Parrocchiane in sciopero contro la chiesa maschilista

Di Federica Tourn, Millenium, aprile 2020

Foto di Paolo Ciaberta

Nella parrocchia di Heilig Kreuz, in un tranquillo quartiere appena fuori dal centro di Münster, in Vestfalia, è in corso la consueta riunione settimanale del gruppo femminile di studio. La pittrice Lisa Koetter, la testa china sull’Evangelii Gaudium di papa Francesco, sta cercando di concentrarsi ma perde continuamente il segno e alla fine sbotta: «ma li avete visti i numeri?». Il riferimento è chiaro a tutte: sono appena stati diffusi i dati dello scandalo pedofilia nella chiesa cattolica in Germania, da cui emerge che 3.677 minori tra il 1946 e il 2014 sono stati abusati sessualmente da 1.670 preti (il 4,4% del clero) e solo pochissimi casi sono stati denunciati. Nella sala scende il silenzio, nessuna riesce più a leggere: hai voglia a parlare della gioia dell’evangelo, quando la chiesa che dovrebbe incarnarla è invece occupata a seppellire un verminaio. 

Quella notte Lisa non ha chiuso occhio e ha cominciato a disegnare donne con la bocca chiusa da un cerotto. Ha dipinto se stessa, le sue figlie e le sue amiche, poi è passata a volti famosi, da Marilyn Monroe alla Gioconda, fino ad arrivare alla madonna. «Le donne nella chiesa non hanno voce – denuncia – ma è proprio la concentrazione del potere in mano agli uomini ad aver portato al dramma degli abusi. È ora di dire basta». Così, dalla rabbia di un gruppo di credenti disgustate dal ricettacolo di stupri, omofobia, discriminazioni in cui sembrava essersi trasformata la chiesa, è nato Maria 2.0, un movimento di protesta uscito – letteralmente – dalle parrocchie e dalle sacrestie e cresciuto grazie al passaparola e ai social. «Dovevamo assolutamente fare qualcosa – spiega Andrea Voss-Frick, una delle fondatrici di questo Fridays for future in salsa cattolica – Quello che avevamo sotto gli occhi era spaventoso e la cosa più insostenibile era constatare che la gerarchia ecclesiastica aveva protetto non le vittime ma i sacerdoti che avevano commesso le violenze». 

Münster d’altronde non è certo nuova alle passioni religiose, come testimoniano le gabbie di ferro in cui furono rinchiusi i capi della rivolta anabattista del 1535, ancora appese alla chiesa di San Lamberto, nel centro della città. La rivolta 2.0 delle donne laiche contro il potere ecclesiastico è iniziata lo scorso maggio con l’astensione dai servizi ecclesiastici: vestite di bianco, per una settimana le “marie” hanno organizzato funzioni alternative davanti al sagrato delle chiese, chiedendo ai fedeli di non partecipare alla messa ufficiale. Un’iniziativa che ha coinvolto migliaia di persone e nelle settimane successive ha contagiato le principali città tedesche con manifestazioni, veglie di preghiera, flash mob, persino un girotondo intorno al duomo di Colonia. Uno “sciopero” che le donne cattoliche hanno deciso di riproporre ogni anno a maggio e a ottobre quando, in segno di protesta, si rifiuteranno di compiere le mansioni considerate da sempre di loro competenza e che i maschi non vogliono fare, dal catechismo alle pulizie in sacrestia. 

«Ora o mai più», ripetono le “marie”, mentre come formiche lavorano per stutturarsi in un’organizzazione solida: in meno di un anno si sono moltiplicate in modo esponenziale in tutta la Germania, hanno fondato un giornale e si sono conquistate la simpatia di altre cattoliche in tutto il mondo, dalla Svizzera fino all’America Latina e all’Africa. Sul tavolo hanno posto rivendicazioni chiare: accesso al diaconato e al sacerdozio femminile, pari diritti e potere decisionale a ogni livello. Vogliono salire sul pulpito a predicare e amministrare i sacramenti, come fanno già da  più di 80 anni le sorelle protestanti: il tanto sbandierato “ruolo complementare” della donna nella chiesa non le convince più, la versione 2.0 vede una Maria meno devota e decisamente più intraprendente. 

Al loro fianco si sono schierate anche le iscritte alla Kfd, la più grande organizzazione femminile cattolica, che riunisce quasi mezzo milione di donne in tutto il paese e che negli ultimi mesi ha riempito i banchi delle chiese di volantini rosa su cui è stampato a caratteri cubitali: “donne, cosa state aspettando?”. Il movimento, d’altronde, non fa distinzione di genere e comincia ad incassare la solidarietà delle suore e di molti sacerdoti. «Alcuni preti, con un gesto di grande coraggio, hanno scritto una dichiarazione ufficiale in cui chiedono al Vaticano di mettersi al passo coi tempi prima che sia troppo tardi», conferma Ruth Koch, un’altra leader di Maria 2.0. Il calo di fedeli in Germania sta infatti raggiungendo proporzioni preoccupanti: uno studio divulgato nel 2019 dall’Università Albert-Ludwig di Friburgo rende noto che nel 2060 ci saranno dieci milioni di cattolici in meno, quasi la metà di quanti sono oggi. Se la secolarizzazione gioca un ruolo cruciale nell’abbandono della fede, conta molto anche la “tassa sulle religioni” (il 9% delle imposte) che ogni cittadino è obbligato a versare allo Stato, a meno che non si faccia cancellare dagli elenchi della chiesa di appartenza. Anche le vocazioni sacerdotali diminuiscono ogni anno, tanto che molte diocesi hanno dovuto ricorrere ai laici per poter mandare avanti il lavoro delle parrocchie.

