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La rivincita di Casale Monferrato

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Di Claudio Geymonat (Riforma, 22/02/2018)

“La rivincita di Casale Monferrato” è il titolo del documentario d’inchiesta che racconta le vicende della città simbolo nel mondo della battaglia contro l’amianto. Meglio dire che racconta le vicende di una comunità, perché a venir presentate sono le storie di donne e uomini che da decenni lottano per veder riconosciuta la nocività delle polveri create dall’azienda Eternit, la più grande fabbrica d’amianto in Europa. Storie di dolore, che sono divenute storie di resistenza prima e di speranza poi, quando Casale, dopo aver pagato un prezzo di oltre 3 mila morti – con ancora oggi decine di nuovi casi all’anno di mesotelioma pleurico e altri tumori polmonari – mano a mano è divenuta una delle città in cui il processo di eliminazione dell’asbesto dagli edifici pubblici e privati è sostanzialmente completato. Un’operazione immane, dal momento che il nostro stivale è ricoperto da nord a sud da colate di cemento-amianto ( si stimano fino a 300 mila siti contaminati).

La giornalista Rosy Battaglia, coadiuvata al montaggio dal film-maker Marco Balestra, ha realizzato un’inchiesta frutto di anni trascorsi a fianco dei cittadini e delle istituzioni che in ogni maniera hanno tenuta alta l’attenzione sul tema, perché non uscisse mai dall’agenda dei media, della politica, della magistratura. C’erano molti di questi protagonisti alla serata torinese al circolo della Stampa il 20 febbraio, per la prima nazionale del documentario: Giuliana Busto, presidente dell’Afeva, associazione che riunisce i famigliari e le vittime dell’amianto; Concetta (Titti) Palazzetti, Sindaco di Casale Monferrato, la cui amministrazione sta completando la bonifica del territorio e nel 2016 ha inaugurato il parco pubblico EterNot, proprio dove dal 1907 sorgeva lo stabilimento responsabile di così tanti lutti; Silvana Mossano, giornalista de La Stampa e Massimiliano Francia, giornalista de Il Monferrato, che dagli anni ‘80 hanno raccontato lo stupore prima, la presa di coscienza quindi e le battaglie infine di questa fetta di Piemonte. Con loro in sala Beppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale della stampa e l’ex magistrato Giancarlo Caselli coordinati da Stefano Tallia, segretario dell’ Associazione Stampa Subalpina.

La particolarità di questo prodotto giornalistico è di esser stato realizzato grazie ad una campagna “dal basso” di raccolta fondi, promossa da Banca Etica, cui hanno partecipato con donazioni singoli cittadini, associazioni, enti pubblici.

La sindaca Palazzetti, che in questi mesi sta guidando Casale nella candidatura quale città italiana per la cultura in uno dei prossimi anni, nel suo intervento ha citato innanzitutto «il grande dolore vissuto dall’intera comunità alla notizia, lo scorso dicembre, della caduta dell’accusa di omicidio volontario ai danni del magnate Stephan Schmidheiny, proprietario dell’Eternit. Ma da quel momento, quando ci è stato detto che purtroppo non sempre diritto e giustizia coincidono, siamo ripartiti con ancora maggior forza, perché la nostra lotta non è finita. Per questo devo ringraziare i giornalisti che in questi anni hanno raccontato la nostra storia, che ha fatto il giro del mondo ed è diventata esempio per tanti».

Giuliana Busto ha ricordato come «l’amianto a Casale Monferrato non c’è più, ma è presente in tante altre città, e chi era bambino negli anni 80’ ancora si ammala. Non possiamo smettere di lottare e l’informazione dovrà accompagnare la nostra lunga battaglia. Non siamo qui soltanto per piangere i nostri morti, ma per continuare a testimoniare e a aiutare anche altre realtà che stanno vivendo condizioni simili alle nostre».

L’Eternit ha chiuso nel 1986, l’amianto è fuorilegge dal 1992, eppure nel nostro Paese ancora troppi sono gli edifici, le strade, gli argini, in cui è presente. «Ecco anche uno dei motivi per cui questo documentario deve girare in tutta Italia – ha ricordato Beppe Giulietti-; perché ci sono casi analoghi altrove, con altri inquinanti magari, altre problematiche, e il compito di bei prodotti giornalistici come questo è proprio di testimoniare, tenere accesa la luce».

Il vero spirito che pervade la serata? La voglia di andare oltre, perché se nell’immaginario Casale è la città dell’amianto, dal 2020 sarà la prima in Italia e in Europa ad esserne priva in toto.  Poi c’è un processo bis da celebrare, che seppur in parte depotenziato, sarà l’ennesimo tentativo di far coinvolgere diritto e giustizia. Sperando sia la volta buona. Per poter girare veramente pagina.

Per info sul progetto e sulle prossime date di proiezione del documentario visitare il sito www.cittadinireattivi.it o scrivere a cittadinireattivi@gmail.com. Intanto sono previste due proiezioni, la prima il 16 marzo ancora a Torino al Centro Sereno Regis di via Garibaldi, e il 28 aprile a Casale Monferrato, in concomitanza con la giornata mondiale delle vittime dell’amianto.

Tunisia, tra povertà e integralismo

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Di Federica Tourn (Jesus, gennaio 2018)

Di notte Tunisi è una sterminata spianata scintillante, una metropoli di oltre due milioni di abitanti sparsi su un territorio di duecento chilometri quadrati che racchiude il nero del lago omonimo. A guardarla  più da vicino, però, si notano macchi di buio, quando le luci cedono all’oscurità in corrispondenza delle tante cité, i quartieri popolari dove le strade si stringono nei vicoli e l’illuminazione scarseggia. Ironia della sorte, la grande arteria che taglia in due la città prende il nome dal venditore ambulante che si è immolato contro le disuguaglianze: boulevard Mohamed Bouazizi divide come uno spartiacque zone ricche e luoghi disagiati, da una parte il Bardo con la sua cultura e i suoi locali e dall’altra la Cité Ettadhamen, l’agglomerato costruito illegalmente negli anni ’70 dove viveva l’attentatore che ha sparato a due poliziotti davanti al Parlamento, lo scorso 1° novembre. Quartieri blindati di ambasciate, adorne di zagare e gelsomini, e sterrate coperte di baracche costruite fra i rifiuti, dove l’acqua ristagna e le case non hanno finestre, in una vicinanza scomoda, impenetrabile, che inasprisce le tensioni.

LEGGI L’INTERO ARTICOLO QUI: Tunisia

foto Stefano Stranges

 

 

La marcia di solidarietà attraverso il confine, lungo il sentiero dei migranti

CLAVIERE

Claudio Geymonat (Il Manifesto, 16/1/2018)

In alta val di Susa l’«emergenza» migranti non accenna a diminuire, nonostante le condizioni atmosferiche estreme. «Da 25 anni i politici ci spiegano che il Treno ad Alta Velocità è un’opera indispensabile per spostare in maniera rapida merci e persone. In questa stessa valle gli stessi politici sprangano le frontiere in faccia a donne, uomini, ragazzi, che arrivati qui dopo un viaggio nemmeno immaginabile, chiedono soltanto di proseguire il cammino. Qualcosa non funziona». Maria Grazia è tra le centinaia di persone che domenica scorsa hanno partecipato alla marcia attraverso la frontiera italo-francese per offrire sostegno ai tanti che tentano di passare il confine ma vengono respinti dalla polizia o dal gelo. Avanza nella neve con in mano la bandiera del movimento NoTav, una seconda pelle per tanti in questo lembo di Italia, tornato di nuovo alla ribalta delle cronache da quando le rotte dei migranti, di chiusura in chiusura, sono arrivate fin quassù. Con lei molta gente a piedi, da Claviere, ultimo Comune italiano, a Montgenèvre, il primo paese oltralpe.

Domenica era anche la giornata mondiale del migrante, e da Mentone è giunta la notizia di una nuova vittima, un ragazzo fulminato sul tetto di un treno mentre cercava di entrare in Francia. Chi arriva in val Susa ha già provato a passare da Ventimiglia. Respinto, tenta ora qui la sorte.

Un rischio enorme, amplificato dal vestiario non consono. Solo sabato notte alla stazione di Bardonecchia, ultimo scalo ferroviario su suolo italiano, sono arrivate 30 persone, un numero record in questo periodo di gelo. «Una situazione seria – racconta Paolo Narcisi, medico rianimatore dell’ospedale Cto di Torino e membro dell’associazione Rainbow for Africa che qui offre un presidio sanitario permanente-. Nella saletta della stazione non ci stavano tutti, abbiamo dovuto mobilitare un albergo. E nel pomeriggio avevamo soccorso 7 ragazzi con principi di congelamento agli arti, scaricati dalla polizia francese». Si, perché qui il ping – pong è continuo: chi viene sorpreso fra i boschi o sulle strade, viene rastrellato dalla Gendarmerie e riportato in Italia. Avanti e indietro, fino al nuovo tentativo.

La camminata è organizzata da una rete solidale transfrontaliera, Briser Les Frontières (Abbattere le frontiere), nata in questi mesi sull’onda dell’emergenza che si occupa di forniture di cibo, vestiario, aiuti vari.

Proprio in queste settimane in Francia il dibattito si è infuocato attorno alla nuova legge pronta per esser varata da Macron: una stretta ulteriore in materia di accoglienza, tanto che sono centinaia le associazioni che stanno protestando ed hanno anche avanzato un ricorso al Consiglio di Stato per bloccare parte del provvedimento.

«Una legge peggiore di quella dei tempi di Sarkozy»-. Non ha dubbi Valérie, arrivata dalla vicina Briançon per portare la vicinanza di una piccola cittadina in prima linea nell’ ospitalità verso chi riesce a superare i valichi e i controlli. Ci spiega che «la montagna è come il mare; il soccorso di chi è in difficoltà è la prima regola. Le autorità ci convocano perché teniamo in casa questi ragazzi per alcune notti o perché ci preoccupiamo di spiegare loro quali diritti hanno. Oggi è importante essere qui per ribadire l’assurdità della situazione e per denunciare una classe dirigente, italiana e francese che non è capace di farsi carico della questione, ed è solo in grado di fornire una risposta di chiusura».

Sotto lo sguardo un po’ stupito degli sciatori domenicali il corteo fiancheggia le piste, supera il confine e infine si scioglie, sempre scortato da carabinieri e polizia francese. Certamente nel frattempo c’è stato qualche nuovo arrivo in stazione. L’emergenza non aspetta.

 

 

Non diritto di asilo

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Claudio Geymonat (Riforma.it, 12 gennaio 2018)

Ieri 11 gennaio in Francia è stata presentata dal Primo ministro Edouard Philippe alle associazioni e enti di assistenza la nuova proposta di legge su immigrazione e diritto di asilo. La norma è stata oggetto di critiche da varie parti, anche dal fronte più vicino al presidente Emmanuel Macron, in quanto iscrive la politica francese nel quadro di una dissuasione sistematica all’ingresso nel Paese. Il testo finale dovrebbe essere presentato in Consiglio dei Ministri a febbraio e pare assai lontano dai concetti di “migliore accoglienza dei rifugiati” e “miglior rimpatrio” che sono stati gli slogan del governo in materia.

Innanzitutto, il documento introduce una vera corsa contro il tempo per il richiedente asilo, che vedrà scendere dagli attuali 120 a 90 i giorni per presentare la domanda. I tempi di un eventuale ricorso di fronte ad una domanda non accettata scendono da un mese a 15 giorni. Punti delicati, dal momento che oggi ci vogliono circa 30 giorni lavorativi per ottenere un appuntamento in prefettura.

Laurent Giovannoni di Secours Catholique lamenta su questo punto un’ assenza di risorse aggiuntive per diminuire i tempi di attesa e gestione delle singole pratiche: «Ci viene detto che si vogliono ridurre le tempistiche ma viene proposto solo un taglio dei tempi senza un progetto alternativo».

In effetti il governo ha previsto la creazione in bilancio di 150 nuovi funzionari per le prefetture, ma il loro operato è pressoché interamente assorbito da un altro aspetto del problema, quello dei “dublinati”, quei migranti che vorrebbero richiedere l’asilo in Francia ma che le forze di polizia tentano di rispedire nelle nazioni europee in cui per prime hanno rilasciato le impronte digitali.

Di contro aumentano, da 45 a 90 giorni, i tempi della detenzione amministrativa in campi di accoglienza, periodo in cui alle autorità spetta il compito di gestire la pratica del migrante in questione senza che questo possa ovviamente allontanarsi e far perdere le proprie tracce. «Pare chiaro che il governo vuole dissuadere gli stranieri anche solo ad affacciarsi ai nostri confini» commenta Serge Slama, professore di Diritto Pubblico all’università di Grenoble. A suo avviso «la linea scelta da Collomb e Macron è più dura di quella dei tempi dell’ex presidente Nicolas Sarkozy e della politica dei pesi e contrappesi. Nel 2003 l’irrigidimento delle procedure d’ingresso era stato in parte mitigato dall’introduzione del contratto di accoglienza e integrazione. Nel 2006 poi si ragionava sulla cosiddetta “immigrazione mirata”, volta a regolarizzare ad esempio tutti i lavoratori senza documenti. Oggi siamo di fronte ad un inasprimento generale, in particolare nei confronti dei richiedenti asilo».

Prevista inoltre una ulteriore facilitazione per la “caccia” ai migranti privi di documenti, dal momento che il fermo amministrativo per la verifica del diritto di soggiorno sarà aumentata dalle attuale 16 ore a 24, e saranno rafforzati i poteri investigativi degli ufficiali di polizia.

Le associazioni in prima linea nella gestione dell’accoglienza non vedono alcun cambiamento dalla bozza di legge presentata loro ad ottobre, momento in cui furono avanzati vari rilievi, nessuno dei quali appare accolto dal testo odierno. E’ stato soltanto rimosso il concetto di “Paese terzo sicuro”,cioè la possibilità di inviare richiedenti asilo fuori Europa senza nemmeno studiare il singolo caso. Sarebbe stata la pietra tombale sul diritto di asilo.

Nel corso del “Vertice del Mediterraneo” che si è appena concluso a Roma il presidente Macron è stato sollecitato ad esprimersi dai giornalisti transalpini, che gli hanno citato in conferenza stampa le parole di Jean-Marie Gustave Le Clézio, premio Nobel per la letteratura nel 2008, che in un articolo pubblicato sul settimanale “Obs” ha definito l’attuale politica sui migranti «un insopportabile diniego di umanità»: «c’è molta confusione fra gli intellettuali – ha commentato l’inquilino dell’Eliseo – . Bisogna guardarsi dai falsi buoni sentimenti. La Francia non è chiusa, ma sta affrontando la più grande ondata migratoria dai tempi della Seconda guerra mondiale. Centomila domande di asilo deposte lo scorso anno significano proprio che non vi sono respingimenti coatti».

Michael Neuman, direttore del centro studi di Medici Senza Frontiere in una lunga intervista sul quotidiano “Liberation” ha invece spiegato perché la sua associazione, al pari di numerose altre, non ha partecipato all’ultimo incontro con il premier Philippe: «si sono susseguiti in questi mesi tavoli di consultazione che si sono ridotti ad una semplice esposizione delle nuove norme, senza che mai venissero presi in considerazione i nostri suggerimenti. Il Governo continua a non rispondere alle domande sul rinvio coatto in Italia di minori sorpresi sui monti fra Bardonecchia e Briançon, e a non mutare le politiche di polizia volte a scoraggiare l’operato di moltissimi enti e privati cittadini, che a Calais come a Parigi come sulle Alpi, tentano di offrire conforto e soccorso a tante donne, bambini, uomini».

A colpire poi è il concetto espresso da Macron di accoglienza mirata ai cosiddetti “talenti” o “geni”: il documento prevede infatti una facilitazione all’ottenimento del passaporto per coloro che possiedono competenze professionali di cui la Francia ha bisogno. Una politica opportunistica, miope di fronte ai numeri da esodo biblico di questi anni.

Sempre nella giornata dell’11 gennaio 27 fra Ong e organizzazioni caritatevoli hanno presentato un ricorso al Consiglio di Stato per chiedere l’annullamento di una delle tante circolari di questi mesi, la cosiddetta “circolare Collomb” (dal nome del ministro degli Interni Gérard Collomb) del 12 dicembre scorso, che chiede ai prefetti di «costruire localmente un solido sistema di monitoraggio amministrativo per gli stranieri ospitati in alloggi di emergenza, con l’aiuto di équipe mobili responsabili della valutazione delle persone ospitate». Un documento, che anticipato in esclusiva dal quotidiano “Le Monde” ha scatenato un putiferio fra chi vede in tale indirizzo una volontà di intervento casa per casa, fra i molti, privati e associazioni, che offrono ospitalità, alla ricerca dei migranti presenti su suolo francese. Verrebbe messo in discussione in questo modo il principio giuridico dell’accoglienza incondizionata in alloggiamenti di emergenza. Ai giudici ora il compito di esprimersi su questo aspetto.

La totale assenza di riferimenti alla soluzione della questione libica completa il quadro. Ancora una volta la politica pare ferma nel gestire il tema delle migrazioni sempre e solo come un’emergenza.

Intanto mentre a Parigi si discute, i tentativi di attraversamento delle Alpi non cessano, nonostante gli oltre due metri di neve caduti negli ultimi giorni.

Domenica 14 gennaio è prevista una marcia sui sentieri dei migranti, da Claviere al Monginevro, in solidarietà con tutti coloro i quali stanno tentando di costruirsi una vita migliore, e per far questo sono disposti a superare qualsivoglia barriera.

 

Tunisia, la rivoluzione tradita

Melassine Tunisi

E’ in distribuzione in questi giorni il nuovo numero de Il Reportage.

Cliccando di seguito potete vedere un’anteprima del reportage dalla Tunisia: crisi economica, disoccupazione, la grande fuga per mare di un Paese deluso: Tunisia Reportage

Polonia, un paese spaventato che si chiude nel clerico-nazionalismo

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di Federica Tourn (Jesus, dicembre 2017)

Ogni città e quasi ogni chiesa, in Polonia, hanno una statua di Giovanni Paolo II. Il papa la cui santità veniva invocata già in punto di morte, ritratto sovente con l’espressione sofferente degli ultimi anni, è un ricordo vivo, tangibile, icona di una fede che è innanzitutto sinonimo di sacrificio. Qui il Vaticano II non è mai veramente arrivato, si è arenato sulle sponde di un paese che ha fatto del cattolicesimo un baluardo contro il male e dei suoi preti i martiri della fede, diventati custodi di radici cristiane che vanno difese a tutti i costi. È il caso del beato Jerzy Popiełuszko, che diceva messa nelle fabbriche ed è stato ucciso dai funzionari del regime comunista nel 1984, a soli 37 anni. La resistenza critica e non-violenta del sindacato autonomo Solidarność degli anni ’80, che ha portato al rovesciamento della Repubblica Popolare e che ha visto tanti sacerdoti lottare a fianco dei lavoratori, si è trasformata oggi in un nazionalismo rigido, diffidente nei confronti dello “straniero”. Non è un caso che il 7 ottobre scorso un milione di persone abbia recitato lungo 3500 chilometri di confine il Rozaniec do granic, il “rosario delle frontiere”, quasi a ergere un muro spirituale contro una temuta quanto improbabile “invasione islamica”. Un’iniziativa organizzata da laici a cui hanno aderito 320 chiese in tutto il paese, ben 22 diocesi su 42, e che ha avuto il patrocinio della Conferenza episcopale polacca, oltre all’appoggio di Radio Maryja, l’emittente fondata dal padre redentorista Tadeusz Rydzyk. Proprio Radio Maryja, nonostante sia molto discussa per alcune prese di posizione xenofobe e antisemite, ha sostenuto apertamente il PiS, Prawo i Sprawiedliwość, letteralmente Diritto e Giustizia, il partito conservatore al governo, fondato nel 2001 dall’ex presidente Lech Kaczyński, morto nel 2005 in un incidente aereo, e dal suo gemello Jarosław.

Per quanto il presidente dei vescovi polacchi monsignor Stanislaw Gadecki abbia successivamente cercato di minimizzare l’accaduto, riconducendo la preghiera collettiva all’anniversario dell’ultima apparizione della madonna di Fatima, non è stato facile dissimulare il riferimento a un’altra ricorrenza, e cioè la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, che fermò l’avanzata degli ottomani in Occidente. Un forte imbarazzo, a dir poco, per monsignor Wojciech Polack, arcivescovo di Gniezno e primate di Polonia, che si è visto costretto a richiamare all’ordine i suoi sacerdoti, pena la scomunica in caso di ulteriori gesti contro gli immigrati.

«Sentiamo un grande legame fra la storia e l’identità personale: l’essere polacchi per noi è sinonimo dell’essere cattolici», sintetizza padre Robert Skrzypczak, docente di Teologia sistematica alla Facoltà Pontificia di Varsavia. L’orgoglio di una nazione che vuole emergere è fortemente impastato con la religione e questo nucleo, emerso dalle sofferenze della fine del regime comunista, non è disponibile a farsi scalfire da dubbi o ridimensionamenti. A costo di ritoccare anche la storia, come ha fatto la recente riforma della scuola, che ha cancellato dai testi scolastici persino Lech Wałęsa, fondatore di Solidarność e primo presidente della Polonia democratica, premio Nobel per la pace, sospettato di essere una spia dei russi. Arrivare in Polonia oggi dà l’impressione di penetrare in una fortezza in cui la gerarchia ecclesiastica, spalleggiata dal governo, si è arroccata sulla tradizione e non lascia spazio al cambiamento: la ripresa economica, poi, sembra dare ragione al PiS, pronto a dare ai polacchi lo stato forte che rivendicano da tempo. È l’ora della grandeur.

«Come paese stiamo vivendo un momento felice rispetto a dieci anni fa – conferma con soddisfazione Witold Kawecki, padre redentorista e teologo morale, docente di Teologia della cultura all’Università statale Cardinale Stefan Wyszyński di Varsavia – la vittoria della destra è una risposta al laicismo imperante in Europa, frutto di un’ideologia liberale che ha fallito perché ha dimostrato di non sapere risolvere i problemi della gente». Tuttavia, l’alleanza tra il potere temporale e quello spirituale rischia di essere fin troppo smaccata: «Il governo forse sfrutta troppo la presunta amicizia con la Chiesa cattolica – commenta perplesso padre Robert Skrzypczak – Non si sposa bene l’altare con il trono». Padre Kawecki rincara la dose: «Anche se in teoria permane la separazione fra chiesa e Stato, il legame dell’episcopato con la politica è fin troppo forte: se da un lato ci sono preti e vescovi che si identificano con il governo, dall’altro il PiS favorisce la Chiesa cattolica in modo smaccato, a volte mettendoci a disagio. Oserei dire che qualche politico in Polonia è più papista del papa». E se Skrzypczak assicura che nonostante le diverse opinioni l’episcopato riesce a mantenere l’unità, Witold Kawecki parla apertamente di manipolazione della chiesa da parte del governo, con conseguenze pericolose: «i politici istruiscono teologi e vescovi e se questi si permettono delle aperture, li bacchettano».

