Il fuoco pedofilo sotto la cenere dei focolari di Chiara Lubich

Di Federica Tourn

Domani, 25 luglio 2022

Quinta puntata dell’ampia inchiesta che Federica Tourn sta conducendo per il quotidiano Domani sugli abusi all’interno della chiesa cattolica in Italia.

È il 3 gennaio 2021 e la Rai programma in prima serata la fiction L’amore vince tutto sulla figura di Chiara Lubich, la maestra di Trento che sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale decide di consacrarsi all’amore per Dio fondando una comunità ecclesiale di laici cattolici, il movimento dei Focolari. Nessuna ombra, neanche una nota dissonante. Eppure, negli stessi giorni, la società Gcps Consulting, incaricata dai vertici del movimento, sta cominciando a investigare sulle denunce di abuso sessuale a carico di Jean-Michel Merlin, un membro con ruoli apicali in Francia e che, con 37 vittime accertate, verrà definito un «abusatore seriale di minori» che ha goduto della copertura del movimento.

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Enna, storia del prete pedofilo tenuto coperto da due vescovi

Di Federica Tourn

Domani, 3 luglio 2022

Quarta puntata dell’ampia inchiesta che Federica Tourn sta conducendo per il quotidiano Domani sugli abusi all’interno della chiesa cattolica in Italia.

A Enna è già tutto pronto per la cerimonia solenne di insediamento nella chiesa di San Cataldo, ma qualcosa manda a monte la festa per il nuovo parroco, don Giuseppe Rugolo: la presa di possesso avviene in sordina per decisione del vescovo e don Giuseppe per il dispiacere finisce addirittura in ospedale. Siamo a novembre 2018, e quello che sembra soltanto un intoppo nella brillante carriera di un prete molto popolare, leader indiscusso di un gruppo giovanile che conta più di duecento ragazzi, è invece il preludio di uno scandalo che culminerà più di due anni dopo con l’accusa di violenza sessuale su tre minori, secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale. A denunciare è un giovane, Antonio Messina, all’epoca dei primi abusi appena sedicenne; durante l’inchiesta vengono individuati altri due minorenni vittime del prete. La gip Luisa Maria Bruno al momento dell’arresto dispone i domiciliari per il rischio della reiterazione del reato e la tendenza dell’indagato «a cedere alle pulsioni sessuali in maniera incondizionata».

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Bolzano, i primi a indagare ma anche i primi a insabbiare

Di Federica Tourn

Domani, 13 giugno 2022

Terza puntata dell’ampia inchiesta che Federica Tourn sta conducendo per il quotidiano Domani sugli abusi all’interno della chiesa cattolica in Italia.

Quando apre la porta ai carabinieri, don Livio non sospetta nulla. Conosce già quella coppia, venuta a chiedere informazioni per mandare il figlio nella comunità “Effatà Apriti” che il sacerdote gestisce a Prata Principato Ultra, in provincia di Avellino. Invece si tratta della copertura di un’indagine per violenza sessuale ai danni di un bambino di dodici anni e per don Livio Graziano, 56 anni, scatta l’arresto: l’ordine di custodia cautelare viene firmato il 22 ottobre scorso dalla gip del tribunale di Avellino Francesca Spella. Quattro giorni dopo, la sede della comunità è perquisita: «nell’armadietto del bagno vengono trovati preservativi, vaselina e lubrificanti, oltre a 107mila euro in due scatole chiuse a chiave», afferma l’avvocato Giovanni Falci, che assiste il padre della vittima – i genitori, infatti, si sono costituiti parte civile in proprio e in rappresentanza del figlio minorenne.

Originario della provincia di Caserta, don Livio è un prete sui generis. Le sue messe sono perturbanti, pervase da spirito carismatico: impone le mani e i fedeli si accasciano a terra, i malati vanno da lui per essere guariti. È anche un educatore: si dedica ai bambini senza famiglia, va nelle periferie per cercare chi è rimasto ai margini. Nel 2002 fonda ad Avellino la Fidde, Fraternità i Discepoli di Emmaus, una onlus che in breve tempo si ramifica in tutta la regione, aprendo ambulatori, attività per disabili, gruppi di auto aiuto per chi soffre di ansia, ludopatie, disforie di genere. A Castel Volturno dal 2004 al 2020 il sacerdote gestisce anche una comunità educativa a gestione famigliare, dove accoglie decine di ragazzi in difficoltà. 

