Villa Olanda e i profughi russi

Di Claudio Geymonat (Riforma, 9/11/2017)

Che cos’ è questo odore di incenso che stuzzica le narici quando ci si trova a passeggiare sulla strada al limitare delle colline fra Torre Pellice e Luserna San Giovanni?

E’ il suono di una khorovod, la danza russa, quello che pare provenire da dietro quei pini?

Una stradina sterrata si inoltra. Continua a leggere “Villa Olanda e i profughi russi”

Il medico che ripara le donne

Di Federica Tourn (Left, 29/10/2017)

Da bambino aveva deciso di diventare medico per guarire le persone che le preghiere di suo padre, pastore protestante, non riuscivano a salvare. E’ nata così la vocazione del “dottore che ripara le donne”, il congolese Denis Mukwege, che nel ’99 ha fondato il Panzi Hospital a Bukavu, Sud Kivu, dove ha già curato più di 50mila donne vittime di violenza sessuale. Oggi che il Congo soffre per l’ennesima crisi – con il conflitto che devasta la regione centrale del Kasai e gli scontri, mai del tutto sedati, in Nord e Sud Kivu – l’incertezza per la situazione politica è ancora più pesante e forse toccherà proprio al Mukwege l’ingrato compito di convincere il presidente ad andarsene. Continua a leggere “Il medico che ripara le donne”

Il fattore M.

Di Federica Tourn (Il Reportage, 5/7/2015)

«Nessuno voleva una repubblica a maggioranza musulmana nel cuore dell’Europa. Hanno sciolto i cani e dopo, quando tutto era finito, hanno tirato il guinzaglio: rispetto a Croazia e Slovenia, in Bosnia hanno fatto terra bruciata. Il fattore musulmano non garbava all’Occidente».

Arrivi alla frontiera su una strada stretta, tutta curve, deserta. Le montagne sono dolci e coperte di boschi ma la demarcazione fra Serbia e Repubblica Srpska la fa innanzitutto il silenzio: di qua l’attività quotidiana di paesi immersi in una nebbia di carbone, di là i resti di villaggi devastati dalla guerra, un campo da calcio abbandonato, tetti e pareti crollate, i muri bucati dai proiettili, e ovunque cimiteri. Intorno ricrescono gli alberi, incuranti delle mine che nessuno si è preoccupato di togliere. Dopo quaranta chilometri di discesa verso la valle, la città appare come un’inquietante alternanza di case, alcune sfigurate dalle bombe e altre riverniciate a colori shocking, lungo l’unica via che attraversa il centro: due bar, un vecchio albergo e una fiammante sede Unicredit, su cui troneggia la chiesa ortodossa. Benvenuti a Srebrenica, teatro del primo genocidio che l’Europa ricordi dopo quello nazista, avvenuto sotto gli occhi e con la complicità delle Nazioni Unite. Sembra successo ieri, e invece sono passati vent’anni. Continua a leggere “Il fattore M.”