Ma anche se il governo tenta di mettere un coperchio sulla pentola, questo non impedisce alla temperatura nel paese di salire: l’esempio più eclatante risale al 3 ottobre 2016, quando centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro il minacciato inasprimento della legge sull’interruzione di gravidanza, che si annovera già fra le più rigide d’Europa, visto che permette l’aborto soltanto in caso di stupro, malformazione del feto o pericolo di vita della madre. Una legge approvata nel 1993, espressamente come “regalo” a papa Wojtyla per il ruolo avuto dal pontefice durante la caduta del comunismo, e che voltava pagina rispetto alla legislazione più permissiva in vigore dal ’56. Dopo 23 anni, il black monday, la protesta delle donne vestite di nero in segno di lutto, non solo ha raggiunto il suo obiettivo costringendo il governo a ritirare la proposta, ma ha portato alla luce un movimento intergenerazionale che non è più disposto ad accettare l’intromissione di clero e politica nella vita personale. Inoltre, in piazza a manifestare per il diritto all’aborto c’erano anche molte donne cattoliche, segno che qualcosa si sta muovendo anche nella comunità dei fedeli. «Non penso che ci siano andate con un sentimento anti cristiano ma che siano state spinte dall’imposizione della legge – commenta padre Robert Skrzypczak – non si può imporre la cultura prolife con i decreti, bisogna aprirsi allo Spirito. Detto questo, è indubbio che da qualche anno in Polonia è in atto un grande cambiamento sociale e antropologico: sta succedendo adesso quello che in Francia e in Italia è esploso nel ’68, con una rivoluzione sessuale sotterranea e una secolarizzazione della società inquinata da un neomarxismo incipiente. Il materialismo e l’individualismo sono una grande tentazione. La famiglia si sfalda e la gente va in chiesa per abitudine e per tradizione ma sta perdendo la forza di identificazione nella chiesa. È un momento di grande rischio per la fede, in cui dobbiamo scommettere su una nuova pastorale, attenta alle piccole comunità in cui le persone possano trovare appoggio».

Sotto il profilo etnico e culturale, il paese è estremamente omogeneo. Su una popolazione di quasi 37 milioni di abitanti, il 94% è cattolico e tradizionalmente molto praticante, anche se ormai soltanto la metà frequenta la messa ogni domenica; esigue le minoranze religiose, fra cui 500mila ortodossi e 100mila protestanti. I musulmani raggiungono appena lo 0,1%, eppure la convinzione che sia necessario difendere le “radici cristiane” della Polonia è molto diffuso. «I polacchi non hanno esperienza di multiculturalità, non sanno che cosa significhi stare con persone che mangiano, pregano, pensano in modo diverso – spiega padre Kawecki – e ora sono spaventati dell’arrivo dei migranti, di un esodo che può trasformare il nostro continente». Detto altrimenti, hanno paura dei musulmani con cui, secondo il teologo, non è pensabile un’integrazione: «La convivenza e l’inculturazione con gli ebrei storicamente si sono realizzate perché abbiamo le stesse radici giudaico-cristiane, cosa impossibile con l’Islam e il mondo arabo. Un paese religioso è più attrezzato di un paese laico nel trattare con il diverso, perché è mosso dal Vangelo: tuttavia, se è vero che non dobbiamo costruire muri, non possiamo nemmeno essere ingenui».

L’ingenuità a cui allude è quella dell’Occidente, che non capisce il rischio di aprire le frontiere per accogliere i rifugiati, come pure predica papa Francesco. Bergoglio non è particolarmente amato in Polonia, anche se la sua partecipazione a Cracovia alla Giornata della Gioventù nel luglio 2016 lo ha avvicinato ai fedeli, smussando un po’ la diffidenza dei più conservatori. La realtà è che le sue linee dottrinarie ed ecumeniche – in particolare l’Amoris laetitia, con l’apertura alla comunione per i divorziati, o la possibile comunione eucaristica con i luterani – generano perplessità e preoccupazione. In chi oggi si deve confrontare con Bergoglio si sente chiara la nostalgia, per non dire il rimpianto, per Wojtyla: una figura che ha assunto dimensioni epiche per una chiesa che lo identifica con il risveglio del ’78, quando vivere la fede significava rischiare in prima persona. E se Benedetto XVI è stato amato in quanto erede diretto del santo, papa Francesco viene invece percepito come figlio di una cultura diversa, troppo progressista. «Il fatto è che non lo capiscono – spiega con decisione Kawecki – non è vero che Bergoglio è liberale come tutti credono; su certi temi, come l’omosessualità, lo è meno di Ratzinger, e della dottrina morale ed etica della chiesa non ha cambiato una virgola. È solo una questione di comunicazione efficace». «E’ un gaffeur, il campione del mondo dei gaffeur», aggiunge con un sorriso. Poi ammette: «è il papa dei poveri: guarda il mondo dal punto di vista degli ultimi e nessun altro lo aveva fatto così tanto prima di lui, nemmeno Giovanni Paolo II».

Sarà una gaffe anche l’esortazione di Francesco ad accogliere profughi e rifugiati? Nella chiesa poalcca sono sicuramente in molti a pensarla così, più o meno apertamente, e “il rosario delle frontiere” è una cartina di tornasole di ciò che si agita nelle sagrestie o nelle stanze vescovili, che a volte tradisce se non una vera e propria nevrosi almeno un certo nervosismo, segno di una divisione interna su temi molto sensibili. La stessa Conferenza episcopale polacca, poco dopo aver dato la sua adesione al “rosario”, durante l’assemblea plenaria del 20 ottobre scorso ha ricordato formalmente la delibera in cui si menziona la necessità di creare dei corridoi umanitari per permettere a chi è minacciato da fame e guerre di giungere in sicurezza in Europa. Raccomandazione che deve suonare dissonante alle orecchie di un governo che non teme di incorrere nelle sanzioni dell’Unione Europea piuttosto che sottoporsi alla ripartizione delle quote di migranti fermi in Italia e in Grecia e che, per bocca della premier Beata Szydlo, ha addirittura paragonato l’ondata migratoria all’invasione della Germania nazista.

«Certo che possiamo fare di più per i migranti ma con questo governo è impossibile», sbotta padre Kawecki. E la Chiesa cattolica come risponde alla sua missione cristiana? «La chiesa è presa in mezzo: sa che non può non accogliere ma non lo dice ad alta voce. Gioca su due piani diversi e intanto temporeggia».

Nella Tunisia della crisi, dove Isis “dà lavoro” come la Mafia

Tunisia - La rivoluzione tradita
Davanti ad una sala giochi di Le Kef, ai confini tra Tunisia e Algeria. Questo è uno dei pochi luoghi di intrattenimento giovanile del paese.

Di Federica Tourn (Eastwest, 03/12/2017)

È sera, suonano alla porta. Quando apre, la donna trova sulla soglia la testa di suo figlio; intorno non c’è nessuno, solo il buio della notte sulle colline. Nessuno a cui chiedere aiuto, nessuno che le dica cosa fare del suo terrore e della disperazione, troppo tardi per qualsiasi cosa. Prende la testa, richiude la porta, mette quel che resta del figlio nel frigorifero.

Il giorno seguente la donna consegna alla polizia il “corpo del reato”, probabilmente agli stessi che avevano promesso pochi spiccioli al ragazzo in cambio di informazioni. Il morto infatti era un pastore e portava il gregge sulla montagna, dove si nasconde gente sospetta: «se vedi movimenti strani, chiamaci», gli avevano detto. E lui aveva chiamato. La reazione dei denunciati non si era fatta attendere.

Il fratello, emigrato sulla costa, a Sousse, racconta il fatto in televisione. Passa un anno e torna a casa dalla madre; tanto basta per subire la stessa sorte. Stessa modalità, stesso tragico copione. Gli jihadisti hanno buona memoria e non perdonano.

 

Era il 2015. La storia la conoscono tutti, da queste parti, non fa nemmeno più scalpore. Che ci fossero i barbus, gli estremisti islamici, era cosa nota, li potevi vedere a occhio nudo muoversi sulle colline dietro le case, anche se in città scendevano solo per fare rifornimento, quando non erano gli stessi ragazzini del paese a portargli da mangiare: «pagavano bene, anche dieci volte tanto il prezzo della merce», ricordano. Nessuno sembra più averli visti da allora, ma questo non significa che non ci siano. Qualche scontro non si può negare, certo, ma è una faccenda fra i terroristi e i militari; sempre nel 2015 hanno decapitato un agente della polizia locale. La gente oggi alza le spalle, minimizza.

Benvenuti a Le Kef, nord ovest della Tunisia: 45mila abitanti, trenta caffè sempre pieni di uomini in attesa, un grappolo di case che si stringono nella casbah fino a culminare nella fortezza del XVII secolo che si affaccia sull’Algeria, muta testimone di fasti passati. La città sorge sull’ultimo promontorio della montagna sacra di Jbel el Dir, dove le tracce dei culti della fecondità di epoca paleolitica e i sacrifici a Venere dei romani sono stati definitivamente calpestati dagli stivali dei soldati di Allah. Proprio da queste parti, infatti, è stato scoperto il più grande campo di addestramento del gruppo Abu Anas Al Jazairi legato a Okba Ibn Nafaa, una costola di Al Qaeda, composto soprattutto da algerini, dal 2013 il più attivo in Tunisia. Nonostante Al Qaeda sia di fatto un concorrente del sedicente Stato islamico, il confine fra i due è liquido, soprattutto nelle aree più povere del paese, come il Monte Chambi e in genere le zone di confine: non mancano notizie di scambi fra le due organizzazioni, come ha dimostrato l’arresto, a settembre 2017, proprio a Le Kef, di due jihadisti oggi militanti di Daesh e un tempo aderenti a Ansad Al Sharia, un’altra propaggine di Al Qaeda.

 

«Qui lavoro non ce n’è, anche studiare non serve a niente, non trovi comunque un’occupazione. Al massimo puoi andare a giornata nei campi per 15 o 20 dinari, se sei fortunato ti tieni un impiego per un periodo a 200 dinari al mese, poi sei di nuovo per strada». Ahmed è concitato, parla senza una pausa, aspirando forte dalla sigaretta tra una frase e l’altra. A poco più di vent’anni le sue giornate le passa in un buco senza finestre a fare gare fra bolidi o a sparare a nemici armati fino ai denti che lo guardano da uno schermo appeso al muro. La sala giochi è l’unico luogo di ritrovo dei ragazzi in città, ci si viene per vedere gli amici e cercare di fregare un tempo che non passa mai. «15 dinari sono un pacchetto di sigarette, ti spacchi la schiena un giorno intero solo per comprarti le sigarette», ripete. 15 dinari, 5 euro; 200 dinari, circa 70 euro al mese in un paese che sta attraversando una crisi economica drammatica, che non risparmia i beni primari: tutto è caro, la carne rossa costa 25 dinari al chilo, in tavola arriva se va bene una volta al mese. Senza contare che bisogna pagare l’affitto, le bollette, l’assistenza sanitaria, che non è più gratuita per nessuno, neanche per chi ne avrebbe diritto. Un dramma per un paese che ha la disoccupazione al 30% e ben poche speranze di mobilità sociale. A Le Kef hanno chiuso due fabbriche in pochi mesi; una è la multinazionale tedesca Coroplast, che aveva aperto una filiale qui nel 2010 e appena sette anni dopo ha messo alla porta più di 400 impiegati.

E se gli uomini non lavorano, a maggior ragione non c’è speranza per le donne, confinate in casa da una cultura che le vuole ancora separate dai maschi, con pochi diritti da rivendicare. Jibeli ha vent’anni, sogna il cinema, le piacciono le poesie, ha fame di esperienze e di confronto con gli altri; mentre camminiamo per la strada mi tiene a braccetto e mi mostra una bionda con una gonna corta, facendomi capire che non va bene vestirsi così. Se le chiedi come passa la giornata, fa l’elenco degli impegni quotidiani: «studio, aiuto mia sorella con i compiti, mi occupo della casa, cucino con mia madre». Ha scritto un libro che parla delle donne qui a Le Kef: «Le vedo senza sorriso – dice – le ragazze non fanno niente a parte preparare il pranzo ai genitori e dormire tutto il giorno. Qui le porte per le donne sono chiuse: anche i ragazzi non ti guardano se non sei bella e non hai soldi o un titolo di studio. Ma se non hai mezzi come ti fai bella?». «Io vorrei andarmene perché non c’è niente  a Le Kef: né lavoro, né amore, né opportunità», ribadisce.

Quanto ai ragazzi, l’ossessione è una sola, raggiungere a tutti i costi l’Italia. Ahmed ha messo l’ipoteca sulla casa dei suoi genitori, una compagnia privata gli dà in cambio due milioni di dinari, circa 700 euro; il passeur ne vuole mille per farlo salire sulla barca, ma è comunque un inizio. Poco importa che il viaggio in mare sia una scommessa, o se una volta arrivati si rischia di essere immediatamente rimpatriati. È comunque una speranza. «Altrimenti rimani in questo limbo, dove non ti resta che bere o drogarti – dice Ayub, 25 anni – fino a poco tempo fa girava solo zakataka, l’hashish, ma oggi c’è l’mdma, l’ecstasy, una roba che fa impazzire la gente». Lui l’Eldorado vagheggiato dai suoi amici lo conosce, tre mesi all’anno va a lavorare nella campagna toscana dove vive suo padre. «Problemi ce ne sono anche lì ma è un’altra vita, l’ho vista la differenza fra l’Italia e la Tunisia».

C’è un’alternativa, ma nessuno ne parla volentieri, anche se tutti conoscono qualcuno che è partito con Daesh e forse ora è morto in Siria. Tutti sanno che ci sono uomini che abbordano i ragazzini dei quartieri più disagiati offrendosi di aiutare la famiglia e soprattutto promettendo soldi. Il dramma su cui fanno leva, qui come ovunque in Tunisia, è la povertà. «L’avvicinamento è graduale – spiega Tayeb (nome di fantasia), un ragazzo di Tunisi – prima ti portano in moschea e ti chiedono di dire la preghiera, poi ti danno libri da leggere, tra cui il testo proibito per eccellenza, di cui non puoi nemmeno pronunciare il nome in arabo. Se la polizia ti trova con quello in mano sono guai seri». Con una ricerca privata su google mi mostra lo Idara At-Tawahhush, “La gestione della barbarie”, la bibbia dello jihadismo diffuso nel 2004 da Abu Bakr Naij, uno pseudonimo che si riferisce probabilmente a Abou Jihad al-Masri, un terrorista egiziano propagandista di Al Qaeda e responsabile della strage di Sharm el-Sheik del 2005. « Ti leggono le tradizioni dei profeti, gli hadit del profeta e le sure più radicali del Corano – continua Tayeb – Controllano come ti vesti: devi lasciarti crescere la barba e farti il risvolto ai pantaloni; quando ti ritengono pronto, ti portano in un luogo nascosto e lì inizia l’addestramento in vista della partenza per il fronte». Ci sono anche le ragazze, destinate alla jihad del sesso, come compagne dei futuri martiri. «Non finiscono per forza sul campo di battaglia – specifica Tayeb – alcuni restano in patria per istruire le nuove leve; altri, laureati, offrono le loro competenze professionali come medici o ingegneri. Una cosa è certa, tutti vengono pagati».

Tremila per il Ministero degli Interni tunisino, il doppio per le Nazioni Unite: il numero dei foreign fighters in Tunisia è altissimo, per un paese che conta appena 11mila abitanti; non a caso la sicurezza interna e la lotta al terrorismo sono la prima preoccupazione per la giovane Repubblica nata dalla rivoluzione del 2011, che anche se tenta con qualche successo di fare passi avanti sul piano dei diritti civili, come testimoniano le recenti leggi sull’uguaglianza di genere, ancora non si è liberata da ingiustizie sociali, corruzione e tensioni interne. Il terrorismo, in questo clima politico incerto, è una spada di Damocle sulla democrazia, a meno di non credere alla versione di chi, come Imed Soltani, presidente dell’associazione “Terre pour tous”, sostiene che Daesh è sapientemente usato dal governo per terrorizzare l’Europa e mettere a tacere le richieste del popolo, stanco di non avere diritti. Anche la famiglia di Imed è originaria di Le Kef, dove vive ancora suo fratello. «Sanno dove sono da anni, perché non hanno mandato l’esercito sul Monte Chambi o qui a Le Kef per farla finira con i terroristi?», si chiede Imed, e aggiunge: «I grandi attentati che hanno fatto soprattutto vittime straniere, come al Bardo e a Sousse, sono stati strumentali al potere in un momento delicato. Ora che gli islamisti di Ennhada sono diventati il primo partito, tutto è tranquillo, a parte qualche gesto isolato, come l’uccisione del poliziotto davanti al Parlamento a Tunisi lo scorso primo novembre». Uccisioni mirate, avvertimenti di sangue, reclutamento dei picciotti per le strade, riti di iniziazione, rapporti con il potere: sembra quasi di parlare della mafia degli anni ’80 in Sicilia, anche se qui il codice d’onore rimanda ad Allah.

Nonostante tutto, il fanatismo religioso non sembra avere troppi simpatizzanti da queste parti. Poche donne velate, nessuna barba lunga in vista. Un vecchio hotel del centro disertato ormai dai turisti, che qui non si vedono da anni, è stato trasformato in un bar dove si consumano alcolici. Per soli uomini, ovviamente. Al tramonto, alla chiamata del muezzin fanno eco i motori delle auto e le voci che si alzano dai caffè.  La vita continua, in qualche modo. Partire con Daesh? «No grazie, voglio vivere, non morire», sintetizza Ahmed. Fuori, sul muro della sala giochi c’è un kalashnikov stilizzato, ma è una bravata che si stinge nel buio incipiente della sera.

(foto Stefano Stranges)

Villa Olanda e i profughi russi

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Di Claudio Geymonat (Riforma, 9/11/2017)

Che cos’ è questo odore di incenso che stuzzica le narici quando ci si trova a passeggiare sulla strada al limitare delle colline fra Torre Pellice e Luserna San Giovanni?

E’ il suono di una khorovod, la danza russa, quello che pare provenire da dietro quei pini?

Una stradina sterrata si inoltra.

Figure si aggirano fra gli ampi prati che diventano orti, fra fontane e panche: alcune hanno portamento fiero, si direbbe nobile, altri lavorano la terra o si affannano nelle faccende di casa. Eccola la casa, una grande villa, con due ali a est e a ovest, a formare un ferro di cavallo. Maison d’Hollande, Villa Olanda.

La seconda guerra mondiale è finita da una manciata d’anni quando le persiane delle 38 stanze del grande edificio tornano ad aprirsi, dopo decenni di oblio.

Qui inizia la nostra storia, riesumata da Giovanni Peyrot, erede di quel Jean Daniel che nel 1790 fu il costruttore di Villa Olanda, in un piacevolissimo volume, “I fantasmi di Villa Olanda”, che nel raccontare le vicende di questa grande dimora dedica ampio spazio ad una storia che molti in val Pellice ancora oggi ricordano.

La proprietà, siamo nel 1958, è ora della Tavola, l’organo esecutivo della Chiesa valdese.

Ma all’acquisto ha provveduto un organismo internazionale, il Consiglio ecumenico delle chiese, creato nel 1948 e che raggruppa le chiese protestanti e ortodosse di ogni angolo del pianeta.

Lo scopo è quello di ospitare un buon numero di donne e uomini, con alle spalle un’avventura speciale. Sono rifugiati politici, la cui terra madre, la grande Russia, è divenuta nel 1917 Unione Sovietica. Così per loro in patria non c’è più posto: questo perché sono dignitari di corte, ufficiali dell’esercito fedeli ai Romanov, artisti, perfino i principi Obolenski, cugini di Nicola II, l’ultimo zar.

Con loro contadini e governanti, fuggiti al seguito dei loro signori tanti anni prima. Ci sono state peregrinazioni fra la Cina, la Corea, Hong Kong, e dal 1948 queste persone si ritrovano in un campo profughi a Trieste, voluto dalle Nazioni Unite per ospitare chi, dopo gli sconvolgimenti del conflitto mondiale, non aveva più una patria in cui tornare.

La Chiesa valdese accoglie l’invito rivolto dal Consiglio ecumenico alle chiese membro: cercare un rifugio per le migliaia di donne e uomini proscritti dalle terre d’origine. Un debito di riconoscenza lega la popolazione valdese alla Russia imperiale: poco più di un secolo prima lo zar Alessandro I è stato fra i maggiori finanziatori del nascente ospedale di Torre Pellice e di templi come quello di Pomaretto, tanto che un busto di marmo è rimasto all’ingresso dell’ospedale fino al 1941, quando i venti di una nuova guerra suggeriranno a qualcuno di nascondere alla vista quell’antica amicizia. Quel busto ricomparirà qualche anno più tardi nel salone di Villa Olanda.

Sono 61 i profughi che giungono in Val Pellice. Dopo alcuni anni vissuti all’Uliveto, casa sulla collina di San Giovanni, gli spazi si fanno angusti, e si rende necessario uno spostamento. Ecco la scelta di Villa Olanda, inaugurata allo scopo il 18 aprile 1958 con una cerimonia presieduta dal pastore valdese Achille Deodato e alla presenza del pastore Edgar Chandler, all’epoca segretario del Consiglio ecumenico delle chiese. Qui potranno passare in serenità gli ultimi anni terreni, dopo un’esistenza che la grande storia ha portato lontano dalla casa natale.

C’è Olga Zhigin, maestra di pianoforte dei figli Romanov e moglie di un ufficiale dello zar arrestato e torturato dopo la rivoluzione: la donna fuggirà in Jugoslavia e qui nel 1921 ritroverà il marito, dal quale avrà due gemelli che la seguiranno, oramai vedova, a Villa Olanda. Il figlio maschio, Alexander, sarà l’unico a sposarsi nell’esilio valligiano: sua moglie sarà Elda Malan, direttrice della casa Uliveto.

C’è Boris Krutiev, pittore, che alcuni ricordano in bicicletta con tele e treppiedi a tracolla per la strade del pinerolese a cercar scorci da dipingere: fra i suoi estimatori anche Paola Ruffo di Calabria, futura regina del Belgio, che trascorreva spesso periodi estivi presso la sorella maggiore Maria Cristina nella tenuta del marchese San Germano a Campiglione Fenile.Nel vicino comune di Cavour rimangono opere di Krutiev ad acquerello alll’Abbazia di S. Maria, alla chiesa di Babano e un ex voto alla Madonna della Rocca. Famosi e particolari per la loro unicità i suoi disegni in miniatura che potevano raggiungere la grandezza di un francobollo.

C’è Vassilj Skrotski, la “carabina più veloce di Russia”, pluridecorato colonnello degli Ussari , che ogni mattina usciva a correre per mantenersi in forma e si farà seppellire con la divisa da ufficiale.

C’è Sergey Popoff, in patria un noto cantante di operette . A Villa Olanda sarà ordinato diacono per poter celebrare le funzioni religiose in mancanza di un pope.

Già, la religione. Quasi tutti ortodossi, vi erano però anche due luterani, due sabbatisti, due cattolici.

Il pastore Deodato farà costruire nel 1959 una cappella ortodossa a fianco dell’edificio principale: tre o quattro volte l’anno, a Pasqua, Natale, San Nicola, giungeva un sacerdote ortodosso da Milano, da Genova o da Ginevra. Stesso discorso per i funerali, con le salme sepolte nel cimitero di Luserna San Giovanni. Le altre domeniche dell’anno era il diacono Popoff a guidare le funzioni fra icone di grande valore, paramenti arabescati, ceri ed incensi, mentre Boris Vejtko, che a Villa Olanda si occupava del giardino, suonava la balalajka.

La vita corre lenta e serena per queste anziane figure. Le telecamere della Rai e qualche cronista che viene a raccontare di tanto in tanto di questo bizzarro e atipico rassemblement umano ci dicono però dell’interesse che hanno saputo catturare.

L’ultimo di questi ospiti speciali morirà novantenne nel 1986. Mancano tre anni appena alla caduta del muro di Berlino e all’avvio della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nessuno di questi fantasmi della storia,retaggio delle ideologie del secolo breve, vedrà dalla cattività valligiana il ritorno sulla scena della Russia. Del resto nessuno di loro aveva mai manifestato l’intenzione di tornare in patria. Per loro tutto era finito nel 1917.