Nel 2015 la onlus si costituisce in cooperativa sociale con il nome di Effatà Apriti, specializzata in problemi alimentari e convenzionata con il Servizio sanitario nazionale e con il Tribunale di Avellino, un progetto che sta particolarmente a cuore a don Livio perché, come confessa in un’intervista a Repubblica, lui stesso ha sofferto a lungo di bulimia e anoressiaFra i vari ambiti della missione del versatile sacerdote c’è anche, tragica ironia, la lotta contro la pedofilia: nel 2012, infatti, don Livio partecipa come esperto a un convegno sulla pedopornografia patrocinato dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Benevento, con un intervento sul “recupero del minore vittima di abusi”. Per il suo impegno sociale e umanitario, due anni dopo riceve addirittura il premio “Padre Pio da Pietrelcina”.

Andrea (nome di fantasia) ha una famiglia normale; va a scuola, ha la passione per il calcio e da tifoso del Napoli sogna di incontrare Insigne. Da un rapporto con un coetaneo si prende un’infezione e i genitori, disorientati, lo indirizzano proprio a don Livio, nella speranza che possa aiutarlo a mettere ordine nei suoi turbamenti preadolescenziali. Andrea resterà per tutta l’estate 2021 nella grande casa di Prata Principato Ultra, dormendo su un materasso ai piedi del prete: secondo quanto racconta il padre del ragazzo, dopo solo cinque giorni dal suo arrivo don Livio abusa di lui con il pretesto di “visitarlo”. «Le violenze da quel momento si ripeteranno per tutto il periodo della sua permanenza nella comunità», conferma l’avvocato Falci.

Il programma della “rieducazione di Andrea” è organizzato in una rigida griglia di impegni giornalieri, monitorata da un’équipe di specialisti. «Don Livio mi aggiornava su come proseguiva il soggiorno e mi mandava foto del ragazzo impegnato in diverse occupazioni», racconta il padre. Ma è soltanto una messinscena: «mio figlio mi ha detto in seguito che il prete lo metteva in posa apposta per le foto». Nella relazione finale consegnata ai genitori, si legge che Andrea è molto migliorato e «mostra una serenità e una pace interiore. Quella serenità che è la scoperta di esserci, di vivere l’istante intensamente».

A settembre, Andrea torna a casa. «Mi sono insospettito perché mio figlio era silenzioso e se ne stava sempre in disparte con il telefono – racconta il padre – gli ho chiesto a chi scrivesse continuamente e mi ha risposto: “a padre Livio, se non gli rispondo subito poi mi stressa”». Dalla chat fra i due, racconta il padre, vengono fuori centinaia di messaggi: quelli del prete sono incalzanti, si lamenta che il ragazzino non lo considera, che senza di lui la sua vita non ha più senso. Don Livio è inarrestabile, non cerca nemmeno di essere prudente: manda whatsapp a tutte le ore, anche di notte, pieni di chioccioline che – gli spiega Andrea – significano “ti amo”. «Gli scriveva anche mentre celebrava la messa – sottolinea sempre il padre – Durante il soggiorno estivo gli aveva anche fatto regali costosi: un iphone 12, un orologio, un Apple smart watch». Segno inequivocabile del delirio di onnipotenza in cui vive il sacerdote che, mentre fa la parte dell’amante con un bambino, sciorina su Facebook massime sull’amore e l’accettazione di sé, sostenuto dall’adorazione e dagli emoticon dei suoi seguaci. La storia di don Livio rappresenta bene la convinzione dell’impunità radicata nei preti abusanti, che scivolano indisturbati fra adescamenti ed esercizi spirituali, al riparo di gerarchie che perlopiù giocano a scaribarile sulle spalle delle vittime.

