Polonia, un paese spaventato che si chiude nel clerico-nazionalismo

di Federica Tourn (Jesus, dicembre 2017)

Ogni città e quasi ogni chiesa, in Polonia, hanno una statua di Giovanni Paolo II. Il papa la cui santità veniva invocata già in punto di morte, ritratto sovente con l’espressione sofferente degli ultimi anni, è un ricordo vivo, tangibile, icona di una fede che è innanzitutto sinonimo di sacrificio. Qui il Vaticano II non è mai veramente arrivato, si è arenato sulle sponde di un paese che ha fatto del cattolicesimo un baluardo contro il male e dei suoi preti i martiri della fede, diventati custodi di radici cristiane che vanno difese a tutti i costi. È il caso del beato Jerzy Popiełuszko, che diceva messa nelle fabbriche ed è stato ucciso dai funzionari del regime comunista nel 1984, a soli 37 anni. La resistenza critica e non-violenta del sindacato autonomo Solidarność degli anni ’80, che ha portato al rovesciamento della Repubblica Popolare e che ha visto tanti sacerdoti lottare a fianco dei lavoratori, si è trasformata oggi in un nazionalismo rigido, diffidente nei confronti dello “straniero”. Non è un caso che il 7 ottobre scorso un milione di persone abbia recitato lungo 3500 chilometri di confine il Rozaniec do granic, il “rosario delle frontiere”, quasi a ergere un muro spirituale contro una temuta quanto improbabile “invasione islamica”. Un’iniziativa organizzata da laici a cui hanno aderito 320 chiese in tutto il paese, ben 22 diocesi su 42, e che ha avuto il patrocinio della Conferenza episcopale polacca, oltre all’appoggio di Radio Maryja, l’emittente fondata dal padre redentorista Tadeusz Rydzyk. Proprio Radio Maryja, nonostante sia molto discussa per alcune prese di posizione xenofobe e antisemite, ha sostenuto apertamente il PiS, Prawo i Sprawiedliwość, letteralmente Diritto e Giustizia, il partito conservatore al governo, fondato nel 2001 dall’ex presidente Lech Kaczyński, morto nel 2005 in un incidente aereo, e dal suo gemello Jarosław.

Per quanto il presidente dei vescovi polacchi monsignor Stanislaw Gadecki abbia successivamente cercato di minimizzare l’accaduto, riconducendo la preghiera collettiva all’anniversario dell’ultima apparizione della madonna di Fatima, non è stato facile dissimulare il riferimento a un’altra ricorrenza, e cioè la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, che fermò l’avanzata degli ottomani in Occidente. Un forte imbarazzo, a dir poco, per monsignor Wojciech Polack, arcivescovo di Gniezno e primate di Polonia, che si è visto costretto a richiamare all’ordine i suoi sacerdoti, pena la scomunica in caso di ulteriori gesti contro gli immigrati.

«Sentiamo un grande legame fra la storia e l’identità personale: l’essere polacchi per noi è sinonimo dell’essere cattolici», sintetizza padre Robert Skrzypczak, docente di Teologia sistematica alla Facoltà Pontificia di Varsavia. L’orgoglio di una nazione che vuole emergere è fortemente impastato con la religione e questo nucleo, emerso dalle sofferenze della fine del regime comunista, non è disponibile a farsi scalfire da dubbi o ridimensionamenti. A costo di ritoccare anche la storia, come ha fatto la recente riforma della scuola, che ha cancellato dai testi scolastici persino Lech Wałęsa, fondatore di Solidarność e primo presidente della Polonia democratica, premio Nobel per la pace, sospettato di essere una spia dei russi. Arrivare in Polonia oggi dà l’impressione di penetrare in una fortezza in cui la gerarchia ecclesiastica, spalleggiata dal governo, si è arroccata sulla tradizione e non lascia spazio al cambiamento: la ripresa economica, poi, sembra dare ragione al PiS, pronto a dare ai polacchi lo stato forte che rivendicano da tempo. È l’ora della grandeur.

