Al rogo tutte le opere che educano alla diversità

Grazie alla segnalazione dei lettori e alla collaborazione con diverse organizzazioni che si battono per la libertà di espressione come Pen International, la biblioteca continua a comprare libri messi all’indice, in lingua originale o in inglese. Quello che alcuni vorrebbero cancellare, qui è in bella mostra alla portata di tutti: l’unico ad essere bandito è il politically correct. Volendo, infatti, si può prendere in prestito anche il Mein Kampf, perché dice Wieslander, «non bisogna aver paura delle idee che non ci piacciono, nemmeno delle più odiose». E se il libro che al mondo ha ricevuto più richieste di sequestro in assoluto è Harry Potter di J.K. Rowlings, inviso ai fondamentalisti evangelici spaventati da occulto e stregonerie, alla Dawit Isaak si trova anche Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni, storia di due macchie di colore che abbracciandosi diventano verdi e per questo non vengono riconosciute dai genitori. Un classico della letteratura per l’infanzia del 1959, Premio Andersen 2001 per il miglior libro mai premiato, un evocativo invito ad andare oltre le apparenze che però dava evidentemente sui nervi al sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, che nel 2015, appena eletto, decise di vietarlo, consegnandolo alla futura memoria della biblioteca svedese sulla censura. 

Vi ricordate la polemica? Brugnaro l’aveva inserito in una lista di 49 testi per bambini da eliminare dalle scuole del suo comune, una decisione clamorosa che aveva provocato una levata di scudi in tutta Italia ed era rimbalzata fin sulla prima pagina del New York Times; persino Elton John, proprietario di una casa in Laguna, aveva polemizzato su Instagram con il neosindaco, dandogli senza mezzi termini dello stupido e del bigotto. I libri in questione erano il risultato di un progetto sull’educazione alle diversità approvato dall’amministrazione precedente e voluto da Camilla Seibezzi, all’epoca delegata per i Diritti civili e contro le discriminazioni: un migliaio di copie scelte da pedagogisti ed educatori per combattere gli stereotipi nella scuola dell’infanzia, che avevano fatto scattare in Brugnaro la crociata contro la famigerata “idelogia gender”. «Di questi, di fatto soltanto tre o quattro parlavano espressamente di omogenitorialità ma il sindaco non voleva sentir ragioni – racconta oggi Seibezzi – almeno fino a quando si è reso conto del clamore che aveva suscitato e ha fatto retromarcia». Tutti i titoli della bibliografia proposta agli insegnanti vengono così riabilitati tranne due, bollati come propaganda lgbtq: il già citato capolavoro di Lionni e Piccolo uovo di Francesca Pardi, illustrato da Altan, in cui un ovetto fa visita a diverse famiglie per scegliere quella in cui schiudersi. Età suggerita, 4 anni. Alla fine, Brugnaro promette che i libri espulsi dalle scuole (e pagati dai contribuenti) verranno destinati alle biblioteche di Venezia ma in realtà, come testimonia Seibezzi, molti sono semplicemente finiti ad ammuffire negli armadi del Comune, ancora chiusi negli scatoloni.

Il problema in Italia non si limita certo alle intemperanze di un singolo sindaco: molti episodi simili si sono susseguiti negli anni, pur senza il clamore riservato a Brugnaro. Lo conferma l’Aib, l’Associazione Italiana Biblioteche, che nel 2018 ha sentito la necessità di creare un Osservatorio sulla censura per vigilare sui ripetuti attacchi alla libertà di lettura. «Il provvedimento di Venezia è stato il campanello di allarme di un fenomeno che anche nel nostro paese sta assumendo dimensioni inquietanti – spiega Milena Tancredi, referente dell’Osservatorio – con la scusa che sono i genitori a dover decidere dell’educazione sessuale dei figli, sono sempre di più gli amministratori che pretendono di mettere le mani negli scaffali per decidere cosa va bene e cosa no». Ancora una volta, vengono presi di mira soprattutto i testi per bambini che parlano di inclusione, di coppie omoaffettive e di famiglie arcobaleno: succede a Genova, a Carate Brianza, a Verona, in provincia di Modena e di Nuoro. Le intromissioni nel lavoro dei bibliotecari sono innumerevoli: a Spinea, vicino a Venezia, nel 2019 una mozione in consiglio comunale chiede al sindaco di togliere i libri “gender” dalla sezione per bambini della biblioteca locale, mentre l’anno scorso un consigliere comunale di Ferrara ha preteso di valutare se i testi da acquistare per la biblioteca fossero «adeguati ai cittadini e alle aspettative degli elettori». 