Secondo quanto riportano i legali della famiglia, il prete dava anche dei soldi al ragazzino in cambio di prestazioni sessuali. «Durante l’esame del contenuto dell’iphone di don Livio sono emerse alcune fotografie di Andrea mentre dorme, in pose inequivocabili – dichiara l’avvocata della madre della vittina, Benedetta Falci – foto cancellate dal sacerdote ma recuperate dagli inquirenti nella memoria dei file eliminati». 

La Chiesa, alla notizia dell’arresto, prende le distanze. La diocesi di Aversa, a cui il sacerdote appartiene, diffonde un comunicato stampa in cui dice che don Livio da ormai molti anni operava fuori dalla diocesi. Monsignor Arturo Aiello, vescovo di Avellino dal 2017, a sua volta alza le mani e rimpalla la questione al suo predecessore, monsignor Francesco Marino, che a più riprese aveva chiesto al sacerdote di non esercitare il ministero pastorale nel territorio diocesano. 

Marino conferma, spiegando che l’attività terapeutica di don Graziano lo preoccupava: «agiva in maniera autocefala e senza controllo – sottolinea il vescovo – questa situazione a me non convinceva, sia perché sganciata da ogni riferimento ecclesiale, sia perché in campi tanto delicati ci sarebbe stato bisogno di discernimento e competenza, che a me non risultava lui avesse». «Ero convinto – rincara l’ex vescovo di Avellino – che agisse senza averne effettiva capacità; lui stesso non mi sembrava avere un retroterra psicologico personale equilibrato e adeguato». 

Dubbi, chiacchiere sul conto del prete non mancano, ma denunce esplicite non arrivano, specifica monsignor Marino, che non manca di sottolineare come don Graziano operasse comunque sotto la responsabilità del vescovo di Aversa, Angelo Spinillo. Dal canto suo, Spinillo ribadisce che il prete da ormai quindici anni manteneva con la sua diocesi «un rapporto molto occasionale». «Il mio giudizio – afferma monsignor Spinillo –  era che che non riuscisse a vivere l’attività che sviluppava come un vero apostolato, ma piuttosto quasi come ricerca di un’affermazione di sé».

Il suo predecessore, il vescovo Mario Milano, però, aveva ingiunto a don Livio un periodo di discernimento e di recupero spirituale nella comunità monastica di Montevergine. Don Vitaliano Della Sala, vicedirettore della Caritas di Avellino, che ha conosciuto il sacerdote proprio a Montevergine, lo ricorda come una specie di santone: «padre Livio incoraggiava la superstizione della gente e a volte ho avuto l’impressione che confondesse la fede con la magia». «Che io sappia è stato allontanato da Aversa per sospetti di pedofilia – precisa don Vitaliano – purtroppo i vescovi in questi casi, invece di fare un’indagine seria e interrompere subito ogni rapporto fra il prete e i ragazzi, lo trasferiscono da un’altra parte aggravando il problema». 

Proprio la diocesi di Aversa è stata teatro di diversi casi di abuso: lo stesso vescovo Milano, dice ancora don Vitaliano, nel 2011 era stato costretto a dare le dimissioni a pochi mesi dal pensionamento proprio per avere spostato un altro prete sospettato di pedofilia. Decisioni che hanno conseguenze drammatiche, tanto più se, come nel caso di don Livio, il sacerdote si occupa di minori a rischio, anche in convenzione con il servizio pubblico: «se avessero avuto una denuncia in mano, forse le istituzioni ci avrebbero pensato due volte ad affidargli dei ragazzini», chiosa don Vitaliano.

Andrea, intanto, ha lasciato gli amici e a calcio non parla con nessuno. «È sempre da solo, gli sta montando la rabbia», dice il padre, desolato. «Il ragazzo ha subito un’esperienza di abuso continuativa che il sacerdote ha qualificato come amore – spiega lo psichiatra Egidio Errico, che ha fatto una perizia su richiesta dell’avvocato Falci – i danni, già evidenti, purtroppo tenderanno a peggiorare con il tempo».

