Porti chiusi e pacchie altrui

Di Claudio Geymonat (Riforma.it, 14 giugno 2018)

80 anni fa la vicenda della nave St. Louis che trovò sbarrati i porti che dovevano accoglierla col suo carico di 930 ebrei in fuga dal nazismo

L’Europa e il mondo erano già sull’orlo del baratro quando il 13 maggio 1939 il transatlantico St. Louis si apprestava a salpare dal porto di Amburgo. Mancano 3 mesi allo scoppio ufficiale della Seconda guerra mondiale, ma i segnali dell’imminente catastrofe sono già più che chiari. Da anni è in corso in Germania, e ora anche in Italia, una caccia all’ebreo porta a porta. Ecco perché sulla St. Louis di 937 passeggeri, 930 sono ebrei, per lo più tedeschi, in fuga dalle persecuzioni. Continua a leggere “Porti chiusi e pacchie altrui”

A venti miglia da una nuova vita

Ventimiglia e Bardonecchia, città di frontiera alle prese con la gestione dei flussi migratori che spingono verso la Francia

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat ( Left, 1 giugno 2018)

Morts pour la France, morti per la Francia. Il cimitero di Trabouquet a Mentone, prima cittadina dopo il confine di Ventimiglia, è un terrazzo a strapiombo fra le montagne e il mare. Qui governo di Parigi e amministrazioni locali, per il centenario della fine della prima guerra mondiale, hanno dato nome e sepoltura a 1137 soldati. Traoré, Mamadou, Keita, tutti giovanissimi, tutti africani, malgasci e senegalesi in particolare, costretti a forza a render servizio a quella colonia lontana. Da quassù si vedono nitide le due strade con i relativi posti di blocco delle frontiere rispristinate, Ponte San Luigi e Ponte San Ludovico, e si vede l’imbocco del tunnel autostradale in cui lo scorso ottobre Milet Tesfamariam è morto investito da un camion nel tentativo di entrare nel Paese della sua lingua madre. Morti per la Francia, cento anni dopo. Schengen da queste parti è solo un ricordo: controlli serrati, solo per stanare da bagagliai e rimorchi la presenza dell’invasore africano. Ora che non servono, non li vogliono più. Come a Bardonecchia, frontiera alpina, dove la gendarmerie lo scorso marzo ha sconfinato entrando in un centro gestito dalla onlus Rainbow for Africa per costringere un migrante a fare un test delle urine, un chiaro gesto intimidatorio verso stranieri con velleità di ingresso nella République. Continua a leggere “A venti miglia da una nuova vita”

L’Algeria è diventata una trappola sulla rotta dei migranti

Di Federica Tourn (EastWest, 20 aprile 2018)

A un passo dal Marocco, Maghnia è un collo di bottiglia per i migranti in arrivo dall’Africa subsahariana. Sono sempre di più, ma crescono ancora di più deportazioni, abusi e arresti. Una netta sterzata della politica algerina che ha coinciso con la chiusura delle frontiere europee

Se si ispessiscono sempre di più le barriere fra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo e i confini dell’Europa sono pensati come argini che impediscono alle persone di muoversi liberamente, ci sono anche frontiere fantasma trascurate dai riflettori mediatici, dove i migranti si ammassano e i diritti umani essenziali vengono sistematicamente ignorati. È quello che succede a Maghnia, ultima città a nord ovest dell’Algeria: 20 chilometri la separano dal Marocco e appena il doppio dalla prima città oltre confine, Oujda. Una ferita fisica nel Maghreb fra due paesi che alle spalle hanno anni di diffidenza se non di aperta ostilità, a cominciare dalla questione irrisolta dell’indipendenza del Sahara occidentale, rivendicata dal Fronte Polisario (sostenuto dall’Algeria) e osteggiata invece dal governo di Rabat, che pretende di avere il territorio sotto il proprio controllo. Una frontiera diventata invalicabile nel 1994, quando Algeri chiuse il confine in seguito alla risoluzione del Marocco di imporre il visto ai cittadini algerini, decisione determinata dal sospetto che l’intelligence algerina fosse coinvolta nell’attentato all’hotel Atlas Asni di Marrakech in cui rimasero uccisi due turisti spagnoli. Continua a leggere “L’Algeria è diventata una trappola sulla rotta dei migranti”

