Intervista a Manlio Milani – Strage Piazza della Loggia

L’intervista di Claudio Geymonat a Manlio Milani, presidente dell’Associazione “Vittime strage di Piazza della Loggia”. Una eccezionale testimonianza di chi da 50 anni si batte per la verità e la giustizia, realizzata nell’ambito del progetto culturale “Sotto i fanali l’oscurità” dedicata all’analisi della stagione nota come della “Strategia della tensione”

La pedofilia dei preti italiani che i vescovi vogliono tenere nascosta

Di Federica Tourn

Domani, 28 aprile 2022

Sappiamo tutto di ciò che è accaduto nel mondo, nulla sull’Italia. Eppure negli ultimi 15 anni si contano 325 sacerdoti denunciati per pedofilia. Ecco l’inchiesta per la quale il quotidiano Domani chiede il sostegno dei lettori: SOSTIENI LA SUA REALIZZAZIONE! Per ogni euro versato, Domani ne aggiungerà un altro fino al raggiungimento dell’obiettivo

Lo chiamavano don Mercedes. A Crema era un pezzo grosso di Comunione e Liberazione il parroco   Mauro Inzoli; gli piacevano il lusso e le belle macchine, lo si vedeva spesso nei ristoranti alla moda, un sigaro cubano all’angolo della bocca. Aveva amicizie politiche importanti e poco senso del pudore: nel gennaio 2015 applaudiva insieme a Roberto Formigoni al convegno sulla famiglia tradizionale organizzato dalla Regione Lombardia, eppure già da anni molestava i ragazzini, come conferma la condanna definitiva per pedofilia del 2018. Li toccava persino durante la confessione, per rinnovare l’alleanza fra Abramo e Isacco descritta nell’Antico Testamento, diceva. La più piccola delle sue vittime aveva 12 anni.

Una storia non certo unica. Secondo i dati raccolti dalla Rete L’Abuso, che monitora i casi di violenza sessuale nella Chiesa cattolica, nel nostro paese negli ultimi 15 anni si contano 325 sacerdoti denunciati per pedofilia, di cui 161 condannati in via definitiva. Questi numeri rappresentano solo piccola parte di un fenomeno sommerso e pervasivo, eppure non sembrano scuotere le istituzioni e la stampa. Ed è questa la ragione per cui chiediamo ai lettori di sostenere attraverso il nostro sito editorialedomani.it la grande inchiesta su “La violenza nella Chiesa italiana”.

Nel paese che ospita il Vaticano, infatti, né il Parlamento né la Chiesa prendono iniziative per andare a fondo del problema. Il presidente della Conferenza episcopale Gualtiero Bassetti butta acqua sul fuoco assicurando che in Italia gli strumenti messi in campo a tutela dei minori funzionano bene e che presto sugli abusi sarà condotta un’indagine ma, sia chiaro, «gestita dall’interno della Chiesa». La società civile, però, non ha più voglia di aspettare: di fronte al silenzio ecclesiastico si è costituito Italy Church Too, un coordinamento di associazioni contro gli abusi nella Chiesa, che chiede subito una commissione d’inchiesta indipendente, come quelle che si sono appena formate in Spagna e in Portogallo. L’iniziativa nasce da donne impegnate in ambito cattolico e laico, determinate a rompere anche nel nostro paese il muro di omertà e a ottenere giustizia e risarcimenti per le vittime: sono scesi in campo l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Rete L’Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe, le Comunità cristiane di base e i periodici Adista, Tempi di Fraternità e Left. Tra loro anche Erik Zattoni, figlio di un prete (anche) pedofilo mai ridotto allo stato laicale nonostante l’esame del dna e le sue ammissioni.

L’idea ha preso vigore dallo scandalo che all’inizio dell’anno ha coinvolto persino il papa emerito Benedetto XVI: un report dalla Baviera ha infatti rivelato che nella sola diocesi di Monaco e Frisinga, nell’arco di 74 anni sarebbero stati abusati 500 bambini e bambine fra gli 8 e i 14 anni e che Joseph Ratzinger, da cardinale, ne sarebbe stato al corrente. I dati di Monaco seguono quelli, talmente eclatanti da suscitare dubbi, del rapporto della commissione indipendente sugli abusi nella chiesa francese: dal 1950 si conterebbero 216 mila minori vittime di tremila preti, a cui si aggiungono altri 114 mila abusati da laici all’interno delle istituzioni ecclesiastiche. In Nuova Zelanda la pedofilia riguarderebbe addirittura il 14 per cento del clero.