«Come paese stiamo vivendo un momento felice rispetto a dieci anni fa – conferma con soddisfazione Witold Kawecki, padre redentorista e teologo morale, docente di Teologia della cultura all’Università statale Cardinale Stefan Wyszyński di Varsavia – la vittoria della destra è una risposta al laicismo imperante in Europa, frutto di un’ideologia liberale che ha fallito perché ha dimostrato di non sapere risolvere i problemi della gente». Tuttavia, l’alleanza tra il potere temporale e quello spirituale rischia di essere fin troppo smaccata: «Il governo forse sfrutta troppo la presunta amicizia con la Chiesa cattolica – commenta perplesso padre Robert Skrzypczak – Non si sposa bene l’altare con il trono». Padre Kawecki rincara la dose: «Anche se in teoria permane la separazione fra chiesa e Stato, il legame dell’episcopato con la politica è fin troppo forte: se da un lato ci sono preti e vescovi che si identificano con il governo, dall’altro il PiS favorisce la Chiesa cattolica in modo smaccato, a volte mettendoci a disagio. Oserei dire che qualche politico in Polonia è più papista del papa». E se Skrzypczak assicura che nonostante le diverse opinioni l’episcopato riesce a mantenere l’unità, Witold Kawecki parla apertamente di manipolazione della chiesa da parte del governo, con conseguenze pericolose: «i politici istruiscono teologi e vescovi e se questi si permettono delle aperture, li bacchettano».

Ma anche se il governo tenta di mettere un coperchio sulla pentola, questo non impedisce alla temperatura nel paese di salire: l’esempio più eclatante risale al 3 ottobre 2016, quando centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro il minacciato inasprimento della legge sull’interruzione di gravidanza, che si annovera già fra le più rigide d’Europa, visto che permette l’aborto soltanto in caso di stupro, malformazione del feto o pericolo di vita della madre. Una legge approvata nel 1993, espressamente come “regalo” a papa Wojtyla per il ruolo avuto dal pontefice durante la caduta del comunismo, e che voltava pagina rispetto alla legislazione più permissiva in vigore dal ’56. Dopo 23 anni, il black monday, la protesta delle donne vestite di nero in segno di lutto, non solo ha raggiunto il suo obiettivo costringendo il governo a ritirare la proposta, ma ha portato alla luce un movimento intergenerazionale che non è più disposto ad accettare l’intromissione di clero e politica nella vita personale. Inoltre, in piazza a manifestare per il diritto all’aborto c’erano anche molte donne cattoliche, segno che qualcosa si sta muovendo anche nella comunità dei fedeli. «Non penso che ci siano andate con un sentimento anti cristiano ma che siano state spinte dall’imposizione della legge – commenta padre Robert Skrzypczak – non si può imporre la cultura prolife con i decreti, bisogna aprirsi allo Spirito. Detto questo, è indubbio che da qualche anno in Polonia è in atto un grande cambiamento sociale e antropologico: sta succedendo adesso quello che in Francia e in Italia è esploso nel ’68, con una rivoluzione sessuale sotterranea e una secolarizzazione della società inquinata da un neomarxismo incipiente. Il materialismo e l’individualismo sono una grande tentazione. La famiglia si sfalda e la gente va in chiesa per abitudine e per tradizione ma sta perdendo la forza di identificazione nella chiesa. È un momento di grande rischio per la fede, in cui dobbiamo scommettere su una nuova pastorale, attenta alle piccole comunità in cui le persone possano trovare appoggio».

