40 anni e 100 passi

Intervista a Franca Imbergamo, pubblico ministero al processo per la morte di Peppino Impasato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978

Parlava, parlava, Giuseppe Impastato, per tutti Peppino. Dai microfoni di Radio Aut, dai palchi e dalle piazze della sua Cinisi, nei cortei; denunciava e sfotteva la mafia, con un coraggio inaudito. Raccontava di affari e crimini, irrideva il capomafia Gaetano Badalamenti, la cui casa si trovava ad appena cento passi dalla sua. Lottava al fianco dei disoccupati, dei contadini. Per lui, nato in una famiglia mafiosa doc, la sfida e il pericolo erano doppi, tripli.

La sua era in qualche modo dunque una morte annunciata, in anni in cui certi nomi si pronunciavano a malapena sottovoce fra le mura di casa; mentre Peppino li urlava ai quattro venti. Eppure già dai minuti immediatamente successivi al ritrovamento del corpo dilaniato sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, il 9 maggio del 1978, la sua memoria veniva tradita e la verità piegata davanti a indicibili interessi. Forze dell’ordine e inquirenti parlarono di un atto terroristico di cui l’autore sarebbe rimasto vittima. Ci vorranno 24 anni e la tenacia di tanti fedeli servitori dello Stato, da Rocco Chinnici a Antonino Caponnetto, da Giovanni Falcone a Giancarlo Caselli, per portare finalmente alla sbarra Badalamenti e il suo braccio destro Vito Palazzolo. Ergastolo per il grande boss, il primo della sua carriera, nonostante la scia di sangue che ne aveva segnato l’ascesa al vertice di Cosa Nostra. Era già in galera per traffico di droga, la Pizza Connection. Come Al Capone, che venne arrestato per reati fiscali dopo aver insanguinato Chicago.

Pubblico ministero di quel processo terminato nel 2002 fu Franca Imbergamo, oggi magistrato inquirente presso la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo: «Fu un processo difficile perchè avviato a così tanti anni dai fatti, con nuove prove da reperire. Ma siamo riusciti a rendere giustizia alla figura di Impastato, per anni infangata, e con lui alla madre, al fratello, ai tanti che fin dal primo giorno ne hanno difeso il ricordo e le battaglie civili». E’ stato detto tutto su questa vicenda o esistono ancora zone d’ombra, in particolare per quel che riguarda i depistaggi? «Bisogna distinguere fra responsabilità giudiziarie e morali, civili. Per la prima, la prescrizione ci impedisce di indagare oltre; per le altre, di valore non certo inferiore, certi comportamenti, certi atti, testimoniano che vi sono state persone che non hanno servito con fedeltà lo Stato che erano chiamate a rappresentare. E qui mi fermo». Anche perché certi nomi sono ancora fra i protagonisti delle inchieste e dei processi in corso, relativi a quegli anni in cui pezzi delle nostre istituzioni hanno piegato il capo davanti ai padrini.

La mamma di Peppino, Felicia Bartolotta, è una delle figure più potenti di questa storia: entrata nelle nostre case con la forza della denuncia di un mondo che aveva visto da vicino: «Una donna straordinaria, che per amore di un figlio ha rotto con una tradizione familiare pesante ed è andata contro persone molto più potenti di lei. Io l’ho voluta come prima testimone proprio per questo. Quando in aula, sullo schermo in video conferenza dal carcere americano, apparve Badalamenti, Felicia non esitò a puntare contro di lui il dito e a dirgli “Tu hai fatto uccidere mio figlio”. Un momento entrato nella storia dell’antimafia. In seguito abbiamo avuto modo di incontrarci, e mi ha commosso il suo ringraziamento per averla aiutata ad avere fiducia nella giustizia».

40 anni sono trascorsi, molto è cambiato: la mafia è combattuta con molta maggior forza, ma non ancora sconfitta: «Tanta strada è stata fatta, purtroppo anche con il sangue di troppe persone. La mafia non è sconfitta, ma la società civile ha una consapevolezza totalmente diversa rispetto ad allora. Ho appena avuto il piacere di partecipare ad un tour fra alcuni dei luoghi simbolo della mafia e dell’antimafia, organizzata dall’associazione Fuori dai Paraggi, insieme alla vostra collega della trasmissione Protestantesimo Lucia Cuocci: da Portella della Ginestra a via D’Amelio, da Cinisi alla piazza della Memoria, è stato bello vedere la commozione sincera dei partecipanti. Senza luoghi comuni nè stereotipi, ma con grande dignità, virtù di cui la Sicilia è zeppa».

La chiesa, cattolica ovviamente, ha ancora un ruolo così importante nell’immaginario mafioso? «Anche in questo campo molto è stato fatto: da certi silenzi e certe complicità alle grandi denunce dei pontefici o al tragico tributo di sangue di Pino Puglisi la Chiesa cattolica ha saputo liberarsi dall’abbraccio mortale della mafia. Restano i santini, le processioni, i rituali, ma hanno oramai pressoché soltanto un valore simbolico di iterazione di antiche consuetudini. In questa occasione mi piace anche ricordare il grande impegno che la chiesa valdese di Palermo ha dimostrato in questi anni attraverso molti interventi sociali per attivare percorsi di recupero di soggetti entrati nell’orbita mafiosa. Come magistrati abbiamo avuto molte volte al nostro fianco la Chiesa valdese nelle nostre attività, segnale di una coscienza civile chiara». Cosa le resta di questa storia? «la soddisfazione per aver reso giustizia a un uomo molto impegnato, con valori importanti, e la consapevolezza dell’importanza di esser riusciti, seppur dopo molto tempo, a indicare i colpevoli e quindi a far vincere la legalità sull’omertà».