Il processo a don Livio Graziano è nella fase dibattimentale: l’imputazione è violenza sessuale, secondo l’articolo 609 bis del codice penale, aggravata dal fatto di essere stata commessa a danno di un minore di 14 anni; l’imputato rischia da sei a dodici anni di reclusione. «La pm ha chiesto il giudizio immediato perché l’imputato è detenuto e per l’evidenza della prova – spiega l’avvocato Falci – per il momento chiediamo i danni al sacerdote, poi valuteremo se rivolgerci anche alla curia per non aver vigilato sul suo comportamento». Lo scorso dicembre don Graziano è uscito dal carcere in seguito a uno sciopero della fame e ora si trova agli arresti domiciliari in una struttura di proprietà della Chiesa. È stato sospeso dal ministero sacerdotale e il Tribunale ecclesiastico ha avviato un processo a suo carico, che procede su un binario parallelo e indipendente da quello dello Stato. 

Il senso di impunità del prete e lo scaricabarile del vescovo

Di Federica Tourn

Domani, 23 maggio 2022

Seconda puntata dell’ampia inchiesta che Federica Tourn sta conducendo per il quotidiano Domani sugli abusi all’interno della chiesa cattolica in Italia.

Quando apre la porta ai carabinieri, don Livio non sospetta nulla. Conosce già quella coppia, venuta a chiedere informazioni per mandare il figlio nella comunità “Effatà Apriti” che il sacerdote gestisce a Prata Principato Ultra, in provincia di Avellino. Invece si tratta della copertura di un’indagine per violenza sessuale ai danni di un bambino di dodici anni e per don Livio Graziano, 56 anni, scatta l’arresto: l’ordine di custodia cautelare viene firmato il 22 ottobre scorso dalla gip del tribunale di Avellino Francesca Spella. Quattro giorni dopo, la sede della comunità è perquisita: «nell’armadietto del bagno vengono trovati preservativi, vaselina e lubrificanti, oltre a 107mila euro in due scatole chiuse a chiave», afferma l’avvocato Giovanni Falci, che assiste il padre della vittima – i genitori, infatti, si sono costituiti parte civile in proprio e in rappresentanza del figlio minorenne.

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La pedofilia dei preti italiani che i vescovi vogliono tenere nascosta

Di Federica Tourn

Domani, 28 aprile 2022

Sappiamo tutto di ciò che è accaduto nel mondo, nulla sull’Italia. Eppure negli ultimi 15 anni si contano 325 sacerdoti denunciati per pedofilia. Ecco l’inchiesta per la quale il quotidiano Domani chiede il sostegno dei lettori: SOSTIENI LA SUA REALIZZAZIONE! Per ogni euro versato, Domani ne aggiungerà un altro fino al raggiungimento dell’obiettivo

Lo chiamavano don Mercedes. A Crema era un pezzo grosso di Comunione e Liberazione il parroco   Mauro Inzoli; gli piacevano il lusso e le belle macchine, lo si vedeva spesso nei ristoranti alla moda, un sigaro cubano all’angolo della bocca. Aveva amicizie politiche importanti e poco senso del pudore: nel gennaio 2015 applaudiva insieme a Roberto Formigoni al convegno sulla famiglia tradizionale organizzato dalla Regione Lombardia, eppure già da anni molestava i ragazzini, come conferma la condanna definitiva per pedofilia del 2018. Li toccava persino durante la confessione, per rinnovare l’alleanza fra Abramo e Isacco descritta nell’Antico Testamento, diceva. La più piccola delle sue vittime aveva 12 anni.

Una storia non certo unica. Secondo i dati raccolti dalla Rete L’Abuso, che monitora i casi di violenza sessuale nella Chiesa cattolica, nel nostro paese negli ultimi 15 anni si contano 325 sacerdoti denunciati per pedofilia, di cui 161 condannati in via definitiva. Questi numeri rappresentano solo piccola parte di un fenomeno sommerso e pervasivo, eppure non sembrano scuotere le istituzioni e la stampa. Ed è questa la ragione per cui chiediamo ai lettori di sostenere attraverso il nostro sito editorialedomani.it la grande inchiesta su “La violenza nella Chiesa italiana”.