 

 

Il medico che ripara le donne

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Di Federica Tourn (Left, 29/10/2017)

Da bambino aveva deciso di diventare medico per guarire le persone che le preghiere di suo padre, pastore protestante, non riuscivano a salvare. E’ nata così la vocazione del “dottore che ripara le donne”, il congolese Denis Mukwege, che nel ’99 ha fondato il Panzi Hospital a Bukavu, Sud Kivu, dove ha già curato più di 50mila donne vittime di violenza sessuale. Oggi che il Congo soffre per l’ennesima crisi – con il conflitto che devasta la regione centrale del Kasai e gli scontri, mai del tutto sedati, in Nord e Sud Kivu – l’incertezza per la situazione politica è ancora più pesante e forse toccherà proprio al Mukwege l’ingrato compito di convincere il presidente ad andarsene.

Joseph Kabila infatti si ostina a rimanere al potere nonostante il suo mandato sia scaduto nel dicembre 2016 e sono molti, in Congo, a chiedere che sia proprio il “medico delle donne” a gestire un governo di transizione che riporti la legalità nel paese in attesa che si tengano le elezioni, in teoria previste per la fine dell’anno ma di fatto del tutto improbabili per i ritardi della Commissione elettorale, i disordini interni e per le manovre dello stesso Kabila che, al governo dal 2001, vorrebbe mettere mano alla Costituzione per potersi ricandidare. Mukwege non si sbilancia ma è possibile che presto debba mettersi al servizio del suo paese, come ama ripetere, non soltanto come medico ma anche come politico.

 

Qual è attualmente la situazione nel suo paese?

«In Congo assistiamo ad uno stallo: non c’è stato il progresso che ci saremmo potuti aspettare con la fine della guerra e, nonostante l’accordo di pace sia stato firmato nel 2002, la gente continua ad essere assassinata. Di fatto non è cambiato niente. In particolare quello che mi tormenta è che non siamo riusciti a mettere fine alle violenze sessuali: uno stupro devasta la vita di una donna e quante sono in questa condizione e non riescono a dirlo? Non c’è giustizia per le vittime: nel mio paese regnano solo la menzogna e la negazione del dramma».

La chiamano “l’uomo che ripara le donne”: un riconoscimento e una responsabilità molto impegnativi.

«E’ qualcosa che non ho cercato ma che mi si è imposto e a cui non ho potuto sottrarmi. Sono di formazione ginecologo e ostetrico e durante il mio lavoro ho potuto verificare che le mie pazienti avevano ferite estremamente gravi: all’inizio pensavo che si trattasse di una situazione passeggera, ma con il tempo ho dovuto rendermi conto che ero di fronte a un problema sistematico. Non ho potuto fare altro che prendere in carico le vittime delle violenze sessuali: le donne infatti non avevano solo ferite fisiche ma anche psicologiche, soffrivano di esclusione sociale e avevano bisogno di giustizia; per questo a Bukavu abbiamo concepito un modello per sostenere le donne da tutti i punti di vista, dalle cure mediche all’assistenza legale».

Lei ha ricevuto nel 2014 il Premio Sacharov per il suo impegno. E’ stato soltanto un gesto formale o l’Occidente supporta il suo lavoro?

«Ho sempre detto che un riconoscimento ha senso soltanto se aiuta a eradicare il male che si combatte, altrimenti non ha valore. Il premio Sacharov ha dato visibilità al problema, oggi sappiamo che quando cerchiamo di dare voce a chi non ce l’ha almeno troviamo degli interlocutori.

Ora dobbiamo chiedere alla comunità internazionale che si muova con decisione, come ha fatto per le armi chimiche e le mine antiuomo, e che metta al bando una violenza che coinvolge milioni di donne in tutto il mondo e che viene usata come arma di guerra, perché distrugge l’integrità fisica e psichica della donna ma anche i legami famigliari e sociali di intere comunità».

Si può fare un lavoro di prevenzione?

«L’educazione contro la violenza sessuale va fatta molto presto, intervenendo per smontare gli stereotipi di genere. Per esempio, se dici a un ragazzino “non piangere come una bambina”, insegni ai maschi a non mostrare le emozioni; stiamo continuando a perpetrare questa educazione patriarcale, non solo in Africa ma ovunque, anche in quei paesi in cui l’eguaglianza fra i sessi sembra raggiunta. L’educazione sessuale è fondamentale: se rendiamo il sesso un tabù e non ne parliamo, i nostri figli troveranno su internet quello che cercano. Il silenzio è alleato degli stupratori; da un lato chi violenta sfrutta a suo vantaggio il fatto che non se ne parli, mentre la vittima tace per vergogna e paura di essere discriminata. In Congo abbiamo un grave problema di impunità dello stupratore, perché la donna deve provare di aver subito violenza e molte vittime non osano farlo perché se denunciano vengono escluse dalla comunità».

Lei ha subito un attentato nel 2012 ed è tuttora sotto protezione dei caschi blu dell’Onu. Come vive questa condizione personale?

«È molto dura, non lo nego, ma l’enorme capacità di reazione delle donne non mi permette di far altro che combattere al loro fianco. Soffrono di dolori inimmaginabili ma quando si risvegliano da un’operazione non mi chiedono mai “che cosa sarà di me?”, il loro primo pensiero va sempre ai bambini, o al marito. Le donne sono capaci di vivere per gli altri, mentre la stessa cosa non si può dire dei maschi. Hanno un coraggio eccezionale: me ne sono andato dal mio paese quando mia figlia è stata rapita ma loro hanno venduto frutta e verdure per raccogliere i soldi del biglietto e farmi tornare. Che cosa potevo fare di fronte a questo?».

Quante donne ha curato nella sua carriera?

«Ad oggi all’ospedale di Panzi abbiamo curato almeno 50mila donne ma questo non sembra scuotere per nulla l’opinione pubblica. In ogni caso non amo fare conti perché sui numeri si può fare speculazione e inoltre cambiano ogni giorno: non sono le cifre che devono spingerci a reagire ma la consapevolezza che dietro un numero c’è un essere umano. La cosa che mi fa più male è quando curo delle bambine poco più che neonate, quando devo intervenire sul perineo distrutto di bambine di dodici, diciotto mesi: la più piccola che ho operato ne aveva appena sei. Per me sono queste le situazioni più difficili da affrontare».

Ha un successore? Qualcuno che segue il suo esempio?

«C’era un ginecologo che aveva la mia stessa formazione (Gildo Byamungu Magaju, direttore dell’ospedale di Kasenga, Sud Kivu, ndr); un medico e al contempo un uomo di Dio, un vero discepolo per me. E’ stato assassinato a fine aprile.

 

Il fattore M.

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Di Federica Tourn (Il Reportage, 5/7/2015)

«Nessuno voleva una repubblica a maggioranza musulmana nel cuore dell’Europa. Hanno sciolto i cani e dopo, quando tutto era finito, hanno tirato il guinzaglio: rispetto a Croazia e Slovenia, in Bosnia hanno fatto terra bruciata. Il fattore musulmano non garbava all’Occidente».

Arrivi alla frontiera su una strada stretta, tutta curve, deserta. Le montagne sono dolci e coperte di boschi ma la demarcazione fra Serbia e Repubblica Srpska la fa innanzitutto il silenzio: di qua l’attività quotidiana di paesi immersi in una nebbia di carbone, di là i resti di villaggi devastati dalla guerra, un campo da calcio abbandonato, tetti e pareti crollate, i muri bucati dai proiettili, e ovunque cimiteri. Intorno ricrescono gli alberi, incuranti delle mine che nessuno si è preoccupato di togliere. Dopo quaranta chilometri di discesa verso la valle, la città appare come un’inquietante alternanza di case, alcune sfigurate dalle bombe e altre riverniciate a colori shocking, lungo l’unica via che attraversa il centro: due bar, un vecchio albergo e una fiammante sede Unicredit, su cui troneggia la chiesa ortodossa. Benvenuti a Srebrenica, teatro del primo genocidio che l’Europa ricordi dopo quello nazista, avvenuto sotto gli occhi e con la complicità delle Nazioni Unite. Sembra successo ieri, e invece sono passati vent’anni.

Nello stadio allestito a lager separano le madri dai figli, le mogli dai mariti; a dodici anni i ragazzini sono già considerati adulti, ammassati sulla strada polverosa, sotto un sole impietoso, insieme agli altri maschi, cenciosi, gli occhi scavati da tre anni di assedio, di fame e di paura, persa ormai ogni speranza di salvezza. Sembra un déja-vu dell’orrore, una replica dei campi di sterminio in un angolo sconosciuto dei Balcani alle porte d’Europa, quando a poche centinaia di chilometri sull’Adriatico i bagnanti si allungano indifferenti sotto gli ombrelloni mentre le radio passano a ripetizione Boombastic di Shaggy. E’ l’11 di luglio 1995 e a Srebrenica, Bosnia, sta per andare in scena l’atto finale di una guerra che verrà definita “etnica”, “religiosa”, “civile” ma che è soltanto l’ultima mossa di risiko sullo scacchiere delle potenze riunite al Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Anche l’andare in scena non è una metafora: dietro la testa rasata del comandante Ratko Mladić, che guida l’esercito serbo-bosniaco alla presa della città e che darà l’avvio allo sterminio sistematico di diecimila musulmani bosniaci, c’è sempre la telecamera – bisogna pur documentare la gloria della Grande Serbia per i posteri! – che lo riprende mentre sorride, distribuisce caramelle ai bambini, rassicura i civili che se consegneranno le armi nessuno farà loro del male. Mladić capisce subito la paura del comandante olandese delle forze di pace, Ton Karremans, e gioca al gatto col topo: «hai provato a farmi bombardare?», chiede. «No, no, non decido io, le decisioni le prendono a Sarajevo e a New York», risponde quello. Mladić conciliante gli offre una sigaretta e scherza: «tranquillo, non sarà mica l’ultima».

Invece Karremans sono giorni che implora i suoi superiori di mandare gli aerei da Aviano a dare manforte a quel contingente di quattrocento ragazzi impreparati, con la consegna di fare la guardia a un’enclave in cui non doveva succedere niente e invece si è scatenato l’inferno. Ma l’attacco dall’alto non arriva.

Mladić sa. E lo sanno tutti a Srebrenica, ormai. Sanno di essere stati traditi e poi abbandonati. Anche il loro rambo, il musulmano Naser Orić, l’ex capo della polizia, che con la sua banda risponde alle violenze degli assedianti facendo incursioni punitive contro i serbo-bosniaci dei villaggi vicini, ha ricevuto l’ordine di lasciare la “zona protetta” – Risoluzione Onu n. 819/93 – al suo destino.

 

Oggi la “fabbrica dell’orrore”, quartier generale dell’Unprofor, la Forza di protezione delle Nazioni Unite, ospita un museo della memoria, ma le stanze dove vivevano i soldati olandesi non sono state toccate: le pareti sono il diario dello smarrimento di ragazzi che a malapena sanno dove sono finiti, tra machismo da barzelletta e aggressività nazionalista, razzismo e ignoranza. Graffiti, fumetti, ragazze nude e micky mouse, simbolo macchietta di ogni contingente militare che si rispetti; ci sono insulti alle donne bosniache – che in molti non sdegnavano di stuprare, all’occorrenza – ma anche i giorni che mancano alla licenza puntigliosamente sbarrati, uno dopo l’altro, come sui muri di una prigione. Queste erano le “forze di interposizione” che avrebbero dovuto garantire la sicurezza del cul de sac in cui l’Onu aveva ficcato 60mila persone, quel che restava dei musulmani della Bosnia orientale.

«Nessuno voleva una repubblica a maggioranza musulmana nel cuore dell’Europa. Hanno sciolto i cani e dopo, quando tutto era finito, hanno tirato il guinzaglio: rispetto a Croazia e Slovenia, in Bosnia hanno fatto terra bruciata. Il fattore musulmano non garbava all’Occidente». Diego Fulcheri dopo la guerra ha fatto parte della Sfor, la Forza di stabilizzazione della Nato, incaricata di difendere gli accordi di Dayton del ’95, che hanno diviso in due lo Stato: da una parte la Repubblica Srprka serbo-ortodossa e dall’altra la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, abitata da una maggioranza di musulmani e da una minoranza di croati. Srebrenica, ultimo sfregio dopo lo sterminio, è stata destinata alla Repubblica Srpska. Quando cercavano Mladić per portarlo alla sbarra al Tribunale dell’Aja, Fulcheri faceva ricognizioni con il suo elicottero sull’ex Jugoslavia. «Più di una volta ci hanno mandato a controllare la sua casa di Pale, sopra Sarajevo; dicevano che era lì ma non ci davano l’ordine di intervenire». L’hanno preso, infine, il “boia di Srebrenica”, dopo ben 15 anni di latitanza. Insieme ai suoi, ci aveva messo due giorni a uccidere tutti i musulmani bosniaci, giorno e notte, sistematicamente; era andato anche a reclamare i trecento che si erano rifugiati nel compound dell’Unprofor, insieme a cinquemila donne e bambini. I caschi blu, il 13 luglio, glieli consegnarono, pur sapendo bene a cosa andavano incontro, e per questo l’Olanda è stata ritenuta responsabile da un tribunale dell’Aja nel 2014. Quegli stessi soldati alla fine della guerra avevano ricevuto dal loro governo e dagli Stati Uniti una medaglia “per il coraggio dimostrato” a Srebrenica. Non uno l’aveva rifiutata.

Ora forse qualcosa sta cominciando a cambiare: è del maggio scorso la presentazione alla Camera dei rappresentanti del parlamento bosniaco di una richiesta di ammissione del genocidio di Srebrenica, già riconosciuto dal Tribunale dell’Aja nel 2004. Si avvicina il ventennale e forse qualcuno, a Sarajevo, cerca di non fare troppe brutte figure.

 

«La municipalità di Srebrenica contava 20mila abitanti prima della guerra, oggi sulla carta sono 5mila ma in realtà ci vive appena un migliaio di persone», conta laconica Azra Ibrahimović. Azra si occupa dei progetti per lo sviluppo del territorio dell’ong italiana Cesvi. Uno degli obiettivi principali del suo lavoro è far stare insieme i ragazzi di religione diversa. «Le ferite sono ancora aperte – dice – perché le divisioni tra le famiglie sono forti e i bambini ne risentono. Anzi, spesso è la generazione dei figli a non riuscire a perdonare quello che i genitori hanno subito e che cercano di dimenticare». E aggiunge: «forse dovremmo fare come in Sudafrica e mettere uno di fronte all’altro carnefici e vittime».

Azra è originaria di Skelani, a pochi chilometri da qui; la sua storia è decisamente straordinaria. A 13 anni, all’inizio della guerra, è stata separata dal padre e dal fratello ed è finita con la madre e le altre donne in un campo profughi nella vicina Tuzla; poi, volendo a tutti i costi frequentare le magistrali, ha convinto la madre a lasciarla andare a Sarajevo, dove ha vissuto da sola, correndo ogni giorno sotto il fuoco dei cecchini per andare a scuola. Se provi a chiederle come si fa a resistere, dice con un sorriso: «la morte non ci fa paura; noi musulmani diciamo che è più vicina del collo alla camicia». A 16 anni infine è tornata a Tuzla, ormai nel caos per la fame, il sovraffollamento, i feriti. Si è assunta lei la responsabilità di gestire il campo profughi: «eravamo in trecento e non avevamo niente, bisognava trovare medicine e cibo, tenere i contatti con le autorità locali e i responsabili dell’Unhcr e dell’Unicef. Qualcuno doveva occuparsene e l’ho fatto io», racconta con semplicità. Suo padre e suo fratello sono stati uccisi, lei è rimasta: è la sua terra, questa. Anche se convivere con chi è stato il tuo nemico fino a ieri non è facile: «per me all’inizio i serbi erano tutti assassini, poi grazie ai miei colleghi ho cominciato ad elaborare i traumi e affrontato i miei pregiudizi», ammette.

Il problema fondamentale per Srebrenica, comunque, è ripartire. Una città che era un rinomato centro di acque termali, dove la gente veniva a rilassarsi, oggi è circondata da fosse comuni, in buona parte ancora minate. Da due decenni si celebrano ininterrottamente funerali, e i dispersi sono ancora migliaia: la montagna che circonda Srebrenica è un immenso cimitero, montagna nera e rossa di piombo, argento e bauxite, interrotta dalle distese di stele bianche – un nome e la data di morte, per tutti la stessa.

Nonostante i fondi che continuano a piovere sul territorio, il tenore di vita è decisamente basso. Eppure c’è chi ci prova davvero a ricominciare, come Rada Zarković e i suoi “lamponi di pace”, una cooperativa dove lavorano fianco a fianco donne musulmane e ortodosse, o come Avno Purković, che ha ricostruito il ristorante del padre Abdulah: «all’inizio cucinavamo in un garage, con due tazze e due piatti, perché il nostro locale era stato distrutto». Oggi ha rimesso a posto la casa di famiglia e ha riaperto la sua Pansion Misirlije: come clienti ha i membri delle ong o i pellegrini delle commemorazioni; turisti però non se ne vedono. «La maledizione di Srebrenica è che la gente viene soltanto il giorno dell’anniversario, o se c’è un funerale, e poi non vede l’ora di andarsene – conclude Azra Ibrahimović – Siamo bloccati dentro una contraddizione terribile: da un lato si viene qui soltanto per ricordare cosa è stato, dall’altro il genocidio continua a essere negato. E in mezzo ci siamo noi e un paese immobilizzato».

Sono passati vent’anni e tra retorica e cattiva coscienza dell’Europa, anche i vivi rischiano di finire chiusi nel memoriale, come i morti.

 

 

La politica di Macron? Una fabbrica di clandestini

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Di Federica Tourn (Left, 21/10/2017)

A Lampedusa ci sono i pescatori, sulle Alpi i montanari ma la legge è la stessa: non si lasciano i dispersi in pericolo e si dà rifugio a chi lo chiede. Se mare e montagne sono inevitabili confini naturali, sono solo gli Stati che possono costituire le frontiere: ma né gli uni né le altre sono destinati a reggere, se chi migra è costretto dalle avversità e se c’è qualcuno pronto a dare accoglienza, nonostante tutto.

La frontiera fra Francia e Italia oggi è diventata una cerniera che chiude ogni strada e sbarra ogni valico, guardati a vista dalla Gendarmerie, impegnata in una vera caccia all’uomo pur di scovare gente senza documenti in regola, dublinés che vengono prontamente restituiti all’Italia, e pazienza se riproveranno il giorno successivo a entrare nell’agognata République, che non li vuole a nessun costo, nemmeno se minori. «Anche se in questo caso la Francia sarebbe obbligata ad accettare la domanda d’asilo; invece li dichiara maggiorenni e li rimanda indietro. E’ una fabbrica di clandestini. Se lo Stato è il primo a non rispettare le leggi, siamo alla catastrofe». A parlare è Michel Rousseau, dell’associazione Tous Migrants, che a Briançon, cento chilometri da Torino, ha aperto un centro gestito soltanto da volontari per dare assistenza ai migranti che dalla val di Susa arrivano partendo da Bardonecchia e risalendo il Colle della Scala, 30 km a piedi. Quest’anno ne sono arrivati più di mille da Camerun, Costa d’Avorio, Mali; il 60% di loro ha meno di 18 anni. Sono poco vestiti e per nulla attrezzati per l’alta quota, dove di notte la temperatura è già scesa sotto lo zero; per muoversi usano il gps del cellulare, ma spesso è la polizia italiana a mostrare loro il sentiero da prendere. A volte ci mettono giorni a scavallare il colle, camminano di notte quando hanno più possibilità di non essere visti e si nascondono di giorno: «Ne ho recuperato uno a Nevache, a pochi chilometri da qui, era congelato; i passeurs qui non ci sono, se ne dovessimo mai incontrare uno gli faremmo passare un brutto quarto d’ora», racconta Rousseau, che non nasconde l’indignazione per quello che sta succedendo. «Sapevamo che con la chiusura della val Roja avrebbero cominciato a passare da qui e ci siamo organizzati – dice – A nostre spese, e parlo di decine di migliaia di euro. Ma non possiamo accettare che della gente muoia in Europa nel 2017».

E’ una storia di resistenza e mobilitazione civile, quella del Briançonnais: su una popolazione che conta appena 22mila abitanti, più di trecento sono impegnati attivamente nell’assistenza ai migranti e un centinaio di famiglie divide la casa con un rifugiato. Nel 2015, quando la jungle di Calais, l’enorme centro d’accoglienza ai bordi della Manica, viene chiusa e i migranti delocalizzati, il Comune di Briançon accetta di prenderne alcuni, e così fa di nuovo l’anno successivo, quando arrivano gli sfollati parigini di Porte de La Chapelle. «La popolazione si è mostrata subito solidale e non abbiamo mai avuto incidenti – racconta Luc Marchello, direttore della Maison des Jeunes, centro sociale che ha collaborato nell’accoglienza – ma la politica del governo non si prende carico dei rifugiati e noi a queste condizioni non accettiamo più di essere agenti dello Stato».

Il riferimento è al presidente Macron, che in pochi mesi ha gettato la maschera amabile della campagna elettorale e mostrato un volto tutt’altro che propizio verso chi chiede asilo nel suo Paese: per la quarta volta in due anni ha deciso di ignorare gli accordi di libera circolazione di Schengen, prolungando fino al 30 aprile 2018 i controlli alle frontiere con la motivazione della persistente minaccia terroristica. Non è tutto: il 3 ottobre l’Assemblea nazionale ha approvato a grande maggioranza la nuova legge antiterrorismo, che entrerà in vigore il 1° novembre e di fatto trasferirà nel diritto ordinario le misure eccezionali dello Stato d’emergenza: fra queste, la possibilità di eseguire controlli d’identità alle frontiere, chiudere luoghi di culto ed effettuare perquisizioni anche al domicilio. Un campanello d’allarme per chi ospita stranieri: «finora la polizia si è limitata a fermare chi dà passaggi in macchina ai migranti ma da domani potrebbero entrarci in casa – commenta Rousseau – Assistiamo a un grandissimo passo indietro sul fronte dei diritti».

Al centro d’accoglienza di Briançon, intanto, sette giorni su sette vengono serviti pranzo e cena a più di cinquanta persone; al piano superiore ci sono anche delle camere da letto, che ospitano una ventina di ragazzi. I medici passano regolarmente e cercano di fornire anche un supporto psicologico: inutile dire che i migranti soffrono quasi tutti di stress post traumatico, per non parlare di ferite mal rimarginate, affezioni della pelle, malnutrizione. Un paio hanno dovuto subire l’amputazione delle dita per congelamento. Le loro storie si somigliano tutte, sono racconti di violenza, di guerra e di privazioni, e nessuno parla mai della nostalgia del passato o dell’incognita del futuro. Lo sa bene Aimé, che liquida la solita domanda su come è arrivato in Europa con un sarcastico «voi giornalisti lo sapete meglio di noi quello che affrontiamo». Studente del Camerun, ha 29 anni, è passato per la Libia e Lampedusa, vorrebbe restare in Francia: questa la sua carta d’identità. Ora, a Briançon, aspetta.

I volontari di Tous Migrants sanno bene che il centro potrebbe essere chiuso da un momento all’altro: «se succederà – chiosa Rousseau – faremo altro. Molto ora dipende dal progredire della stagione: finché non nevica gli arrivi continueranno, poi è possibile che i rifugiati si blocchino a Bardonecchia». Ci troveremo davanti a un effetto Ventimiglia a due passi dalle stazioni sciistiche? «Finora la polizia ha chiuso un occhio e i ragazzi “in transito” cercavano di non farsi notare; stavano sommersi per essere salvati, per così dire – commenta il sindaco di Bardonecchia Francesco Avato – Certo, dovessero aumentare i migranti sarebbe un problema, il comune non è attrezzato per far fronte a una situazione del genere».

 

Il grido delle donne: «Pace,ora!»