L’Europa è ancora lontana

Federica Tourn (Left 6/4/2018)

Ervin e i suoi amici si ritrovano abitualmente alla Piramide, nel centro di Tirana, per passare il pomeriggio, o la sera se c’è qualche concerto in programma. Felpe e tatuaggi che ostentano l’aquila a due teste, corrono a tutta velocità lungo le pareti di quello che è stato per pochi anni il mausoleo di Enver Hoxha e poi, con il crollo del comunismo nel ’91, è diventato centro culturale, sede di una televisione e infine occasionale spazio di musica underground. Progettato dal genero del dittatore secondo la magniloquenza tipica dei regimi, oggi è un ammasso di cemento e ferro che resiste nonostante le proposte di demolizione, in mezzo a una città che ha fretta di lasciarsi alle spalle un passato ingombrante di dominazioni straniere, dittatura e crisi politico-economiche per fare finalmente ingresso, ripulita di fresco, nell’Europa dei grandi. Non più barconi con disperati che scappano verso l’Italia, oggi è l’Albania che accoglie a braccia aperte gli imprenditori attirati dalla manodopera a basso costo (e dalle normative più elastiche), o i turisti che nel 2017 hanno fatto il pienone negli alberghi della costa e perfino i pensionati del bel Paese che sempre di più progettano la pensione sulla sponda opposta del Tirreno.

A guardare la capitale dall’alto si vede un brulicare di lavori di riammodernamento ed edifici in costruzione: per il recente restauro della sola piazza Scanderbeg, cuore storico e simbolico della città, sono stati spesi 12 milioni di euro. D’altronde secondo i dati Instat, l’Istituto delle statistiche albanese, nel 2017 sono stati rilasciati 819 permessi edili, ben 88,3% in più rispetto all’anno precedente, la maggior parte proprio a Tirana (in barba alla promessa di “zero costruzioni” dell’attuale sindaco Veliaj nella campagna elettorale del 2015), con un incremento del 118% rispetto al 2016. Per non parlare della gigantesca moschea regalo di Erdogan che, una volta ultimata, conterrà 4500 persone; una bella (si fa per dire) impronta turca in territorio balcanico, e anche un avvertimento, nel caso l’Europa continui a fare troppo la difficile con l’ammissione nell’Unione.

Una crescita ostentata, ma quanto reale? «L’economia in Albania è difficile da interpretare a causa dell’elevato livello di denaro sporco – spiega Gjergj Erebara di Birn (Balkan Investigative Reporting Network) Albania, ong che si occupa dello stato di salute della libertà di informazione nei Balcani – ufficialmente, la crescita è stata debole ma costante negli ultimi anni. Non ci sono stati grandi investimenti esteri e il governo non ha portato a termine alcun progetto importante, come la fornitura di strade o di acqua. Negli ultimi due anni il numero di persone ufficialmente impiegate nel settore non agricolo ha registrato un’impennata; tuttavia molti esperti pensano che questa non sia una crescita reale ma un’emersione del lavoro nero. Le persone che erano impiegate nel settore informale sono state obbligate a pagare le tasse, il che è una buona cosa ma non si traduce necessariamente in migliori condizioni economiche». I salari non crescono e di conseguenza non aumentano i consumi.

In Albania c’è un rimosso. E non è soltanto quello di quasi 50 anni di comunismo, ancora non elaborati a livello collettivo ma frettolosamente liquidati – anche se non basta nascondere le opere di “zio Enver” nel bagno di servizio, come al Museo della Memoria di Scutari, o le statue dei compagni Lenin e Stalin nel retro della Galleria nazionale delle arti di Tirana, per cancellare il largo consenso che la dittatura aveva fra la gente. Il rimosso riguarda soprattutto la povertà che resiste sotto lo strato di luccicante entusiasmo che il premier Edi Rama spalma su ogni dichiarazione pubblica a proposito del miracolo albanese. Lo stato sociale infatti è debole e non riesce a sostenere i suoi cittadini: uno stipendio medio si aggira sui 350 euro e i servizi pubblici – acqua, elettricità, fognature, istruzione e assistenza sanitaria – sono inadeguati.

