L’8 per mille ai preti pedofili, i soldi dei fedeli usati per aiutare il sacerdote accusato di molestie

Di Federica Tourn

Domani, 14 novembre 2022

Undicesima puntata dell’ampia inchiesta che Federica Tourn sta conducendo per il quotidiano Domani sugli abusi all’interno della chiesa cattolica in Italia.

I vescovi italiani usano i fondi statali dell’8 per mille anche per tutelare i sacerdoti accusati di pedofilia, come se le denunce delle vittime e i processi che ne conseguono fossero una persecuzione contro la Chiesa cattolica. E questi pedofili protetti sono numerosi, più di quelli rilevati dalla giustizia dello stato. È l’imbarazzante realtà che sta emergendo dal processo per violenza sessuale su minori (articoli 81 e 609 bis del codice penale) a carico di don Giuseppe Rugolo, in corso al tribunale di Enna.

Per il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana è durissima l’udienza fiume del 10 ottobre scorso, durante la quale ha deposto come testimone. Esita, si confonde, non ricorda: di fronte alle contestazioni degli avvocati di parte civile, che gli leggono le intercettazioni con le sue dichiarazioni, si contraddice, in evidente difficoltà, tanto che il procuratore lo richiama più volte fino ad ammonirlo «a mettersi d’accordo con sé stesso».

È una giornataccia, il 10 ottobre, per monsignor Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina. Al tribunale di Enna si sta svolgendo un’udienza fiume del processo a don Giuseppe Rugolo, sacerdote della diocesi accusato di aver abusato di tre ragazzi, e il vescovo, interrogato come testimone dal procuratore capo di Enna Massimo Palmeri e dalla pm Stefania Leonte, è in evidente imbarazzo. È dal gennaio 2021, da quando la storia di don Giuseppe è arrivata a conoscenza dell’opinione pubblica, che monsignor Gisana si tormenta: pensava di aver chiuso la faccenda nel 2019 con l’indagine ecclesiastica e il conseguente trasferimento del sacerdote a Ferrara, lontano dagli occhi e dai pettegolezzi dei fedeli, e invece il peggio doveva ancora venire. La denuncia alla polizia di una delle vittime, Antonio Messina, ha infatti messo in moto l’inchiesta della procura di Enna e il conseguente arresto e rinvio a giudizio del sacerdote, come abbiamo raccontato su Domani del 3 luglio 2022, e ora il vescovo deve rendere conto in un’aula di giustizia, seppure come testimone, di quel che ha detto e – soprattutto – di quel che non ha detto sul conto dei suoi preti.

L’imputato del processo che si è aperto a Enna il 7 ottobre 2021, sia chiaro, è soltanto don Rugolo,  che dovrà rispondere di violenza sessuale su minori, secondo gli articoli 81 e 609 bis del codice penale. Dalle intercettazioni e dagli atti del processo, oltre che dal dibattimento che si svolge a porte chiuse, emerge però un’immagine della chiesa fatta di omertà e di sacerdoti preoccupati di salvaguardare in ogni modo il proprio buon nome, anche a costo di sacrificare la sicurezza dei bambini. Molti degli abusatori, infatti, non potrebbero continuare a commettere reati se il vescovo li segnalasse subito all’autorità giudiziaria: i preti pedofili possono continuare ad agire indisturbati perché c’è un sistema, la chiesa, che li copre e li protegge mantenendo il silenzio sulle loro azioni anche di fronte alle denunce delle vittime.

Lo sa bene il vescovo Gisana quando, durante una telefonata con lo stesso Rugolo, intercettata dagli inquirenti, ammette apertamente di aver coperto il fatto: «il problema – dice testualmente – è anche mio perché ho insabbiato questa storia». Rugolo, agli arresti domiciliari dal 27 aprile 2021, però, non è l’unica «patata calda», come la definisce lo stesso Gisana, di cui ha dovuto occuparsi. Secondo un’intercettazione prodotta in aula, ci sono altri preti pedofili tuttora attivi nelle parrocchie della diocesi, casi problematici di cui il vescovo discute al telefono con il suo vicario, don Antonino Rivoli, che si mostra al corrente dei fatti. «In aula emerge che il vescovo era a conoscenza di altri abusi – conferma Antonio Messina – Sacerdoti che non ha denunciato ma, anzi, ha provveduto a “promuovere” con incarichi in diocesi». In un’intercettazione letta in aula e riportata da Messina, si apprende che uno di questi, lo chiameremo don Mario, ha abusato di un minorenne, oggi anche lui prete. Gisana nella telefonata dice espressamente che è una fortuna che la vittima non abbia mai denunciato don Mario, perché altrimenti sarebbe stato certamente ridotto allo stato laicale. «Entrambi, l’abusatore e la sua vittima – precisa Messina – sono stati nominati dal vescovo parroci in due chiese della diocesi nelle due settimane precedenti l’udienza». Alla richiesta di spiegazioni da parte dell’avvocata di Messina Eleanna Parasiliti, il vescovo scatta: «E questo cosa c’entra?».

