L’Europa è ancora lontana

Federica Tourn (Left 6/4/2018)

Ervin e i suoi amici si ritrovano abitualmente alla Piramide, nel centro di Tirana, per passare il pomeriggio, o la sera se c’è qualche concerto in programma. Felpe e tatuaggi che ostentano l’aquila a due teste, corrono a tutta velocità lungo le pareti di quello che è stato per pochi anni il mausoleo di Enver Hoxha e poi, con il crollo del comunismo nel ’91, è diventato centro culturale, sede di una televisione e infine occasionale spazio di musica underground. Progettato dal genero del dittatore secondo la magniloquenza tipica dei regimi, oggi è un ammasso di cemento e ferro che resiste nonostante le proposte di demolizione, in mezzo a una città che ha fretta di lasciarsi alle spalle un passato ingombrante di dominazioni straniere, dittatura e crisi politico-economiche per fare finalmente ingresso, ripulita di fresco, nell’Europa dei grandi. Non più barconi con disperati che scappano verso l’Italia, oggi è l’Albania che accoglie a braccia aperte gli imprenditori attirati dalla manodopera a basso costo (e dalle normative più elastiche), o i turisti che nel 2017 hanno fatto il pienone negli alberghi della costa e perfino i pensionati del bel Paese che sempre di più progettano la pensione sulla sponda opposta del Tirreno.

A guardare la capitale dall’alto si vede un brulicare di lavori di riammodernamento ed edifici in costruzione: per il recente restauro della sola piazza Scanderbeg, cuore storico e simbolico della città, sono stati spesi 12 milioni di euro. D’altronde secondo i dati Instat, l’Istituto delle statistiche albanese, nel 2017 sono stati rilasciati 819 permessi edili, ben 88,3% in più rispetto all’anno precedente, la maggior parte proprio a Tirana (in barba alla promessa di “zero costruzioni” dell’attuale sindaco Veliaj nella campagna elettorale del 2015), con un incremento del 118% rispetto al 2016. Per non parlare della gigantesca moschea regalo di Erdogan che, una volta ultimata, conterrà 4500 persone; una bella (si fa per dire) impronta turca in territorio balcanico, e anche un avvertimento, nel caso l’Europa continui a fare troppo la difficile con l’ammissione nell’Unione.

Una crescita ostentata, ma quanto reale? «L’economia in Albania è difficile da interpretare a causa dell’elevato livello di denaro sporco – spiega Gjergj Erebara di Birn (Balkan Investigative Reporting Network) Albania, ong che si occupa dello stato di salute della libertà di informazione nei Balcani – ufficialmente, la crescita è stata debole ma costante negli ultimi anni. Non ci sono stati grandi investimenti esteri e il governo non ha portato a termine alcun progetto importante, come la fornitura di strade o di acqua. Negli ultimi due anni il numero di persone ufficialmente impiegate nel settore non agricolo ha registrato un’impennata; tuttavia molti esperti pensano che questa non sia una crescita reale ma un’emersione del lavoro nero. Le persone che erano impiegate nel settore informale sono state obbligate a pagare le tasse, il che è una buona cosa ma non si traduce necessariamente in migliori condizioni economiche». I salari non crescono e di conseguenza non aumentano i consumi.

In Albania c’è un rimosso. E non è soltanto quello di quasi 50 anni di comunismo, ancora non elaborati a livello collettivo ma frettolosamente liquidati – anche se non basta nascondere le opere di “zio Enver” nel bagno di servizio, come al Museo della Memoria di Scutari, o le statue dei compagni Lenin e Stalin nel retro della Galleria nazionale delle arti di Tirana, per cancellare il largo consenso che la dittatura aveva fra la gente. Il rimosso riguarda soprattutto la povertà che resiste sotto lo strato di luccicante entusiasmo che il premier Edi Rama spalma su ogni dichiarazione pubblica a proposito del miracolo albanese. Lo stato sociale infatti è debole e non riesce a sostenere i suoi cittadini: uno stipendio medio si aggira sui 350 euro e i servizi pubblici – acqua, elettricità, fognature, istruzione e assistenza sanitaria – sono inadeguati.

Eppure Rama è ottimista: «possiamo pienamente affermare che l’Albania merita i negoziati» aveva detto senza giri di parole a Bruxelles lo scorso dicembre. E pazienza se era ancora caldo, politicamente parlando, il cadavere del suo delfino, Saimir Tahiri, ex ministro degli Interni fino a marzo 2017, destituito in fretta e furia con un maldestro rimpasto di governo, dopo essere salito agli onori della cronaca per losche vicende legate a un traffico di stupefacenti gestito da due suoi cugini. E, si sa, in Albania la famiglia conta: e più che altro conta il voluminoso fascicolo del tribunale italiano sul caso, che conferma l’attività di un gruppo di criminali che dal ’98 ha potuto operare indisturbato fra l’Italia e l’Albania, trasportando armi e tonnellate di cannabis nel nostro paese per un ammontare di 20 milioni di euro. Le intercettazioni della polizia ipotizzano la relazione fra la banda e Tahiri: manca, come si suol dire in gergo, “la pistola fumante”, ma ce n’è abbastanza per imbarazzare il governo di Rama – la procura aveva chiesto l’arresto di Tahiri, negato dal Parlamento, che ha votato per l’immunità – e gettare una luce sinistra sulle modalità di gestione degli affari a Tirana.