Eppure Rama è ottimista: «possiamo pienamente affermare che l’Albania merita i negoziati» aveva detto senza giri di parole a Bruxelles lo scorso dicembre. E pazienza se era ancora caldo, politicamente parlando, il cadavere del suo delfino, Saimir Tahiri, ex ministro degli Interni fino a marzo 2017, destituito in fretta e furia con un maldestro rimpasto di governo, dopo essere salito agli onori della cronaca per losche vicende legate a un traffico di stupefacenti gestito da due suoi cugini. E, si sa, in Albania la famiglia conta: e più che altro conta il voluminoso fascicolo del tribunale italiano sul caso, che conferma l’attività di un gruppo di criminali che dal ’98 ha potuto operare indisturbato fra l’Italia e l’Albania, trasportando armi e tonnellate di cannabis nel nostro paese per un ammontare di 20 milioni di euro. Le intercettazioni della polizia ipotizzano la relazione fra la banda e Tahiri: manca, come si suol dire in gergo, “la pistola fumante”, ma ce n’è abbastanza per imbarazzare il governo di Rama – la procura aveva chiesto l’arresto di Tahiri, negato dal Parlamento, che ha votato per l’immunità – e gettare una luce sinistra sulle modalità di gestione degli affari a Tirana.

La corruzione è la madre di tutti i problemi del paese: «la mazzetta è usata dai partiti come mezzo per governare in assenza di un’ideologia credibile – spiega Erebara – ma forse dovremmo parlare di estorsione: i cittadini infatti sono obbligati a pagare per ottenere servizi pubblici in teoria gratuiti». Un sistema di governo, se così si può dire, che innerva tutte le strutture dello Stato e che, non a caso, preoccupa l’Europa, anche se un mese fa Juncker ha dichiarato di essere rimasto «positivamente impressionato dai progressi fatti dall’Albania in diversi settori, dalla riforma giudiziaria, alla lotta alla corruzione». La riforma della giustizia è un nodo cruciale in questo percorso, se si vuole almeno tentare di garantire la separazione dei poteri e correggere il sistema vischioso che finora ha legato il sistema politico a quello giudiziario, in un reciproco balletto di favori e concessioni.

Inutile dire che la riforma, che prevede modifiche costituzionali e legislative oltre a una verifica della correttezza dei magistrati, è fra i primi punti all’attenzione di Bruxelles. Facile a dirsi, ma gli ostacoli da rimuovere sono enormi e il processo di “pulizia del sistema” potrebbe richiedere anni. Il paese ha attualmente un procuratore generale provvisorio e anche se sei persone si sono già dimesse per evitare i controlli, «la commissione preposta a indagare sui giudici e i pubblici ministeri non ha ancora indagato nessuno e la nuova agenzia nazionale per verificare la corruzione ad alto livello e la criminalità organizzata non è stata ancora istituita», sottolinea Erebara.

Nessuno può dire, oggi, se il paese sarà in grado di darsi delle strutture adeguate per indagare e punire adeguatamente la corruzione, sia nel sistema giudiziario sia tra le classi politiche, senza contare gli effetti istituzionali di un intervento di questa portata.

Soprattutto in uno Stato che soltanto vent’anni fa veniva affossato da un crack finanziario colossale, che oltre a precipitare il paese nel caos, ha liberato fantasmi rimasti imprigionati dal vaso di Pandora del comunismo. Come la gjakmarrja, la vendetta di sangue prescritta dal Kanun, un antico codice consuetudinario tornato in auge durante il periodo di anarchia e che ora il governo di Rama vorrebbe nascondere come la polvere sotto il tappeto. Sono storie di clan rivali e di faide che durano decenni, in cui l’unica legge che conta è quella dell’onore: morti ammazzati, soprattutto nel nord dell’Albania, e famiglie chiuse in casa che si affidano soltanto al barajktar, un mediatore rispettato dalle parti in lotta, oggi come nel Medioevo. Il presidente della Corte d’appello di Scutari Fuat Vjerda ci tiene a sottolineare che dal 2016 non ci sono stati casi di fronte al suo tribunale, ma le organizzazioni che si occupano delle vittime hanno ben altra esperienza. Un fenomeno che, se pur minimizzato dalle autorità, è stato comunque riconosciuto formalmente con una modifica del codice penale nel 2013: «l’articolo 78a prevede che venga condannato a 35 anni di reclusione chi uccide per gjakmarria, considerata un aggravante dell’omicidio», conferma Vjerda.

Di recente la Corte di Appello di Ancona ha concesso protezione internazionale a un cittadino albanese minacciato dal Kanun e la tutela dei diritti umani è un altro capitolo importante all’esame della Commissione per la candidatura del paese nella Ue. Nonostante tutto, il 2018 potrebbe essere davvero l’anno buono per l’apertura dei negoziati. Alla prospettiva, l’anziano presidente Vjerda resta tiepido: «Europa? Difficile, troppi requisiti da rispettare. Sull’Albania c’è un dossier di migliaia di pagine. Ma vedremo».

“Le bambine salvate”: il dramma dell’infanticidio in India, tra superstizione e povertà

di Federica Tourn (La Stampa, 12/2/2018)

C’è una ragazza in un villaggio, nel cuore dell’India del sud, che prende appunti sui muri di casa: operazioni, scritte, numeri e frecce che si inseguono fino alla soluzione del problema. Harini ha diciannove anni e studia ingegneria civile; ogni mattina, dopo aver aiutato la madre in casa, fa un’ora di strada in bus per raggiungere l’università. Vive con i genitori in due stanze senza finestre costruite sul retro della bottega da barbiere del padre, ma nella piccola corte c’è anche un pezzo di terra dove il cane prende il sole contento e c’è spazio per sognare in grande. Harini ha una figura sottile, i capelli intrecciati e un sorriso gentile che non nasconde il desiderio di diventare governatrice del distretto, un giorno: studiare, passare gli esami e superare i concorsi non è certo un’impresa facile, soprattutto per chi proviene da una famiglia umile come la sua, ma lei non ha intenzione di farsi scoraggiare dalle difficoltà.