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Di Claudio Geymonat (Riforma, 18/10/2017)

Foto di Gal Mosenson

Women Wage Peace è un movimento creato all’indomani della guerra “Margine di Protezione” fra Hamas e l’esercito israeliano nell’estate del 2014. Da qui l’idea che ha avuto un gruppo di donne, israeliane e palestinesi, di unirsi per manifestare la volontà di giungere a un accordo per porre fine a un conflitto drammatico.

Un anno fa la prima marcia: oltre 4 mila persone, donne e bambini soprattutto, hanno camminato per 200 km dal nord di Israele fino a Gerusalemme. Quest’anno dal 24 settembre al 10 ottobre sono state molte di più le presenze, almeno 30 mila persone che mettendosi in moto dai quattro lati del paese si sono date appuntamento prima nel deserto per una grande festa di musica, balli e commozione, e poi per una due giorni conclusivi di tavole rotonde, preghiere, incontri.

La richiesta è di vedere seduti ad uno stesso tavolo i leader delle due parti in causa al fine di superare finalmente una situazione di impasse e tensione che condiziona l’intera regione. Un’iniziativa dal basso per dire basta alle violenze e per stimolare i partiti politici, che sul tema paiono non volersi esporre, Un segnale fortissimo da queste ragazze e donne vestite di bianco.

Abbiamo raggiunto telefonicamente una di queste attiviste, Shazarahel, artista e scrittrice israeliana, portavoce del movimento in Italia, per farci raccontare l’atmosfera fra le partecipanti: «E’ stato un prodigio, un miracolo. Migliaia di donne insieme, fianco a fianco, israeliane e palestinesi, ebree e musulmane. Senza propaganda, senza strumentalizzazioni, solo con la voglia di gridare dal fondo del cuore basta a una guerra che da sessant’anni ha versato inutilmente così tanto sangue».

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Siete madri, figlie, sorelle, amiche a dire che “Il re è nudo”, e che la guerra non ha portato ad alcun risultato in una terra dove pare non vi sia alternativa al conflitto permanente.

«Con questa marcia sono caduti vari tabù, e quello dell’inevitabilità della guerra è uno. La narrazione comune spesso presenta madri islamiche felici di vedere i figli immolarsi in nome di Allah, e madri israeliane orgogliose dei propri che difendono la patria. Ma la maggior parte delle donne sia israeliane che palestinesi non sono così come vengono dipinte dalla propaganda politica: tutte noi siamo venute per dire con chiarezza che non siamo più disposte a dare i nostri figli per la causa della guerra e della lotta armata».

Ecco, i figli: dalle immagini si vedono bambine e bambini mano nella mano con le madri a marciare e ballare. Sono loro il futuro del pianeta, perché è importante fossero al vostro fianco?

«Perché devono sapere che un altro mondo è possibile. Vedere le mie due figlie abbracciate e coccolate da donne arabe sconosciute, vederle giocare con bambini palestinesi, senza timori da parte di nessuno, in un clima di festa e di gioia, è stato uno dei momenti più intensi. E poi noi madri abbiamo potuto incontrarci, parlarci e capire che al di là dei facili miti vogliamo tutte soltanto il bene dei nostri figli».

Uomini, classe politica e mezzi di comunicazione: quali sono stati gli atteggiamenti di questi tre attori?

«Alcuni uomini hanno marciato con noi, si è trattato per lo più di alcuni dei nostri mariti. Per il resto questa e nostre altre iniziative sono guardate con occhio critico, sospettoso: purtroppo bisogna avere il coraggio di dire che la parola Pace a queste latitutidini è un vero tabù, quasi una parolaccia: la Pace pare soltanto un’utopia, il sogno degli stolti. E’ incredibile ma siamo arrivati a tal punto. Per questo i media locali hanno snobbato l’evento, almeno fino a quando la sua eco non è rimbalzata su giornali e tv internazionali: allora non hanno più potuto far finta di nulla; i commenti non stati sempre positivi ma volti a presentarci come un gruppo di sognatrici. Stesso discorso vale per la politica».

Tutte insieme a marciare, a ballare, ad abbracciarsi. E la tanto reclamata sicurezza?

«Questo è un altro dei tabù che abbiamo contribuito a smontare. La cosa più incredibile è che ci siamo riunite a migliaia sotto le tende nel deserto senza passare alcun controllo di polizia, senza un metal detector, senza nemmeno pensarci. Che proprio in Israele, dove devi passare a controlli ovunque tu vada, 10.000 donne si siano radunate nello stesso luogo senza controlli di sicurezza è un evento senza precedenti: sarebbe bastato che un solo pazzo entrasse e poteva succedere l’ennesima strage, e la cosa più straordinaria è che non sia successo!».

Il mondo religioso israeliano come ha guardato alla vostra manifestazione?

«Alla marcia hanno partecipato credenti e laiche, con una netta preminenza delle seconde.Ma come ogni religione anche l’ebraismo non è monolitico, e vi sono aree più sensibili ad istanze moderate. E’ stato però molto bello che alla fine della manifestazione abbia preso la parola Adina bar-Shalom, attivista molto nota in Israele perché figlia del grande rabbi Ovadia, il capo spirituale degli ebrei sefarditi, figura mito per gli ultraortodossi. Il suo intervento, seppur si inscriva perfettamente in un percorso che Adina da anni ha intrapreso soprattutto per il superamento delle discriminazioni di genere, l’ha comunque molto esposta nel suo ambiente di provenienza e rappresenta per noi un incoraggiamento a proseguire nei nostri sforzi».

Come fare ora per non dissipare questa grande carica di energia, quali le prossime tappe?

«Intanto meglio sgombrare il campo da equivoci: noi non siamo un partito né ambiamo ad esserlo. Ci sono fra noi donne di ogni pensiero politico che non vogliono dare i propri figli alla causa guerrafondaia. Non entriamo per questo nell’analisi politica. Il nostro è un urlo. Presenteremo al parlamento un documento ufficiale che verrà redatto in questi giorni, per tenere alta l’attenzione sulle nostre azioni. Si sta costituendo intanto una sorta di gruppo informale interpartitico, una lobby di una ventina di parlamentari che si stanno impegnando per portare alla Knesset le nostre istanze. Noi crediamo che la pace sia possibile, e non ci fermeremo fino al raggiungimento di un accordo fra le due parti».

Per il grande raduno erano stati invitati ufficialmente il Primo Ministro Bibi Netanyahu e il Presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen: quest’ultimo ha mandato una sua rappresentante, il premier israeliano invece non ha nemmeno risposto all’invito e i giornali a lui fedeli non hanno fatto molti giri di parole per render noto cosa pensavano di tutto ciò. Ma l’impressione è che non sarà il silenzio a fermare queste donne.

 

 

Polonia, «sotto tiro la protesta delle donne»

monika bujak

Di Federica Tourn

(Il Manifesto 14/10/2017)

Foto di Monika Bujak

Centri antiviolenza nel mirino in Polonia, il giorno dopo le manifestazioni che hanno di nuovo percorso il paese, a un anno dallo Straik Kobjet, lo sciopero generale in cui decine di migliaia di donne erano scese in strada per impedire un ulteriore irrigidimento della legge sull’interruzione di gravidanza, fra le più oscurantiste d’Europa. Sequestro di materiale e dati sensibili, documenti e pc, tutto è finito nelle mani della polizia il 4 ottobre, con un blitz in pieno giorno.

Il Women Right’s Center è la più grande organizzazione che si occupa di violenza domestica a livello nazionale; ha uffici nelle maggiori città della Polonia e tre di questi, a Varsavia, Danzica e Łódź, hanno subito l’irruzione. Così come è successo a “Baba”, un’associazione regionale impegnata sullo stesso fronte, con sede a Zielona Góra, nella Polonia occidentale. «E’ un chiaro atto di intimidazione», denuncia Marta Lempart, avvocata, una delle leader del movimento delle “Donne in nero” che hanno organizzato le proteste del 3 ottobre 2016 e che da allora non smette di battersi contro le politiche illiberali del governo di destra della premier Beata Szydło, particolarmente accanita contro i diritti di donne e gay. Il numero delle interruzioni di gravidanza legali, in base alla legge del ’93, oscilla fra i 600 e i 1000 all’anno ma in realtà si stima che siano quasi 150mila, praticate clandestinamente in patria o privatamente all’estero. Se si aggiunge un parlamento che imbavaglia la stampa e cerca di controllare la magistratura e la Chiesa cattolica che organizza lungo le frontiere un rosario anti migranti, la Polonia sembra più che mai lacerata fra tensioni opposte.

 

Come legge le perquisizioni dei giorni scorsi nei centri antiviolenza?

«Stiamo parlando di ong che ogni giorno svolgono un lavoro professionale molto importante e che, anche se rappresentano una voce fondamentale per i diritti delle donne in Polonia, non sono movimenti di protesta come il nostro delle “Donne in nero”.

Quindi il fine di quest’azione è chiara: noi non abbiamo sedi che possano essere violate con falsi pretesti di natura finanziaria, così preferiscono colpire e paralizzare organizzazioni che fanno un lavoro cruciale e quotidiano per aiutare le vittime di violenza domestica in Polonia. Quando la polizia è entrata negli uffici del Women Right’s Center, c’erano delle persone che chiedevano informazioni o venivano aiutate in altri modi a cui sono stati presi i dati – donne che avevano avuto a che fare con la polizia, che ancora oggi considera la violenza domestica come una “faccenda interna alla famiglia”. La polizia non ha direttamente colpito noi, le organizzatrici delle proteste contro il governo, perché le loro intenzioni sarebbero state ancora più ovvie».

 

Era un’azione programmata da tempo secondo lei?

«Il mandato di perquisizione era stato emesso in luglio, hanno aspettato 72 giorni prima di entrare in azione: la perquisizione è arrivata giusto a un anno dalla grande manifestazione del 3 ottobre 2016 e il giorno dopo il Martedì Nero, quando avevamo organizzato in tutto il paese riunioni, raccolte di firme per l’aborto legale, picchetti, marce e azioni dimostrative in più di cento città. Penso che cerchino di farci sentire responsabili del fatto che organizzazioni professionali tanto necessarie siano ora minacciate e danneggiate a causa del loro coinvolgimento nelle nostre manifestazioni di protesta».

 

Come è stato giustificato l’intervento della polizia?

«L’operazione rientrerebbe nel quadro dell’inchiesta sui presunti illeciti commessi dai funzionari del Ministero della Giustizia del precedente governo, che avrebbero fornito sostegno finanziario alle suddette organizzazioni. L’indagine in corso però non giustifica in alcun modo l’irruzione nei locali delle ong; inoltre i documenti sono tutti al Ministero e in questi casi la prassi è una semplice richiesta alle istituzioni sotto inchiesta, non certo il prelevamento forzato del materiale. Ora abbiamo iniziato un’azione per promuovere una raccolta fondi in aiuto delle organizzazioni sotto indagine».

 

Che cosa succederà adesso?

«Il mio timore è che ora vogliano provocare le piccole organizzazioni. Molte delle leader dello Straik Kobjet  sono impegnate in attività sociali o culturali, lavorano per associazioni locali non necessariamente femministe, librerie, centri culturali. Nel caso queste organizzazioni fossero colpite, insieme a chi ci lavora, sarebbe molto difficile difenderle, perché il legame con noi del movimento non è così definito e il nostro intervento sembrerebbe frutto di paranoia. Alcune  attiviste, inoltre, lavorano nella scuola e, dato che siamo nel mezzo di una “riforma” in cui gli insegnanti vengono licenziati quotidianamente (fino ad oggi sono 6500), sarebbero forse le prime a essere lasciate a casa. In conclusione la paura per il futuro c’è, ovviamente. Abbiamo bisogno di un serio monitoraggio internazionale su quello che sta succedendo in Polonia».

 

C’è già chi è stato colpito personalmente per aver partecipato alle proteste contro il governo?

«Io devo affrontare due cause con accuse ridicole, tipo aver infranto la legge e la protezione dell’ambiente per aver utilizzato il megafono durante una protesta nel centro città; Jurek Owsiak, il leader di  WOŚP, una grande fondazione di beneficienza che ha raccolto e donato milioni per gli ospedali, amato da tutta la nazione, è accusato di aver imprecato in pubblico. Ci sono circa un migliaio di persone in Polonia che sono sotto processo per aver protestato, in un modo o nell’altro. Ma riceviamo anche molto sostegno nella nostra lotta e ora abbiamo avviato un comitato di aiuto, “gli Ombrelli”, e non c’è motivo di preoccuparsi. Il punto non sono le accuse assurde per le proteste, quelle possiamo affrontarle; il problema serio sono le conseguenze di queste accuse sui posti di lavoro, in famiglia, sulla “rispettabilità” personale e in generale sulla vita quotidiana. La persecuzione strisciante, insomma».

 

L’antico genocidio che imbarazza la Germania

ester e ida

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat

(Left, 30/09/2017)

Questa storia comincia con un teschio.

1907. Un teschio su una mensola, dentro una canonica, fra Bibbie e libri in tedesco, poche suppellettili, stuoie sul pavimento, un crocefisso e i paramenti appesi al muro. Fuori, la terra secca e farinosa della Namibia, dove il deserto ha lasciato da tempo lo spazio all’altopiano: pochi edifici, che vorrebbero portare nel Nuovo Mondo la grazia spensierata del neogotico e dell’art nouveau, una stazione ferroviaria appena inaugurata e la Christuskirche luterana che svetta in cima a una collina con i suoi colori di biscotto e zucchero. Intorno, le case basse dei coloni e più in là – rigorosamente separate dal mondo dei bianchi – le baracche degli indigeni.

Windhoek è cresciuta all’incrocio dei venti, territorio conteso fra Herero e Nama, percorso da sorgenti calde che ne fanno un punto cruciale per le coltivazioni; non è un caso che proprio da qui, nel 1890, inizi formalmente il dominio della Germania sulla Namibia, con il contingente del maggiore Curt Von François a posare la prima pietra del forte, l’Alte Feste, a protezione dei nuovi insediamenti. Primo governatore della colonia è un tal Heinrich Göring, padre di quell’Hermann Göring che sarà poi il braccio destro di Hitler. A capo del contingente militare, per tenere a bada le popolazioni locali che si ribellano all’esproprio delle terre, arriva con 14mila uomini il generale Lothar von Trotha, reduce dai successi in Africa orientale e in Cina e noto per non andare troppo per il sottile. Von Trotha nell’estate del 1904 sconfigge gli Herero nella battaglia di Waterberg e ordina ai suoi uomini di non avere pietà nemmeno delle donne e dei bambini: i superstiti vengono spinti verso il deserto del Kalahari e lasciati morire di sete, i pochi superstiti catturati e rinchiusi nei Konzentrationslager, dove sono sottoposti a torture, stupri, esecuzioni sommarie; per malattie, stenti e violenze ne muoiono a migliaia. Nel più grande, a Shark Island, l’antropologo Eugen Fischer fa esperimenti su cavie umane, a cui partecipa anche l’italiano Sergio Sergi. Oltre l’80% della popolazione Herero viene eliminata in soli tre mesi, tra l’agosto e l’ottobre 1904; i Nama seguiranno di lì a poco la stessa sorte, morendo come mosche nei lager, dove soltanto un prigioniero su due sopravvive. Come souvenir e prova dell’efficienza teutonica, trecento teschi sono inviati in Germania. E’ un genocidio, il primo della storia del Novecento.

«Sono le prove generali di cosa accadrà mezzo secolo dopo: campi di concentramento, studi sulla razza, eliminazione sistematica di intere etnie. Hanno testato su di noi ciò che avrebbero poi messo in opera con gli ebrei». A parlare è Ester Muiinjangue; lei e Ida Hoffman sono le portavoci dei loro popoli, i Nama e gli Herero, e da anni si battono perché sia resa giustizia. «Quest’anno è venuto in visita a Windhoek il delegato pontificio. L’ho seguito e, fra il panico degli accompagnatori che volevano bloccarmi, ho chiesto di potergli parlare. Gli ho detto che il papa si è sbagliato: se bisogna stabilire un tragico primato, allora siamo noi ad aver patito il primo sterminio di massa del novecento, non gli armeni. Ora anche papa Francesco lo sa», aggiunge Ida Hoffmann. Il suo cognome sigilla un’era: «mia nonna – spiega – fu costretta a cambiarlo, ad acquisirne uno imposto dagli invasori». Che da queste parti hanno il colore biondo dei capelli e gli occhi azzurri dei coloni, le teste di ponte dell’Impero dell’Africa tedesca del sud-ovest: trent’anni soltanto, un soffio nel libro della storia, un’eternità per le dodici tribù che si dividevano il nulla che c’era da dividere. L’uomo bianco sa bene che cosa può invece sfruttare: non solo le terre fertili lungo l’Oceano e nel nord del paese, ma soprattutto i ricchi giacimenti di diamanti e rame nel sottosuolo.

Oggi lo Namibia chiede che la Germania riconosca ufficialmente il genocidio e sia disponibile a un risarcimento. Non è tutto: vuole anche la restituzione dei teschi delle vittime, minuziosamente catalogati nell’opera di Sergi, Craniologia Hererica, e per generazioni esibiti nelle università tedesche, dove Fischer negli anni ’30 li ha usati a beneficio dell’eugenetica nazista per indottrinare i suoi studenti, fra cui anche il futuro boia di Auschwitz Josef Mengele. Teschi che diventano anche sinistri soprammobili a Windhoek, come nella canonica di padre Ziegenfuss, da cui ha preso inizio questa storia, spia di una noncuranza, se non addirittura di uno spirito di sopraffazione decisamente poco fraterno che ha segnato l’evangelizzazione nelle colonie. Ma che ne sanno i cristiani d’inizio ‘900, cresciuti a devozione risvegliata e spirito missionario, del culto degli antenati delle tribù africane o della violenza profonda insita nel trafugamento dei teschi?

Alois Ziegenfuss, è un prete missionario e nel periodo fra il 1904 e il 1907 diventa cappellano militare: è testimone della guerra contro gli Herero e i Nama, di cui scrive in un diario; il suo impegno a fianco dei colonizzatori e fra gli indigeni gli valgono una popolarità che lo spinge a restare anche dopo il ritiro dei tedeschi alla fine della prima guerra mondiale, quando la Namibia passa all’Impero Britannico, che la affida all’Unione Sudafricana, poi Repubblica Sudafricana dal 1961, sotto il cui controllo rimarrà di fatto fino all’indipendenza, nel 1990. La riconoscenza per pater Bokklebein, come viene chiamato in afrikaneer, è testimoniata ancora oggi dalla Ziegenfuss strasse a Windhoek. «Padre Ziegenfuss aveva un teschio. C’era un teschio in casa sua, capite? Un teschio Herero o Nama, ricordo della guerra. Non l’hanno punito per questo, anzi, gli hanno addirittura dedicato una strada. Questo la dice lunga sulla posizione della chiesa cattolica durante il genocidio», denuncia Ida Hoffmann, che nel 2011 è andata personalmente a Berlino per riprendere venti teschi della sua gente, ritrovati fra Germania e Svizzera.

Cattolici e protestanti che siano, l’atteggiamento verso gli indigeni è abbastanza ecumenico. A Otjimbingwe, nella più vecchia chiesa protestante di Namibia, decine di indigeni vengono assassinati durante il culto al momento dell’invocazione, quando gli occhi sono chiusi in segno di raccoglimento. Lo racconta Ester Muiinjangue nel documentario Skulls of my people: «per questo prego sempre con gli occhi aperti», chiosa.

La storia della cappellania militare in Namibia, e più in generale delle missioni cristiane, soprattutto protestanti, non è edificante. Oggi la Chiesa evangelica in Germania fa confessione di peccato per non aver difeso le popolazioni locali dallo sterminio, ma per troppi anni è stato rimosso il ruolo attivo che i missionari hanno avuto nel fiancheggiare le truppe del Kaiser nella persecuzione dei nativi. Come documenta Glen Ryland in Stories and mission apologetics: the Rhenish mission for wars and genocide to the nazi revolution, i missionari, spesso armati, allestiscono e poi aiutano i militari a far funzionare i campi di concentramento, mantenendo e utilizzando a proprio vantaggio la divisione razziale fra i diversi gruppi tribali. Di più: il coinvolgimento dei missionari nell’impresa militare tedesca segna di fatto l’inizio della distruzione degli Herero attraverso l’incarcerazione; i pochi che riusciranno a sopravvivere ai campi saranno costretti a lavorare nelle fattorie dei coloni, perpetuando per generazioni una condizione di schiavitù, poi avallata dall’apartheid sancito dal governo del Sudafrica. In ultimo, la sofferenza viene vista come un passaggio per arrivare alla “necessaria” conversione di massa al cristianesimo.

 

E di sofferenza non ne è mancata da queste parti: in nessun posto come in Namibia puoi vedere ancora oggi l’invisibile muro che separa i bianchi dai neri, quasi una Via col vento del ventunesimo secolo. A Windhoek la popolazione nera vive ancora quasi tutta nell’estrema periferia, a Katutura – in lingua Herero, letteralmente “Il posto in cui la gente non vuole vivere” – il ghetto creato a tavolino nel 1961 dall’amministrazione coloniale sudafricana. Migliaia di persone vengono spostate a forza dalla zona sud della città, dove sono ormai troppo a contatto con i bianchi; proteste e manifestazioni costano 11 morti e 44 feriti. Anche in Katutura si replica immediatamente la divisione in ghetti e etnie: Ovambo, Damara, Nama, Herero, San e gli altri, tutti qui, accalcati ma separati. Gli odori sono forti, ad ogni angolo si arrostiscono carne e verdure su braci improvvisate, piccoli mercati si nascondono sotto teloni di plastica a ripararsi dal sole, a pochi metri dal cimitero, che di nuovo l’ironia africana ha chiamato Golgotha. Terra e croci, croci ovunque. Le tombe di bambini sono in numero impressionante. Del resto la Namibia è la nazione con più malati di Aids al mondo e un bambino su cinque nasce sieropositivo.

L’unico edificio a più piani di Katutura è l’ospedale, uno scheletro di otto piani, che qui in mezzo paiono almeno il triplo. Alle finestre mancano i vetri, un solo ascensore funziona a intermittenza, i letti sono senza lenzuola: quando ci sono, visto che nel reparto pediatrico ci si accontenta di materassi sul pavimento. A pochi chilometri invece è il bianco a farla da padrone, quello delle villette dei geometrici quartieri abitati dal pugno di europei che rimane quaggiù, immobili di fronte alla storia che ha cambiato addirittura secolo. Il quartiere, sorvegliato a vista, si chiama Klein Windhoek, piccolo Windhoek; come a dire un luogo a sé, un’enclave dove la storia pare essersi fermata. I bianchi d’Africa sono meno di centomila su due milioni e mezzo di persone che vivono in Namibia, la nazione meno densamente abitata al mondo dopo la Mongolia. Ma sono loro ad avere in mano oltre l’80% delle terre. In Parlamento  invece siedono solo neri: ai bianchi non interessa il potere politico, hanno tutto il resto. Potere che da quasi trent’anni è saldamente in mano alla Swapo, il partito che ha liberato il Paese dal giogo sudafricano, come testimonia il massiccio parallelepipedo che ospita il museo dell’Indipendenza. Due ascensori panoramici accompagnano i visitatori per cinque piani, fino al ristorante in cima, con tre terrazze che consentono di abbracciare tutto l’orizzonte. Sulla spianata ai piedi del museo, una statua enorme del primo presidente Sam Nujoma, mitologico eroe della liberazione, santificato ancora in vita, oggi arzillo novantenne. Costo? Milioni di dollari, finite nelle casse della Corea del Nord, le cui aziende hanno vinto il bando per la realizzazione dell’opera. Sarà per questo che tutti i soldati degli epici dipinti e le statue belliche hanno occhi a mandorla, compreso lo stesso Nujoma, uno sguardo che sembra guizzare beffardo, come il destino di questo paese così ricco di materie prime e così depredato.

