L’Europa ci guarda

Di Claudio Geymonat (Riforma, 13/03/2018)

Convergenze, aperture, incastri di nomi e di seggi. A partire dal 5 marzo, il giorno dopo le elezioni, la nuova classe politica disegnata dalle urne, come le donne della canzone “Il gorilla” di George Brassens, si sta forse già rendendo conto della differenza che passa fra idea e azione.

Lo slogan si è immediatamente tradotto in azione concrete, e decine di cittadini si sono messi in coda davanti agli uffici pubblici dei loro Comuni per richiedere la modulistica al fine di ottenere il reddito di cittadinanza. Le grandi promesse sono state il vero centro della campagna elettorale; tutti i partiti, con sfumature differenti, hanno elencato una serie di agevolazioni e sussidi volti ad attirare l’elettorato. Migrazioni e sicurezza gli altri punti forti declinati, insieme alla questione delle relazioni con Bruxelles.

Ma come l’Europa ha guardato all’ultima tornata elettorale ce lo siamo fatti raccontare da una serie di interlocutori.

Udo Gumpel, tedesco, corrispondente dall’Italia per la Tv tedesca Rtl e volto noto dei salotti televisivi nostrani, sottolinea: «tutti i miei colleghi tedeschi si sono concentrati proprio sull’analisi della lunga sequela di false speranze regalate dagli aspiranti leader. E’ parso completamente assente il buon senso economico e politico: si sono create illusioni semplicemente irrealizzabili. Ciò non potrà far altro che portare ad un momento di grande delusione o rabbia fra i cittadini che si sentiranno ingannati. La colpa dell’attuale debito pubblico italiano è di chi, nessuno escluso, ha governato negli ultimi 25 anni con politiche fatte di bonus invece che di seri investimenti nei settori chiave. Promettere la luna è però la colpa degli attuali protagonisti. Sarà il primo grande banco di prova per le nuove compagini politiche uscite vincenti dalle urne».

Urne che hanno ridisegnato gli schieramenti di Camera e Senato: «l’esito del voto è parso abbastanza chiaro già dalle ultime settimane– racconta Paolo Tognina, giornalista ticinese delle emittenti televisive RSI (Radio Televisione Svizzera) -. A stupire sono state le proporzioni della vittoria e della sconfitta. Tutti gli osservatori elvetici sono concordi nel dire che il risultato delle elezioni italiane sia da ricondurre allo scontento generale nei confronti di una classe politica che si è dimostrata incapace di affrontare un vero programma di riforme che contemplino una crescita economica duratura, investimenti nella formazione scolastica e accademica, un contrasto forte alla criminalità organizzata, una gestione pragmatica e non isterica dei flussi migratori. Forte impressione è stata suscitata dai fatti di Macerata, così come una certa preoccupazione per il riemergere di estremismi che si pensava appartenessero al passato. Ora tutti sottolineano le difficoltà che ci saranno nel trovare una maggioranza capace di governare. E c’è chi paventa il ritorno al voto».

Parola agli elettori anche secondo Alessandro Giacone, professore associato di storia contemporanea all’università di Grenoble: «Ci saranno vari tentativi di dialogo, ma difficilmente i due vincitori, 5 stelle e Lega, vorranno cedere il passo, e il rischio è di avviare la legislatura con un esecutivo debole con una maggioranza risicata e instabile. A questa situazione molto concorre la legge elettorale italiana, non capace di stabilire un vincitore chiaro del voto. In Francia dal 1962 non c’è più stata una crisi di governo: chi ha il timone di comando lo regge per i 5 anni stabiliti. Anche in casi in cui la popolarità del presidente era bassissima non si è assistito a sfiducie, crisi parlamentari o quant’altro. Un segnale di stabilità che mercati e interlocutori esteri non possono che apprezzare».

Pare plausibile lo scenario di lunghi mesi senza governo, modello sperimentato in Europa negli ultimi tempi dalla Spagna, dalla Germania (in questi ultimi mesi), ma soprattutto dal Belgio, per quasi due anni retto da tecnici e funzionari in attesa che i partiti finissero di litigare. Il pastore Steven H. Fuite, presidente della Chiesa protestante unita belga (Epub), mette in guardia su questa opzione: «Un governo d’emergenza procede nel segno del provvisorio, limitandosi allo stretto necessario; ora il compito di un governo vero è di fare ciò di cui il Paese ha bisogno, anche a lungo termine: in una famiglia, compito dei genitori è non solo di provvedere il pane quotidiano ma anche di mettere in programma il rifacimento del tetto. Un governo d’emergenza non ha sogni, non ha visione né passione, non lavora in vista di un cambiamento di mentalità. E questo impoverisce la società, viene a trovarsi più commerciale e materiale. Il Belgio ne ha sofferto a lungo».

«Un governo vacante in Germania non ha turbato i mercati – incalza invece Gumpel – , perché l’economia tedesca cresce quasi il doppio di quella italiana, la disoccupazione è pressoché assente e il paese non ha deficit. L’Italia è invece ultimo fra i 27 stati europei per crescita e la forte politica espansiva della Banca centrale europea è destinata a concludersi: terminerà quindi questa enorme pioggia di miliardi che i governi italiani non hanno però usato per mettere finalmente freno al nuovo indebitamento pubblico. Tutto ciò sul medio periodo non potrà far altro che turbare le borse».

Qui entra in gioco il discorso dei rapporti con l’Unione Europea, con 5 stelle e Lega a parole pronti a svicolare dalle strette maglie dei parametri economici necessari per continuare a far parte del progetto comune. «In Francia – prosegue Giacone – è la vittoria del centro destra a dominare la scena; si parla sempre e comunque dell’eterno Berlusconi ma sono i numeri della Lega, che qui paragonano in toto al Front National, a preoccupare, in relazione ai paventati nuovi rapporti con Bruxelles».

«Il progetto di un’ Europa unita è sotto assedio – conclude Fuite – , e vediamo a diversi livelli gruppi di persone rifugiarsi nell’identità per paura o per un presunto interesse economico di breve termine. Intere regioni e nazioni sono oggi alla ricerca di ciò che sono, rinunciando al progetto comunitario. E qui sta una missione per le Chiese. Nella società si coltiva l’illusione che se ci separa gli uni dagli altri vi sarà la salvezza; e spesso avviene che si guardi indietro per magnificare un passato che non è mai esistito. La Bibbia ci parla di Terra promessa, di Regno di Dio, ci dice di non guardarsi indietro in preda alla paura e ci esorta a non rimpiangere il periodo della schiavitù in Egitto, quando «avevamo pentole di carne e mangiavamo pane a sazietà» (Esodo 16, 3). Se siamo stati liberati è perché guardassimo in avanti, perché, guardando riconoscenti al passato, guardiamo all’avvenire».

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