Sotto il profilo etnico e culturale, il paese è estremamente omogeneo. Su una popolazione di quasi 37 milioni di abitanti, il 94% è cattolico e tradizionalmente molto praticante, anche se ormai soltanto la metà frequenta la messa ogni domenica; esigue le minoranze religiose, fra cui 500mila ortodossi e 100mila protestanti. I musulmani raggiungono appena lo 0,1%, eppure la convinzione che sia necessario difendere le “radici cristiane” della Polonia è molto diffuso. «I polacchi non hanno esperienza di multiculturalità, non sanno che cosa significhi stare con persone che mangiano, pregano, pensano in modo diverso – spiega padre Kawecki – e ora sono spaventati dell’arrivo dei migranti, di un esodo che può trasformare il nostro continente». Detto altrimenti, hanno paura dei musulmani con cui, secondo il teologo, non è pensabile un’integrazione: «La convivenza e l’inculturazione con gli ebrei storicamente si sono realizzate perché abbiamo le stesse radici giudaico-cristiane, cosa impossibile con l’Islam e il mondo arabo. Un paese religioso è più attrezzato di un paese laico nel trattare con il diverso, perché è mosso dal Vangelo: tuttavia, se è vero che non dobbiamo costruire muri, non possiamo nemmeno essere ingenui».

L’ingenuità a cui allude è quella dell’Occidente, che non capisce il rischio di aprire le frontiere per accogliere i rifugiati, come pure predica papa Francesco. Bergoglio non è particolarmente amato in Polonia, anche se la sua partecipazione a Cracovia alla Giornata della Gioventù nel luglio 2016 lo ha avvicinato ai fedeli, smussando un po’ la diffidenza dei più conservatori. La realtà è che le sue linee dottrinarie ed ecumeniche – in particolare l’Amoris laetitia, con l’apertura alla comunione per i divorziati, o la possibile comunione eucaristica con i luterani – generano perplessità e preoccupazione. In chi oggi si deve confrontare con Bergoglio si sente chiara la nostalgia, per non dire il rimpianto, per Wojtyla: una figura che ha assunto dimensioni epiche per una chiesa che lo identifica con il risveglio del ’78, quando vivere la fede significava rischiare in prima persona. E se Benedetto XVI è stato amato in quanto erede diretto del santo, papa Francesco viene invece percepito come figlio di una cultura diversa, troppo progressista. «Il fatto è che non lo capiscono – spiega con decisione Kawecki – non è vero che Bergoglio è liberale come tutti credono; su certi temi, come l’omosessualità, lo è meno di Ratzinger, e della dottrina morale ed etica della chiesa non ha cambiato una virgola. È solo una questione di comunicazione efficace». «E’ un gaffeur, il campione del mondo dei gaffeur», aggiunge con un sorriso. Poi ammette: «è il papa dei poveri: guarda il mondo dal punto di vista degli ultimi e nessun altro lo aveva fatto così tanto prima di lui, nemmeno Giovanni Paolo II».

Sarà una gaffe anche l’esortazione di Francesco ad accogliere profughi e rifugiati? Nella chiesa poalcca sono sicuramente in molti a pensarla così, più o meno apertamente, e “il rosario delle frontiere” è una cartina di tornasole di ciò che si agita nelle sagrestie o nelle stanze vescovili, che a volte tradisce se non una vera e propria nevrosi almeno un certo nervosismo, segno di una divisione interna su temi molto sensibili. La stessa Conferenza episcopale polacca, poco dopo aver dato la sua adesione al “rosario”, durante l’assemblea plenaria del 20 ottobre scorso ha ricordato formalmente la delibera in cui si menziona la necessità di creare dei corridoi umanitari per permettere a chi è minacciato da fame e guerre di giungere in sicurezza in Europa. Raccomandazione che deve suonare dissonante alle orecchie di un governo che non teme di incorrere nelle sanzioni dell’Unione Europea piuttosto che sottoporsi alla ripartizione delle quote di migranti fermi in Italia e in Grecia e che, per bocca della premier Beata Szydlo, ha addirittura paragonato l’ondata migratoria all’invasione della Germania nazista.

«Certo che possiamo fare di più per i migranti ma con questo governo è impossibile», sbotta padre Kawecki. E la Chiesa cattolica come risponde alla sua missione cristiana? «La chiesa è presa in mezzo: sa che non può non accogliere ma non lo dice ad alta voce. Gioca su due piani diversi e intanto temporeggia».

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