Vogliamo parlare dei diamanti? In Namibia vengono fuori non solo dalla terra ma anche dal mare. La Debmarine Namibia, una joint venture fra la multinazionale De Beers e il governo, è l’unica compagnia al mondo a dragare pietre preziose nelle profondità dell’oceano: la compagnia ha prodotto più di un milione di carati soltanto nel 2016. Per non parlare dei milioni di marchi riversati dalla Germania negli anni, tributo pagato per tacitare un mai dichiarato senso di colpa e che ha fatto della Namibia lo stato beneficiario delle maggiori donazioni tedesche al mondo a partire dall’indipendenza fino ad oggi. Dal 1990 la Germania ha versato 500 milioni di euro nelle casse namibiane, aiuti che dal 2005 sono calati e si attestano a 11,5 milioni all’anno. A ciò si aggiungono altri 20 milioni di euro negli ultimi dieci anni per le “Iniziative per la riconciliazione”: musei, pozzi, centri culturali, scuole. E’ difficile però rintracciare anche solo l’ombra di questa ricchezza nelle strade miserabili di Katutura. «Soldi noi non ne abbiamo visti – conferma Muiinjangue – A Windhoek delle sovvenzioni tedesche non è arrivato niente, basta guardarsi intorno per capirlo. E questo perché i leader Swapo sono tutti di etnia Ovambo e il governo ha buon gioco a privilegiare i suoi. Le terre Ovambo sono al nord, un misero 6% della nazione, ed è lì che finiscono i finanziamenti».

Per questo ora i discendenti degli Herero e dei Nama vogliono sedersi al tavolo delle trattative per il risarcimento del genocidio e non accettano che sia il governo da solo a negoziare: «la Germania dopo la seconda guerra mondiale ha discusso le condizioni con lo stato di Israele, certo, ma anche con i rappresentanti di 23 associazioni ebraiche. Lo stesso deve fare con noi oggi», chiosa Ester Muiinjangue, perché sia chiaro che non si faranno tagliare fuori un’altra volta. Non a caso It can not be about us without us (non potete parlare di noi senza di noi) è lo striscione che apre i loro cortei.

Il 5 gennaio 2017 il capo supremo degli Ovaherero Vekuii Rukoro e il presidente dell’associazione delle autorità tradizionali dei Nama David Frederick hanno deciso di avviare un procedimento legale al tribunale di New York per ottenere una riparazione formale dello sterminio. La causa è stata presentata negli Stati Uniti per via dell’Alien Tort Statute, una legge americana del 1789 spesso invocata nei casi di violazioni dei diritti umani, anche all’estero. Il 16 marzo 2017 il giudice del tribunale ha accettato di dare corso al procedimento ma la seconda udienza, il 21 luglio, è andata buca per l’assenza dei rappresentanti della parte sotto accusa, che si attacca a cavilli procedurali per non comparire in giudizio. La Germania si appella alle norme che impediscono a tribunali stranieri di citare in giudizio i paesi per le loro attività all’estero, anche belliche, mentre i richiedenti si rifanno invece alla risoluzione Onu sulle minoranze indigene del 2007, sottoscritta anche dalla Germania e che fra l’altro norma le modalità di restituzione delle terre alle popolazioni indigene, e qualora non sia possibile, prevede un indennizzo.

Per ora i tedeschi nicchiano: se un riconoscimento formale del genocidio è avvenuto da parte del Bundestag nel 2015 su iniziativa di Frank-Walter Steinmeier, allora ministro degli Esteri e oggi presidente della Repubblica Federale tedesca, altra cosa è pagare un risarcimento, che oltretutto costituirebbe un precedente e aprirebbe nuovi contenziosi fra ex colonie ed ex paesi colonizzatori, creando un imbarazzo (e un onere) che l’Europa non ha certo voglia di sostenere. La prossima udienza è fissata per il 13 ottobre 2017, si vedrà se in presenza della Germania o no. «Nessuno ci metterà a tacere. Se avessimo dovuto fare quello che si aspettavano da noi, saremmo ancora ad allacciare le scarpe agli uomini», commenta Ida Hoffmann senza scomporsi. «Ho ripetuto ovunque la mia testimonianza, da Windhoek a Berlino; ho raccontato la storia ai miei nipoti, che ora la ripetono fieri a scuola. Finché ci sarà un Herero o un Nama su questa terra, non ci arrenderemo mai». Nessuno chiuderà più gli occhi finché i teschi degli antenati non saranno tornati tutti a casa.

 

 

Orgoglio e castità, viaggio fra i pentecostali

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Di Federica Tourn (Pagina99, 29/09/2017)

«Benedico/ se aprirai il tuo cuore Lui sarà tuo amico/ questa vita non sarà più un labirinto/lascia che ti dica come mi ha guarito/ Gesù Cristo…». Il ritmo del reggaeton riempie la sala ma se la musica è proprio quella del tormentone estivo, questa versione di Despacito non richiama precisamente la passione dei sensi ma un altro genere di amore. A seguire il ritmo ragazze con le unghie laccate, l’eyeliner marcato e le sneakers, mentre ragazzi con i capelli rasati sulla nuca e l’orecchino sfoggiano magliette con su scritto “Epic Faith”, “I’m not normal”, “I’m supernatural” e ti vengono incontro per spiegarti che il vero cambiamento non è sovvertire l’ordine costituito, ma uscire dalla massa e credere «in Qualcuno che di rivoluzione se ne intende», cioè Dio. O meglio Gesù, che non è quello noioso inchiodato alla croce che ti hanno insegnato a pregare da piccolo ma è vivo e lotta insieme a noi; e soprattutto è molto cool.

In cerca di visibilità
Benvenuti al Christian Expo di Napoli, la prima “fiera cristiana” dove le chiese pentecostali del nostro Paese si sono incontrate per due giorni – il 22 e il 23 settembre – di conferenze, seminari, incontri, concerti. Il luogo scelto per la manifestazione è la Città della Scienza. Così capita che proprio nelle sale intitolate a Newton o Archimede si sentano risuonare gli amén dei tanti evangelici – più di cinquemila visitatori – accorsi da nord a sud per ritrovarsi e fare strategie per la conversione di questo nostro Paese, sedicente cattolico ma in realtà scelleratamente menefreghista in materia di fede. Sono venuti anche per farsi conoscere. Ricevono la visita e l’incoraggiamento del Consiglio comunale di Napoli e della Regione Campania, oltre al sempre apprezzato appoggio del senatore di Forza Italia Lucio Malan (valdese) e all’amicizia consolidata dell’ex islamico e neoconvertito al cristianesimo (ma già ex cattolico, pare) Magdi Cristiano Allam. Nella ressa dei fedeli si fa strada anche Antonio Bassolino, ex sindaco ed ex presidente della Regione Campania, già Pci e oggi, dicono, «simpatizzante del mondo evangelico».

I veri eredi di Lutero
Più che un mondo, una vera galassia: i pentecostali sono gli entusiasti eredi del movimento nato nel protestantesimo di inizio ’900 a Los Angeles, quando un pastore afroamericano, William Seymour, durante una riunione comincia a parlare in una lingua incomprensibile, segno, secondo i fedeli, della presenza dello Spirito Santo. È l’inizio di una nuova ondata di Risveglio, come vengono chiamate le sterzate di rinnovamento che caratterizzano il protestantesimo dal tempo di Lutero a oggi, e in breve tempo si diffonde negli Stati Uniti e all’estero. Si dicono innamorati di Gesù, prendono la Bibbia alla lettera, credono nella salvezza per fede, nei miracoli e nel potere di guarigione; conservatori in tema di morale sessuale, sono contro i rapporti prematrimoniali, l’aborto e il divorzio. In Italia sono arrivati nel 1908 e da allora hanno fatto passi da gigante, nella sostanziale indifferenza dei media: secondo il ministero dell’Interno oggi sono mezzo milione i pentecostali nati in Italia, oltre ai 700 mila di origine straniera. Un esercito di più di un milione di fedeli disposti, nel cinquecentenario della Riforma protestante, a dirsi i veri eredi di Lutero quanto a spirito evangelico, senza curarsi della diffidenza di valdesi, metodisti e battisti che, pur vantando una primogenitura in quanto a storia e presenza nel nostro Paese, sono soltanto 30 mila e non si può dire che riescano a reggere il passo in tema di conversioni e presenze al culto domenicale. E mentre la chiesa valdese nel 2010 ha detto sì alle benedizioni per le coppie omosessuali, nel solco di una tradizione di apertura al mondo Lgbt, qui siamo su tutt’altra sponda e la parola gay non viene nemmeno pronunciata, se non come esempio di deviazione da correggere.

Sesso e primizie
Antonio Morra l’anno scorso ha scritto un libro, Pornotossina, che è subito diventato un best seller fra gli evangelici, un successo che gli ha fatto capire quanto il tema sia fondamentale: «La pornografia è una droga», mi spiega, «io sono stato dipendente dal porno per sei anni e so bene di cosa parlo». La sua parola d’ordine è «non rinnegare il piacere ma trovare un piacere più grande in Gesù» e ora la sta portando in giro per l’Italia, tra conferenze e incontri con i giovani. Lo invitano anche nelle scuole pubbliche, mi dice, e di recente è stato persino all’università Federico II di Napoli, accolto con entusiasmo da studenti e professori.
Girando fra gli stand, trovo altre chiese che raccomandano di non abbassare il livello di guardia su adulterio e pornografia e deduco che il sesso deve essere una preoccupazione seria per i pentecostali. L’associazione “Liberati in Cristo”, per esempio, mi esorta a prendere dei volantini dal poco allusivo titolo “Aiuto per le mogli”, “Quando tuo marito ti incolpa per il suo peccato”, in cui si spiega come le donne debbano avere pazienza e aiutare il consorte se «diventa dipendente dal sesso» e le tradisce. Che una cosa del genere possa accadere all’inverso non è contemplato. Una coppia di giovani pastori, Giuseppe Punto e Stefania Spezzacatena, ha persino fondato un movimento, “Purex”, Pure relation and sex, in cui la verginità diventa uno stile di vita di cui andare fieri «perché la vuole Dio». Parola di Alice Barranca, 25 anni, neo sposa: «Il sesso è stato il regalo di nozze di Dio per il nostro matrimonio». Nel caso non fosse chiaro il concetto, aggiunge: «Tanti vogliono intimità senza patto, come Giuda, che dà un bacino a Gesù prima di tradirlo». Fino al giorno del fatidico sì i fidanzati ricevono una placchetta da portare al collo, come quella dei militari, sui cui è inciso “allo stato puro, per scelta”. «Siamo un regalo per l’uomo ed è bello darsi intere», conclude, «dare a lui la primizia».

L’impero del “pastorino”
Lì accanto scoppia un urlo di entusiasmo: «Arruolata in diretta!», proclama uno dei responsabili di “I am Rev”, e in un attimo la sprovveduta viene immortalata con in mano lo scopino e un rotolo di carta igienica su cui è stampato “non buttare la tua vita nel gabinetto”. Comunicazione evangelica 2.0, con lo stile dirompente che sta a cuore al Ministero di Sabaoth e alla sua fondatrice Roselen Boerner Faccio – il “pastorino”, come la chiamava Ornella Vanoni al tempo della sua conversione.
Un piccolo impero, nel suo genere, quello di Roselen: brasiliana, classe 1969, ha cominciato a 19 anni con un piccolo gruppo di studio biblico per arrivare oggi a 57 chiese solo in Italia e un auditorium da 900 posti a Milano, scuole di leadership, festival culturali e un team apostolico che si rimpolpa ogni anno. Fra i simpatizzanti vip, oltre a Vanoni, c’era anche Letizia Moratti, all’epoca in cui era sindaca di Milano e si portava sempre dietro il “pastorino” come consigliera dietro le quinte.
“I am Rev(olution)”, il movimento studentesco che evangelizza nelle scuole coinvolgendo i ragazzi, è soltanto l’ultima delle iniziative rivolte ai giovani (anche “Purex” nasce nell’ambito di Sabaoth), come il Tour Giallo di “Scegli Gesù”, missionari che ogni anno scendono in spiaggia per convertire tra un ballo e un partita di volley. Una ragazza ascolta interessata, chiede informazioni: «Come ti chiami?», le chiede uno degli standisti che non ha perso il piglio da animatore da villaggio vacanze. «Crista», risponde lei (giuro). Bingo!

Minaccia islamica
Intanto, nella sala grande c’è Magdi Allam che spiega alla platea quanto sia intrinsecamente pericoloso l’Islam, perché si fonda sugli insegnamenti di Maometto, noto bambino infelice e adulto psicopatico. L’Islam moderato? Una chimera: aveva ben ragione Oriana (Fallaci), che oggi Allam ringrazia commosso, in una lunga dissertazione su cristiani versus musulmani che ricorda la contrapposizione fra cow boy e gli indiani del cinema americano degli anni ’50. «L’Europa è destinata a essere colonizzata demograficamente come l’Impero Romano al tempo della sua decadenza», rincara. «Non si può essere cristiani e legittimare l’Islam», conclude, con standing ovation degli astanti. Il pastore Marco Palma, della chiesa Napoli Gospel e ideatore del Christian Expo, rilancia: «Dovremo fare più figli!». E rivolto alla moglie: «Angela, preparati che mi tocca scendere di nuovo in campo».
La sera arriva il pezzo forte: l’americano Bob D. Hoskins, che racconta come ha cominciato a predicare a sette anni, dopo essere stato assunto in cielo, «dove Dio portò la mia anima per il tempo e per lo spazio per sei ore – dice – facendomi vedere cose passate e future». Un po’ meno di Dante, ma pur sempre impressionante. La folla lo applaude mentre lui passa con veemenza a raccontare come ha fatto cessare la guerra in Nicaragua con la distribuzione di un milione di Bibbie ai bambini; miracolo che si è ripetuto con i 140 milioni di Bibbie regalati alla vacillante Unione Sovietica di fine anni ’80. L’entusiasmo è palpabile quando infine passa la parola al pastore Palma, che rilancia: «È giunta l’ora, oggi è l’inizio del grande risveglio nel nostro Paese». Italia, sei avvertita.

Fatima, la madonna del secolo breve cent’anni dopo

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Di Federica Tourn (Jesus n. 5 maggio 2017)

Foto: Giulia Bianchi

La prima cosa che ti colpisce, più ancora della litania continua della messa o del suono delle campane, è l’odore persistente di cera fusa. Il vento che si incanala nella valle lo porta dal cuore del Santuario, dove bruciano senza sosta le candele, sulle terrazze delle stanze in affitto, nei déhors dei ristoranti a prezzo fisso, nei mille negozi di statue, rosari e crocefissi fino a penetrare nelle finestre aperte degli alberghi dai nomi inequivocabili – Rosa mistica, Consolata, Cristo rei, Santa noite, Catolica – e non hai dubbi: sei arrivato a Fatima. Una cittadina costruita dal nulla intorno alla Cappellina delle Apparizioni, al centro della Cova da Iria, un tempo una collina dolce di ulivi e lecci dove pascolavano le pecore e oggi una spianata di marmo e cemento che attira con forza centripeta migliaia di credenti ogni settimana. Sopra, lo stesso cielo di sempre, che cambia più volte al giorno, in un rincorrersi di nuvole, pioggia improvvisa e sole che scotta anche in primavera.

L’annuncio della ripetuta visione della Madonna, fatta da tre pastorelli analfabeti nel 1917, non ha smesso di interrogare i fedeli, che un secolo dopo continuano ad arrivare in questo angolo di Portogallo spinti dal desiderio di essere parte di una chiesa viva, una comunità capace di fermento, di crescita e di grazia. Da dieci anni il Santuario prepara il centenario con manifestazioni liturgiche e culturali che raggiungeranno il clou il 12 maggio con la visita di papa Francesco, che proprio nella ricorrenza della prima apparizione probabilmente ufficializzerà la canonizzazione dei beati Francisco e Jacinta Marto. Saranno quindi santi due dei pastorelli, morti ancora bambini, mentre per la terza, Lucia De Jesus, vissuta quasi 98 anni, di cui 57 passati in un convento di clausura, è in corso il processo di beatificazione.

Qui nessuno sta fermo: né fisicamente, perché il pellegrinaggio spinge a raggiungere a piedi i luoghi sacri, né soprattutto spiritualmente, perché l’invito alla penitenza e al sacrificio è l’esercizio continuo del credente a Fatima. «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo», dice Gesù. Cita proprio il Vangelo di Marco padre Aventino Oliveira, quando spiega il significato della penitenza: «vuol dire cambiare cuore, convertirsi: Il sacrificio è segno di fede e ringraziamento a Dio, se glielo offro Lui lo trasforma in grazia per altri che ne hanno bisogno». Padre Aventino fa parte dei Missionari della Consolata, e a Fatima è arrivato nel ’44 quando aveva 11 anni e qui c’erano soltanto sei case e niente acqua corrente. Non ha dubbi, lui: «Fatima è per i cattolici quello che Gerusalemme è per gli ebrei: il santuario è un posto dove Dio è più a nostra disposizione». Un’isola di devozione in un Paese sempre più secolarizzato, impegnato a cavalcare l’inaspettata ripresa economica del governo di sinistra di Antonio Costa. Con la semplicità – e la pervicacia – del cattolicesimo popolare, Fatima promette forze fresche a una Chiesa che perde fedeli (su dieci milioni di abitanti, il 20 per cento si dichiara praticante, ma è una realtà di facciata). «Il cristianesimo in Portogallo sta perdendo energia e fermento – dice padre Aventino – anche se vedo di nuovo molti giovani riavvicinarsi alla fede e dedicarsi al prossimo». «Per capire la forza di questo luogo bisogna stare in confessionale – aggiunge – molte persone vengono fin qui per liberarsi di peccati che non osano dire altrove; molto spesso le confessioni a Fatima diventano conversioni».

Se a Lourdes si va per guarire il corpo, a Fatima si viene per curare lo spirito, fortificare la fede e sentirsi parte del grande corpo mistico della chiesa. Le domande di partecipazione sono in continuo aumento: se l’anno scorso si è toccata quota 5 milioni, quest’anno le richieste sono già raddoppiate e più di un milione di pellegrini sono attesi per il 12 e 13 maggio. Effetto Bergoglio? «Niente affatto, registriamo sempre un’enorme affluenza da maggio a ottobre, in particolare il 13, giorno in cui si ricorda l’apparizione di Maria – testimonia Pedro Valinho, responsabile del Sepe, il Servizio Pellegrini del Santuario – Arrivano da tutto il mondo e in particolare da Spagna, Italia, Polonia, Brasile, Stati Uniti, oltre che dal Portogallo, ma la vera novità degli ultimi anni è l’incremento dei fedeli provenienti dall’Asia, in particolare da Sud Corea, Indonesia e India». «Qui si vive anche una grande esperienza comunitaria – spiega Valinho – credenti di ogni generazione sono uniti dalla consapevolezza di condividere la stessa speranza, oggi come allora».

Chi viene una volta, in genere ritorna: quello che convince, secondo Valinho, è la fede umile dei bambini, che permette ai credenti di ogni età di ricevere con semplicità il messaggio evangelico. Se, come dichiarò Ratzinger nel ’96, guardare alla Madonna significa tornare all’essenziale, cioè al Vangelo, allora Fatima «è un invito a fissare lo sguardo in Dio, a contemplare il mistero di Cristo con la preghiera e la recita del rosario», dice Valinho, che a Fatima veniva già da bambino e ora è felice di esserci tornato stabilmente per lavorare al Santuario. Qui si viene per «ricaricare le batterie», come ama dire padre Aventino, per un periodo di raccoglimento spirituale, lontano dalle tentazioni. L’accento torna sul sacrificio e la mortificazione di sé: «l’invito ad espiare è un messaggio che avrebbe molto da dire alla società occidentale, prigioniera dell’edonismo, e a un mondo che punta solo al benessere materiale», conferma Alessio, che è venuto a Fatima con uno dei tanti viaggi dell’Opera Romana Pellegrinaggi.

Il dolore, altrove evitato finché possibile, qui acquista un senso; di più, diventa l’obiettivo a cui piegare superbia e incertezze quotidiane per ottenere salvezza per sé e per gli altri. Questo è infatti il missione che la «signora più splendente del sole», come la descrive Lucia nelle sue memorie, avrebbe affidato ai pastorelli. Maria appare addolorata ai tre bambini mentre mostra loro i dannati che si contorcono tra le fiamme dell’inferno: un vescovo vestito di bianco è colpito a morte, molti peccati prostrano la cristianità e per redimerli i credenti dovranno essere disposti a soffrire e a pregare per la conversione della Russia. Immagini terribili che restituiscono il linguaggio del catechismo dell’epoca: che cosa hanno ancora da dire ai credenti di oggi? Il mondo è cambiato moltissimo da allora, forse più che in tutti i secoli precedenti e non è consueto sentire parlare di inferno e purgatorio come scenari danteschi e di credenti desiderosi di offrire il proprio corpo per la salvezza degli altri come Gesù sulla croce. Un corpo che va mortificato ma che nella spirituale Fatima è tuttavia continuamente presente: nelle rappresentazioni dei pastorelli morenti, nei cuori di Cristo da cui sgorga il sangue versato per i peccati, nelle piaghe aperte nel petto della piccola Jacinta devastata dalla malattia, persino negli organi di cera da bruciare come offerta e richiesta di grazia; e ovviamente nelle ferite sanguinanti dei penitenti in carne ed ossa che attraversano in ginocchio la piazza del Santuario.

«La visione descritta da Lucia è una manifestazione mistica: sono scenari reali ma descritti con l’immaginario dei bambini – taglia corto Marco Manuel Duarte, direttore del Servizio studi e diffusione del Santuario – il senso dell’apparizione è confermare la presenza di Dio nella storia umana, anche nei momenti più drammatici». Come nel 1917, in piena prima guerra mondiale, o come ai giorni nostri, dove non mancano certo conflitti, migrazioni e carestie che mettono in crisi l’equilibrio del pianeta. «Fatima non vive separata dalla sua epoca – spiega Duarte – Non siamo più al tempo della guerra fredda, il riferimento alla conversione della Russia va contestualizzato. La geografia è cambiata: oggi i nemici della fede arrivano dal medio Oriente, dove i cristiani vengono ancora martirizzati». Il riferimento è all’Isis e alla pericolo del fondamentalismo islamico, mentre il “vescovo vestito di bianco”, secondo Duarte, rappresenterebbe non soltanto Giovanni Paolo II, come è stato sostenuto, ma tutti i pontefici che si trovano ad affrontare la via crucis del secolo breve.

In ogni modo, al Santuario sono concordi: a dispetto delle polemiche sull’autenticità del testo  del cosiddetto “terzo segreto”, a lungo custodito dal Vaticano e infine divulgato nel 2000 da papa Wojtyla, al pellegrino oggi non interessa tanto il contenuto del messaggio quanto sentirsi alla presenza di un Dio che guarda alla creazione per riabilitarla.

«Fatima è un annuncio di grazia, misericordia e pace che la Madonna porta a un’umanità minacciata dalla guerra e dai regimi atei», dice monsignor Antonio Marto, vescovo della diocesi di Leiria-Fatima, al termine della messa serale celebrata nella mega Basilica della Santissima Trinità da più di ottomila posti, costruita nel 2007. «Oggi il male non è più il comunismo ma l’indifferenza religiosa, il vivere come se Dio non ci fosse. La secolarizzazione contagia gli ambienti cristiani, provocando un divorzio fra la fede e la vita quotidiana: molti si credono cattolici ma non lo sono». «Il messaggio di Fatima è più eucaristico che mariano, perché allude al corpo di Cristo che si offre per l’umanità dolente», specifica don Antonio Marto, parroco della Chiesa de Los Prazeres a Fatima vecchia, dove sono stati battezzati i tre pastorelli. «È una parola di speranza per tutti i credenti, una grande responsabilità che abbiamo nei confronti della chiesa, di cui dobbiamo prendere coscienza in occasione di questo centenario».