Forse non è un caso che sia devota a Narayani, forma della Dea madre, uno dei nomi con cui nell’induismo viene chiamata Durga, simbolo di forza indomabile e incarnazione della Shakti, l’energia creativa femminile. La parete della stanza dove dorme è completamente tappezzata di immagini di divinità compiacenti, su cui Harini poggia delicatamente il palmo delle mani. «Dio ci ha benedetti quando ci ha fatto cambiare idea e non ha permesso che la uccidessimo appena nata». Chokkamali, la madre di Harini, racconta in una frase il destino che si è capovolto all’improvviso, per volontà di un uomo sconosciuto che per cinque giorni di fila si è seduto davanti al padrone di casa e lo ha letteralmente pregato di risparmiare sua figlia.

Harini infatti è una delle bambine salvate dal progetto “Poonthaleer” – che in lingua tamil signica “sbocciare” – inaugurato vent’anni fa da Terre des Hommes Core a Idappadi, nel distretto di Salem, Tamil Nadu, per fermare la pratica dell’infanticidio femminile.

Continua a leggere l’intero reportage qui

Foto di Stefano Stranges

 

Circostanze umanitarie eccezionali

Di Claudio Geymonat (Riforma, 16/03/2018)

Sabato 10 marzo, notte. Fra Claviere, ultimo comune italiano, e Monginevro, primo paese in terra francese, la temperatura è gelida.

In questa fetta di alta Val Susa da mesi, specie nel periodo invernale, ronde di volontari percorrono le strade che portano al confine nel tentativo di aiutare, soccorrere, consigliare, dissuadere, trasportare, le decine di donne e uomini che di continuo, al ritmo di 20-30 al giorno, arrivano fin quassù nel tentativo di proseguire il loro viaggio verso la Francia, l’Inghilterra o altrove. Il loro viaggio dura da mesi, anni, avviato sotto il sole africano e giunto ora fra le nevi delle Alpi.

Dopo tanto peregrinare la meta pare così vicina, e le montagne, dopo l’arsura del deserto e l’incubo del mare aperto, paiono ostacolo di poco conto. Specie per chi non le conosce. I tanti volontari delle associazioni che qui stanno operando sanno invece bene invece cosa voglia dire avventurarsi, soprattutto di notte, fra mulattiere e sentieri. Metri di neve, rischio slavine, congelamenti assicurati.

Benoît Ducos e Joël Pruvost, due volontari del gruppo “Refuge solidaire” si imbattono in una famiglia a piedi in mezzo alla tormenta di pioggia e neve. Padre, madre incinta, due bambini di 2 e 4 anni e due valigie, marciano talmente piano da sembrar fermi. La donna è completamente esausta, in stato di choc, il thermos con il tè caldo e le coperte offerte non sono sufficienti. Parlando con i due uomini scoprono che la ragazza è incinta all’ottavo mese e mezzo. La decisione è immediata e logica: portarla all’ospedale più vicino, 12 km più a valle, a Briançon. Benoît li carica tutti in auto e si invola. Dopo pochi minuti il dolore si fa insopportabile, sono iniziate le contrazioni.

Alle porte di Briançon un posto di blocco delle forze dell’ordine ferma la vettura. Inizia ora un’ennesima storia di umanità sospesa. Ovviamente la famiglia è irregolare, i documenti non ci sono, e Benoît è sottoposto a un fuoco di fila di domande. Accusato di trasportare illegalmente dei migranti, a nulla servono le sue grida, i lamenti della donna e il pianto dei bambini. L’ospedale è a meno di 1 km, i militari non credono la situazione sia grave.

Dopo un’ora di trattative vengono chiamati i vigili del fuoco: sono loro a prendersi carico della donna e a portarla all’ospedale. Tutti gli altri finiscono in caserma. Benoît ne esce con una richiesta di comparizione negli uffici della polizia doganale fissata per mercoledì 14 marzo, il papà e i due bambini vengono caricati su un furgoncino pronto a riportarli in Italia.

Ma i medici telefonano dall’ospedale: con taglio cesareo d’urgenza è nato un maschietto e ora i dottori urlano nella cornetta di concedere il ricongiungimento. La polizia cede, la famiglia è riunita, per ora in Francia. Benoît mercoledì ha ricevuto una notifica di avvio provvedimento. Rischia fino a un massimo di 5 anni di prigione e 30 mila euro di multa per trasporto di clandestini oltre confine.

Cristo si è fermato anche qui, in questo lembo di Europa in cui i diritti elementari paiono sospesi.

La notizia ha fatto molto scalpore in Francia e ha trovato poco spazio sui nostri giornali, già impegnati a fiutare il nuovo corso politico, che in materia di flussi migratori promette una sterzata. Sterzata che Parigi ha già avviato, con un inasprimento della legge di asilo che rende ancora più complicato l’accesso allo status di rifugiato su suolo francese.

