Giù le mani dalla Casa internazionale delle donne

Di Claudio Geymonat (Riforma.it, 25/05/2018)

Una storia che inizia nel 1976 ma ha radici profonde nei movimenti e nei collettivi degli anni precedenti. Oltre 30 associazioni attive al momento, fornitrici di servizi, pressoché tutti gratuiti per la popolazione; servizi che spesso gli enti pubblici non sono in grado di offrire. Un immenso archivio che raccoglie le produzioni della teoria e della pratica del movimento femminista dalla fine degli anni ’60 a oggi. Almeno trentamila donne che ogni anno passano dalla porta di via della Lungara. Un polo culturale, sociale, sanitario.

Questo è molto altro è la Casa internazionale delle donne di Roma, al centro delle cronache in queste settimane non per una delle molteplici iniziative organizzate, ma per l’azione dell’amministrazione capitolina che vuole riprendere possesso dello stabile di sua proprietà e indire un bando per riassegnare gli spazi e i servizi. Una scelta, quella fatta dalla prima sindaca donna nella storia della città, che è stata come una scossa, capace di mostrare ancora una volta l’attenzione e l’affetto con cui larga parte della società civile e del mondo politico, in maniera trasversale,  guarda a questo patrimonio. Oltre 88 mila firme raccolte al momento, in pochi giorni, e una serie di forti prese di posizione, l’ultima quella del presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, che nel ricordare ancora una volta quale «luogo di fondamentale importanza per la storia della città di Roma e del femminismo italiano» sia la Casa, comunica di voler proporre nei prossimi giorni « alla Giunta regionale di dichiarare la Casa Internazionale delle donne sito di notevole interesse pubblico».

Questa storia ha preso avvio più di 40 anni fa, nel 1976, con l’occupazione del fatiscente palazzo Nardini, dietro piazza Navona.

Nel 1981 iniziano le trattative con le istituzioni cittadine per trovare un luogo più adatto, e dal 1987 la sede diventa quella attuale, il palazzo del Buon Pastore, ex carcere femminile nel quartiere Trastevere. Nel 1995 con i fondi di Roma Capitale iniziano i restauri e con una cerimonia il 21 dicembre 2001 il sindaco Walter Veltroni consegna le chiavi a quello che nel frattempo è divenuto un consorzio. La convenzione presenta però un affitto troppo alto: nove mila euro al mese per chi opera senza fini di lucro non sono sostenibili. Le associazioni ne pagano una parte e aprono una trattativa con il Comune. Negli ultimi anni l’amministrazione capitolina sta tentando una ciclopica e al momento infruttuosa valorizzazione del proprio patrimonio immobiliare, spesso senza distinzioni di sorta fra chi semplicemente ha occupato in via privata degli spazi ed è moroso, e chi invece, e non c’è solo la situazione della Casa, offre servizi rivolti alla popolazione.

Ne abbiamo parlato con Gianna Urizio, giornalista e femminista, già presidente della Federazione delle donne evangeliche in Italia: «Vorrei citare subito una frase dell’attrice Jasmine Trinca nella conferenza stampa di ieri 24 maggio: “Il comune di Roma ha un debito, non un credito nei confronti della Casa delle donne”. Questo per l’immenso valore dei servizi offerti a una grande platea di utenti, per la capacità di creare cultura, attività, welfare, di fronte all’impotenza e alla casse vuote di municipi e enti centrali. Dunque è inammissibile fare di tutta l’erba un fascio, affrontare l’immensa questione dei beni pubblici di Roma senza distinzioni di sorta». Non è in gioco solo la difesa della Casa, ma «di tutti quei luoghi autogestiti che operano e intervengono laddove lo Stato è assente. Non è una questione solo romana, ma riguarda l’Italia intera». Si perché è a livello generale che è in corso quella che Urizio definisce «una normalizzazione che cancella il passato e il presente di partecipazione della cittadinanza. Moltissime delle conquiste sociali e politiche nella storia recente del nostro paese, dal diritto di famiglia, al lavoro, alla rappresentanza, sono state ottenute per merito anche e soprattutto dell’incessante azione di organizzazioni femminili. Che siano proprio due donne, la prima firmataria della mozione, la consigliera Gemma Guerrini e la sindaca Virginia Raggi, a portare uno dei peggiori attacchi nella storia della Casa è un’aggravante non di poco conto». Smontare un consorzio è qualcosa di più che eseguire uno sfratto, «è una chiara azione politica. Vediamo se si spingeranno a tanto, perché vorrebbe dire scoprire veramente le carte, mentre ora l’amministrazione si trincera dietro generiche affermazioni di ricerca della legalità».

Certo la mobilitazione è destinata a proseguire e Urizio non nasconde l’auspicio «di vedere anche i movimenti evangelici femminili e le comunità evangeliche in generale offrire solidarietà e sostegno, donne e uomini, per non dissipare il patrimonio di una realtà viva, richiesta, che dalle donne migranti alle vittime di violenza offre un aiuto a chi bussa».

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