La questione non è certo nuova: dallo scoop del Boston Globe, celebrato nel 2015 dal film “Il caso Spotlight”, che nel 2002 ha inchiodato la chiesa americana alle sue responsabilità, fino al Rapporto Ryan in Irlanda, che ha individuato ben 30 mila minori abusati negli oltre cento istituti cattolici nel paese, sono almeno vent’anni che la pentola è stata scoperchiata. L’Italia però rimane un buco nero. Le denunce vengono ignorate dalla Chiesa e le vittime finiscono inghiottite dal silenzio. Una storia simbolo è quella dell’Istituto religioso per sordomuti Provolo di Verona: nel 2010 67 ex ospiti  accusano numerosi sacerdoti della congregazione di averli sottoposti a molestie e violenze quando erano bambini, a partire dagli anni ’50. Tra i fatti denunciati c’è la dichiarazione di Gianni Bisoli, che afferma di essere stato abusato tra i 9 e i 15 anni da ben 16 fra preti e fratelli laici; sostiene anche di essere stato lasciato “a disposizione” di monsignor Giuseppe Carraro, all’epoca vescovo di Verona, e per il quale, a 32 anni dalla morte, è in corso il processo di beatificazione, dopo che nel 2015 è stato dichiarato “venerabile per l’eroicità della sua virtù” dalla Congregazione per le cause dei santi. Una commissione conoscitiva promossa dal Vaticano nello stesso 2010 non rileva (quasi) nulla dei reati denunciati, ormai comunque prescritti. Ma il responsabile dell’Istituto, don Nicola Corradi, trasferito nella sede argentina del Provolo, nel 2019 verrà condannato laggiù a 42 anni «per gravi e ripetuti abusi» di minori.

I pedofili nella chiesa non sono “mele marce” come dicono le gerarchie ecclesiastiche. Quando si mettono insieme i tasselli del mosaico, dispersi nelle cronache locali e poi dimenticati, emerge un quadro di violenza endemica che riguarda ogni ambito della vita della Chiesa. Troviamo preti che approfittano del loro potere per allungare le mani sui ragazzini in sacrestia, durante le lezioni di catechismo o le prove del coro, in campeggio o nei centri estivi; alcuni sono guru di comunità di recupero e centri di ascolto, altri guidano scuole cattoliche. Molti sono i molestatori seriali in attesa di giudizio per induzione alla prostituzione minorile e violenza privata: sacerdoti che promettono cocaina in cambio di prestazioni sessuali e offrono pochi spiccioli e una ricarica del telefono in cambio di una marchetta o di un video hard. Con i cassetti o i pc pieni di materiale pedopornografico, circuiscono ragazzini non ancora adolescenti, meglio se con problemi psichici o provenienti da famiglie disagiate perché più indifesi: fanno loro credere che la mano che li fruga è una mano benedetta, che l’amore di Dio si esprime con lo spirito e con il corpo, che sono dei privilegiati. Gli stupri non di rado si protraggono per anni, a volte anche per decenni, lasciando segni indelebili nelle vittime, costrette spesso a fare i conti con le conseguenze fisiche e psicologiche delle violenza per il resto della vita.