Ora, c’è un punto che amministratori e decisori paiono non voler comprendere. Da luglio 2017 almeno 3 mila persone sono passate da questi sentieri fra Bardonecchia e Monginevro. Senza l’aiuto costante, incessante, coordinato e efficiente di centinaia di persone certamente avremmo già dovuto piangere vari morti. Senza il loro agire fra queste montagne riempite dai turisti in estate e in inverno sarebbero già sbocciati campi profughi, accampamenti di tende e bivacchi.

E’ il vero incubo dei sindaci di questi luoghi: rivedere le scene che la televisione ci invia dal confine fra Liguria e Francia. Con la bella stagione i flussi aumenteranno: quanto dovranno ancora temere semplici cittadini, credenti e non credenti, per aver aiutato il prossimo? Donne e uomini agiscono laddove gli Stati non riescono a offrire una risposta seria, e sono costretti ad agire nell’anonimato, a muoversi come novelli partigiani per non rischiare di venire fermati e incriminati per aver prestato soccorso.

Reato d’umanità viene definito con una felice espressione.

Il rafforzamento dei controlli a Ventimiglia ha fatto mutare i percorsi di chi arriva al nord. Non mancano reti di trafficanti che suggeriscono le nuove rotte, senza certo preoccuparsi di raccontare cosa voglia dire arrivare a quasi due mila metri in inverno, un inverno gelido come questo poi. L’umanità mostra tutte le sue facce dunque: c’è chi approfitta della disperazione, ci sono tantissimi indifferenti, c’è chi non si arrende a tanto assurdo dolore, c’è chi si nasconde dietro i totem delle leggi. Resta il fatto oggettivo che, chi arriva qui, chi arriva a Calais, a Ventimiglia o su qualche altro confine della nostra Europa, avrebbe bisogno di ben altro: di tempi certi, di procedure chiare, di alloggiamenti d’emergenza, di accoglienza seria.

Le idi di marzo

Di Claudio Geymonat (Riforma.it, 15/03/2018)

40 anni. 5 processi. Due commissioni parlamentari. La seconda di queste ha appena concluso i lavori con nuove migliaia di pagine di relazioni e testimonianze. Altre commissioni contro il terrorismo che a loro volta hanno seguito il caso. Una produzione letteraria che come scrive lo storico Manlio Castronuovo “è come l’universo, finita ma senza limiti”. Sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e sulla strage della sua scorta si è detto di tutto. Una quantità di informazioni tale da confondere le acque, e far perdere qualsiasi filo. Eppure dalle carte e dalle testimonianze continuano a saltar fuori novità come una sorta di pozzo di san Patrizio che pare non esaurire mai le sue ricchezze. La commissione ha cercato di appurarne alcune. Tutti i documenti sono a disposizione del pubblico qui.

Da un lato ci sono le parole dei brigatisti ad affermare che tutto quanto c’è da sapere sul caso è già noto, e se qualche nome è rimasto fuori dalla vicenda è quello di figure marginali il cui coinvolgimento non aggiungerebbe nulla alla cronaca dei fatti. Cronaca che parla di 12 brigatisti in via Fani ( nel ‘74 per il rapimento Sossi, senza scorta, furono utilizzate 20 persone), di 4 mitra a sparare più o meno tutti inceppati, in mano ad altrettanti ragazzi che a dir loro non avevano mai occasione di esercitarsi (e uccisero 5 uomini della scorta senza sfiorare Moro nella tempesta di fuoco); che parla di un solo covo per tutti i 55 giorni del sequestro (su questo fronte proprio l’ultima commissione presieduta da Beppe Fioroni ha fatto importanti scoperte sul garage e il palazzo di via Massimi, che fu con molta probabilità il primo rifugio dei fuggiaschi e del sequestrato); che parla di un’esecuzione a sangue freddo il 9 maggio, con Moro sdraiato nel pianale della Renault 4 più famosa del mondo (e anche qui le ultime tecniche scientifiche hanno consentito di riscrivere gli ultimi istanti di vita del presidente della Democrazia Cristiana e stabilire con ragionevole certezza che così non fu).

Di contro le evidenze che in 40 anni hanno messo in fila una tale serie di “coincidenze” e casualità che delle due l’una: o quel gruppo di ventenni ha avuto una fortuna smaccata, o troppe connivenze hanno guidato e gestito un’operazione così complessa. E il 2 maggio ‘78, quando manca ancora una settimana al ritrovamento del corpo dell’onorevole Moro, Mino Pecorelli, un giornalista che dimostrerà di sapere troppo sul caso, sulla sua agenzia OP scrive che le convergenze di interesse fra gli Stati Uniti che vogliono scongiurare un partito comunista al governo in una paese Nato e l’Unione Sovietica spaventata da un partito dal volto umano sono la vera chiave per chiarire il caso: «E’ Yalta che ha deciso via Mario Fani».