India, la chiesa degli intoccabili sotto attacco

Di Federica Tourn (Jesus, maggio 2018)

Il 65%dei cattolici è composto dai dalit, i “paria” secondo il sistema sociale induista delle caste.

Crescono le conversioni al cristianesimo ma anche gli attacchi contro le chiese da parte degli integralisti, che non vogliono sentire parlare di uguali diritti per tutti.

Viaggio nell’India del Sud, in ascolto del sobbollire delle passioni religiose.

Leggi qui il reportage: India

Foto di Stefano Stranges

Giù le mani dalla Casa internazionale delle donne

Di Claudio Geymonat (Riforma.it, 25/05/2018)

Una storia che inizia nel 1976 ma ha radici profonde nei movimenti e nei collettivi degli anni precedenti. Oltre 30 associazioni attive al momento, fornitrici di servizi, pressoché tutti gratuiti per la popolazione; servizi che spesso gli enti pubblici non sono in grado di offrire. Un immenso archivio che raccoglie le produzioni della teoria e della pratica del movimento femminista dalla fine degli anni ’60 a oggi. Almeno trentamila donne che ogni anno passano dalla porta di via della Lungara. Un polo culturale, sociale, sanitario.

Questo è molto altro è la Casa internazionale delle donne di Roma, al centro delle cronache in queste settimane non per una delle molteplici iniziative organizzate, ma per l’azione dell’amministrazione capitolina che vuole riprendere possesso dello stabile di sua proprietà e indire un bando per riassegnare gli spazi e i servizi. Una scelta, quella fatta dalla prima sindaca donna nella storia della città, che è stata come una scossa, capace di mostrare ancora una volta l’attenzione e l’affetto con cui larga parte della società civile e del mondo politico, in maniera trasversale,  guarda a questo patrimonio. Oltre 88 mila firme raccolte al momento, in pochi giorni, e una serie di forti prese di posizione, l’ultima quella del presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, che nel ricordare ancora una volta quale «luogo di fondamentale importanza per la storia della città di Roma e del femminismo italiano» sia la Casa, comunica di voler proporre nei prossimi giorni « alla Giunta regionale di dichiarare la Casa Internazionale delle donne sito di notevole interesse pubblico».

Questa storia ha preso avvio più di 40 anni fa, nel 1976, con l’occupazione del fatiscente palazzo Nardini, dietro piazza Navona.

Nel 1981 iniziano le trattative con le istituzioni cittadine per trovare un luogo più adatto, e dal 1987 la sede diventa quella attuale, il palazzo del Buon Pastore, ex carcere femminile nel quartiere Trastevere. Nel 1995 con i fondi di Roma Capitale iniziano i restauri e con una cerimonia il 21 dicembre 2001 il sindaco Walter Veltroni consegna le chiavi a quello che nel frattempo è divenuto un consorzio. La convenzione presenta però un affitto troppo alto: nove mila euro al mese per chi opera senza fini di lucro non sono sostenibili. Le associazioni ne pagano una parte e aprono una trattativa con il Comune. Negli ultimi anni l’amministrazione capitolina sta tentando una ciclopica e al momento infruttuosa valorizzazione del proprio patrimonio immobiliare, spesso senza distinzioni di sorta fra chi semplicemente ha occupato in via privata degli spazi ed è moroso, e chi invece, e non c’è solo la situazione della Casa, offre servizi rivolti alla popolazione.