E la Chiesa istituzionale come reagisce? Cura, sostiene, protegge. Non le vittime ma i preti. La prassi consolidata quando viene segnalato un caso di pedofilia è sempre la stessa: non denunciare alle autorità ma evitare lo scandalo spostando il prete in un’altra parrocchia o ricoverandolo per un periodo in una delle inavvicinabili strutture per la riabilitazione dei preti sparse per l’Italia. Le autorità ecclesiastiche non hanno l’obbligo giuridico di denunciare gli abusi, tantomeno devono rendere conto degli esiti dei processi interni, così si trincerano dietro al silenzio. C’è addirittura chi, dopo una denuncia per pedofilia, riprende a fare il parroco sotto falso nome in un altro posto, come don Silverio Mura, prete della diocesi di Napoli, diventato don Saverio Aversano a Montù Beccaria, in provincia di Pavia. Lo denuncia la Rete L’Abuso nell’esposto in cui spiega che il sacerdote viene trasferito dopo una querela per pedofilia e che, grazie alla complicità della curia, continua a occuparsi di bambini e a ricevere la posta al nuovo indirizzo. La stessa associazione sottolinea che sono almeno 29 i vescovi coinvolti nell’occultamento dei reati: nel caso di don Giuseppe Rugolo, per esempio, dalle intercettazioni emerge che il vescovo di piazza Armerina Rosario Gisana avrebbe provato a comprare il silenzio della famiglia della vittima con i soldi della Caritas. Ancora: monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano, informato delle attenzioni che uno dei suoi parroci, don Mauro Galli, riserva a un ragazzo di 15 anni, ammette in interrogatorio di essersi limitato a spostarlo di sede per ben due volte. Il prete di Rozzano è stato condannato l’anno scorso dalla Corte d’Appello di Milano a cinque anni e sei mesi; il suo caso è stato anche posto all’esame della Congregazione per la dottrina della fede, dopo che il processo di primo grado al Tribunale ecclesiastico regionale si era risolto con un nulla di fatto per insufficienza di prove ma a oggi nulla si sa dell’esito. Scontato il debito con la giustizia dello Stato, don Galli potrebbe quindi tornare in parrocchia.

Non ci sono soltanto gli abusi sui minori ma anche quelli sulle religiose. Già a metà degli anni ’90 due suore di ritorno dall’Africa inviano al Vaticano rapporti in cui sostengono che molte suore vengono stuprate da sacerdoti timorosi di prendere l’Aids dalle donne indigene; e se restano incinte vengono costrette ad abortire. Raccontano anche di un prete che officia il funerale di una donna morta in seguito all’aborto che lui stesso le ha procurato. Nel documento si sottolinea che la violenza sulle religiose non è soltanto una questione africana ma riguarda ben 23 paesi, fra cui l’Italia. In anni più recenti, la teologa Doris Wagner ha accusato il capo ufficio della Congregazione per la Dottrina della Fede padre Hermann Geissler (poi assolto dal Tribunale della Segnatura apostolica, il supremo tribunale di diritto canonico della Santa Sede) di averla violentata quando era suora dell’Opus Spiritualis Familia a Roma: «Ero giovane, credente e idealista: ero la vittima ideale per un prete», ricorda oggi. Dipendenti economicamente dalla congregazione a cui appartengono, costrette a tagliare i ponti con la famiglia, le suore sono schiacciate da un sistema clericale fondato sull’omertà; in Italia, chi prova a denunciare non ottiene nulla se non di essere discriminata o addirittura allontanata dalla comunità. Ancora una volta, in caso di una segnalazione di abuso, a venire protetto è il prete.

La Chiesa italiana, che è riuscita fino ad oggi a non reagire alla crisi che la minaccia dall’interno, rimanendo fedele a una casta maschile sorda ai richiami sulle discriminazioni di genere e restia a cedere parte del suo potere, come risponderà alla richiesta di istituire finalmente un’indagine indipendente sugli abusi? A fine maggio si terrà l’assemblea generale della Cei per il rinnovo dei vertici, e il cardinale Bassetti pare avere tutte le intenzioni di passare la patata bollente al suo successore.

Foto di Roma1314

Il figlio è mio e lo istruisco io (lontano dalle scuole e a destra)

Di Federica Tourn

FQ Millennium, aprile 2022

Immagina di tornare bambino e di vivere in un mondo senza lunedì. Un mondo dove non suona la sveglia né la campanella, dove ti alzi quando vuoi e non esistono interrogazioni, compiti o note sul registro né banchi e tantomeno insegnanti in cattedra; un mondo dove giochi quanto vuoi, impari quello che ti piace e a settembre, quando tutti gli altri ritornano in classe, tu invece fai una grande festa di “Non rientro a scuola”. No, non è il paese dei balocchi di Pinocchio ma la realtà di ogni giorno per tanti bambini e ragazzi che, invece di andare a scuola, studiano a casa. 