Le novità più significative emerse dai lavori della II commissione sono probabilmente quelle legate allo stabile di via Massimi, zona Balduina. “Un garage compiacente” come già il 16 gennaio 1979 scriveva ancora Pecorelli. Uno stabile che la Commissione ha accertato essere di proprietà dello Ior, l’Istituto per le Opere religiose, il braccio secolare ed economico del Vaticano, guidato all’epoca dei fatti dall’arcinoto banchiere di Dio Paul Marcinkus, che frequentava la palazzina, i cui condomini sono uno spaccato della guerra fredda di allora: due cardinali, Egidio Vagnozzi e Alfredo Ottaviani, i dipendenti di una società americana che lavorava per la Nato, la Tumpane Company , Omar Yahia, finanziere libico «legato all’intelligence libica e statunitense, che collaborò lungamente con i servizi italiani il cui ruolo emerse nelle indagini sulla vicenda dei terroristi palestinesi arrestati a Ostia nel 1973 e consegnati alla Libia» (l’alba del “lodo Moro”, l’accordo di non belligeranza palestinese su suolo italiano). Ma non è tutto; abitava qui anche il generale del Genio Renato D’Ascia, che operò anche in ambito Sismi, e che come ha riferito una nuova teste sentita dalla Commissione «diverso tempo dopo raccontò a mio marito che nella palazzina c’era un covo delle Brigate Rosse legato al sequestro dello statista e che proprio nei giorni dell’eccidio di via Fani ci fu movimento fra il garage e il covo»; abitava qui Birgit Kraatz, giornalista tedesca, già parte del movimento estremista di lotta armata “Due giugno”, che all’epoca era la compagna di Franco Piperno, il fisico nucleare leader di Autonomia Operaia che nei giorni del sequestro ha incontrato varie volte Valerio Morucci e Adriana Faranda nel tentativo di far recedere i vertici BR dall’uccisione di Moro, e che un anno dopo metterà i due, in fuga dalle BR, in contatto con Giuliana Conforto nel cui alloggio verranno arrestati (vedremo dopo le importanti novità anche in questo ambito).

La ciliegina sulla torta: la palazzina era gestita per conto dello Ior dalla società Prato Verde, il cui amministratore unico era Luigi Mennini, il padre di don Antonello Mennini, il prelato che ebbe un ruolo importante in tutta la vicenda, con non pochi indizi che fanno credere che possa aver incontrato e forse confessato Aldo Moro nei giorni della prigionia. Quante coincidenze.

Ma soprattutto le indagini hanno consentito di identificare due persone allora conviventi in via Massimi 91 che hanno ammesso di aver ospitato per diverse settimane nell’autunno del 1978 Prospero Gallinari: Norma Andriani e Carlo Brogi; quest’ultimo all’epoca militava nelle Unità Comuniste Combattenti, contigue alle BR, in cui entrerà ufficialmente nell’estate del ‘78.

Sono intanto ancora in corso perizie su modifiche abitative di un alloggio della palazzina in cui venne realizzata una camera compartimentata.

Un covo dunque c’era.

Fu dai garage di quell’abitazione da cui con buona probabilità uscirono le tre auto usate per il sequestro e ritrovate in via Licinio Calvo a distanza di 24 ore l’una dall’altra, nonostante i brigatisti abbiano sempre affermato che queste vennero lasciate tutte insieme a pochi minuti dal sequestro di Aldo Moro. Ma decine di testimonianze, comprese quelle delle forze dell’ordine, e le immagini del cineoperatore Rai inviato a filmare il ritrovamento della prima auto, testimoniano che delle altre non vi era traccia in quel momento, un’altra delle grandi incongruenze di questa vicenda.

Sono molte altre le novità emerse in questi anni di lavori della Commissione: i tanti misteri che ruotano attorno all’arresto di Morucci e Faranda a casa di Giuliana Conforto, figlia di quel Giorgio che il dossier Mitrokhin nel 1999 rivelerà esser stato fra le più importanti spie del Kgb in Europa, e al contempo al servizio dei Servizi italiani. In quella casa i due brigatisti incontrarono più volte il giornalista Saverio Tutino, all’epoca giornalista di Repubblica e molto attivo nell’ambito della sinistra rivoluzionaria mondiale. Morucci e Faranda erano volti noti nel mondo dell’autonomia e dell’antagonismo romano: possibile che una delle più importanti barbe finte dell’Urss e un giornalista molto addentro a quel mondo non li abbiano riconosciuti? Le modalità dell’arresto appaiono più vicine ad una resa concordata che a un blitz inatteso. Anche il memoriale Morucci, quello che sostanzialmente ha raccontato la versione brigatista su tutti i movimenti di quel 16 marzo, è oggetto di analisi per le incongruenze temporali che ne caratterizzano la stesura: è forte il sospetto che si si trattato di un racconto scritto a più mani, abile nel omettere nomi e vicende dal protagonismo dell’azione.

Ci sono quindi gli sviluppi attesi attorno alle connivenze che hanno agevolato la latitanza in Venezuela di Alessio Casimirri, membro del comando di via Fani, figlio di Luciano, capo dell’ ufficio stampa del Vaticano e portavoce di tre pontefici, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI. La Commissione ha appurato da nuove carte che Casimirri venne arrestato nel 1982, anno in cui a suo dire si trovava già all’estero. Ma venne subito rilasciato. Perché? Sul tema Fioroni ha scritto al premier Gentiloni per chiedere «impegno nel tentativo di ottenere finalmente l’estradizione dal Nicaragua e chiudere così una latitanza caratterizzata da un’eccezionale serie di coperture».