Nel paese che ospita il Vaticano, infatti, né il Parlamento né la Chiesa prendono iniziative per andare a fondo del problema. Il presidente della Conferenza episcopale Gualtiero Bassetti butta acqua sul fuoco assicurando che in Italia gli strumenti messi in campo a tutela dei minori funzionano bene e che presto sugli abusi sarà condotta un’indagine ma, sia chiaro, «gestita dall’interno della Chiesa». La società civile, però, non ha più voglia di aspettare: di fronte al silenzio ecclesiastico si è costituito Italy Church Too, un coordinamento di associazioni contro gli abusi nella Chiesa, che chiede subito una commissione d’inchiesta indipendente, come quelle che si sono appena formate in Spagna e in Portogallo. L’iniziativa nasce da donne impegnate in ambito cattolico e laico, determinate a rompere anche nel nostro paese il muro di omertà e a ottenere giustizia e risarcimenti per le vittime: sono scesi in campo l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Rete L’Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe, le Comunità cristiane di base e i periodici Adista, Tempi di Fraternità e Left. Tra loro anche Erik Zattoni, figlio di un prete (anche) pedofilo mai ridotto allo stato laicale nonostante l’esame del dna e le sue ammissioni.

L’idea ha preso vigore dallo scandalo che all’inizio dell’anno ha coinvolto persino il papa emerito Benedetto XVI: un report dalla Baviera ha infatti rivelato che nella sola diocesi di Monaco e Frisinga, nell’arco di 74 anni sarebbero stati abusati 500 bambini e bambine fra gli 8 e i 14 anni e che Joseph Ratzinger, da cardinale, ne sarebbe stato al corrente. I dati di Monaco seguono quelli, talmente eclatanti da suscitare dubbi, del rapporto della commissione indipendente sugli abusi nella chiesa francese: dal 1950 si conterebbero 216 mila minori vittime di tremila preti, a cui si aggiungono altri 114 mila abusati da laici all’interno delle istituzioni ecclesiastiche. In Nuova Zelanda la pedofilia riguarderebbe addirittura il 14 per cento del clero.

La questione non è certo nuova: dallo scoop del Boston Globe, celebrato nel 2015 dal film “Il caso Spotlight”, che nel 2002 ha inchiodato la chiesa americana alle sue responsabilità, fino al Rapporto Ryan in Irlanda, che ha individuato ben 30 mila minori abusati negli oltre cento istituti cattolici nel paese, sono almeno vent’anni che la pentola è stata scoperchiata. L’Italia però rimane un buco nero. Le denunce vengono ignorate dalla Chiesa e le vittime finiscono inghiottite dal silenzio. Una storia simbolo è quella dell’Istituto religioso per sordomuti Provolo di Verona: nel 2010 67 ex ospiti  accusano numerosi sacerdoti della congregazione di averli sottoposti a molestie e violenze quando erano bambini, a partire dagli anni ’50. Tra i fatti denunciati c’è la dichiarazione di Gianni Bisoli, che afferma di essere stato abusato tra i 9 e i 15 anni da ben 16 fra preti e fratelli laici; sostiene anche di essere stato lasciato “a disposizione” di monsignor Giuseppe Carraro, all’epoca vescovo di Verona, e per il quale, a 32 anni dalla morte, è in corso il processo di beatificazione, dopo che nel 2015 è stato dichiarato “venerabile per l’eroicità della sua virtù” dalla Congregazione per le cause dei santi. Una commissione conoscitiva promossa dal Vaticano nello stesso 2010 non rileva (quasi) nulla dei reati denunciati, ormai comunque prescritti. Ma il responsabile dell’Istituto, don Nicola Corradi, trasferito nella sede argentina del Provolo, nel 2019 verrà condannato laggiù a 42 anni «per gravi e ripetuti abusi» di minori.