Oltreoceano l’homeschooling è un’opzione considerata ormai quasi mainstream: negli Stati Uniti nel 2020-21 si sono registrati 3,7 milioni di studenti in istruzione parentale, 1,2 milioni in più rispetto alla primavera del 2019 (dati del National Home Education Research Institute) ed è in forte crescita anche in paesi come l’Australia, il Giappone o la Gran Bretagna. In Europa, disertare le aule è ancora vietato in alcuni paesi, come la Germania, la Svezia e (di recente) la Francia, ma da noi sta prendendo sempre più piede. In Italia negli ultimi due anni il numero è addirittura triplicato: secondo i dati del ministero dell’Istruzione, si è passati infatti dai 5.126 ragazzi che studiano fra le mura domestiche del 2018-2019 ai 15.361 del 2020-2021. Un balzo dovuto alla pandemia, che ha portato molte famiglie a ritirare i figli da scuola per paura del contagio e per evitare i disagi del distanziamento e della mascherina, ma che una convinta minoranza portava avanti già da tempo. I motivi possono essere diversi, ma alla base di questa scelta si trova sempre il desiderio di impartire un’educazione conforme ai princìpi della famiglia e una generale sfiducia nell’istituzione scolastica, considerata ottusa e repressiva: l’istruzione domestica, al contrario, permetterebbe ai bambini di crescere senza condizionamenti, liberi di assecondare la propria creatività. 

Nel nostro paese, non esiste formalmente l’obbligo ad andare a scuola: ad essere obbligatoria è l’istruzione, come sottolinea l’articolo 30 della Costituzione, e sono i genitori che decidono se demandare il compito a un’istituzione pubblica o privata o se occuparsene in prima persona. In questo caso, secondo l’art. 111 del Testo Unico in materia di istruzione per le scuole di ogni ordine e grado del 1994, devono soltanto dimostrare di averne la capacità tecnica ed economica e comunicarlo alle autorità competenti. Basta insomma notificare la decisione al dirigente scolastico del territorio di residenza e fornire la documentazione del programma svolto a casa alla scuola di competenza, che “vigila” sull’effettiva preparazione del minore. 

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Al rogo tutte le opere che educano alla diversità

Di Federica Tourn

FQ Millennium, settembre 2021

A Malmö, nel sud della Svezia, proprio un anno fa è stata inaugurata una biblioteca che non somiglia a nessun’altra. Sugli scaffali Ikea, ordinati e accuratamente catalogati, si trovano infatti soltanto libri che sono incappati nella censura o i cui autori sono stati perseguitati o costretti all’esilio. È la prima del genere al mondo e non a caso è dedicata a Dawit Isaak, scrittore svedese-eritreo che dal 2001 è incarcerato nel suo paese d’origine per aver osato criticarne il regime. Quattromila volumi, una parte riservata alle opere proibite e un’altra ai saggi che raccontano la storia della censura in tutto il pianeta. Un problema del passato? Tutt’altro: questa biblioteca non è un museo ma uno «spazio sicuro per le opere minacciate dall’oscurantismo», come ama definirlo la direttrice, Emelie Wislander. Infatti sono molte le autorità civili e religiose o i gruppi confessionali e le associazioni di genitori che ancora oggi vorrebbero impedire la divulgazione di libri considerati contrari a qualche principio politico o morale. «La libertà di pensiero è tuttora sotto attacco e non rendersene conto è pericoloso – conferma Wieslander – in particolare la censura dei libri è di nuovo in crescita ovunque, e non solo nei paesi non democratici». 

Covid: le scelte criminali nel Brasile delle disuguaglianze sociali

Di Federica Tourn

Riforma, 16 giugno 2021

«È un genocidio», gridano esasperati i brasiliani, che nei giorni scorsi si sono riversati a migliaia nelle strade della capitale e delle principali città del paese sudamericano per chiedere più vaccini e protestare contro la politica “attendista” del presidente Jair Bolsonaro, che dall’inizio della pandemia ha portato avanti una serie di prese di posizione atte a sminuire la portata della crisi in corso, ignorando le richieste di aiuto della popolazione. 

Nessuna indicazione chiara e nessun piano condiviso sono infatti arrivati dal Ministero della Salute, mentre tempo e risorse sono stati sprecati nel difendere farmaci inefficaci contro la malattia. Per Bolsonaro, prima si trattava di una “febbricola”, poi di un virus che era inutile arginare con i lockdown, le mascherine e il distanziamento sociale, visto che si poteva agevolmente stroncare con la clorochina, un antimalarico, o con un vermifugo, l’ivermectina, un medicinale da banco facilmente reperibile in farmacia. 