Inquietanti poi le rivelazioni sul bar Olivetti, che affacciava sul luogo del rapimento e dietro le cui siepi si sono nascosti i brigatisti per l’assalto: il locale era la base di un traffico di armi internazionale al servizio di terroristi, organizzazioni mafiose e para statali. Vicende oscure che arrivano fino al famoso boss mafioso Frank Coppola e ai clan della ‘ndrangheta De Stefano e D’Agostino, mentre da tempo oramai le inchieste stanno stringendo il cerchio sulla presenza la mattina del 16 marzo in via Fani di Giustino De Vuono e Antonio Nirta, due super killer della mafia calabrese. «Grazie alla collaborazione del Ris, possiamo affermare con ragionevole certezza che il 16 marzo del 1978 in via Fani c’era anche l’esponente della ‘ndrangheta Antonio Nirta, nato a San Luca, in provincia di Reggio Calabria, l’8 luglio del ’46». È quanto rende noto il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta, mentre accertamenti fotografici comparativi sono in corso su De Vuono. Nel gennaio ’79 sempre Pecorelli concludeva uno dei suoi più citati articoli, quello dal titolo “Vergona Buffoni”, con queste parole sibilline: «Non diremo che il legionario si chiama “De” e il macellaio “Maurizio”». Nessuno sapeva ancora all’epoca che Maurizio era lo pseudonimo di Mario Moretti all’interno delle Br, dell’uomo cioè che anni dopo si auto accuserà di aver giustiziato Moro, il macellaio appunto, mentre Giustino De Vuono era proprio un ex legionario prestato alla criminalità per operazioni di ogni sorta.

C’è molto altro ancora nelle carte, e molto tecnici e periti stanno tentando di accertare, nell’ostinato e forse impossibile tentativo di mettere tutti i tasselli a posto. Nulla quadra, dal principio fino alla fine, a quel fatale 9 maggio, con Cossiga avvertito del ritrovamento del cadavere due ore prima della telefonata ufficiale di Morucci che annuncia ufficialmente dove si trova l’auto con il corpo dell’onorevole Moro. Ancora una volta il nostro paese non riesce a chiudere in maniera definitiva una pagina del proprio tragico passato. «Ci vorranno cento anni per sapere la verità» vaticinava Licio Gelli. Dovranno cioè morire tutti i protagonisti. Certo il venerabile sa di cosa parla se il comitato che ha gestito i 55 giorni che hanno cambiato l’Italia erano tutti iscritti alla P2.

L’Europa ci guarda

Di Claudio Geymonat (Riforma, 13/03/2018)

Convergenze, aperture, incastri di nomi e di seggi. A partire dal 5 marzo, il giorno dopo le elezioni, la nuova classe politica disegnata dalle urne, come le donne della canzone “Il gorilla” di George Brassens, si sta forse già rendendo conto della differenza che passa fra idea e azione.

Lo slogan si è immediatamente tradotto in azione concrete, e decine di cittadini si sono messi in coda davanti agli uffici pubblici dei loro Comuni per richiedere la modulistica al fine di ottenere il reddito di cittadinanza. Le grandi promesse sono state il vero centro della campagna elettorale; tutti i partiti, con sfumature differenti, hanno elencato una serie di agevolazioni e sussidi volti ad attirare l’elettorato. Migrazioni e sicurezza gli altri punti forti declinati, insieme alla questione delle relazioni con Bruxelles.

Ma come l’Europa ha guardato all’ultima tornata elettorale ce lo siamo fatti raccontare da una serie di interlocutori.

Udo Gumpel, tedesco, corrispondente dall’Italia per la Tv tedesca Rtl e volto noto dei salotti televisivi nostrani, sottolinea: «tutti i miei colleghi tedeschi si sono concentrati proprio sull’analisi della lunga sequela di false speranze regalate dagli aspiranti leader. E’ parso completamente assente il buon senso economico e politico: si sono create illusioni semplicemente irrealizzabili. Ciò non potrà far altro che portare ad un momento di grande delusione o rabbia fra i cittadini che si sentiranno ingannati. La colpa dell’attuale debito pubblico italiano è di chi, nessuno escluso, ha governato negli ultimi 25 anni con politiche fatte di bonus invece che di seri investimenti nei settori chiave. Promettere la luna è però la colpa degli attuali protagonisti. Sarà il primo grande banco di prova per le nuove compagini politiche uscite vincenti dalle urne».

Urne che hanno ridisegnato gli schieramenti di Camera e Senato: «l’esito del voto è parso abbastanza chiaro già dalle ultime settimane– racconta Paolo Tognina, giornalista ticinese delle emittenti televisive RSI (Radio Televisione Svizzera) -. A stupire sono state le proporzioni della vittoria e della sconfitta. Tutti gli osservatori elvetici sono concordi nel dire che il risultato delle elezioni italiane sia da ricondurre allo scontento generale nei confronti di una classe politica che si è dimostrata incapace di affrontare un vero programma di riforme che contemplino una crescita economica duratura, investimenti nella formazione scolastica e accademica, un contrasto forte alla criminalità organizzata, una gestione pragmatica e non isterica dei flussi migratori. Forte impressione è stata suscitata dai fatti di Macerata, così come una certa preoccupazione per il riemergere di estremismi che si pensava appartenessero al passato. Ora tutti sottolineano le difficoltà che ci saranno nel trovare una maggioranza capace di governare. E c’è chi paventa il ritorno al voto».