I pedofili nella chiesa non sono “mele marce” come dicono le gerarchie ecclesiastiche. Quando si mettono insieme i tasselli del mosaico, dispersi nelle cronache locali e poi dimenticati, emerge un quadro di violenza endemica che riguarda ogni ambito della vita della Chiesa. Troviamo preti che approfittano del loro potere per allungare le mani sui ragazzini in sacrestia, durante le lezioni di catechismo o le prove del coro, in campeggio o nei centri estivi; alcuni sono guru di comunità di recupero e centri di ascolto, altri guidano scuole cattoliche. Molti sono i molestatori seriali in attesa di giudizio per induzione alla prostituzione minorile e violenza privata: sacerdoti che promettono cocaina in cambio di prestazioni sessuali e offrono pochi spiccioli e una ricarica del telefono in cambio di una marchetta o di un video hard. Con i cassetti o i pc pieni di materiale pedopornografico, circuiscono ragazzini non ancora adolescenti, meglio se con problemi psichici o provenienti da famiglie disagiate perché più indifesi: fanno loro credere che la mano che li fruga è una mano benedetta, che l’amore di Dio si esprime con lo spirito e con il corpo, che sono dei privilegiati. Gli stupri non di rado si protraggono per anni, a volte anche per decenni, lasciando segni indelebili nelle vittime, costrette spesso a fare i conti con le conseguenze fisiche e psicologiche delle violenza per il resto della vita.

E la Chiesa istituzionale come reagisce? Cura, sostiene, protegge. Non le vittime ma i preti. La prassi consolidata quando viene segnalato un caso di pedofilia è sempre la stessa: non denunciare alle autorità ma evitare lo scandalo spostando il prete in un’altra parrocchia o ricoverandolo per un periodo in una delle inavvicinabili strutture per la riabilitazione dei preti sparse per l’Italia. Le autorità ecclesiastiche non hanno l’obbligo giuridico di denunciare gli abusi, tantomeno devono rendere conto degli esiti dei processi interni, così si trincerano dietro al silenzio. C’è addirittura chi, dopo una denuncia per pedofilia, riprende a fare il parroco sotto falso nome in un altro posto, come don Silverio Mura, prete della diocesi di Napoli, diventato don Saverio Aversano a Montù Beccaria, in provincia di Pavia. Lo denuncia la Rete L’Abuso nell’esposto in cui spiega che il sacerdote viene trasferito dopo una querela per pedofilia e che, grazie alla complicità della curia, continua a occuparsi di bambini e a ricevere la posta al nuovo indirizzo. La stessa associazione sottolinea che sono almeno 29 i vescovi coinvolti nell’occultamento dei reati: nel caso di don Giuseppe Rugolo, per esempio, dalle intercettazioni emerge che il vescovo di piazza Armerina Rosario Gisana avrebbe provato a comprare il silenzio della famiglia della vittima con i soldi della Caritas. Ancora: monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano, informato delle attenzioni che uno dei suoi parroci, don Mauro Galli, riserva a un ragazzo di 15 anni, ammette in interrogatorio di essersi limitato a spostarlo di sede per ben due volte. Il prete di Rozzano è stato condannato l’anno scorso dalla Corte d’Appello di Milano a cinque anni e sei mesi; il suo caso è stato anche posto all’esame della Congregazione per la dottrina della fede, dopo che il processo di primo grado al Tribunale ecclesiastico regionale si era risolto con un nulla di fatto per insufficienza di prove ma a oggi nulla si sa dell’esito. Scontato il debito con la giustizia dello Stato, don Galli potrebbe quindi tornare in parrocchia.