La crisi di Venezia e la cura delle fedi

Di Federica Tourn

Foto di Stefano Stranges

Jesus n. 8, agosto 2021

Messa a dura prova dalla pandemia, con il turismo quasi azzerato, la signora della laguna si sta risollevando grazie all’anima multiculturale e multireligiosa che la caratterizza. E la Chiesa, insieme con le altre comunità religiose, sta facendo la sua parte per affrontare le nuove povertà

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Trieste, il capolinea della rotta balcanica

Di Federica Tourn

Foto di Stefano Stranges

Jesus n. 4, aprile 2021

Lo chiamano il game, ma c’è poco da divertirsi: ogni giorno migliaia di migranti attraversano i Balcani tentando di approdare in Italia. Nella città giuliana,
i sopravvissuti alle fatica e alle violenze di questo esodo sono inseriti
in un programma di accoglienza promosso dal Consorzio italiano di solidarietà, in collaborazione con la Caritas. Un sistema efficace, che però deve fare i conti con la diffidenza e l’intolleranza crescenti tra la cittadinanza.

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Caporalato, il primo processo ai piedi del Monviso

Di Federica Tourn

Foto di Federico Tisa

Pubblicato su La Via Libera

Migranti che fanno il doppio lavoro, di giorno nei campi e di notte nei capannoni, senza rispettare le ore di riposo obbligatorie, con un “caporale nero” che li gestisce per conto di aziende che evadono il fisco e sottopagano i lavoratori. Uno scacchiere in cui ognuno ha il suo posto e si muove con regole ben definite, quello che sta emergendo dal processo istruito davanti alla Corte di Assise di Cuneo, in cui Moumouni Tassembedo, detto Momo, originario del Burkina Faso, e due famiglie di imprenditori del Saluzzese, i Depetris di Barge e i Gastaldi di Lagnasco, sono accusati di sfruttamento della manodopera agricola. Secondo gli inquirenti, avrebbero orchestrato un sistema per reclutare i braccianti di origine africana, lucrando sulla loro condizione di fragilità economica e sociale. Uno scenario ricostruito con dovizia di particolari dall’indagine del nucleo dei carabinieri dell’Ispettorato del Lavoro di Cuneo e che parla espressamente di caporalato secondo la legge 199 del 2016.

È la prima volta per il distretto della frutta ai piedi del Monviso, un comparto produttivo che conta ottomila aziende e si regge sull’apporto dei migranti subsahariani che ogni primavera arrivano dal Sud Italia per la raccolta. Secondo la Coldiretti, su una media di 13mila stagionali, 11mila sono stranieri; il 2020 è stato però un anno eccezionale per le restrizioni causate dalla pandemia, che ha abbassato del 65% il numero dei lavoratori provenienti dai paesi extraeuropei (dati Istat). Tra quelli intercettati dalla Caritas, all’Infopoint di “Saluzzo Migrante” la scorsa stagione sono state registrate 662 persone (rispetto alle 904 dell’anno precedente), provenienti da 25 paesi e in particolare da Mali (35%), Senegal (17%), Gambia (11%) e Costa d’Avorio (8%). Continua a leggere “Caporalato, il primo processo ai piedi del Monviso”

Caporalato al Nord. La zona grigia

Di Federica Tourn

Foto di Federico Tisa

Jesus, marzo 2021

È da poco passata la mezzanotte e tre ragazzi in bici filano silenziosi sul bordo delle strade buie. L’aria è fredda da queste parti, penetra nei vestiti e arriva fino alle ossa, soprattutto se sei stanco perché il lavoro non finisce mai. Si fermano davanti alla stazione, dove li attende un furgone col motore acceso e altre persone a bordo. Salgono, ripartono attraverso la campagna per un’altra ventina di chilometri. Di giorno raccolgono frutta, di notte lavorano in una ditta di pollame; la mattina presto, lo stesso furgone li riporta indietro, per un’altra giornata nei campi.

A organizzare contatti e trasporto è un “caporale nero”: è lui, infatti, che fa incontrare domanda e offerta di lavoro, anello di congiunzione fra i braccianti africani e le aziende agricole della zona. Moumouni Tassembedo, detto Momo, oggi è chiamato a rispondere di sfruttamento di manodopera agricola insieme a due famiglie di imprenditori, Depetris e Gastaldi, nel primo processo per caporalato del nord Italia, ufficialmente aperto lo scorso 24 settembre davanti alla Corte d’Assise di Cuneo. Continua a leggere “Caporalato al Nord. La zona grigia”