Families Share? Centro estivo troppo caro? Ora i bambini si condividono con un’app (e si divertono)

Testo di Federica Tourn
Foto di Stefano Stranges
Pubblicato su Millenium FQ, agosto 2020, numero 37

Fra i genitori, alzi la mano chi sul frigo, fra gli auguri per la festa della mamma, la data del richiamo della vaccinazione e il pronto pizza, non ha il calendario degli impegni settimanali dei bambini, un po’ sbilenco sotto la presa incerta dei magneti, gravati dal peso dei disegni o delle foto scolorite dal sole. Un memorandum smarrito fra le bollette da pagare e i conti del veterinario, o pasticciato sulla lavagna in cucina fra le ricette, o direttamente in cameretta, con gli appuntamenti rigorosamente incasellati in colori diversi, uno per ogni giorno della settimana. L’organizzazione famigliare è un Tetris di lezioni, scadenze, uscite anticipate, rientri pomeridiani, corsi, imprevisti e fatalità che si moltiplicano in modo esponenziale per il numero dei figli. Il tutto va poi fatto combaciare col lavoro e le incombenze di mamma e papà: allora salta fuori il pezzo che non collima, l’incastro che non funziona e in un attimo si rischia il game over. Che succede, infatti, quando i bambini, finita (o chiusa) la scuola, tornano a piede libero?

Se il governo femminista della Svezia è all’avanguardia con gli asili aperti 24 ore su 24 in 160 città, per rispondere a un tempo della produzione che non si ferma mai e consentire ai genitori di coprire turni notturni o lavorare nel week end, ad altre latitudini le risorse (e la cultura) sono però ben diverse. In Italia, si sa, ai pargoli ci pensano i nonni (quando ci sono), eternamente disponibili a riempire le falle di un sistema pubblico che, al netto della retorica sulla famiglia, è incapace di fornire servizi e sostegno concreto ai genitori, tanto che, secondo gli ultimi dati dell’Ispettorato del lavoro, nel 2019 sono state 37.611 le donne che hanno lasciato l’impiego una volta diventate madri. Un numero in crescita rispetto al passato e che rischia di subire un’impennata per la crisi economica generata dall’emergenza Coronavirus. Con la chiusura delle scuole, infatti, la pandemia ha reso evidente che i genitori, da sempre lasciati soli nella ricerca della chimerica virtù di conciliare famiglia, incombenze domestiche e lavoro, hanno alzato bandiera bianca. E se in Germania e in Francia alcune madri sono passate all’attacco facendo causa allo Stato per il raddoppiato carico di tempo e fatiche non retribuite, in Italia, al netto di manovre tampone come il bonus babysitter, è chiaro ormai che il re è nudo.

Proprio da questa constatazione è nato Families-Share, un progetto europeo coordinato dall’Università Cà Foscari di Venezia, che ha studiato come affrontare in modo sostenibile i problemi legati alla conciliazione della vita familiare e lavorativa. «Basta passare davanti a un scuola elementare e intercettare i discorsi degli adulti che si accordano su chi tiene o accompagna i bambini, per capire che la soluzione è nell’organizzazione parentale», spiega Agostino Cortesi, docente di informatica a Cà Foscari e coordinatore del progetto. L’idea è semplicissima: si costituiscono piccoli gruppi di 5-6 bambini dai 3 ai 12 anni, affidati a rotazione a uno dei genitori in orario extrascolastico o durante le vacanze, con l’ausilio tecnologico di una app che facilita l’organizzazione di turni e attività. «Abbiamo voluto valorizzare l’impegno dei singoli genitori, che si fanno parte attiva di un processo di cura collettivo dei bambini, fondamentale in un momento in cui la spesa per il welfare è in diminuzione e le attività di supporto esterne scarseggiano o sono troppo costose», aggiunge Cortesi. Doposcuola e centri estivi sono infatti sempre più cari e con meno posti disponibili a causa della necessità del distanziamento sociale: ostacolo superato con Families-Share, dove ogni genitore si impegna ad animare il gruppo dei bambini per almeno un giorno a settimana. Il modello, attivo a Venezia, Bologna, Trento e oltre confine in Grecia, Ungheria e Belgio, è studiato su misura sulle esigenze concrete delle singole famiglie, che vengono coinvolte sin dalla fase di progettazione. Nelle Fiandre, in particolare, il progetto si è appoggiato a Cokido, un’associazione di genitori che conta più di 1500 famiglie e che quest’anno è arrivata finalista al Premio europeo per l’innovazione sociale.

Sono anche previste collaborazioni con le associazioni e partnership con gli enti locali per permettere di utilizzare le risorse del territorio: le città di Bologna e Venezia hanno già messo gratuitamente a disposizione parchi e ludoteche per le attività e ora altri 42 comuni si sono dichiarati interessati ad aderire all’iniziativa. «Con la fine della fase critica del Covid, siamo in forte espansione e speriamo in una rapida contaminazione della nostra idea – aggiunge Cortesi – Finora abbiamo coinvolto circa duecento famiglie a Venezia e Bologna e duemila persone in tutta Europa ma prevediamo di raddoppiare il numero entro ottobre, quando il progetto biennale sarà formalmente concluso. A quel punto le linee guida e la app saranno messe a disposizione di chiunque voglia portarlo avanti». Costi? Praticamente nessuno, a parte la quota assicurativa in caso di attività svolte all’esterno. I benefici, invece, sono tanti, non soltanto in termini di alleggerimento dei carichi famigliari ma anche a livello sociale: infatti il consolidamento di reti solidali basate sulla gestione condivisa dei figli può essere uno strumento di integrazione di famiglie di nuova immigrazione o di supporto dove il tessuto sociale è più fragile. «I genitori, dopo un primo momento di smarrimento, in cui temono di non essere all’altezza, si mettono in gioco e ci stupiscono per la loro creatività», testimonia Maria Sangiuliano, presidente di Smart Venice, società di ricerca su politiche di genere e inclusione sociale che ha l’incarico di gestire il progetto a Venezia. «Inoltre, puntiamo molto sulla partecipazione dei padri, perché non vogliamo che questo diventi l’ennesimo carico extra per le madri», puntualizza.