Non ci sono soltanto gli abusi sui minori ma anche quelli sulle religiose. Già a metà degli anni ’90 due suore di ritorno dall’Africa inviano al Vaticano rapporti in cui sostengono che molte suore vengono stuprate da sacerdoti timorosi di prendere l’Aids dalle donne indigene; e se restano incinte vengono costrette ad abortire. Raccontano anche di un prete che officia il funerale di una donna morta in seguito all’aborto che lui stesso le ha procurato. Nel documento si sottolinea che la violenza sulle religiose non è soltanto una questione africana ma riguarda ben 23 paesi, fra cui l’Italia. In anni più recenti, la teologa Doris Wagner ha accusato il capo ufficio della Congregazione per la Dottrina della Fede padre Hermann Geissler (poi assolto dal Tribunale della Segnatura apostolica, il supremo tribunale di diritto canonico della Santa Sede) di averla violentata quando era suora dell’Opus Spiritualis Familia a Roma: «Ero giovane, credente e idealista: ero la vittima ideale per un prete», ricorda oggi. Dipendenti economicamente dalla congregazione a cui appartengono, costrette a tagliare i ponti con la famiglia, le suore sono schiacciate da un sistema clericale fondato sull’omertà; in Italia, chi prova a denunciare non ottiene nulla se non di essere discriminata o addirittura allontanata dalla comunità. Ancora una volta, in caso di una segnalazione di abuso, a venire protetto è il prete.

La Chiesa italiana, che è riuscita fino ad oggi a non reagire alla crisi che la minaccia dall’interno, rimanendo fedele a una casta maschile sorda ai richiami sulle discriminazioni di genere e restia a cedere parte del suo potere, come risponderà alla richiesta di istituire finalmente un’indagine indipendente sugli abusi? A fine maggio si terrà l’assemblea generale della Cei per il rinnovo dei vertici, e il cardinale Bassetti pare avere tutte le intenzioni di passare la patata bollente al suo successore.

Foto di Roma1314

Il figlio è mio e lo istruisco io (lontano dalle scuole e a destra)

Di Federica Tourn

FQ Millennium, aprile 2022

Immagina di tornare bambino e di vivere in un mondo senza lunedì. Un mondo dove non suona la sveglia né la campanella, dove ti alzi quando vuoi e non esistono interrogazioni, compiti o note sul registro né banchi e tantomeno insegnanti in cattedra; un mondo dove giochi quanto vuoi, impari quello che ti piace e a settembre, quando tutti gli altri ritornano in classe, tu invece fai una grande festa di “Non rientro a scuola”. No, non è il paese dei balocchi di Pinocchio ma la realtà di ogni giorno per tanti bambini e ragazzi che, invece di andare a scuola, studiano a casa. 

Oltreoceano l’homeschooling è un’opzione considerata ormai quasi mainstream: negli Stati Uniti nel 2020-21 si sono registrati 3,7 milioni di studenti in istruzione parentale, 1,2 milioni in più rispetto alla primavera del 2019 (dati del National Home Education Research Institute) ed è in forte crescita anche in paesi come l’Australia, il Giappone o la Gran Bretagna. In Europa, disertare le aule è ancora vietato in alcuni paesi, come la Germania, la Svezia e (di recente) la Francia, ma da noi sta prendendo sempre più piede. In Italia negli ultimi due anni il numero è addirittura triplicato: secondo i dati del ministero dell’Istruzione, si è passati infatti dai 5.126 ragazzi che studiano fra le mura domestiche del 2018-2019 ai 15.361 del 2020-2021. Un balzo dovuto alla pandemia, che ha portato molte famiglie a ritirare i figli da scuola per paura del contagio e per evitare i disagi del distanziamento e della mascherina, ma che una convinta minoranza portava avanti già da tempo. I motivi possono essere diversi, ma alla base di questa scelta si trova sempre il desiderio di impartire un’educazione conforme ai princìpi della famiglia e una generale sfiducia nell’istituzione scolastica, considerata ottusa e repressiva: l’istruzione domestica, al contrario, permetterebbe ai bambini di crescere senza condizionamenti, liberi di assecondare la propria creatività. 