Intanto è scesa la sera, tacciono gli altoparlanti e le voci dei bambini, i canti e le ave maria. Durante la cerimonia dell’Adeus, la notte del Santuario si riempie delle candele dei fedeli e sulla spianata della Cova da Iria scende il silenzio, mentre la croce illuminata sulla cima della Basilica di Nostra Signora del Rosario si riverbera sull’asfalto lucido di pioggia, creando l’effetto di una chiesa emersa dalle acque. Se pensate che ogni religione abbia bisogno di mistero, a Fatima sarete accontentati. E la coreografia non manca.

 

 

 

 

Perché credo che Riina debba rimanere in carcere

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Di Claudio Geymonat (Riforma)

Credo che Salvatore Riina debba rimanere in carcere. Vada curato, possa uscire, come già avviene, per ricoveri ospedalieri ove necessario, ma debba scontare fino in fondo la propria pena.

Questo per una serie di motivi.

Riina non è solo un simbolo, un totem dell’orrore e della ferocia della mafia dei villani corleonesi: sono appena di due anni fa le intercettazioni del vecchio boss del mandamento di Villagrazia-Santa Maria del Gesù Mario Marchese, classe 1939, che chiacchierando con un picciotto di peso, Santi Pullarà, parla di Riina e Provenzano, che sarebbe morto da lì a poco, in questi termini: «Se non muoiono tutti e due luce non se ne vede», chiaro riferimento al ruolo di leadership mantenuto dagli antichi capi, ben al di là dell’immagine fra cicoria e ricotte che è stato loro cucito addosso. Ciò pare ovvio per una organizzazione tribale che fonda sul sangue e sui legami ancestrali la propria sopravvivenza.

Ancora oggi, al tempo della cosiddetta mafia “dei colletti bianchi”, non tramontano i riti di iniziazione, con tutto il corollario di devozione agli antichi patriarchi, che certo non mollano la presa, ne andrebbe del prestigio del clan, della famiglia, dell’organizzazione intera.

Riina, secondo i principali magistrati che si occupano di lotta alle mafie in questo paese, è ancora il capo dei capi, e non vedo motivo per non dare credito a chi giorno dopo giorno è in prima linea nel combattere la criminalità organizzata. Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti sul Corriere della Sera ha affermato: «Siamo perfettamente in grado di dimostrare ciò. Abbiamo elementi per ribadire che Totò Riina è il capo di Cosa Nostra. Per questo deve rimanere al 41bis. E sul 41 bis il procuratore antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri ricorda che «è stato istituito per evitare che i capimafia mandino segnali di morte verso l’esterno. È ora di finirla con l’ipocrisia di chi sale sui palchi a commemorare Falcone e Borsellino e poi fa discorsi caritatevoli: un boss come Riina comanda anche solo con gli occhi». Le strutture in cui è ricoverato Riina sono dotate di moderne apparecchiature mediche, che già gli hanno salvato la vita durante un infarto. Fosse stato a casa o in latitanza, non sarebbe quasi certamente sopravvissuto.

Sono del 2013, non di un trent’anni fa, le intercettazioni in carcere dei dialoghi in ora d’aria fra Riina e il boss della sacra corona unita Alberto Lorusso, in cui Riina dice testualmente: «Organizziamola questa cosa. Questo Di Matteo (il pm di Palermo Antonino Di Matteo ndr) non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta e allora, se fosse possibile, ad ucciderlo, una esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo con i militari. Ti farei diventare il primo tonno. Il tonno buono». C’è da credere che l’ordine sia stato ben inteso fuori dal carcere. Di sicuro lo hanno compreso le forze dell’ordine e la magistratura che hanno dotato Di Matteo di una scorta senza precedenti. Far tornare a Corleone Salvatore Riina avrebbe un significato simbolico eccezionale agli occhi dei suoi adepti. Nemmeno il carcere ha piegato il capo, che ora addirittura tornerebbe laddove tutto è cominciato. Pronto per i fuochi d’artificio finali.

Riina deve rimanere in carcere perché non dobbiamo dimenticare che la lotta alla mafia è stata una situazione di gravità eccezionale, e come tale è stata affrontata. L’eccezionalità che il fenomeno mafioso rappresentava comportò la messa in atto di azioni urgenti e di carattere speciale. Non si tratta di delinquenza comune, ci sono voluti decenni per veder riconosciuto quello che tutti sapevano. C’è voluta la tenacia del pool antimafia di Palermo – Rocco Chinnici in primis, e poi con lui Falcone e Borsellino – e il coraggio di politici come Pio La Torre, per vedere finalmente approvata, nel 1982, la legge che per la prima volta riconosceva il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso (il 416 bis) e che al contempo dava la possibilità di confiscare i beni ai mafiosi.

Fu la svolta, che la mafia dimostrò di non gradire, aprendo la prima tremenda stagione delle stragi all’inizio degli anni ‘80 con le uccisioni degli stessi Chinnici e di La Torre, e poi fra gli altri anche del generale Dalla Chiesa. La seconda stagione delle bombe arriverà dieci anni dopo, fra il 1992 e il 1993, quando la cassazione, finalmente ripulita da figure conniventi, confermerà tutte le condanne del maxiprocesso. Lo stesso maxiprocesso è stato un monstre giuridico pressoché irripetibile. Tutti segnali che la legislazione speciale, eccezionale, è stato il solo vero strumento che ha scosso i mafiosi, che li ha spinti ad uscire dalla pax con azioni sensazionali. Poi hanno scelto di nuovo di inabissarsi, contando sull’abbassamento della guardia dell’opinione pubblica e dei legislatori, o perché avevano ottenuto quanto desiderato. Abbassamento della guardia che puntualmente è arrivato, se è vero che oggi addirittura le associazioni antimafia sono scosse da scandali, da presenze che si sono rilevate contigue a quel mondo che si diceva di combattere. Le richieste di ammorbidimento, se non proprio di cancellazione, del 41 bis, il carcere speciale, vanno in questa direzione, così come molte altre norme approvate negli anni, dalla prescrizione breve in avanti, tutti spiragli di ossigeno per i criminali in prigione.

Riina a mio avviso deve rimanere in carcere perché mi spaventa questo annacquamento della storia. Il 41 bis di cui sopra è stato approvato all’indomani della strage di Capaci, per reagire finalmente in maniera risoluta all’attacco in corso. Negli anni il carcere duro – che nel tempo ha subito alcune deroghe che lo hanno in parte ammorbidito – ha portato molti mafiosi al pentimento, e al contempo, i numerosi appelli che boss carcerati hanno pronunciato durante i vari processi negli anni stanno a dimostrare che la misura ha causato problemi seri ai mafiosi, che faticano a comunicare, e che sanno che dal carcere non usciranno più, non potranno tornare a marcare la propria presenza e potenza sul territorio. Un tempo l’Ucciardone e Poggioreale erano prigioni in cui i boss pasteggiavano a ostriche e champagne, ricevevano visite quando e come pareva loro. Ecco, dimostrano di rimpiangere quei tempi, buon motivo per perseverare, a mio avviso. Leoluca Bagarella, il cognato di Riina, nel 2002, in un’udienza del processo per la morte di Falcone ha letto un documento: «Parlo a nome di tutti di detenuti ristretti a L’Aquila sottoposti al regime del 41 bis, stanchi di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche». E nello stesso anno nello stadio di Palermo venne issato il celebre striscione : “Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. Sorvolando per mancanza di spazio sulla seconda parte delle parole di Bagarella e sulle “amnesie” dell’allora premier, da queste e da molte altre esternazioni emerge con chiarezza quanto il 41 bis si stia rivelando efficace.

Riina deve rimanere in carcere perché 25 anni fa, ai tempi della “primavera di Palermo”, la breve stagione in cui le coscienze civili, politiche e giudiziarie, strinsero un patto che contribuì a minare le fondamenta della vecchia mafia, a nessuno sarebbe venuto in mente di chiedere la scarcerazione di qualche vecchio boss malato dell’epoca, magari Luciano Liggio, o Michele Greco, il papa di Cosa Nostra. Il promotore sarebbe stato coperto di pernacchie o improperi.

Il tempo a volte non è il miglior giudice.

Riina deve rimanere in carcere perché questo è il paese di Beccaria, ma è anche il paese della fuga di Kappler (quante analogie con il vecchio boia nazista malato, ricoverato e poi scomparso sotto il naso di carabinieri e polizia). E’ il paese in cui decine e decine di boss della mafia, della camorra, della banda della Magliana, hanno goduto negli anni di perizie compiacenti, che li ha visti di volta in volta non capaci di intendere e volere (Marcellone Colafigli venne addirittura definito catatonico da vari medici, mentre continuava a esercitare lo stesso potere di sempre), o tormentati da tumori, malattie ossee (Maurizio Abbatino, capo della banda della Magliana, nel 1986 lasciò il carcere di Rebibbia con una diagnosi di un tumore osseo in metastasi progressiva che, almeno secondo i referti, gli avrebbe concesso pochi giorni di vita. Giunto in clinica su una barella, approfittando di un momento di distrazione da parte della sicurezza e con l’aiuto di un paio di complici dall’esterno, riuscì a calarsi dalla grondaia e fuggire da una finestra del secondo piano. Per la cronaca 30 anni dopo Abbatino è ancora vivo e vegeto). I casi simili sono decine e decine: precedenti poco rassicuranti, diagnosi compiute da luminari, da professori universitari, che il tempo ha poi rivelato esser a libro paga di questa o quella organizzazione criminale.

Siamo il paese di Kappler, ma se possibile ancor di più siamo il paese di Reder. Walter Reder è stato un ufficiale tedesco delle SS naziste, condannato per crimini di guerra per gli eccidi di Marzabotto (770 vittime) e di Vinca (173 morti). Condannato all’ergastolo dal tribunale militare di Bologna nel 1951, venne incarcerato a Gaeta dove trovò proprio Kappler. Nel 1964 chiese perdono agli abitanti di Marzabotto e questi con 282 voti contro 4 rifiutarono le scuse del boia. Nel 1985 il governo Craxi fu invece sordo alle proteste dei familiari delle vittime (erano passati molti anni, un po’ come ora) e appellandosi ad una sentenze del tribunale militare di Bari ne decise la liberazione e il rimpatrio in Austria. Dalla terra che gli diede i natali Rader non perse tempo per dichiarare di non aver bisogno di giustificarsi per alcunché, rinnegando anche la richiesta di perdono di venti anni prima. Ecco, politica senza spina dorsale, revisionismo, lassismo, un mix letale che non vorrei veder riproposto.

Siamo un paese che fatica a fare i conti con la propria storia, molto più rispetto ad altri. Il fascismo negli anni è passato da male del secolo a movimento in una prima fase riformista e poi degenerato, e il suo duce viene anche omaggiato della qualifica di statista di livello. Siamo il paese in cui la tentazione di paragonare partigiani e repubblichini, Cnl e Salò, tende pericolosamente a ritornare ad intervalli regolari. Eppure non fu così, non si può dire qualcosa di simile. O almeno non si poteva.

Mi spaventa il tempo che rende tutto omogeneo, leviga, smussa, e alla fine confonde i piani.

Ho taciuto della memoria che si deve ai caduti nella lotta alle mafie e nel rispetto che si deve ai sopravvissuti per non cadere in semplice retorica, ma questo sarebbe il primo punto della lista.

Riina non si è mai pentito delle migliaia di morti cui direttamente o indirettamente è responsabile. Mi stupisce tutta questa attenzione attorno al suo caso, mentre le condizioni carcerarie generali paiono disastrose, i suicidi fra i detenuti sono decine ogni anno, diversi ergastolani muoiono anziani in prigione senza aver più visto il sole se non attraverso le sbarre. Devo dire che mi spaventa anche un po’. Sembra una questione di potere ancora una volta, di peso specifico. Proprio quello che la mafia sa riconoscere molto bene.

In sostanza la mafia è viva come il suo capo. Che le evidenze investigative dicono chiamarsi ancora Salvatore Riina.

L’Aquila, anime terremotate

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Di Federica Tourn (Jesus, aprile 2016)

Costruite in tempo record, funzionali e con colori neutri, complete di ogni singolo arredo, compresi gli strofinacci e i piatti, e soprattutto a prova di terremoto: non dovevi fare altro che entrarci e cominciare una nuova vita. Ecco le C.a.s.e., i “Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili”, il progetto abitativo varato dalla Protezione Civile dopo il terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 con il decreto n. 39 del 28 aprile, prontamente convertito in legge. 185 edifici antisismici, per un totale di 4449 appartamenti disponibili in 19 nuovi quartieri, a cui si aggiungevano i 1204 Map, Modelli abitativi provvisori, per un totale di 5653 nuovi alloggi.

Realizzate al prezzo di 2700 euro a metro quadro, le cosiddette “Case di Berlusconi” costavano come ville di pregio ma non si badava a spese se in ballo c’era «l’incolumità dei i cittadini», che andavano trattati «con i guanti bianchi» per quello che avevano sofferto. Il premier, sempre accompagnato dall’instancabile Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile e “uomo del fare” osannato come una rockstar (oggi imputato per omicidio colposo plurimo e lesioni nel processo Grandi rischi bis), aveva consegnato di persona i primi alloggi proprio il giorno del suo compleanno, il 29 settembre 2009, ovviamente a favore di telecamera. In 75 giorni, nemmeno si trattasse di mettere insieme mattoncini Lego, aveva ridato un riparo sicuro agli sfollati.

E invece, inesorabilmente, le case del miracolo hanno cominciato a sfaldarsi come quinte di cartapesta sotto la pioggia: i balconi cedono (l’ultimo il 3 aprile scorso), i tetti si scoperchiano, i solai si abbassano, i soffitti perdono i pezzi, per non parlare delle infiltrazioni d’acqua e dei problemi di fognature. Anche i famosi isolatori sismici alle base dei palazzi, che avrebbero dovuto proteggere gli abitanti da nuove scosse, sono risultati difettosi per una frode nella fornitura. Altro che guanti bianchi.

La manutenzione costa da 4 a 7 milioni di euro all’anno e il Comune, che le gestisce dal 2010, non ce la fa e rischia il default. Le indagini nel 2014 hanno portato al sequestro di 800 balconi in 494 appartamenti mentre sono 37 gli indagati per truffa aggravata per 18 milioni, poi sequestrati alla ditta responsabile dell’appalto a fine aprile 2016. La relazione conclusiva sulla sicurezza degli alloggi dichiara che lo stato di conservazione dell’80% dei balconi esaminati è pessimo e che «il sistema di rivestimento presenta difetti costruttivi di tenuta degli agenti atmosferici», con il risultato che intere “piastre”, come sono chiamati i complessi edilizi, devono essere sgomberate per “rischio crollo” entro i prossimi tre mesi: 135 alloggi e altrettante famiglie che devono fare le valigie, di nuovo.

Non è un modo di dire. Molti aquilani, in pieno stress post traumatico, si sono ritrovati forzatamente  nomadi. Paolo Battaglia dal giorno del terremoto ha cambiato casa sei volte. Ora vive in un Map a Tempèra – affitto a 15 euro al mese, più 24 euro di spese condominiali, per 37 metri quadri – e, anche se è psicoterapeuta, si mantiene lavorando in un call center. «Qui l’unico settore in crescita è quello dei traslochi», ironizza. «Tre degli alloggi in cui ho abitato risultavano agibili ma in realtà non erano a norma – aggiunge – Siamo costretti a riadattamenti continui, ci accontentiamo perché l’affitto è basso e a casa ci torniamo soltanto per dormire». Perché questo sono, di fatto, le New Town: quartieri dormitorio sparsi in un raggio di 40 chilometri, senza servizi, con trasporti pubblici scarsi e mal funzionanti. Non ci sono negozi né impianti sportivi, nemmeno una piazza dove ritrovarsi; ogni tanto qualcuno apre un bar in un container, ma in assenza di contributi pubblici resistere è dura. Persino le messe della domenica in molte zone si tengono ancora nei prefabbricati o nelle “tende amiche”, le tensostrutture messe in piedi dalla Protezione Civile, ghiacciaie d’inverno e serre d’estate.  «Il supermercato più vicino è a tre chilometri, se non hai l’auto non fai nulla», conferma Simona Santilli, che vive con suo figlio in un appartamento del Progetto Case di Roio Poggio, 155 euro per 68 metri quadri. «La ricostruzione sociale dopo il sisma è stata completamente sottovalutata – commenta – hanno distrutto una vallata per costruire questi insediamenti e ora il territorio è completamente sfilacciato, senza legami, dove si alimenta il disagio sociale». Dalla finestra guarda ogni giorno la sua vecchia casa, una cascina ristrutturata che è rimasta in piedi ma è comunque inaccessibile, perché il borgo intorno è completamente crollato. Il paragone fra prima e dopo è inevitabile, dimenticare il terremoto impossibile.

Le New Town, pensate per un massimo di 18mila persone, oggi ne ospitano la metà. Se si eccettua il centro storico dell’Aquila, che è ancora ostaggio dei cantieri, la ricostruzione della periferia e dei comuni vicini è quasi completata e chi poteva è rientrato in possesso della propria abitazione, senza contare chi è emigrato dopo il sisma in cerca di lavoro. «Il 70 per cento degli occupanti è costituito ancora da sfollati ma abbiamo voluto aprire anche alle fragilità sociali e a persone con basso reddito, in particolare giovani coppie, famiglie monoparentali e studenti», spiega Fabio Pelini, assessore all’Assistenza alla popolazione del Comune dell’Aquila. E destinare le Case di Berlusconi vuote ai migranti? L’assessore si dice d’accordo, e l’ha anche proposto pubblicamente, ma le reazioni non sono state proprio positive.

«Un giorno che passavo da queste parti con mia moglie, commentavamo che le casette dei Map sembravano un campo di concentramento. Ti aspettavi di vedere uscire il kapò da un momento all’altro. Ed ora eccoci qui». Francesco Cardilli e sua moglie Barbara sono una di quelle coppie che hanno ottenuto l’assegnazione di un alloggio dei Map di Pianola due anni fa, grazie a un bando comunale. Francesco si è dato da fare e ha cercato di migliorare il più possibile quei 50 metri quadrati ma è chiaro che non può durare. «L’angolo della casa si sta aprendo, tra non molto crollerà», dice. E poi?

Poi, quando sarà dichiarata inagibile, loro traslocheranno di nuovo e i Map probabilmente verranno abbattuti. «Parte di questo patrimonio dovrà essere demolito – conferma Pelini – ma i costi sono elevati e quindi le modalità vanno condivise con il governo». Quando, e con che fondi? Il sindaco Massimo Cialente ha fatto presente l’urgenza al premier Renzi, ma per ora non ha ricevuto risposta. Sarà con ogni probabilità una delle prime grane in capo alla prossima amministrazione. Il fatto è che terreni agricoli pagati due soldi grazie all’emergenza post sisma adesso sono diventati edificabili e quindi potenzialmente pronti per una nuova speculazione edilizia.

Carla Casamobile fuma una sigaretta sotto il balcone puntellato del suo alloggio di Collebrincioni, sotto il Gran Sasso, che a malincuore è costretta a lasciare entro agosto perché pericolante. Racconta di gente che aspetta ancora i rimborsi dei terreni espropriati, di anziani che passano il tempo seduti sulla soglia senza niente da fare, di responsabili che escono puliti dai processi mentre i reati filano veloci verso la prescrizione; di una politica assente che ha spremuto ogni risorsa per restituire soltanto un paesaggio disgregato e tenuto su con i tubi Innocenti, dove le persone sono pedine da spostare dentro un gigantesco gioco dell’oca.

«Il terremoto qui non è stato niente», conclude Carla. «Il peggio è venuto dopo».

A Lesbo l’Europa si gioca l’anima

lesbo

Di Federica Tourn, (Famiglia Cristiana, 6/4/2016)

Sono rimasti ad aspettare tutta la notte, lo sguardo fisso al mare. Sulla spiaggia, al freddo, con il vento che fa schioccare la tenda alle loro spalle e disperde il fumo e le braci del fuoco, acceso per segnalare la loro presenza e scaldare ogni tanto un pentolino d’acqua per il caffè. Sono i volontari che ogni notte si incontrano qui a Camp Fire – come è soprannominato questo tratto di spiaggia vicino all’aeroporto – per essere pronti a dare il primo soccorso ai rifugiati in arrivo. Nell’oscurità si intravedono soltanto le luci verdi e rosse delle navi di Frontex che pattugliano questo tratto di costa.

Siamo a Lesbo, estremo confine d’Europa: a dieci chilometri c’è la Turchia, da cui ogni notte uomini donne e bambini partono nella speranza di raggiungere la Grecia e farla finita con la guerra, la fame, la povertà. Col buio si eludono più facilmente i controlli della Guardia Costiera turca, perché i radar non intercettano queste imbarcazioni fragili, costruite apposta per durare il tempo di una traversata, il motore dato in mano a uno qualunque dei passeggeri, anche se non ha mai visto il mare.

Ed eccolo infine, il gommone, alle prime luci dell’alba: è carico di bambini, si sentono grida, qualcuno applaude mentre i bagnini si tuffano per trainarlo a riva. In pochi momenti vedi riversarsi sulla spiaggia uomini in lacrime, donne e anziani accompagnati a braccia, mentre i più giovani esultano nell’adrenalina di avercela fatta e i piccoli vengono presi in braccio dai volontari. Addosso hanno un giubbotto salvagente di scarto, a volte riempito soltanto da un’anima di cartone. Alcune donne si accasciano senza più energia, altre, le facce stravolte, si affannano in cerca dei figli; c’è persino un neonato fra i nuovi arrivati. Si vedono bambini che sorridono nonostante tutto e altri con lo sguardo perso, seduti in disparte, separati dai genitori: uno di loro, avrà quattro anni, non riesce nemmeno a portarsi alla bocca il lecca lecca che gli hanno dato per consolarlo. Le mani ghiacciate, la giacca a vento imbevuta d’acqua, le scarpe fradice, tremano di freddo: si lasciano spogliare dai volontari e guardano senza espressione la strana carta dorata delle coperte isotermiche con cui vengono avvolti. Tutto si svolge molto velocemente e in meno di mezz’ora il bus dell’Unhcr, l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, è già pronto per portarli all’hot spot di Camp Moria, il centro ufficiale di accoglienza, dove verranno registrati e smistati nei diversi campi di transito allestiti dalle ong che operano a supporto delle strutture governative, da sole del tutto insufficienti a garantire un’accoglienza adeguata all’emergenza.

L’isola di Lesbo, per la sua posizione strategica, è il principale approdo per chi tenta di entrare in Europa: l’anno scorso sono arrivati 500mila migranti e a metà marzo 2016 siamo già a quota 84mila. Una tragedia umanitaria, inasprita dalla chiusura della frontiera a Idomeni e dall’accordo appena firmato fra Unione Europea e Turchia, in vigore dal 20 marzo, che prevede il ritorno in Turchia di tutti i migranti entrati irregolarmente in Europa. Per ogni immigrato senza permesso che viene riportato indietro, un rifugiato sarà ammesso attraverso canali umanitari. Un impegno di non semplice realizzazione che aggiunge incertezza e preoccupazione in una situazione già complicata: ora sono in molti a temere un controesodo, se non addirittura deportazioni di massa verso un paese, la Turchia, che ha dimostrato anche recentemente gravi carenze nel rispetto dei diritti umani. Nessuno sa che cosa succederà. «Lo sforzo degli operatori umanitari per dare un’assistenza ai rifugiati è enorme ma ci sono delle situazioni che rischiano di diventare critiche – commenta Ludovica Tosolini, ostetrica e presidente della onlus Mam Beyond borders – le donne incinte, per esempio, non vengono monitorate adeguatamente durante la gravidanza. La foto che ha commosso il mondo, del bimbo nato ad Idomeni in una tenda,  testimonia di una realtà drammatica, perché è inaccettabile che nel 2016, in Europa, un bambino nasca in un campo profughi».