Parola agli elettori anche secondo Alessandro Giacone, professore associato di storia contemporanea all’università di Grenoble: «Ci saranno vari tentativi di dialogo, ma difficilmente i due vincitori, 5 stelle e Lega, vorranno cedere il passo, e il rischio è di avviare la legislatura con un esecutivo debole con una maggioranza risicata e instabile. A questa situazione molto concorre la legge elettorale italiana, non capace di stabilire un vincitore chiaro del voto. In Francia dal 1962 non c’è più stata una crisi di governo: chi ha il timone di comando lo regge per i 5 anni stabiliti. Anche in casi in cui la popolarità del presidente era bassissima non si è assistito a sfiducie, crisi parlamentari o quant’altro. Un segnale di stabilità che mercati e interlocutori esteri non possono che apprezzare».

Pare plausibile lo scenario di lunghi mesi senza governo, modello sperimentato in Europa negli ultimi tempi dalla Spagna, dalla Germania (in questi ultimi mesi), ma soprattutto dal Belgio, per quasi due anni retto da tecnici e funzionari in attesa che i partiti finissero di litigare. Il pastore Steven H. Fuite, presidente della Chiesa protestante unita belga (Epub), mette in guardia su questa opzione: «Un governo d’emergenza procede nel segno del provvisorio, limitandosi allo stretto necessario; ora il compito di un governo vero è di fare ciò di cui il Paese ha bisogno, anche a lungo termine: in una famiglia, compito dei genitori è non solo di provvedere il pane quotidiano ma anche di mettere in programma il rifacimento del tetto. Un governo d’emergenza non ha sogni, non ha visione né passione, non lavora in vista di un cambiamento di mentalità. E questo impoverisce la società, viene a trovarsi più commerciale e materiale. Il Belgio ne ha sofferto a lungo».

«Un governo vacante in Germania non ha turbato i mercati – incalza invece Gumpel – , perché l’economia tedesca cresce quasi il doppio di quella italiana, la disoccupazione è pressoché assente e il paese non ha deficit. L’Italia è invece ultimo fra i 27 stati europei per crescita e la forte politica espansiva della Banca centrale europea è destinata a concludersi: terminerà quindi questa enorme pioggia di miliardi che i governi italiani non hanno però usato per mettere finalmente freno al nuovo indebitamento pubblico. Tutto ciò sul medio periodo non potrà far altro che turbare le borse».

Qui entra in gioco il discorso dei rapporti con l’Unione Europea, con 5 stelle e Lega a parole pronti a svicolare dalle strette maglie dei parametri economici necessari per continuare a far parte del progetto comune. «In Francia – prosegue Giacone – è la vittoria del centro destra a dominare la scena; si parla sempre e comunque dell’eterno Berlusconi ma sono i numeri della Lega, che qui paragonano in toto al Front National, a preoccupare, in relazione ai paventati nuovi rapporti con Bruxelles».

«Il progetto di un’ Europa unita è sotto assedio – conclude Fuite – , e vediamo a diversi livelli gruppi di persone rifugiarsi nell’identità per paura o per un presunto interesse economico di breve termine. Intere regioni e nazioni sono oggi alla ricerca di ciò che sono, rinunciando al progetto comunitario. E qui sta una missione per le Chiese. Nella società si coltiva l’illusione che se ci separa gli uni dagli altri vi sarà la salvezza; e spesso avviene che si guardi indietro per magnificare un passato che non è mai esistito. La Bibbia ci parla di Terra promessa, di Regno di Dio, ci dice di non guardarsi indietro in preda alla paura e ci esorta a non rimpiangere il periodo della schiavitù in Egitto, quando «avevamo pentole di carne e mangiavamo pane a sazietà» (Esodo 16, 3). Se siamo stati liberati è perché guardassimo in avanti, perché, guardando riconoscenti al passato, guardiamo all’avvenire».

Corano a tinte rosa

Di Federica Tourn (Jesus, febbraio 2018)

Un altro Islam è possibile. Un Islam aperto alle donne, ai gay, ai transessuali, una religione egualitaria che non opprime ma include. Ne è convinta Ani Zonneveld, che il Corano l’ha letto con attenzione senza trovarci tracce di discriminazione sessuale e oggi è imam – anzi imamah, al femminile – e, quando non viaggia per predicare l’esegesi liberale del testo sacro, guida la preghiera del venerdì nella sua comunità, a Los Angeles. Figlia di diplomatici, Ani è nata in Malesia ma ha vissuto in Egitto, Europa, India, fino a fermarsi negli Stati Uniti, dove è diventata cantante e ha vinto un Grammy; proprio la musica è stata il primo veicolo che le ha permesso di parlare dell’Islam che le sta a cuore, testi che parlano di liberazione femminile in un’America devastata dall’attentato alle Torri Gemelle. Nel 2007 con altri musulmani progressisti ha fondato il Muslim for Progressive Values (MPV), un’organizzazione che dieci anni dopo conta più di diecimila membri e sedi in diversi parti del mondo, dall’Australia alle Filippine.

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Foto di Stefano Stranges