Nella Tunisia della crisi, dove Isis “dà lavoro” come la Mafia

Di Federica Tourn (Eastwest, 03/12/2017)

È sera, suonano alla porta. Quando apre, la donna trova sulla soglia la testa di suo figlio; intorno non c’è nessuno, solo il buio della notte sulle colline. Nessuno a cui chiedere aiuto, nessuno che le dica cosa fare del suo terrore e della disperazione, troppo tardi per qualsiasi cosa. Prende la testa, richiude la porta, mette quel che resta del figlio nel frigorifero.

Il giorno seguente la donna consegna alla polizia il “corpo del reato”, probabilmente agli stessi che avevano promesso pochi spiccioli al ragazzo in cambio di informazioni. Il morto infatti era un pastore e portava il gregge sulla montagna, dove si nasconde gente sospetta: «se vedi movimenti strani, chiamaci», gli avevano detto. E lui aveva chiamato. La reazione dei denunciati non si era fatta attendere.

Il fratello, emigrato sulla costa, a Sousse, racconta il fatto in televisione. Passa un anno e torna a casa dalla madre; tanto basta per subire la stessa sorte. Stessa modalità, stesso tragico copione. Gli jihadisti hanno buona memoria e non perdonano.

 

Era il 2015. La storia la conoscono tutti, da queste parti, non fa nemmeno più scalpore. Che ci fossero i barbus, gli estremisti islamici, era cosa nota, li potevi vedere a occhio nudo muoversi sulle colline dietro le case, anche se in città scendevano solo per fare rifornimento, quando non erano gli stessi ragazzini del paese a portargli da mangiare: «pagavano bene, anche dieci volte tanto il prezzo della merce», ricordano. Nessuno sembra più averli visti da allora, ma questo non significa che non ci siano. Qualche scontro non si può negare, certo, ma è una faccenda fra i terroristi e i militari; sempre nel 2015 hanno decapitato un agente della polizia locale. La gente oggi alza le spalle, minimizza.

Benvenuti a Le Kef, nord ovest della Tunisia: 45mila abitanti, trenta caffè sempre pieni di uomini in attesa, un grappolo di case che si stringono nella casbah fino a culminare nella fortezza del XVII secolo che si affaccia sull’Algeria, muta testimone di fasti passati. La città sorge sull’ultimo promontorio della montagna sacra di Jbel el Dir, dove le tracce dei culti della fecondità di epoca paleolitica e i sacrifici a Venere dei romani sono stati definitivamente calpestati dagli stivali dei soldati di Allah. Proprio da queste parti, infatti, è stato scoperto il più grande campo di addestramento del gruppo Abu Anas Al Jazairi legato a Okba Ibn Nafaa, una costola di Al Qaeda, composto soprattutto da algerini, dal 2013 il più attivo in Tunisia. Nonostante Al Qaeda sia di fatto un concorrente del sedicente Stato islamico, il confine fra i due è liquido, soprattutto nelle aree più povere del paese, come il Monte Chambi e in genere le zone di confine: non mancano notizie di scambi fra le due organizzazioni, come ha dimostrato l’arresto, a settembre 2017, proprio a Le Kef, di due jihadisti oggi militanti di Daesh e un tempo aderenti a Ansad Al Sharia, un’altra propaggine di Al Qaeda.

 

«Qui lavoro non ce n’è, anche studiare non serve a niente, non trovi comunque un’occupazione. Al massimo puoi andare a giornata nei campi per 15 o 20 dinari, se sei fortunato ti tieni un impiego per un periodo a 200 dinari al mese, poi sei di nuovo per strada». Ahmed è concitato, parla senza una pausa, aspirando forte dalla sigaretta tra una frase e l’altra. A poco più di vent’anni le sue giornate le passa in un buco senza finestre a fare gare fra bolidi o a sparare a nemici armati fino ai denti che lo guardano da uno schermo appeso al muro. La sala giochi è l’unico luogo di ritrovo dei ragazzi in città, ci si viene per vedere gli amici e cercare di fregare un tempo che non passa mai. «15 dinari sono un pacchetto di sigarette, ti spacchi la schiena un giorno intero solo per comprarti le sigarette», ripete. 15 dinari, 5 euro; 200 dinari, circa 70 euro al mese in un paese che sta attraversando una crisi economica drammatica, che non risparmia i beni primari: tutto è caro, la carne rossa costa 25 dinari al chilo, in tavola arriva se va bene una volta al mese. Senza contare che bisogna pagare l’affitto, le bollette, l’assistenza sanitaria, che non è più gratuita per nessuno, neanche per chi ne avrebbe diritto. Un dramma per un paese che ha la disoccupazione al 30% e ben poche speranze di mobilità sociale. A Le Kef hanno chiuso due fabbriche in pochi mesi; una è la multinazionale tedesca Coroplast, che aveva aperto una filiale qui nel 2010 e appena sette anni dopo ha messo alla porta più di 400 impiegati.