In questo panorama, la faccenda degli abusi rischia di rappresentare il colpo di grazia per una chiesa inamovibile. «I giovani se ne vanno perché la chiesa è diventata un mausoleo obsoleto, pieno di divieti incomprensibili, dove ti impongono anche quello che devi pensare. Tocca a noi trasformarla in un luogo inclusivo, aperto a tutti», rivendica Ruth. Sensibilità condivisa anche da alcuni prelati notoriamente progressisti, come il vescovo di Osnabrück Franz-Josef Bode, vice presidente della Conferenza episcopale tedesca, che meno di due anni fa si era pronunciato sull’opportunità di riconoscere le unioni omosessuali e oggi non esita a definire il clero «un omertoso club di soli maschi».

D’altronde, che la chiesa tedesca sia un pentolone in ebollizione che crea non pochi grattacapi a Roma non è una novità: il famigerato rapporto sulla pedofilia che ha portato alla nascita di Maria 2.0 era stato commissionato nel 2018 dagli stessi vescovi tedeschi a un’équipe delle università di Mannheim, Heidelberg e Giessen e i risultati sono stati resi pubblici dal presidente della Conferenza episcopale in persona, il cardinale Reinhardt Marx, che ha parlato apertamente di insabbiamento dei reati e di documenti manipolati o distrutti per proteggere i colpevoli. Marx non si è fermato lì: dall’alto della sua autorità, ha deciso di andare al cuore del problema e di discutere apertamente di sessualità aprendo un “percorso sinodale vincolante per la chiesa in Germania”, che vedrà per i prossimi due anni sacerdoti e laici confrontarsi su morale sessuale, celibato dei preti, ruolo delle donne nella chiesa e potere del clero. Dove porterà questo cammino è ancora tutto da vedere ma i conservatori sono già in allarme e, per mezzo del cardinale Marc Ouellet, capo della Congregazione per i Vescovi della curia romana, hanno messo le mani avanti e fatto sapere a Marx che un sinodo regionale non ha alcun potere reale di prendere decisioni su temi che riguardano la chiesa universale. Che succederebbe, infatti, se la chiesa tedesca votasse a favore dell’ordinazione delle donne o del matrimonio per i preti? Il cardinale ha rassicurato Roma che non ci saranno strappi ma l’ennesimo stop vaticano, oltre ad irritare ulteriormente i fedeli, ha dato la misura di quanto la chiesa rischi la spaccatura non su dispute teologiche intorno alla natura di Dio ma su questioni decisamente più mondane, come dimostrato anche dalla recente polemica scoppiata per l’intervento di Ratzinger sul celibato ecclesiastico. Il fatto che il papa emerito Benedetto XVI scriva un libro con un noto conservatore come il cardinale Robert Sarah per ribadire il no ai preti sposati e poi si affretti a smentire e a ritirare la firma dall’iniziativa editoriale, rende l’idea della lotta in corso dietro le quinte dei palazzi vaticani. Soprattutto dopo che lo scorso ottobre il Sinodo per l’Amazzonia ha ammesso la possibilità per i diaconi con famiglia di accedere al sacerdozio nelle lontane regioni amazzoniche.  

Sono piccole aperture strettamente locali per rimediare alla carenza di vocazioni, ma i reazionari le interpretano come crepe capaci di mettere in pericolo l’intera struttura monolitica della chiesa cattolica e, soprattutto, di indebolire il potere di quella élite maschile di cui parla monsignor Bode. Le “marie”, dal canto loro, hanno tutta l’intenzione di approfittare di queste tensioni, facendo pressione ad ogni appuntamento politico o ecclesiale. Per questo motivo, a fine gennaio si sono ritrovate con le battagliere donne della Kfd in una veglia notturna davanti al duomo di Francoforte, dove si stava ufficialmente aprendo il cammino sinodale, e per l’8 marzo hanno in programma una grande manifestazione internazionale: «un pellegrinaggio attraverso il mondo che partirà simbolicamente dalla cattedrale di Münster e toccherà diverse città, con laboratori, incontri di approfondimento e preghiera», anticipa Ruth Koch. Dal 9 al 16 maggio, poi, si replica lo “sciopero” dai servizi ecclesiastici in tutte le parrocchie. 

Dove arriveranno, non si sa; quel che è certo è che le “marie” sono pronte a tutto, anche a uno scisma se necessario, per togliersi quel cerotto dalla bocca che la chiesa ha loro imposto per secoli. «Per ora la nostra conquista più bella è stata vedere tante persone che non frequentavano più la messa avvicinarsi a Maria 2.0 col desiderio di costruire una comunità diversa», conclude Lisa Koetter, e aggiunge: «A chi ci chiede perché invece di ribellarci non abbandoniamo semplicemente la chiesa, rispondiamo che è la nostra casa e la vogliamo rendere migliore. Siamo tedesche, siamo fatte così: non ci fermeremo finché non abbiamo ottenuto quello che abbiamo in testa».

Un altro tedesco alquanto cocciuto, cinquecento anni fa, ha spaccato la chiesa dando inizio alla Riforma protestante. Forse fa bene Roma a non dormire sonni tranquilli.

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