Ne abbiamo parlato con Gianna Urizio, giornalista e femminista, già presidente della Federazione delle donne evangeliche in Italia: «Vorrei citare subito una frase dell’attrice Jasmine Trinca nella conferenza stampa di ieri 24 maggio: “Il comune di Roma ha un debito, non un credito nei confronti della Casa delle donne”. Questo per l’immenso valore dei servizi offerti a una grande platea di utenti, per la capacità di creare cultura, attività, welfare, di fronte all’impotenza e alla casse vuote di municipi e enti centrali. Dunque è inammissibile fare di tutta l’erba un fascio, affrontare l’immensa questione dei beni pubblici di Roma senza distinzioni di sorta». Non è in gioco solo la difesa della Casa, ma «di tutti quei luoghi autogestiti che operano e intervengono laddove lo Stato è assente. Non è una questione solo romana, ma riguarda l’Italia intera». Si perché è a livello generale che è in corso quella che Urizio definisce «una normalizzazione che cancella il passato e il presente di partecipazione della cittadinanza. Moltissime delle conquiste sociali e politiche nella storia recente del nostro paese, dal diritto di famiglia, al lavoro, alla rappresentanza, sono state ottenute per merito anche e soprattutto dell’incessante azione di organizzazioni femminili. Che siano proprio due donne, la prima firmataria della mozione, la consigliera Gemma Guerrini e la sindaca Virginia Raggi, a portare uno dei peggiori attacchi nella storia della Casa è un’aggravante non di poco conto». Smontare un consorzio è qualcosa di più che eseguire uno sfratto, «è una chiara azione politica. Vediamo se si spingeranno a tanto, perché vorrebbe dire scoprire veramente le carte, mentre ora l’amministrazione si trincera dietro generiche affermazioni di ricerca della legalità».

Certo la mobilitazione è destinata a proseguire e Urizio non nasconde l’auspicio «di vedere anche i movimenti evangelici femminili e le comunità evangeliche in generale offrire solidarietà e sostegno, donne e uomini, per non dissipare il patrimonio di una realtà viva, richiesta, che dalle donne migranti alle vittime di violenza offre un aiuto a chi bussa».

40 anni e 100 passi

Intervista a Franca Imbergamo, pubblico ministero al processo per la morte di Peppino Impasato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978

Parlava, parlava, Giuseppe Impastato, per tutti Peppino. Dai microfoni di Radio Aut, dai palchi e dalle piazze della sua Cinisi, nei cortei; denunciava e sfotteva la mafia, con un coraggio inaudito. Raccontava di affari e crimini, irrideva il capomafia Gaetano Badalamenti, la cui casa si trovava ad appena cento passi dalla sua. Lottava al fianco dei disoccupati, dei contadini. Per lui, nato in una famiglia mafiosa doc, la sfida e il pericolo erano doppi, tripli.

La sua era in qualche modo dunque una morte annunciata, in anni in cui certi nomi si pronunciavano a malapena sottovoce fra le mura di casa; mentre Peppino li urlava ai quattro venti. Eppure già dai minuti immediatamente successivi al ritrovamento del corpo dilaniato sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, il 9 maggio del 1978, la sua memoria veniva tradita e la verità piegata davanti a indicibili interessi. Forze dell’ordine e inquirenti parlarono di un atto terroristico di cui l’autore sarebbe rimasto vittima. Ci vorranno 24 anni e la tenacia di tanti fedeli servitori dello Stato, da Rocco Chinnici a Antonino Caponnetto, da Giovanni Falcone a Giancarlo Caselli, per portare finalmente alla sbarra Badalamenti e il suo braccio destro Vito Palazzolo. Ergastolo per il grande boss, il primo della sua carriera, nonostante la scia di sangue che ne aveva segnato l’ascesa al vertice di Cosa Nostra. Era già in galera per traffico di droga, la Pizza Connection. Come Al Capone, che venne arrestato per reati fiscali dopo aver insanguinato Chicago.