Di fatto, Families-Share fa emergere una pratica quotidiana di mutuo aiuto fra genitori che già da anni sostiene le famiglie italiane che, a dispetto della visione da Mulino Bianco del nostro paese, sono ormai anche allargate, omoaffettive, con genitori single e – sempre più spesso – con difficoltà economiche da affrontare. «Lo Stato pensa che noi viviamo ancora come un secolo fa, tutti al secondo piano di grandi case patriarcali, dove al pianterreno stanno i nonni e al primo gli zii, e nessuno si sposta dal paese in cui è nato», ironizza Matilde Pescali, tre figli sotto i 12 anni. La realtà è distante anni luce. A Bologna, per esempio, molti giovani provengono da altre regioni e non possono contare su reti famigliari. In alternativa ci sono gli amici e i vicini nella stessa situazione: una vera e propria rete di salvataggio, che in qualche caso ha funzionato anche in pieno lockdown, quando alcuni genitori hanno continuato a “contrabbandare” i bambini da una casa all’altra in modo da avere almeno qualche ora per lavorare tranquilli e, soprattutto, per evitare che i piccoli risentissero troppo dell’assenza di relazioni con i coetanei. Appena le misure di emergenza si sono un po’ allentate, asili “clandestini” autogestiti sono poi spuntati come funghi. Caterina Donattini, un’insegnante di liceo a cui era appena scaduto il contratto, i primi di maggio ha preso il telefono e ha chiamato Matilde: «Lo so che non ce la fai più – le ha detto – mandami tuo figlio, lo seguo io nella didattica a distanza». Lo stesso ha fatto, gratuitamente, per altri genitori in difficoltà, creando una piccola scuola a casa sua, dove i bambini ogni giorno si trovavano dalle 8,30 alle 17 per giocare e fare i compiti insieme.

La cura condivisa dei figli, come sottolinea Caterina, è «una visione del mondo e un antidoto contro l’individualismo», ma anche uno schema collaudato in diverse città, soprattutto dopo la fine delle lezioni. Chi pensa a un semplice “parcheggio” dei bambini, però, è fuori strada, perché l’auto organizzazione stimola la creatività, e non solo nei piccoli. A Torino, un gruppo di genitori ha inventato un campo a tema ispirato alle Città invisibili di Calvino, in cui ogni giorno si svolgevano attività animate e cacce al tesoro sulla falsariga del viaggio di Marco Polo, con tanto di passaporto della fantomatica Repubblica di Stramacchio, corredato da foto d’epoca, animazioni, giochi di ruolo e citazioni letterarie.

«Basta guardarsi intorno per scoprire che esperienze simili si moltiplicano ovunque – conclude Cortesi – Con Families-Share abbiamo voluto dare uno strumento in più ai genitori, creando una piattaforma che facilitasse gli scambi e il confronto, per semplificare la vita quotidiana e al contempo offrire stimoli»,. Dal frigo, il calendario degli impegni è così scivolato in una app, eliminando ansie e improvvisazioni. «Questo sistema ci ha responsabilizzati e dato una cornice più strutturata alla gestione dei bambini, aiutandoci a costruire una vera comunità educante, aperta e multiculturale», testimonia Francesca Coltellacci, antropologa di Preganziol, in provincia di Treviso. Intorno a lei, una decina di bambini si arrampica sugli alberi del Bosco di Franca, a Mestre, dove si svolge un campo estivo auto organizzato. «I piccoli imparano ad essere autonomi e a stare con gli altri, gli adulti ad avere a cuore il benessere di tutti, non soltanto dei propri figli –  aggiunge Chiara Bertoncello, arteterapeuta – si pensa spesso che solo gli educatori possano stimolare i bambini ma anche i genitori hanno competenze spesso inesplorate, che qui hanno la possibilità di emergere». Escursioni, giochi, acquerelli con l’acqua piovana, scale con le corde: tutto viene deciso con i bambini, che si sentono protagonisti dell’esperienza e al contempo imparano a confrontarsi, in un clima di fiducia e sotto la supervisione degli adulti.

Non è tutto: a Trento, Families-Share è anche entrata in azienda, con l’organizzazione di attività per i figli dei dipendenti all’interno della Fondazione Bruno Kessler, ente di ricerca in ambito scientifico e tecnologico che impiega più di 600 persone. Un centinaio di famiglie ha già preso parte ai “friday lab” e ai “summer camp” interni ma, soprattutto, il tempo che i genitori dedicano ai bambini viene considerato al pari di una normale attività lavorativa. «La direzione ha riconosciuto che la possibilità di gestire famiglia e lavoro in serenità è un valore aggiunto che può essere monetizzato, con vantaggi anche per il benessere aziendale», specifica Massimo Zancanaro, docente di informatica all’Università di Trento e responsabile dell’unità di ricerca in Fondazione. Come dire: genitori soddisfatti, lavoratori produttivi. Alla FBK ne sono così convinti che hanno già preso contatti con Confindustria per estendere nei prossimi mesi la sperimentazione anche in altre realtà produttive. «Serve un cambiamento culturale che ci faccia capire che la genitorialità non è un freno per il lavoratore ma un capitale sociale su cui investire», sottolinea Zancanaro. «Pratiche come queste dimostrano che si può fare, non è poi così difficile».

Cambiare il mondo, in fondo, è un gioco da ragazzi.

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