Nel nostro paese, non esiste formalmente l’obbligo ad andare a scuola: ad essere obbligatoria è l’istruzione, come sottolinea l’articolo 30 della Costituzione, e sono i genitori che decidono se demandare il compito a un’istituzione pubblica o privata o se occuparsene in prima persona. In questo caso, secondo l’art. 111 del Testo Unico in materia di istruzione per le scuole di ogni ordine e grado del 1994, devono soltanto dimostrare di averne la capacità tecnica ed economica e comunicarlo alle autorità competenti. Basta insomma notificare la decisione al dirigente scolastico del territorio di residenza e fornire la documentazione del programma svolto a casa alla scuola di competenza, che “vigila” sull’effettiva preparazione del minore. 

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Al rogo tutte le opere che educano alla diversità

Di Federica Tourn

FQ Millennium, settembre 2021

A Malmö, nel sud della Svezia, proprio un anno fa è stata inaugurata una biblioteca che non somiglia a nessun’altra. Sugli scaffali Ikea, ordinati e accuratamente catalogati, si trovano infatti soltanto libri che sono incappati nella censura o i cui autori sono stati perseguitati o costretti all’esilio. È la prima del genere al mondo e non a caso è dedicata a Dawit Isaak, scrittore svedese-eritreo che dal 2001 è incarcerato nel suo paese d’origine per aver osato criticarne il regime. Quattromila volumi, una parte riservata alle opere proibite e un’altra ai saggi che raccontano la storia della censura in tutto il pianeta. Un problema del passato? Tutt’altro: questa biblioteca non è un museo ma uno «spazio sicuro per le opere minacciate dall’oscurantismo», come ama definirlo la direttrice, Emelie Wislander. Infatti sono molte le autorità civili e religiose o i gruppi confessionali e le associazioni di genitori che ancora oggi vorrebbero impedire la divulgazione di libri considerati contrari a qualche principio politico o morale. «La libertà di pensiero è tuttora sotto attacco e non rendersene conto è pericoloso – conferma Wieslander – in particolare la censura dei libri è di nuovo in crescita ovunque, e non solo nei paesi non democratici». 

Covid: le scelte criminali nel Brasile delle disuguaglianze sociali

Di Federica Tourn

Riforma, 16 giugno 2021

«È un genocidio», gridano esasperati i brasiliani, che nei giorni scorsi si sono riversati a migliaia nelle strade della capitale e delle principali città del paese sudamericano per chiedere più vaccini e protestare contro la politica “attendista” del presidente Jair Bolsonaro, che dall’inizio della pandemia ha portato avanti una serie di prese di posizione atte a sminuire la portata della crisi in corso, ignorando le richieste di aiuto della popolazione. 

Nessuna indicazione chiara e nessun piano condiviso sono infatti arrivati dal Ministero della Salute, mentre tempo e risorse sono stati sprecati nel difendere farmaci inefficaci contro la malattia. Per Bolsonaro, prima si trattava di una “febbricola”, poi di un virus che era inutile arginare con i lockdown, le mascherine e il distanziamento sociale, visto che si poteva agevolmente stroncare con la clorochina, un antimalarico, o con un vermifugo, l’ivermectina, un medicinale da banco facilmente reperibile in farmacia. 

La crisi di Venezia e la cura delle fedi

Di Federica Tourn

Foto di Stefano Stranges

Jesus n. 8, agosto 2021

Messa a dura prova dalla pandemia, con il turismo quasi azzerato, la signora della laguna si sta risollevando grazie all’anima multiculturale e multireligiosa che la caratterizza. E la Chiesa, insieme con le altre comunità religiose, sta facendo la sua parte per affrontare le nuove povertà

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Trieste, il capolinea della rotta balcanica

Di Federica Tourn

Foto di Stefano Stranges

Jesus n. 4, aprile 2021

Lo chiamano il game, ma c’è poco da divertirsi: ogni giorno migliaia di migranti attraversano i Balcani tentando di approdare in Italia. Nella città giuliana,
i sopravvissuti alle fatica e alle violenze di questo esodo sono inseriti
in un programma di accoglienza promosso dal Consorzio italiano di solidarietà, in collaborazione con la Caritas. Un sistema efficace, che però deve fare i conti con la diffidenza e l’intolleranza crescenti tra la cittadinanza.

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