Pubblico ministero di quel processo terminato nel 2002 fu Franca Imbergamo, oggi magistrato inquirente presso la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo: «Fu un processo difficile perchè avviato a così tanti anni dai fatti, con nuove prove da reperire. Ma siamo riusciti a rendere giustizia alla figura di Impastato, per anni infangata, e con lui alla madre, al fratello, ai tanti che fin dal primo giorno ne hanno difeso il ricordo e le battaglie civili». E’ stato detto tutto su questa vicenda o esistono ancora zone d’ombra, in particolare per quel che riguarda i depistaggi? «Bisogna distinguere fra responsabilità giudiziarie e morali, civili. Per la prima, la prescrizione ci impedisce di indagare oltre; per le altre, di valore non certo inferiore, certi comportamenti, certi atti, testimoniano che vi sono state persone che non hanno servito con fedeltà lo Stato che erano chiamate a rappresentare. E qui mi fermo». Anche perché certi nomi sono ancora fra i protagonisti delle inchieste e dei processi in corso, relativi a quegli anni in cui pezzi delle nostre istituzioni hanno piegato il capo davanti ai padrini.

La mamma di Peppino, Felicia Bartolotta, è una delle figure più potenti di questa storia: entrata nelle nostre case con la forza della denuncia di un mondo che aveva visto da vicino: «Una donna straordinaria, che per amore di un figlio ha rotto con una tradizione familiare pesante ed è andata contro persone molto più potenti di lei. Io l’ho voluta come prima testimone proprio per questo. Quando in aula, sullo schermo in video conferenza dal carcere americano, apparve Badalamenti, Felicia non esitò a puntare contro di lui il dito e a dirgli “Tu hai fatto uccidere mio figlio”. Un momento entrato nella storia dell’antimafia. In seguito abbiamo avuto modo di incontrarci, e mi ha commosso il suo ringraziamento per averla aiutata ad avere fiducia nella giustizia».

40 anni sono trascorsi, molto è cambiato: la mafia è combattuta con molta maggior forza, ma non ancora sconfitta: «Tanta strada è stata fatta, purtroppo anche con il sangue di troppe persone. La mafia non è sconfitta, ma la società civile ha una consapevolezza totalmente diversa rispetto ad allora. Ho appena avuto il piacere di partecipare ad un tour fra alcuni dei luoghi simbolo della mafia e dell’antimafia, organizzata dall’associazione Fuori dai Paraggi, insieme alla vostra collega della trasmissione Protestantesimo Lucia Cuocci: da Portella della Ginestra a via D’Amelio, da Cinisi alla piazza della Memoria, è stato bello vedere la commozione sincera dei partecipanti. Senza luoghi comuni nè stereotipi, ma con grande dignità, virtù di cui la Sicilia è zeppa».

La chiesa, cattolica ovviamente, ha ancora un ruolo così importante nell’immaginario mafioso? «Anche in questo campo molto è stato fatto: da certi silenzi e certe complicità alle grandi denunce dei pontefici o al tragico tributo di sangue di Pino Puglisi la Chiesa cattolica ha saputo liberarsi dall’abbraccio mortale della mafia. Restano i santini, le processioni, i rituali, ma hanno oramai pressoché soltanto un valore simbolico di iterazione di antiche consuetudini. In questa occasione mi piace anche ricordare il grande impegno che la chiesa valdese di Palermo ha dimostrato in questi anni attraverso molti interventi sociali per attivare percorsi di recupero di soggetti entrati nell’orbita mafiosa. Come magistrati abbiamo avuto molte volte al nostro fianco la Chiesa valdese nelle nostre attività, segnale di una coscienza civile chiara». Cosa le resta di questa storia? «la soddisfazione per aver reso giustizia a un uomo molto impegnato, con valori importanti, e la consapevolezza dell’importanza di esser riusciti, seppur dopo molto tempo, a indicare i colpevoli e quindi a far vincere la legalità sull’omertà».