In ogni caso, nessuno sta fermo a Lesbo. A pochi chilometri da Moria, un intero albergo è stato affittato dalla Caritas greca e messo a disposizione dei profughi, grazie al sostegno economico della Caritas Svizzera. Qui vengono ospitati per due o tre giorni i soggetti più vulnerabili – donne sole coi bambini, anziani, disabili – perché possano riprendersi in un ambiente più confortevole. 88 camere per 215 persone, di cui 70 bambini. «I rifugiati arrivano esausti, segnati dallo choc del viaggio, preoccupati per il futuro – racconta Tonia Patrikiadou, la responsabile Caritas del programma – qui diamo loro una prima assistenza medica e psicologica: tutti vorrebbero andare verso il nord Europa, dove spesso hanno già parte della famiglia, ma la realtà è che, al momento, per molti l’unica possibilità è di fare domanda d’asilo in Grecia».

Intanto, nel giardino dell’albergo, i bambini vanno sull’altalena mentre gli adulti fumano e cercano di far passare il tempo. «Qualunque paese va bene, basta avere la possibilità di iniziare una vita dignitosa», dice Nidal. E’ un ingegnere, è venuto con moglie e figlio da Idlib, in Siria: ci ha messo quattro anni a raccogliere i soldi per il viaggio, 2500 euro a persona. «Durante la guerra ho visto di tutto: gente morta di fame, cadaveri in mezzo alla strada. Dopo un po’ non ci fai più caso». La traversata in mare è stata terribile: «Ci hanno obbligati a salire minacciandoci con la pistola, il motore non funzionava e continuava a spegnersi; molti si sono sentiti male». Ibrahim invece arriva da Kobane, nel Kurdistan siriano, ed è qui con la moglie, incinta di due gemelli, e due figli piccoli. Sul cellulare mostra le foto di altri tre bambini, che ha dovuto lasciare con il nonno, in Iraq; ma ora la frontiera fra Iraq e Turchia è chiusa, e non sa come potranno raggiungerlo. Nonostante tutto, non ha perso la voglia di scherzare: «Mia moglie si chiama Syria – dice – e così, quando mi viene nostalgia, mi dico che ho portato tutto il mio paese con me».

Il fattore M.

srebrenica

Di Federica Tourn (Il Reportage, 5/7/2015)

«Nessuno voleva una repubblica a maggioranza musulmana nel cuore dell’Europa. Hanno sciolto i cani e dopo, quando tutto era finito, hanno tirato il guinzaglio: rispetto a Croazia e Slovenia, in Bosnia hanno fatto terra bruciata. Il fattore musulmano non garbava all’Occidente».

Arrivi alla frontiera su una strada stretta, tutta curve, deserta. Le montagne sono dolci e coperte di boschi ma la demarcazione fra Serbia e Repubblica Srpska la fa innanzitutto il silenzio: di qua l’attività quotidiana di paesi immersi in una nebbia di carbone, di là i resti di villaggi devastati dalla guerra, un campo da calcio abbandonato, tetti e pareti crollate, i muri bucati dai proiettili, e ovunque cimiteri. Intorno ricrescono gli alberi, incuranti delle mine che nessuno si è preoccupato di togliere. Dopo quaranta chilometri di discesa verso la valle, la città appare come un’inquietante alternanza di case, alcune sfigurate dalle bombe e altre riverniciate a colori shocking, lungo l’unica via che attraversa il centro: due bar, un vecchio albergo e una fiammante sede Unicredit, su cui troneggia la chiesa ortodossa. Benvenuti a Srebrenica, teatro del primo genocidio che l’Europa ricordi dopo quello nazista, avvenuto sotto gli occhi e con la complicità delle Nazioni Unite. Sembra successo ieri, e invece sono passati vent’anni.

Nello stadio allestito a lager separano le madri dai figli, le mogli dai mariti; a dodici anni i ragazzini sono già considerati adulti, ammassati sulla strada polverosa, sotto un sole impietoso, insieme agli altri maschi, cenciosi, gli occhi scavati da tre anni di assedio, di fame e di paura, persa ormai ogni speranza di salvezza. Sembra un déja-vu dell’orrore, una replica dei campi di sterminio in un angolo sconosciuto dei Balcani alle porte d’Europa, quando a poche centinaia di chilometri sull’Adriatico i bagnanti si allungano indifferenti sotto gli ombrelloni mentre le radio passano a ripetizione Boombastic di Shaggy. E’ l’11 di luglio 1995 e a Srebrenica, Bosnia, sta per andare in scena l’atto finale di una guerra che verrà definita “etnica”, “religiosa”, “civile” ma che è soltanto l’ultima mossa di risiko sullo scacchiere delle potenze riunite al Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Anche l’andare in scena non è una metafora: dietro la testa rasata del comandante Ratko Mladić, che guida l’esercito serbo-bosniaco alla presa della città e che darà l’avvio allo sterminio sistematico di diecimila musulmani bosniaci, c’è sempre la telecamera – bisogna pur documentare la gloria della Grande Serbia per i posteri! – che lo riprende mentre sorride, distribuisce caramelle ai bambini, rassicura i civili che se consegneranno le armi nessuno farà loro del male. Mladić capisce subito la paura del comandante olandese delle forze di pace, Ton Karremans, e gioca al gatto col topo: «hai provato a farmi bombardare?», chiede. «No, no, non decido io, le decisioni le prendono a Sarajevo e a New York», risponde quello. Mladić conciliante gli offre una sigaretta e scherza: «tranquillo, non sarà mica l’ultima».

Invece Karremans sono giorni che implora i suoi superiori di mandare gli aerei da Aviano a dare manforte a quel contingente di quattrocento ragazzi impreparati, con la consegna di fare la guardia a un’enclave in cui non doveva succedere niente e invece si è scatenato l’inferno. Ma l’attacco dall’alto non arriva.

Mladić sa. E lo sanno tutti a Srebrenica, ormai. Sanno di essere stati traditi e poi abbandonati. Anche il loro rambo, il musulmano Naser Orić, l’ex capo della polizia, che con la sua banda risponde alle violenze degli assedianti facendo incursioni punitive contro i serbo-bosniaci dei villaggi vicini, ha ricevuto l’ordine di lasciare la “zona protetta” – Risoluzione Onu n. 819/93 – al suo destino.

 

Oggi la “fabbrica dell’orrore”, quartier generale dell’Unprofor, la Forza di protezione delle Nazioni Unite, ospita un museo della memoria, ma le stanze dove vivevano i soldati olandesi non sono state toccate: le pareti sono il diario dello smarrimento di ragazzi che a malapena sanno dove sono finiti, tra machismo da barzelletta e aggressività nazionalista, razzismo e ignoranza. Graffiti, fumetti, ragazze nude e micky mouse, simbolo macchietta di ogni contingente militare che si rispetti; ci sono insulti alle donne bosniache – che in molti non sdegnavano di stuprare, all’occorrenza – ma anche i giorni che mancano alla licenza puntigliosamente sbarrati, uno dopo l’altro, come sui muri di una prigione. Queste erano le “forze di interposizione” che avrebbero dovuto garantire la sicurezza del cul de sac in cui l’Onu aveva ficcato 60mila persone, quel che restava dei musulmani della Bosnia orientale.

«Nessuno voleva una repubblica a maggioranza musulmana nel cuore dell’Europa. Hanno sciolto i cani e dopo, quando tutto era finito, hanno tirato il guinzaglio: rispetto a Croazia e Slovenia, in Bosnia hanno fatto terra bruciata. Il fattore musulmano non garbava all’Occidente». Diego Fulcheri dopo la guerra ha fatto parte della Sfor, la Forza di stabilizzazione della Nato, incaricata di difendere gli accordi di Dayton del ’95, che hanno diviso in due lo Stato: da una parte la Repubblica Srprka serbo-ortodossa e dall’altra la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, abitata da una maggioranza di musulmani e da una minoranza di croati. Srebrenica, ultimo sfregio dopo lo sterminio, è stata destinata alla Repubblica Srpska. Quando cercavano Mladić per portarlo alla sbarra al Tribunale dell’Aja, Fulcheri faceva ricognizioni con il suo elicottero sull’ex Jugoslavia. «Più di una volta ci hanno mandato a controllare la sua casa di Pale, sopra Sarajevo; dicevano che era lì ma non ci davano l’ordine di intervenire». L’hanno preso, infine, il “boia di Srebrenica”, dopo ben 15 anni di latitanza. Insieme ai suoi, ci aveva messo due giorni a uccidere tutti i musulmani bosniaci, giorno e notte, sistematicamente; era andato anche a reclamare i trecento che si erano rifugiati nel compound dell’Unprofor, insieme a cinquemila donne e bambini. I caschi blu, il 13 luglio, glieli consegnarono, pur sapendo bene a cosa andavano incontro, e per questo l’Olanda è stata ritenuta responsabile da un tribunale dell’Aja nel 2014. Quegli stessi soldati alla fine della guerra avevano ricevuto dal loro governo e dagli Stati Uniti una medaglia “per il coraggio dimostrato” a Srebrenica. Non uno l’aveva rifiutata.

Ora forse qualcosa sta cominciando a cambiare: è del maggio scorso la presentazione alla Camera dei rappresentanti del parlamento bosniaco di una richiesta di ammissione del genocidio di Srebrenica, già riconosciuto dal Tribunale dell’Aja nel 2004. Si avvicina il ventennale e forse qualcuno, a Sarajevo, cerca di non fare troppe brutte figure.

«La municipalità di Srebrenica contava 20mila abitanti prima della guerra, oggi sulla carta sono 5mila ma in realtà ci vive appena un migliaio di persone», conta laconica Azra Ibrahimović. Azra si occupa dei progetti per lo sviluppo del territorio dell’ong italiana Cesvi. Uno degli obiettivi principali del suo lavoro è far stare insieme i ragazzi di religione diversa. «Le ferite sono ancora aperte – dice – perché le divisioni tra le famiglie sono forti e i bambini ne risentono. Anzi, spesso è la generazione dei figli a non riuscire a perdonare quello che i genitori hanno subito e che cercano di dimenticare». E aggiunge: «forse dovremmo fare come in Sudafrica e mettere uno di fronte all’altro carnefici e vittime».

Azra è originaria di Skelani, a pochi chilometri da qui; la sua storia è decisamente straordinaria. A 13 anni, all’inizio della guerra, è stata separata dal padre e dal fratello ed è finita con la madre e le altre donne in un campo profughi nella vicina Tuzla; poi, volendo a tutti i costi frequentare le magistrali, ha convinto la madre a lasciarla andare a Sarajevo, dove ha vissuto da sola, correndo ogni giorno sotto il fuoco dei cecchini per andare a scuola. Se provi a chiederle come si fa a resistere, dice con un sorriso: «la morte non ci fa paura; noi musulmani diciamo che è più vicina del collo alla camicia». A 16 anni infine è tornata a Tuzla, ormai nel caos per la fame, il sovraffollamento, i feriti. Si è assunta lei la responsabilità di gestire il campo profughi: «eravamo in trecento e non avevamo niente, bisognava trovare medicine e cibo, tenere i contatti con le autorità locali e i responsabili dell’Unhcr e dell’Unicef. Qualcuno doveva occuparsene e l’ho fatto io», racconta con semplicità. Suo padre e suo fratello sono stati uccisi, lei è rimasta: è la sua terra, questa. Anche se convivere con chi è stato il tuo nemico fino a ieri non è facile: «per me all’inizio i serbi erano tutti assassini, poi grazie ai miei colleghi ho cominciato ad elaborare i traumi e affrontato i miei pregiudizi», ammette.

Il problema fondamentale per Srebrenica, comunque, è ripartire. Una città che era un rinomato centro di acque termali, dove la gente veniva a rilassarsi, oggi è circondata da fosse comuni, in buona parte ancora minate. Da due decenni si celebrano ininterrottamente funerali, e i dispersi sono ancora migliaia: la montagna che circonda Srebrenica è un immenso cimitero, montagna nera e rossa di piombo, argento e bauxite, interrotta dalle distese di stele bianche – un nome e la data di morte, per tutti la stessa.

Nonostante i fondi che continuano a piovere sul territorio, il tenore di vita è decisamente basso. Eppure c’è chi ci prova davvero a ricominciare, come Rada Zarković e i suoi “lamponi di pace”, una cooperativa dove lavorano fianco a fianco donne musulmane e ortodosse, o come Avno Purković, che ha ricostruito il ristorante del padre Abdulah: «all’inizio cucinavamo in un garage, con due tazze e due piatti, perché il nostro locale era stato distrutto». Oggi ha rimesso a posto la casa di famiglia e ha riaperto la sua Pansion Misirlije: come clienti ha i membri delle ong o i pellegrini delle commemorazioni; turisti però non se ne vedono. «La maledizione di Srebrenica è che la gente viene soltanto il giorno dell’anniversario, o se c’è un funerale, e poi non vede l’ora di andarsene – conclude Azra Ibrahimović – Siamo bloccati dentro una contraddizione terribile: da un lato si viene qui soltanto per ricordare cosa è stato, dall’altro il genocidio continua a essere negato. E in mezzo ci siamo noi e un paese immobilizzato».

Sono passati vent’anni e tra retorica e cattiva coscienza dell’Europa, anche i vivi rischiano di finire chiusi nel memoriale, come i morti.

Loro mi cercano ancora

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Di Federica Tourn

Una vita di violenze, stupri, paura, prigionia e alla fine persino malattia. L’ambiente è quello della ‘ndrangheta, con i suoi silenzi soffocanti e un destino che nasce dalla famiglia e si perpetua nei matrimoni combinati; un destino di sangue che sembra non lasciare scampo, in cui i maschi comandano e ‘onore’ è sinonimo di potere, denaro e morti ammazzati. Ma questa è anche – e soprattutto – una storia di riscatto, intelligenza e coraggio, perché lei, Maria Stefanelli, moglie del boss Ciccio Marando e poi testimone di giustizia, ha detto no ed è stata “più forte di tutto”. E ora ha scritto un libro per raccontarlo.

Perché ha deciso di raccontare la sua storia?

“Volevo che la mia testimonianza servisse a dare coraggio alle tante donne che vivono la stessa situazione in cui ero io: vorrei che sapessero che possono denunciare, che non saranno lasciate sole perché lo Stato esiste. Da quando sono entrata sotto protezione mi ha aiutata sempre: avevo una scorta di uomini meravigliosi, attenti e discreti, che mi portavano persino le medicine quando ne avevo bisogno. Le donne della Calabria devono parlare”.

Come è stato vivere in una famiglia di ‘ndrangheta?

“Io e le mie sorelle siamo cresciute a Varazze, in Liguria, tra violenze, botte e poi anche stupri da parte di mio zio Antonino, il secondo marito di mia madre. Io ero la più ribelle, è stata una vita d’inferno. A me sarebbe piaciuto studiare e da grande entrare in polizia, ma ho dovuto lasciare la scuola in seconda media perché il mio compito era aiutare in casa e lavorare nei negozio di mia madre. In casa non c’erano soldi ma mio zio girava con belle macchine e i miei fratelli avevano problemi con la droga o erano in carcere”.

 

Non ha mai pensato di andarsene?

“Molto spesso, ma ero terrorizzata: era proibito anche soltanto uscire e frequentare persone fuori dalla famiglia. In più non volevo dare un dispiacere a mia madre, anche se lei non sapeva difenderci dalle violenze di mio zio. Una volta comunque sono scappata da mio fratello Nino, che viveva a Torino, ma mi ha subito rimandata a casa. Era una prigione. Talmente forte era la mia disperazione di stare in quella famiglia che ho visto nel matrimonio una via di salvezza”.

Sapeva chi era Ciccio Marando, quando ha deciso di sposarlo?

“Certo, quando l’ho conosciuto era già latitante e poco tempo dopo ho saputo dal giornale che era stato arrestato. I miei fratelli, con cui era in affari, gli avevano proposto il fidanzamento con me per rinsaldare i rapporti fra le due famiglie. All’inizio non volevo, poi, ho pensato che fosse una buona soluzione per andarmene di casa: sapevo che doveva scontare 18 anni e quindi pensavo che sarei stata protetta dalle violenze di mio zio e al contempo libera. Un’altra illusione, ovviamente, perché subito dopo il matrimonio, celebrato nel carcere delle Vallette di Torino, mio marito mi ha costretta a vivere con mia suocera”.

Qual è il ruolo delle donne nell’ndrangheta?

“Come moglie devi ubbidire a tuo marito e servirlo, occuparti dei figli e della casa; se hai disponibilità di denaro, puoi sfogarti con lo shopping. Le mogli dei boss devono girare cariche d’oro e con auto di lusso, sono una vetrina per mostrare il potere dei mariti. Le mie cognate facevano a gara a chi aveva l’anello più bello o il vestito più costoso, salvo poi impasticcarsi di psicofarmaci per reggere la tensione”.

Quali compiti hanno nell’organizzazione?

“Sono messaggere degli uomini in carcere; io stessa ho portato oggetti o pizzini a mio marito. Basta una guardia corrotta che non ti controlla e passa tutto senza problemi. A volte comandano anche: mia cognata Anna Trimboli, la moglie del ‘capo dei capi’ Pasqualino Marando, aveva le redini in mano quando il marito era latitante o in carcere”.

Ha assistito a dei ‘battesimi’ di mafia?

“Nel giardino di Peppe Perre a Volpiano, vicino a Torino. Quando qualcuno faceva il suo ingresso ufficiale nel clan, si organizzava la festa, le donne preparavano il pranzo, si mangiava e si cantava. Dopo avveniva il rito, con la bicchierata, il santino bruciato e l’ago che buca il dito del nuovo affiliato. Le donne stanno in un angolo e vedono tutto; sono costrette, non hanno la possibilità di scegliere se far parte dell’organizzazione o andarsene”.

Ha ancora rapporti con le donne della sua famiglia d’origine?

“Mia madre è morta e ho chiuso con le mie sorelle. Quando mi sono ammalata di cancro, a 35 anni, nessuna di loro mi ha cercata. Ormai, con la mia decisione di testimoniare, ero diventata ‘un’infame’ e la mia famiglia mi aveva rinnegata. Però io so che nel suo cuore mia madre era orgogliosa di me perché ero riuscita a portare giustizia”.

Nel libro parla anche della sua omosessualità. Come mai ha deciso di raccontare una cosa così personale?

“Perché volevo dire tutto di me. Non mi interessa sbandierare la mia vita intima ma non voglio nemmeno nasconderla”.

Oggi come vive con la consapevolezza di essere sempre in pericolo?

“Devo conviverci, non ho alternative. Testimoniare è una scelta che rifarei cento volte, perché ho potuto dare a mia figlia l’opportunità di una vita diversa, lontano da quell’incubo in cui sono cresciuta io. In ogni caso avevo i giorni contati: presa in mezzo nella faida fra gli Stefanelli, la mia famiglia d’origine, e i Marando, non avevo scampo. Quello che è successo a Lea Garofalo (testimone di giustizia, uccisa dal suo ex compagno, ndr) sarebbe successo anche a me. Io mi considero una miracolata: sono qui a raccontare e non mi hanno tolto né la dignità, né il sorriso”.

«La Chiesa valdese ci ha accolti come una famiglia»

gay palermo

Di Federica Tourn (Riforma, 18/02/2016)

Due gemelli di quattro mesi, Tommaso e Jacopo, l’ultima domenica di dicembre sono stati battezzati nella chiesa valdese di Palermo dal pastore Peter Ciaccio. Niente di particolare: come ricorda lo stesso pastore Ciaccio, il battesimo è un atto ordinario nella vita di una chiesa. Però qualcosa di straordinario in realtà c’é stato, perché ad accompagnare i figli c’erano due papà: Rosario e Federico, che li hanno avuti negli Stati Uniti grazie alla surrogacy, la gestazione per altri [guarda l’approfondimento sulla maternità surrogata].

Non sono membri di chiesa ma dallo scorso settembre frequentano il culto. «Quando sono venuti a chiedermi se potevo battezzare i figli, li ho avvertiti che la decisione doveva essere condivisa da tutta la comunità, e così è stato», racconta il pastore, che ha avuto il consenso del Concistoro e dei membri della sua chiesa. «Li ho avvisati che sull’omosessualità la Chiesa valdese ha un percorso di accoglienza consolidato da più di quarant’anni e che, invece, la modalità con cui hanno avuto i bambini è controversa. Come tutti i pionieri dovevano essere pronti a reazioni differenti, anche di chiusura», continua Peter Ciaccio. «Mi hanno chiesto: questa chiesa ci accoglierà? Ho risposto: verificatelo voi».

Come mai avete deciso di chiedere il battesimo in una chiesa valdese?

Rosario: «Noi non siamo valdesi ma lo scorso ottobre abbiamo iniziato un percorso di avvicinamento alla chiesa. desideravamo che i nostri figli fossero presentati a Dio e cominciassero un loro percorso di fede; volevamo farlo nella maniera più onesta possibile, come abbiamo fatto sempre nella nostra vita di coppia, presentandoci per quello che siamo. La chiesa valdese ci ha dato questa possibilità».

Federico: «Abbiamo detto di no alla chiesa cattolica in cui siamo cresciuti perché ha una posizione sbagliata nei confronti degli omosessuali. Non andiamo dove non siamo bene accetti e non ci concepiscono come una famiglia. Non c’è proprio la possibilità di andare in una chiesa cattolica e dire “siamo due papà”. Al contrario la comunità valdese, dove si parla di unioni omoaffettive da molto tempo, è molto accogliente e priva di pregiudizi: ci siamo trovati molto bene e nessuno si è scandalizzato per i bambini, anzi diverse donne ghanesi si sono subito offerte come baby sitter».

Come siete arrivati all’idea di avere figli e come l’avete realizzato?

F.: «Il desiderio di genitorialità è stato la naturale conseguenza della nostra unione: dall’amore di coppia è nata la voglia di completare la famiglia con dei bambini».

R.: «Siamo insieme da otto anni e già quattro anni fa siamo rimasti colpiti dalle storie dei figli delle famiglie arcobaleno; così abbiamo cominciato a valutare la possibilità, ci siamo scontrati, ne abbiamo parlato anche con le nostre famiglie d’origine perché era una novità per tutti. Abbiamo conosciuto genitori omosessuali che avevano già avuto bambini con la Gpa, la gestazione per altri, per capire come vivevano l’esperienza e alla fine ci siamo decisi».

Come funziona?

R.: «Normalmente ci si rivolge a un’agenzia apposita che coordina tutto – dagli appuntamenti medici all’avvocato che segue le pratiche durante la gestazione – che si trova tramite internet o nelle associazioni lgbt. L’agenzia ha un book di potenziali donatrici e portatrici, con una scheda clinica e un profilo biografico, da cui si sceglie; noi abbiamo saltato questo passaggio perché abbiamo contattato una clinica della contea di Los Angeles, negli Stati Uniti, che mette direttamente a disposizione dei futuri genitori un elenco di possibili donatrici di ovuli. Noi l’abbiamo trovata in un giorno e mezzo e poi ci siamo conosciuti di persona. In California la surrogacy esiste da talmente tanti anni che appartiene alla cultura del luogo: la donna che dona l’ovulo, così come quella che poi porterà il bambino nella pancia, è ben consapevole di non essere la madre ma una persona che aiuta le coppie a diventare genitori».