E se gli uomini non lavorano, a maggior ragione non c’è speranza per le donne, confinate in casa da una cultura che le vuole ancora separate dai maschi, con pochi diritti da rivendicare. Jibeli ha vent’anni, sogna il cinema, le piacciono le poesie, ha fame di esperienze e di confronto con gli altri; mentre camminiamo per la strada mi tiene a braccetto e mi mostra una bionda con una gonna corta, facendomi capire che non va bene vestirsi così. Se le chiedi come passa la giornata, fa l’elenco degli impegni quotidiani: «studio, aiuto mia sorella con i compiti, mi occupo della casa, cucino con mia madre». Ha scritto un libro che parla delle donne qui a Le Kef: «Le vedo senza sorriso – dice – le ragazze non fanno niente a parte preparare il pranzo ai genitori e dormire tutto il giorno. Qui le porte per le donne sono chiuse: anche i ragazzi non ti guardano se non sei bella e non hai soldi o un titolo di studio. Ma se non hai mezzi come ti fai bella?». «Io vorrei andarmene perché non c’è niente  a Le Kef: né lavoro, né amore, né opportunità», ribadisce.

Quanto ai ragazzi, l’ossessione è una sola, raggiungere a tutti i costi l’Italia. Ahmed ha messo l’ipoteca sulla casa dei suoi genitori, una compagnia privata gli dà in cambio due milioni di dinari, circa 700 euro; il passeur ne vuole mille per farlo salire sulla barca, ma è comunque un inizio. Poco importa che il viaggio in mare sia una scommessa, o se una volta arrivati si rischia di essere immediatamente rimpatriati. È comunque una speranza. «Altrimenti rimani in questo limbo, dove non ti resta che bere o drogarti – dice Ayub, 25 anni – fino a poco tempo fa girava solo zakataka, l’hashish, ma oggi c’è l’mdma, l’ecstasy, una roba che fa impazzire la gente». Lui l’Eldorado vagheggiato dai suoi amici lo conosce, tre mesi all’anno va a lavorare nella campagna toscana dove vive suo padre. «Problemi ce ne sono anche lì ma è un’altra vita, l’ho vista la differenza fra l’Italia e la Tunisia».

C’è un’alternativa, ma nessuno ne parla volentieri, anche se tutti conoscono qualcuno che è partito con Daesh e forse ora è morto in Siria. Tutti sanno che ci sono uomini che abbordano i ragazzini dei quartieri più disagiati offrendosi di aiutare la famiglia e soprattutto promettendo soldi. Il dramma su cui fanno leva, qui come ovunque in Tunisia, è la povertà. «L’avvicinamento è graduale – spiega Tayeb (nome di fantasia), un ragazzo di Tunisi – prima ti portano in moschea e ti chiedono di dire la preghiera, poi ti danno libri da leggere, tra cui il testo proibito per eccellenza, di cui non puoi nemmeno pronunciare il nome in arabo. Se la polizia ti trova con quello in mano sono guai seri». Con una ricerca privata su google mi mostra lo Idara At-Tawahhush, “La gestione della barbarie”, la bibbia dello jihadismo diffuso nel 2004 da Abu Bakr Naij, uno pseudonimo che si riferisce probabilmente a Abou Jihad al-Masri, un terrorista egiziano propagandista di Al Qaeda e responsabile della strage di Sharm el-Sheik del 2005. « Ti leggono le tradizioni dei profeti, gli hadit del profeta e le sure più radicali del Corano – continua Tayeb – Controllano come ti vesti: devi lasciarti crescere la barba e farti il risvolto ai pantaloni; quando ti ritengono pronto, ti portano in un luogo nascosto e lì inizia l’addestramento in vista della partenza per il fronte». Ci sono anche le ragazze, destinate alla jihad del sesso, come compagne dei futuri martiri. «Non finiscono per forza sul campo di battaglia – specifica Tayeb – alcuni restano in patria per istruire le nuove leve; altri, laureati, offrono le loro competenze professionali come medici o ingegneri. Una cosa è certa, tutti vengono pagati».

