Porti chiusi e pacchie altrui

Di Claudio Geymonat (Riforma.it, 14 giugno 2018)

80 anni fa la vicenda della nave St. Louis che trovò sbarrati i porti che dovevano accoglierla col suo carico di 930 ebrei in fuga dal nazismo

L’Europa e il mondo erano già sull’orlo del baratro quando il 13 maggio 1939 il transatlantico St. Louis si apprestava a salpare dal porto di Amburgo. Mancano 3 mesi allo scoppio ufficiale della Seconda guerra mondiale, ma i segnali dell’imminente catastrofe sono già più che chiari. Da anni è in corso in Germania, e ora anche in Italia, una caccia all’ebreo porta a porta. Ecco perché sulla St. Louis di 937 passeggeri, 930 sono ebrei, per lo più tedeschi, in fuga dalle persecuzioni.

La destinazione è Cuba, nazione che negli anni precedenti aveva già accolto alcune migliaia di rifugiati. Ma il vento è cambiato, la crisi mangia stipendi e posti di lavoro e anche sull’isola dei Caraibi scatta la caccia allo straniero e si moltiplicano gli episodi di antisemitismo. I passeggeri del St. Louis lo sanno, ma la situazione in patria è oramai drammatica, bisogna partire. Arrivati a L’Havana il capo del governo Federico Laredo Brù rifiuta di far sbarcare i passeggeri e chiude i porti. In 29 appena riescono a scendere, quelli che avevano i 500 € di tassa per il visto chiesto dalle autorità dell’isola. La nave deve ripartire, destinazione le coste della Florida, così vicine che pare di poterle toccare con la mano. Scattano i contatti febbrili per trovare una soluzione. Si mobilitano le alte sfere, dal Segretario di stato Hull fino al presidente Franklin Roosevelt. Ma anche qui sorpresa e sgomento, nulla si muove. La situazione è in stallo, la scusa ufficiale è che era già stato raggiunto il tetto annuo di immigrati che il paese può accogliere. Fare un’eccezione alla Casa Bianca viene considerato un pericoloso precedente data l’aria che tira in tutto il paese, ancora alle prese con la ripresa dopo la Grande Depressione degli anni seguiti al 1929. Porti chiusi anche qui, porte chiuse.

La storia intanto è uscita sui giornali, ha fatto il giro del mondo. Si mobilità parte della società civile e del mondo religioso canadese, ma anche qui gli appelli cadono nel vuoto.

Le condizioni dei passeggeri fra stanchezza e spazi ristretti sta peggiorando di giorno in giorno, il capitano Gustav Schroeder non ha scelta, bisogna tornare indietro, certo non in Germania. L’attracco è ad Anversa in Belgio. Il Regno Unito acconsente di accogliere 288 passeggeri, la Francia 224, il Belgio 214, i Paesi Bassi 181. Hanno fatto il giro del mondo e sono tornati ad un passo dal nemico. Dei 620 rifugiati della St. Louis che tornarono in Europa continentale 254 morirono negli anni della guerra, quasi tutti nei campi di sterminio di Auschwitz e Sobibor.Morti per le scelte ciniche dei governi, scelte fatte sulla loro pelle di disperati in fuga.

«Se ci scordiamo della storia siamo condannati a ripetere gli stessi errori» dice Russel Neiss che ha creato un account Twitter per raccontare le storie e le vicende di questi dannati in fuga, respinti dai governi di nazioni avanzate e libere. Foto e immagini conservate per lo più al museo dell’Olocausto di Washington, che dedica ampio spazio alla drammatica vicenda. Una tardiva riparazione di un episodio bieco.

Dall’ anno 2000 ad oggi sono più di trentamila le donne, gli uomini e i bambini morti nel Mediterraneo. Tutto già visto, tutto già scritto. Eppure.

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