La vittima, insomma, sarebbe stata premiata per il suo silenzio.

Non è tutto. Il vescovo, oltre a don Mario, si era già “preso cura” di altri preti speciali. Alcuni nomi vengono letti in udienza; fra questi c’e quello di un sacerdote, don Vincenzo Iannì, all’epoca settantottenne, già rinviato a giudizio per violenza sessuale su una ragazzina nel 2019, secondo gli articoli 609 e 61 del codice penale. Come si legge nella relazione della Corte d’Appello di Caltanissetta che riporta il caso, il prete, approfittando della situazione di indigenza della famiglia, aveva invitato l’adolescente a venire da sola in canonica, dove aveva abusato di lei. Iannì nel 2018 era stato nominato da Gisana viceparroco della parrocchia di Santa Lucia a Gela, in uno dei quartieri più disagiati della città; risulta sempre incardinato nella diocesi ma al momento è irreperibile.

«Oltre a questi – aggiunge Antonio Messina – io avevo segnalato sin dai miei primi colloqui con il vescovo, e anche durante l’indagine previa, un altro sacerdote che adescava ragazzini, compagno di seminario di Rugolo. Me ne aveva parlato Rugolo stesso quando frequentavo la parrocchia ad Enna. Nessuno però ha fatto nulla e oggi questo prete è parroco della diocesi con incarichi importanti a contatto con i minori». Sempre a Gela, un carabiniere, catechista della chiesa Madre, è stato rinviato a giudizio dal Gup a febbraio 2022 per violenza sessuale sul figlio minore e maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie. Nonostante questo, rimane un punto di riferimento in parrocchia, tanto che a Pasqua, durante la celebrazione della settimana santa, lo si vede portare il Cristo morto in processione e compare anche sull’altare lo scorso settembre, in occasione della ricorrenza di Maria Santissima dell’Alemanna, patrona di Gela.

Sono tante, quindi, le “patate calde” che monsignor Gisana è abituato a gestire dalle stanze del palazzo vescovile, con la collaborazione del consiglio episcopale e dei sacerdoti a lui più vicini, senza mai ritenere necessario informare le autorità civili. All’Ansa, quando era scoppiata la bomba di don Rugolo a Enna, alla domanda di spiegazioni su questo sacerdote accusato di avere abusato di un minore ad Enna negli anni tra il 2008 e il 2013, il vescovo aveva risposto candidamente: «Non ho capito di chi si parli. Abbiamo tanti casi». Casi di cui però non si deve sapere, risolti spostando i preti “inquieti” di parrocchia in parrocchia (ma senza badare a tenerli lontano dai bambini) e scoraggiando le denunce che, quando raggiungono le orecchie dei sacerdoti, vengono quasi sempre opportunamente blindate dentro il segreto confessionale.

Il sacramento della confessione è infatti una vera e propria arma a cui il clero ricorre quando è messo alle strette: lo si vede proprio da come Gisana e il suo entourage gestiscono il caso Rugolo. Sentito come persona informata sui fatti nel gennaio 2021, il vescovo dichiara che non ha avuto nessun’altra segnalazione a carico del sacerdote sotto accusa, a parte quella già nota di Messina, e omette di rendere noto agli inquirenti che un altro ragazzo, Cesare (nome di fantasia), già nel 2015 era venuto da lui a denunciare di aver subito molestie proprio da Rugolo. Dalle intercettazioni agli atti emerge come Gisana sia preoccupato per questa sua reticenza, tanto da congetturare con il fido Rivoli su come riparlarne in un secondo tempo: «e quindi, non so… per questa cosa… eventualmente gli dirò: io ho avuto delle confessioni, le confessioni non si dicono, mi dispiace!». Per chiedere istruzioni su come comportarsi, chiama addirittura un certo don Paolo, sia prima che dopo l’interrogatorio in procura. Don Paolo, che risponde da un’utenza del Governatorato della Città del Vaticano, prima lo invita a non andare da solo in procura ma a farsi accompagnare dall’avvocato, e poi lo  rassicura dicendogli che ha fatto bene a non raccontare di Cesare, perché per la legge canonica non può riferire né il contenuto né il fatto stesso dell’avvenuta confessione. Quando a marzo viene sentito nuovamente dal procuratore, il vescovo decide comunque di correggere il tiro e ammette di aver parlato tre volte con Cesare ma, appunto, soltanto in confessione; circostanza poi smentita in udienza dal ragazzo stesso, che ha sottolineato di aver avuto con il vescovo anche un colloquio in episcopio.