F.: «La portatrice lavora e guadagna e lo fa per scelta. Negli Stati Uniti non trovi situazioni limite come donne schiave, povere, o costrette dal bisogno a dare il proprio corpo; chi lo fa deve avere già partorito almeno una volta e opera una scelta cosciente per aiutare le persone che non possono avere figli, omo o etero che siano».

La donatrice è diversa dalla portatrice?

F.: «Per legge non ci deve essere legame biologico fra la portatrice e il bambino: nella donna che presta l’utero bisogna impiantare embrioni di un’altra persona; non c’è limite per il numero di embrioni ma si fa “con coscienza” perché si sa che c’è il rischio di una gravidanza gemellare. Noi abbiamo fatto due tentativi: il primo non è andato a buon fine ma nel secondo sono stati impiantati due embrioni maschili, attecchiti entrambi. I bambini sono nati di 35 settimane il 25 agosto 2015 con un taglio cesareo».

E’ possibile che la donna che porta il bambino per altri ci ripensi e se lo tenga una volta nato?

F.: «No, tutto è contrattualizzato nei minimi particolari. Bisogna però fare una differenza: c’è la traditional surrogacy, che si ha quando una donna volontariamente dona gli ovuli e si sottopone lei stessa all’inseminazione – in questo caso può ripensarci entro 30 giorni – e poi quella che abbiamo fatto noi, con la distinzione fra donatrice e portatrice, in cui come dicevamo non c’è legame biologico fra la donna che presta l’utero e il bambino che porta in grembo».

E una volta arrivati in Italia con i bambini, che cosa succede?

R.: «Secondo la legge vigente nel nostro Paese, una persona sola li può riconoscere, in quanto genitore biologico. O, nel caso dei gemelli, se ne può riconoscere uno a testa ma in questo caso formalmente non risultano poi fratelli».

Che legame si è stabilito con le donne che vi hanno aiutato ad avere i bambini?

F.: «Con la portatrice durante la gravidanza è nato un legame di amicizia che continua anche adesso. Quando sono nati i bimbi l’abbiamo incontrata in California insieme alla donatrice; entrambe sono felici di aver contribuito a dare una famiglia a chi non può averne una: per loro è normale, a differenza di quello che si sente dire qui in Italia, dove il dibattito viene strumentalizzato».

R.: «La portatrice ha una figlia che poi ha conosciuto i nostri, ed è sempre stata consapevole che la mamma con quella gravidanza stava facendo un dono a due persone. Quando siamo andati negli Stati Uniti per la nascita dei bambini, ci ha invitati a casa sua e tutti i suoi famigliari ci hanno fatto festa e hanno condiviso la nostra gioia: anche sua madre era orgogliosa del gesto della figlia. Con i neonati abbiamo poi fatto un giro nel suo quartiere: lei faceva vedere i bambini a tutte le persone che incontravamo, ci presentava come i surrobabies – come chiamano i genitori che usufruiscono della Gpa – e intanto ci indicava delle donne dicendo “vedete quella? Fa la donatrice, e quell’altra invece vuole diventare portatrice».

Una volta arrivati in Italia, come siete stati accolti?

F.: «Noi ci siamo sempre comportati come una coppia quindi è stato naturale continuare a essere trasparenti nella vita di tutti i giorni. Se ti presenti in maniera onesta e diretta come genitori dei bambini, le persone smettono di farti domande stupide e ti accettano per quello che sei: una famiglia».

La solidarietà ai tempi dei muri

L’eccezionalità di un gesto normale sulla frontiera fra Italia e Francia

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Di Fedrica Tourn e Claudio Geymonat (Riforma, 18/01/2017)

Paesi arroccati ai margini dello strapiombo, porte appena accostate che danno su strade di pietra, un antico lavatoio, la chiesa, i nomi delle vie che ricordano un passato recente diviso fra Francia e Italia. Siamo in val Roja, immersi nelle montagne ma a due passi dal mare, una terra di resistenza, abituata a combattere e a difendersi. Loro ci sono ma non si vedono. Sono i migranti venuti da Ventimiglia seguendo le rotaie del treno, in cerca di un passaggio verso la Francia – quella “vera” – sui vecchi sentieri dei contrabbandieri, visto che le strade sono tutte presidiate.

«Te li trovi sotto casa, infreddoliti, affamati, distrutti dalla fatica; molti sono minorenni, spesso non sanno nemmeno l’inglese, sono spaventati: come fai a dire di no?». Cédric, Suzel, Catherine, Elisabetta, Simon – e come loro molti altri – hanno accolto in casa i rifugiati, hanno dato loro un tetto e da mangiare, e ora sono in pericolo. Alcuni di loro sono sotto processo, in attesa che lo Stato francese decida che hanno agito per motivi umanitari e quindi non sono perseguibili, secondo l’eccezione del 2012 alla legge sul “reato di solidarietà” che consentirebbe l’aiuto a persone in difficoltà, anche se senza permesso di soggiorno. In teoria: perché, come denunciano le associazioni che si occupano dei migranti, negli ultimi mesi sono ormai molti i casi in cui semplici cittadini sono stati chiamati davanti a un tribunale francese per aver dato un passaggio o ospitato stranieri senza documenti. Il caso più eclatante, che ha valicato – lui sì – i confini, è quello di Cédric Herrou, un contadino di Breil-sur-Roja, che ha già accolto nel suo terreno centinaia di migranti e ora rischia 8 mesi di prigione per il suo gesto. E’ un recidivo, Cédric: lo scorso ottobre a Saint-Dalmas de Tende aveva occupato insieme ad altri un vecchio centro di vacanze delle Ferrovie dello Stato, in disuso da tempo. «Abbiamo pulito e messo in ordine, ripreso a utilizzare le cucine, e davamo un tetto a ottanta persone che non avevano un posto dove stare. In una parola facevamo quello che dovrebbe fare lo Stato». Dura poco: quello stesso Stato ha invece provveduto a sgombrare e murare i locali – giusto perché fosse chiaro il messaggio. Cédric non si è fermato e si è dedicato in particolare ad aiutare i minori non accompagnati, i più vulnerabili: «sono proprio quelli che dovrebbero essere presi in carico dallo Stato senza indugio», dice Cédric. «Cerchiamo di aiutarli a fare domanda, ma se li portiamo fisicamente in Prefettura, la polizia ci blocca subito: per loro c’è il rimpatrio immediato in Italia, per noi il sequestro della macchina e un fermo di 24 ore», dice Suzel. Così spediscono le domande via fax, e aspettano.

Il fatto che ci sia anche lo stato di necessità, entrato in vigore in Francia dopo gli attentati dell’Isis, non aiuta. I controlli nelle zone di frontiera si sono intensificati e il clamore provocato dai gesti di solidarietà di Cédric Herrou e dei suoi compagni dell’associazione Roja Citoyenne ha anche un rovescio della medaglia. «La volontà di rendere mediatica questa battaglia ha reso più complicati piccoli e grandi gesti quotidiani che singoli e organizzazioni, chiese comprese, compiono ogni giorno». A parlare è Paolo Morlacchetti, pastore a Nizza della Chiesa protestante unita di Francia (Epudf), impegnata tramite il proprio braccio diaconale, la Cimade, a prestare soccorso (nel loro caso per lo più giuridico) ai tanti che si trovano a transitare in città. Ma non mancano i pasti – un centinaio ogni mercoledì – tutto in collaborazione con realtà confessionali e laiche, privati cittadini e commercianti. «Alberghi che in estate hanno prezzi proibitivi, in inverno si prestano, nell’anonimato, a ospitare con regolarità per qualche notte persone che noi segnaliamo – continua Morlacchetti – Così come commercianti e ristoratori dei quartieri chic di Nizza sono pronti ad aiutarci con il cibo, segno che la risposta a questa emergenza è trasversale». Il pastore pensa anche ai suoi membri di chiesa, interrogati da un fenomeno dalle proporzioni spaventose. «E’ un tema al centro di molti nostri momenti comuni, e le collette vengono sempre ripartite in questi mesi fra il Servizio richiedenti asilo e rifugiati della diaconia valdese a Ventimiglia e la Cimade». Ognuno prova a fare qualcosa ed è forse questo l’aspetto più toccante. La solidarietà ha coinvolto donne e uomini di estrazione e vicende assai differenti, unite dal vedere passare ogni giorno davanti a casa il dramma storico della nostra epoca.

Trump? Il prodotto dell’America silenziosa

Lo storico Alessandro Portelli: «Un sentimento diffuso e capillare, specchio di un paese spaventato»

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Di Claudio Geymonat (Riforma, 30/01/2017)

Smantellamento del sistema sanitario pubblico. Ampiamento del muro divisorio fra Stati Uniti e Messico. Cancellazione dei finanziamenti federali alle organizzazioni che praticano o fanno informazione sulle interruzioni di gravidanza fuori dal territorio americano. Stop per almeno 120 giorni all’accoglienza di nuovi rifugiati e divieto di ingresso sospeso per tre mesi per a chiunque provenga da 7 nazioni a maggioranza islamica: Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.

Caos e proteste si sono verificate negli aeroporti di tutto il mondo fra chi stava per imbarcarsi per gli States. Le piazze e le strade sono ritornate a riempirsi come non accadeva dai tempi del Vietnam. Il neo presidente degli Stati Uniti Donald Trump a tamburo battente sta tenendo fede alle promesse elettorali che hanno conquistato il suo elettorato.

A chi si interroga su quale processo sia in corso nella società americana che, da laboratorio di accoglienza pare ripiegarsi su se stessa vittima delle proprie fobie, Alessandro Portelli, storico e critico musicale, attualmente professore di letteratura anglo-americana all’università Sapienza di Roma ricorda, proprio in prossimità del giorno della Memoria, come «Gli Stati Uniti respinsero le navi che trasportavano i rifugiati ebrei dall’Europa. Era il 1939, e il presidente era niente meno che Roosevelt. Questo per significare come gli Stati Uniti abbiano una grande tradizione di anti razzismo, che corre però parallela ad una altrettanto grande tradizione razzista. L’antico spirito anti intellettuale, anti elitario, eccezionalista e isolazionista che attraversa il paese dai tempi di George Washington è ancora lì e non si esprime tanto in manifestazioni di massa quanto in uno stato d’animo diffuso e capillare».

Secondo Portelli le aspettative sono state però tristemente superate: «l’attacco violentissimo ai diritti delle donne e dei migranti sono peggiori di quanto potessimo attenderci. Eppure leggo una quantità di commenti entusiasti, in particolare sul blocco voluto a nuovi ingressi; in moltissimi lo hanno votato perché facesse esattamente questo. Di contro noi guardiamo con gioia e conforto alle grandi manifestazioni di piazza di questi giorni ma dobbiamo anche saper valutare che si stanno svolgendo soprattutto a New York e Los Angeles, metropoli che non hanno votato Trump e non stanno quindi fuori dallo schema che ha portato comunque Trump alla Casa Bianca. Bisogna ricordare inoltre che a cavallo fra il 1968 e il 1972, mentre le piazze ribollivano di giovani che protestavano contro la guerra in Vietnam e per un’istruzione e una società migliore, nel paese per due volte il più votato risultò esser Richard Nixon, quanto di più lontano potesse esserci dallo spirito di quelle piazze. Molte e sfaccettate sono le anime dell’America, non bisogna mai dimenticarlo».

Trump, Putin, lo spauracchio Le Pen, la Brexit: è il trionfo dei populismi, di un ritorno al proprio recinto, tutti asserragliati nel fortino? «E’ un quarto di secolo che ci si racconta che la classe operaia non esiste più, che le classi non ci sono più, che certi schemi sono vetusti. Sarà anche vero, ma rimangono comunque le persone. Se a un operaio milanese togli l’identità operaia, rimane sono quella di milanese, e voterà quindi chi meglio tutela il suo orto. Stesso discorso negli Stati Uniti. Se non c’è spazio per i progetti e i sogni condivisi, quello che rimane è la tutela della proprietà individuale. Da difendere qualsiasi costo. Magari grazie ai discorsi chiari e semplici di un uomo solo al comando». E davanti alle sinistre di governo che paiono fallire ad ogni latitudine Portelli non vede altra soluzione se non un cambiamento di rotta: «c’è moltissimo da fare, con umiltà, cambiando atteggiamenti di superiorità per comprendere invece a fondo cosa muove simili sentimenti. Hillary Clinton li chiamava i deplorevoli, nulla di più sbagliato. Bisogna invece capire i disagi profondi e non scimmiottare in peggio le destre sui temi del neo liberismo, del pareggio di bilancio, della sicurezza».

I poteri dell’inquilino della Casa Bianca paiono illimitati, una firma via l’altra in un atteggiamento verticistico che pare esautorare Congresso e altri organi federali, anche se un primo stop alla legge sui nuovi ingressi di stranieri è giunto da una giudice federale, segnale secondo Portelli «che ci saranno certamente resistenze legali a tutte queste forzature. Ma indubbiamente il presidente degli Stati Uniti concentra su di sé una serie notevole di poteri e una notevole autonomia (già oggetto di critiche nel paese ben prima delle ultime elezioni), che certo ora paiono ancor più preoccupanti. Ripeto, è un clima generale che pervade il paese quello incarnato dal magnate, nulla più. I 6 morti di queste ore in Canada in un attacco anti musulmano sono il segnale del clima che monta, di un razzismo strisciante che non trova copertura mediatica perché non parliamo di due milioni di persone in piazza. Ma ogni giorni ci sono vittime di atti di razzismo, di violenza di genere, contro le minoranze, che non arrivano nelle case ma sono il segnale del clima serpeggiante».

Perdono postumo per gli omosessuali britannici

Approvata la Turing Law, dal nome del grande matematico suicida dopo la condanna alla castrazione chimica in quanto gay

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 Claudio Geymonat per Riforma.it

Alan Turing, nato a Londra nel 1912, era un matematico, considerato fra i padri della moderna informatica. Alan Turing era un genio, a 28 anni già alla testa di una squadra di ricercatori il cui scopo era decrittare i codici segreti utilizzati dalla Germania nazista per comunicare. Le sue scoperte contribuirono a ridurre la durata della seconda guerra mondiale, grazie alla possibilità di anticipare molte mosse del nemico. Lo scienziato avrebbe quindi meritato tutti gli allori e i ringraziamenti di questo mondo.

Il segreto di stato sulla sua attività di fatto impedì per anni che il suo ruolo fosse noto al pubblico, ma c’era un altro problema, ancor più insormontabile per l’Inghilterra di quel tempo. Alan Turing era gay, in una nazione ancorata ad una norma, l’emendamento Labouchere, inserita nell’ampia legge generale sul crimine del 1885, che aveva introdotto il reato di atti osceni. Per gli omosessuali era ancora previsto il carcere e la depenalizzazione arriverà solo nel 1967. Troppo tardi per salvare Turing, incriminato per i rapporti con un giovane, maggiorenne, ospite a casa sua, in una sfera quindi prettamente privata. Durante il processo lo scienziato non negò nulla. Costretto a scegliere fra il carcere o la castrazione chimica mediante l’assunzione di estrogeni scelse questa seconda via. Fu il dramma: perdita delle capacità motorie, sviluppo del seno, crisi depressive. Il suicidio a soli 41 anni pose fine ai suoi tormenti.

La storia di Turing è quella di migliaia di omosessuali nel Regno Unito, costretti a patire pene giudiziarie e sociali atroci. Il 31 gennaio di quest’anno è entrato in vigore il Turing Law, così ribattezzato proprio per rendere omaggio postumo al grande matematico e alle sue sofferenze; il governo britannico sancisce il perdono postumo e la riabilitazione giudiziaria degli omosessuali. Si stimano siano all’incirca 60 mila gli uomini che nel tempo sono stati giudicati colpevoli e 15 mila almeno sarebbero ancora in vita. Dai casellari giudiziari di tutte queste persone verranno cancellate le sentenze di condanna per il reato di omosessualità.

«Sono molto felice per la scelta del governo di riabilitare così tante persone arrestate e accusate di reati da tempo non più perseguibili nei tribunali – commenta a caldo il pastore metodista Timothy Macquiban della comunità di Roma ponte Sant’Angelo. Dalla Giamaica in cui si trova in questi giorni per un importante incontro internazionale fra battisti e metodisti, il pastore ricorda come «la Chiesa metodista nel Regno Unito abbia giocato un ruolo importante nel sensibilizzare il paese su un argomento che per troppi anni è stato considerato tabù. A ciò si è aggiunto l’accompagnamento delle persone che hanno sofferto per queste vicende, patendo isolamenti e un rifiuto generalizzato. Compito questo che la chiesa continua a svolgere perché molti di questi uomini sono ancora in vita». Già nel 1993, al termine di anni di ragionamenti e dibattiti, il metodismo inglese è giunto all’approvazione di un testo che ribadiva la sessualità come afferente alla sfera delle scelte responsabili individuali, ed apriva al ministero gay e lesbico all’interno delle comunità. «Da quel momento in poi sono giunte le altre scelte – conclude Macquiban- dalla benedizione delle coppie dello stesso sesso nel 2005, e dal 2014 dopo che il matrimonio omosessuale è divenuto legale anche la possibilità concessa ai ministri di fede di celebrarli». Ora il perdono postumo. O tardivo.

Terminal Sicilia

Un reportage a puntate sulla linea di frontiera, fra i rifugiati che arrivano sulle nostre coste e gli operatori che si occupano di loro

 

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat

Seduta alla veranda che si affaccia sul giardino la signora Francesca, una vita dietro la cattedra, tiene in mano una grande fotografia di una foglia di acero e Mohammed, 22 anni, gambiano, chino sul tavolo, è intento a disegnarne varie copie che verranno poi colorate da Baba, 16 anni, ghanese. «Mi sembra di tornare ai tempi in cui ero circondata da ragazzi a scuola – sorride Francesca – «ma siamo tutti qui ad esser ringiovaniti grazie a questa nuova quotidianità». Il signor Francesco, 80 anni, poeta del gruppo, annuisce convinto e prepara nuovi versi da proporre in anteprima.

Siamo a Vittoria, 27 chilometri a ovest di Ragusa, alla Casa di riposo evangelica valdese dove si realizza un inconsueto scambio generazionale e culturale, un imprevisto felice dal punto di vista organizzativo ma soprattutto umano.(..)

 

 

 

La Malafrutta

Viaggio nel mondo dei lavoratori stagionali del Saluzzese, fra lavoro nero e crisi del settore agroalimentare

 

Reportage: Claudio Geymonat e Federica Tourn
Foto: Anna Lami

«Lavoro non ce n’è. Ti prendono per qualche giorno, una settimana, e poi basta. Sei di nuovo fermo». Alassane ha due telefoni in mano, uno per l’Italia e l’altro per l’Africa: li guarda ma nessuno dei due squilla. Dalla Costa d’Avorio è arrivato in Italia via mare come tanti altri, a tentare la sorte in Italia: gira le campagne in bicicletta dalle prime ore del mattino per vedere se resta ancora frutta da raccogliere. La stagione ormai è finita e di lavoro quest’anno se n’è visto poco, l’estate non è stata per niente generosa. La notte scende presto sul Foro Boario e fa già decisamente freddo. Nove docce e cinque bagni per oltre 400 persone, il doppio del numero previsto per il campo allestito dalla Caritas per accogliere in qualche modo i lavoratori stagionali, che ormai da qualche anno arrivano a Saluzzo per la raccolta della frutta, da maggio a novembre.(…)

La mascolinità? Una vita da cani

Intervista alla sociologa Pinar Selek, femminista e antimilitarista, da anni in esilio dal suo paese, la Turchia

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Pinar Selek

Federica Tourn (Marie Claire, 19 marzo 2012)

Una bella ragazza di 27 anni attraversa la strada, lo sguardo dritto davanti a sé, la camminata sicura di chi è cresciuto libero e si fida delle proprie capacità. Nella borsa ha i colloqui con alcuni militanti curdi del Pkk, l’ultimo progetto a cui sta lavorando. La polizia la ferma, requisisce le registrazioni, vuole i nomi delle persone intervistate. Lei si difende, invoca il segreto professionale: «Non posso, sono una sociologa». Una spiegazione insufficiente per la giustizia turca: seguono otto giorni di tortura, un’accusa di terrorismo e due anni e mezzo di carcere.È il 1998. Pinar Selek, femminista, antimilitarista, sociologa, è già nota per il suo impegno a favore di chi vive ai margini. Fare la sociologa per lei non vuol dire studiare gli altri come un entomologo, ma condividere vita e problemi quotidiani. E così fonda l’Atelier degli artisti di strada, un centro di reinserimento per ragazzi senza casa, transessuali e prostitute: «Mi sentivo – dirà – come un medico che non può fare a meno di toccare le ferite dei suoi pazienti».

Istanbul è una città come nessun’altra e più di altre si fa beffe dei luoghi comuni, forse perché abituata a stare in equilibrio fra Europa e Asia. Una città in cui dalle moschee sale alto l’appello alla preghiera cinque volte al giorno, ma dove le donne hanno accorciato gonne e capelli per dare vanto alla nuova Repubblica di Atatürk. Fino a poco tempo fa non potevano nemmeno entrare in un luogo pubblico con il capo coperto dal velo. Metropoli di militari cresciuti a köfte e senso dell’onore, che non si fanno certo scrupoli a intervenire nelle faccende dello stato, Istanbul è una città di traffici oscuri, di bambine vendute al mercato del sesso ma anche di rivendicazioni femministe e manifestazioni per l’orgoglio Lgbt (gay e transgender).Pinar racconta che «la società turca è piena di contraddizioni,le spinte al cambiamentosono forti e il potere reagisce con durezza. In particolare le donne si ribellano: e più diventano consapevoli, più cresce la repressione». (…)

Fidel Castro e lo spirito ribelle della Riforma

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Claudio Geymonat (Riforma.it)

«Naïf ma non necessariamente comunista». Delle due l’una: o Richard Nixon non aveva fiuto politico (e le alterne vicende successive potrebbero anche corroborare l’ipotesi) o Fidel Castro non doveva avergli fatto l’impressione di un tirannico oppressore. E pensare che l’allora vice presidente degli Stati Uniti d’America, siamo nel 1959, aveva una solida formazione puritana, quacchera per la precisione, per cui quel giovane con il barbone doveva parergli un alieno.

Saranno prima gli espropri forzosi ai danni delle grandi aziende statunitensi, che sull’isola avevano goduto per anni di regimi fiscali più che agevolati, e subito dopo la decisione di acquistare il petrolio dall’Unione Sovietica, a avvicinare l’Havana a Mosca, Castro a Krusciov. Il suggello definitivo verrà apposto nell’aprile del 1961, la data della disastrosa Baia dei Porci, il fallito tentativo di deporre il Lider Maximo da parte di un migliaio di dissidenti finanziati e addestrati dalla Cia. Dopo allora fu l’embargo, fu la crisi dei missili dell’Urss installati a Cuba. Una via era tracciata e come richiesto sarà la storia a giudicarla.

Nel celebre discorso in cui Castro pronuncia la ancor più celebre richiesta di giudizio storico sul suo operato, colpiscono i numerosi riferimenti tratti dal mondo protestante (…)

 

 

 Una storia americana

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Federica Tourn (Riforma.it)

Una bambina di sei anni, un fiocco nei capelli, la cartella nella mano destra e l’aria seria e un po’ preoccupata di chi inizia un nuovo percorso. Sembrerebbe una normale fotografia del primo giorno di scuola ma ad allargare lo sguardo sull’immagine si nota tutta la tensione di una situazione anomala: una piccola afroamericana scortata dai federali che la proteggono dalla folla inferocita che vorrebbe impedirle di entrare in classe. Il suo nome è Ruby Bridges ed è la prima bambina di colore nel sud degli stati Uniti ad avere l’accesso a una scuola fino a quel momento frequentata soltanto da bianchi (…)