centri culturali. Nel caso queste organizzazioni fossero colpite, insieme a chi ci lavora, sarebbe molto difficile difenderle, perché il legame con noi del movimento non è così definito e il nostro intervento sembrerebbe frutto di paranoia. Alcune  attiviste, inoltre, lavorano nella scuola e, dato che siamo nel mezzo di una “riforma” in cui gli insegnanti vengono licenziati quotidianamente (fino ad oggi sono 6500), sarebbero forse le prime a essere lasciate a casa. In conclusione la paura per il futuro c’è, ovviamente. Abbiamo bisogno di un serio monitoraggio internazionale su quello che sta succedendo in Polonia».

 

C’è già chi è stato colpito personalmente per aver partecipato alle proteste contro il governo?

«Io devo affrontare due cause con accuse ridicole, tipo aver infranto la legge e la protezione dell’ambiente per aver utilizzato il megafono durante una protesta nel centro città; Jurek Owsiak, il leader di  WOŚP, una grande fondazione di beneficienza che ha raccolto e donato milioni per gli ospedali, amato da tutta la nazione, è accusato di aver imprecato in pubblico. Ci sono circa un migliaio di persone in Polonia che sono sotto processo per aver protestato, in un modo o nell’altro. Ma riceviamo anche molto sostegno nella nostra lotta e ora abbiamo avviato un comitato di aiuto, “gli Ombrelli”, e non c’è motivo di preoccuparsi. Il punto non sono le accuse assurde per le proteste, quelle possiamo affrontarle; il problema serio sono le conseguenze di queste accuse sui posti di lavoro, in famiglia, sulla “rispettabilità” personale e in generale sulla vita quotidiana. La persecuzione strisciante, insomma».

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