Tremila per il Ministero degli Interni tunisino, il doppio per le Nazioni Unite: il numero dei foreign fighters in Tunisia è altissimo, per un paese che conta appena 11mila abitanti; non a caso la sicurezza interna e la lotta al terrorismo sono la prima preoccupazione per la giovane Repubblica nata dalla rivoluzione del 2011, che anche se tenta con qualche successo di fare passi avanti sul piano dei diritti civili, come testimoniano le recenti leggi sull’uguaglianza di genere, ancora non si è liberata da ingiustizie sociali, corruzione e tensioni interne. Il terrorismo, in questo clima politico incerto, è una spada di Damocle sulla democrazia, a meno di non credere alla versione di chi, come Imed Soltani, presidente dell’associazione “Terre pour tous”, sostiene che Daesh è sapientemente usato dal governo per terrorizzare l’Europa e mettere a tacere le richieste del popolo, stanco di non avere diritti. Anche la famiglia di Imed è originaria di Le Kef, dove vive ancora suo fratello. «Sanno dove sono da anni, perché non hanno mandato l’esercito sul Monte Chambi o qui a Le Kef per farla finira con i terroristi?», si chiede Imed, e aggiunge: «I grandi attentati che hanno fatto soprattutto vittime straniere, come al Bardo e a Sousse, sono stati strumentali al potere in un momento delicato. Ora che gli islamisti di Ennhada sono diventati il primo partito, tutto è tranquillo, a parte qualche gesto isolato, come l’uccisione del poliziotto davanti al Parlamento a Tunisi lo scorso primo novembre». Uccisioni mirate, avvertimenti di sangue, reclutamento dei picciotti per le strade, riti di iniziazione, rapporti con il potere: sembra quasi di parlare della mafia degli anni ’80 in Sicilia, anche se qui il codice d’onore rimanda ad Allah.

Nonostante tutto, il fanatismo religioso non sembra avere troppi simpatizzanti da queste parti. Poche donne velate, nessuna barba lunga in vista. Un vecchio hotel del centro disertato ormai dai turisti, che qui non si vedono da anni, è stato trasformato in un bar dove si consumano alcolici. Per soli uomini, ovviamente. Al tramonto, alla chiamata del muezzin fanno eco i motori delle auto e le voci che si alzano dai caffè.  La vita continua, in qualche modo. Partire con Daesh? «No grazie, voglio vivere, non morire», sintetizza Ahmed. Fuori, sul muro della sala giochi c’è un kalashnikov stilizzato, ma è una bravata che si stinge nel buio incipiente della sera.

(foto Stefano Stranges)

2 pensieri riguardo “Nella Tunisia della crisi, dove Isis “dà lavoro” come la Mafia

  1. Bellissimo articolo. Però mi sovviene un dubbio: come si sono procurati, i combattenti di Isis, così tanto denaro? Avevo letto in qualche articolo che, per alcuni combattenti, le famiglie avevano ricevuto parecchio denaro via bonifico da Paesi stranieri. La cosa mi giunge un po’ anacronistica, dal momento che, almeno ufficialmente, la maggior parte dei governi del mondo hanno bloccato i fondi di conti correnti e simili, che facevano presuntamente parte del “tesoro” del Daesh….

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  2. Scusa Daniel, vedo soltanto ora il tuo commento. La questione del finanziamento dei gruppi terroristici è complessa e richiederebbe un’indagine a sé. certamente penso anche io che il finanziamento tramite conto corrente non basti a esaurire i fondi ricevuti da Isis e soci.

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