Gli intrighi ad Enna, però, non si limitano al clero. Dalle intercettazioni telefoniche emerge anche un incontro privato fra il vescovo e il colonnello dei carabinieri Saverio Lombardi, poi rinviato a giudizio per tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità, cioè in sostanza accusato di aver abusato del suo potere a fini personali. Il colonnello, infatti, avverte il vicario, con cui è in un rapporto di evidente confidenza, che vuole incontrare in via riservata il vescovo a proposito di Rugolo. Avvisato dal vicario, Gisana acconsente e l’ufficiale lo raggiunge all’episcopio, di sera e perdipiù in borghese. Qual è il motivo di tanta prudenza? Lo spiega candidamente il vescovo stesso agli inquirenti: Lombardi voleva consigliargli di cercarsi un altro avvocato, per il presunto coinvolgimento di quello scelto da Gisana (su consiglio di Rivoli) n un’indagine per associazione mafiosa. Il processo al colonnello Lombardi, trasferito a Lecce come capo ufficio del personale, è iniziato al tribunale di Enna il 5 luglio.

È un altro dei tanti tasselli che non combaciano nella diocesi di Piazza Armerina e che l’azione giudiziaria nei confronti di don Rugolo sta portando a galla. Reticenze, contraddizioni e coperture tratteggiano una comunità ecclesiale divisa da un clima avvelenato, in un’intricata ramificazione di confidenze e pettegolezzi che si estende dal palazzo vescovile alle canoniche, con l’unico obiettivo di far emergere il meno possibile sui peccati e i peccatori della diocesi. Per il bene della chiesa, ovviamente, e con buona pace delle vittime dei preti pedofili.

Questi sacerdoti dal doppio volto, uno per gli intrighi e l’altro per le messe e le processioni, sembrano quasi personaggi di un romanzo di Sciascia. Fra tutti, il più ambiguo è proprio il vescovo: mentre proclama di aver condotto l’indagine ecclesiastica con zelo, ascoltando tutte le parti in causa, tralascia di menzionare il fatto che ha lasciato passare anni prima di occuparsi concretamente di Rugolo, per poi trasferirlo altrove, come se fosse davvero uno studente in trasferta e non un pedofilo recidivo. Come emerge dagli atti, nel 2015 Gisana riceve la prima segnalazione da Cesare e l’anno successivo un sacerdote, padre Fausciana, gli racconta di aver ricevuto da Antonio Messina una denuncia di abuso a carico di Rugolo, ma lui attende ancora più di tre anni prima di allontanare il prete da Enna e di instradarlo verso una periodo di “cura e riflessione” a Ferrara, sotto l’ala protettrice del vescovo della città estense Gian Carlo Perego. Periodo in cui, tra l’altro, Rugolo continua ad avere contatti con i minori e anche ad intrattenere relazioni sessuali con giovani adulti, come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare. In tutto questo tempo, Gisana non sente mai la necessità morale di verificare le accuse a questo giovane prete tanto brillante, né di rivolgersi all’autorità giudiziaria per raccontare quello che sa; anzi, nel 2018, dopo che ha già ricevuto la denuncia dei genitori di Antonio Messina, addirittura lo promuove a parroco della chiesa di San Cataldo a Enna.

Monsignor Gisana, con il suo colpevole prendere tempo e voler risolvere le cose “in famiglia”, è sordo anche ai richiami di papa Francesco, che con il motu proprio “Vox estis lux mundi”, invita il clero e la chiesa tutta alla segnalazione degli abusi. A tratti sembra trascinato dagli eventi, quasi incredulo che tutto stia capitando proprio a lui, che ha cercato di occuparsi dei suo preti come un padre fa con i figli. Un padre premuroso che, come si apprende in udienza ha coperto ventimila euro di un debito di don Rugolo con i soldi dell’otto per mille nell’ottobre 2019, a cui ha aggiunto altri quindicimila nell’estate del 2020 perché il prete lamentava di non farcela nel suo esilio ferrarese soltanto con i soldi della retta.