«L’ingerenza della politica nella scelta dei libri da adottare è diventata decisamente pesante – commenta Tancredi – Si tratta di episodi gravi, che contravvengono ai principi fondamentali della libertà di espressione e del diritto alla conoscenza». Il caso più clamoroso si verifica a Todi, in provincia di Perugia quando, nel 2017, la direttrice della biblioteca comunale Fabiola Bernardini viene rimossa dal suo ruolo e trasferita ad un altro incarico, in seguito al rifiuto di fornire all’assessora alla Famiglia un elenco dei libri che potrebbero avvicinare i bambini a “un’ottica di genere”. Bernardini reagisce e fa causa al Comune, l’Aib si costituisce parte civile, un’interrogazione solleva il caso persino in Senato ma fino ad ora la situazione non è cambiata: l’ennesima udienza del processo si terrà il prossimo 25 novembre e l’ex bibliotecaria è ancora a compilare atti amministrativi nell’ufficio Urbanistica. Anzi, qualcosa è successo: sempre a Todi, lo scorso giugno è stato organizzato un festival del libro con patrocinio di Regione e Comune, in cui la casa editrice Altaforte giocava la parte del leone, forte del sostegno di Casapound alla giunta di centro-destra. C’era anche una sezione di libri per bambini e si può immaginare che anche qui Piccolo blu e piccolo giallo non fosse fra i titoli di punta.

Lo spauracchio del “gender” non è comunque soltanto un virus nostrano: negli Stati Uniti, 8 libri su 10 di cui viene richiesta la rimozione dalle biblioteche e dalle scuole trattano in qualche modo  di identità sessuale. Secondo la Ala, l’American Library Association, nel 2019 i tentativi di censura nel paese sono aumentati di quasi un quinto; neanche a dirlo, i libri per bambini con personaggi Lgbtq costituiscono l’80% dei titoli più contestati, con 377 richieste di rimozione nel 2019 per un totale di 566 libri presi di mira. È un trend che va avanti almeno dal 2015 e che mira a decostruire immagini positive di esperienze non eterosessuali, favorendo di fatto l’esclusione sociale di chiunque venga considerato “fuori dalla norma”. 

Di fronte a questo scenario, fare memoria per arginare le nuove forme di oscurantismo è fondamentale: dal 1982 negli Stati Uniti si tiene la “Banned Books Week” (l’edizione di quest’anno si svolge dal 26 settembre al 2 ottobre), una kermesse in difesa della libertà di lettura e di informazione, e in Italia l’Aib, oltre al monitoraggio dei singoli casi di censura, ogni 10 maggio organizza la rassegna “Libri salvati”, letture pubbliche delle opere finite sotto accusa, per ricordare il Bücherverbrennungen, il rogo dei libri imposto dai nazisti nel 1933. Sulla stessa linea in Germania è stata creata Die Kasseler Liste, un database (provvisorio e in continua espansione) che raccoglie 125mila titoli di opere censurate, dall’Indice dei Libri Proibiti, voluto nel 1559 da papa Paolo IV,  fino a oggi: un esperimento comprensibilmente «pieno di lacune», come sottolineano gli stessi ideatori, ma che serve a restituire la vastità del fenomeno. Il progetto, nato dalla collaborazione fra l’università di Kassel e la British Columbia, è l’ideale prosecuzione del“Parthenon of books”, la gigantesca installazione costituita da 70mila libri vietati, che l’artista Marta Minujín ha eretto nel 2017 nella Friedrichsplatz di Kassel, famigerata protagonista di uno dei tanti Bücherverbrennungen nazionalsocialisti. 

E se oggi bruciare i libri non è più di moda, la censura trova comunque altri sistemi per agire: a Budapest, per esempio, negli stessi giorni in cui veniva inaugurata la Biblioteca di Malmö una giovane deputata del Parlamento ungherese ha strappato a favore di telecamere delle antologie di fiabe rivisitate in chiave Lgbtq. Dóra Dúró, vicepresidente del partito di estrema destra Mi Hazánk Mozgalom (che in italiano suona come il Movimento Nostra Patria), ha gridato indignata alla“propaganda omosessuale”, facendo scattare il boicottaggio in tutto il paese. Lo stesso Viktor Orbán, interpellato in proposito, ha dichiarato: «l’Ungheria è paziente con l’omosessualità ma quando è troppo, è troppo: lasciate in pace i nostri bambini». La pazienza deve essergli durata poco, visto che il 15 giugno 2021 il Parlamento ungherese ha approvato una legge che, paragonando di fatto omosessualità a pedofilia, vieta ai minori di diciotto anni le opere che osano affrontare la questione dell’identità di genere. Prova, ancora una volta, che eliminare i libri è sempre un sinistro presagio di ulteriori, e più tragici, attentati alla libertà e ai diritti di tutti.

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