Senza menzionare le spese legali (di Rugolo e almeno l’anticipo per l’avvocato di Gisana, altri ventimila euro), anche queste pagate con i soldi dell’otto per mille. Invece, come racconta la famiglia Messina e abbiamo già scritto su Domani, è dalla Caritas che Gisana aveva pensato di prelevare venticinquemila euro da dare ad Antonio: accordo che non si è concretizzato «perché – dice Messina – ho ritenuto illecita e immorale la proposta di una donazione come risarcimento per la violenza subita, soldi che in più il vescovo voleva darmi in contanti».

Il vicario generale, dal canto suo, si preoccupa solo per il vescovo, che è stato travolto dagli eventi, mentre non ha certo parole di comprensione cristiana per Rugolo, definito senza mezzi termini «buttana» e «questa troia» nelle conversazioni con altri preti intercettate dagli inquirenti. Non è tenero nemmeno con la vittima, che viene definita un «bastardo». Interrogato in procura il 27 gennaio 2021, però, è imbarazzato, le parole gli mancano e a domanda esplicita dice di non sapere se Rugolo abbia adescato anche altri minori o intrattenuto rapporti consenzienti con adulti. È talmente reticente che gli inquirenti devono ricordargli che il vescovo è già stato interrogato e dunque sanno che lui, il vicario, è al corrente dei fatti. Al telefono con sacerdoti amici, però, è tutta un’altra musica: fra bestemmie e imprecazioni, don Rivoli non risparmia epiteti nemmeno per i Messina, che ritiene responsabili di aver fatto emergere la vicenda, e per don Giuseppe Fausciana, il parroco di Enna che ha incoraggiato Antonio a denunciare il suo abusatore e che, secondo il vicario, sarebbe stato spinto da gelosia nei confronti di Rugolo.

Quanto ad Antonio Messina, la teoria che monsignor Gisana spaccia a un altro prete, tale don Angelo, è che il ragazzo abbia dichiarato di essere stato violentato per giustificare la propria omosessualità a spese di don Rugolo: «tu li conosci questi omosessuali, non è che noialtri veniamo da Marte, sono fatti così – si sente in un’intercettazione letta in aula durante l’ultima udienza – amano o odiano in maniera viscerale, questa è una pura vendetta di una persona innamorata e che è stata respinta». «In aula sono emersi chiaramente i pregiudizi di Gisana nei confronti degli omossessuali – commenta Antonio Messina – Il vescovo ha messo in dubbio l’attendibilità delle mie accuse sulla base della mia identità sessuale».

Omofobia e pregiudizi, che vanno a inquinare ulteriormente un clima già avvelenato, pieno di segreti e gelosie interne. Eppure monsignor Gisana, alla fine degli anni Ottanta, quando era un giovane prete ordinato da poco, aveva un atteggiamento diverso verso le persone lgbt. Disponibile e accogliente, aveva anche supportato a Modica, la sua città natale, la fondazione dei Fratelli dell’Elpis, un gruppo di credenti gay. «Don Rosario era la mia guida spirituale e in un clima che nella chiesa e nella società era di totale chiusura sul tema, lui era l’unico a parlare dell’amore omosessuale come di una cosa normale», testimonia Carmelo Roccasalma, fondatore dell’Elpis. Dato che all’epoca Carmelo non aveva ancora fatto coming out in famiglia, don Gisana aveva messo a disposizione l’indirizzo di casa sua per la posta dell’Elpis, fino al trasferimento del gruppo nella chiesa del Santissimo Crocifisso della Buona Morte a Catania. È stata talmente determinante l’influenza di Gisana sui primi anni dell’Elpis che nel 2015 è stato chiamato a partecipare come ospite, insieme all’arcivescovo di Catania Salvatore Gristina, alla celebrazione del venticinquesimo anniversario del gruppo parrocchiale. Difficile far combaciare il ritratto del giovane sacerdote progressista dipinto da Roccasalma con il vescovo a cui oggi viene chiesto di dare conto delle dichiarazioni omofobiche nei confronti di un ragazzo gay vittima di abusi.

Ancor più difficile riconoscere in questo quadro l’immagine di una chiesa che dichiara di seguire papa Francesco nella politica di tolleranza zero sugli abusi contro i minori, con conseguente trasparenza sui sacerdoti pedofili o i vescovi insabbiatori. Ne parlerà la Cei il 18 novembre, in occasione della Giornata nazionale di preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi?

Interpellato da Domani, il vescovo Gisana si è rifiutato di rilasciare interviste. La prossima udienza del processo a Giuseppe Rugolo è fissata per il 17 gennaio.

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