La corruzione è la madre di tutti i problemi del paese: «la mazzetta è usata dai partiti come mezzo per governare in assenza di un’ideologia credibile – spiega Erebara – ma forse dovremmo parlare di estorsione: i cittadini infatti sono obbligati a pagare per ottenere servizi pubblici in teoria gratuiti». Un sistema di governo, se così si può dire, che innerva tutte le strutture dello Stato e che, non a caso, preoccupa l’Europa, anche se un mese fa Juncker ha dichiarato di essere rimasto «positivamente impressionato dai progressi fatti dall’Albania in diversi settori, dalla riforma giudiziaria, alla lotta alla corruzione». La riforma della giustizia è un nodo cruciale in questo percorso, se si vuole almeno tentare di garantire la separazione dei poteri e correggere il sistema vischioso che finora ha legato il sistema politico a quello giudiziario, in un reciproco balletto di favori e concessioni.

Inutile dire che la riforma, che prevede modifiche costituzionali e legislative oltre a una verifica della correttezza dei magistrati, è fra i primi punti all’attenzione di Bruxelles. Facile a dirsi, ma gli ostacoli da rimuovere sono enormi e il processo di “pulizia del sistema” potrebbe richiedere anni. Il paese ha attualmente un procuratore generale provvisorio e anche se sei persone si sono già dimesse per evitare i controlli, «la commissione preposta a indagare sui giudici e i pubblici ministeri non ha ancora indagato nessuno e la nuova agenzia nazionale per verificare la corruzione ad alto livello e la criminalità organizzata non è stata ancora istituita», sottolinea Erebara.

Nessuno può dire, oggi, se il paese sarà in grado di darsi delle strutture adeguate per indagare e punire adeguatamente la corruzione, sia nel sistema giudiziario sia tra le classi politiche, senza contare gli effetti istituzionali di un intervento di questa portata.

Soprattutto in uno Stato che soltanto vent’anni fa veniva affossato da un crack finanziario colossale, che oltre a precipitare il paese nel caos, ha liberato fantasmi rimasti imprigionati dal vaso di Pandora del comunismo. Come la gjakmarrja, la vendetta di sangue prescritta dal Kanun, un antico codice consuetudinario tornato in auge durante il periodo di anarchia e che ora il governo di Rama vorrebbe nascondere come la polvere sotto il tappeto. Sono storie di clan rivali e di faide che durano decenni, in cui l’unica legge che conta è quella dell’onore: morti ammazzati, soprattutto nel nord dell’Albania, e famiglie chiuse in casa che si affidano soltanto al barajktar, un mediatore rispettato dalle parti in lotta, oggi come nel Medioevo. Il presidente della Corte d’appello di Scutari Fuat Vjerda ci tiene a sottolineare che dal 2016 non ci sono stati casi di fronte al suo tribunale, ma le organizzazioni che si occupano delle vittime hanno ben altra esperienza. Un fenomeno che, se pur minimizzato dalle autorità, è stato comunque riconosciuto formalmente con una modifica del codice penale nel 2013: «l’articolo 78a prevede che venga condannato a 35 anni di reclusione chi uccide per gjakmarria, considerata un aggravante dell’omicidio», conferma Vjerda.

Di recente la Corte di Appello di Ancona ha concesso protezione internazionale a un cittadino albanese minacciato dal Kanun e la tutela dei diritti umani è un altro capitolo importante all’esame della Commissione per la candidatura del paese nella Ue. Nonostante tutto, il 2018 potrebbe essere davvero l’anno buono per l’apertura dei negoziati. Alla prospettiva, l’anziano presidente Vjerda resta tiepido: «Europa? Difficile, troppi requisiti da rispettare. Sull’Albania c’è un dossier di migliaia di pagine. Ma vedremo».

“Le bambine salvate”: il dramma dell’infanticidio in India, tra superstizione e povertà

di Federica Tourn (La Stampa, 12/2/2018)

C’è una ragazza in un villaggio, nel cuore dell’India del sud, che prende appunti sui muri di casa: operazioni, scritte, numeri e frecce che si inseguono fino alla soluzione del problema. Harini ha diciannove anni e studia ingegneria civile; ogni mattina, dopo aver aiutato la madre in casa, fa un’ora di strada in bus per raggiungere l’università. Vive con i genitori in due stanze senza finestre costruite sul retro della bottega da barbiere del padre, ma nella piccola corte c’è anche un pezzo di terra dove il cane prende il sole contento e c’è spazio per sognare in grande. Harini ha una figura sottile, i capelli intrecciati e un sorriso gentile che non nasconde il desiderio di diventare governatrice del distretto, un giorno: studiare, passare gli esami e superare i concorsi non è certo un’impresa facile, soprattutto per chi proviene da una famiglia umile come la sua, ma lei non ha intenzione di farsi scoraggiare dalle difficoltà.

Forse non è un caso che sia devota a Narayani, forma della Dea madre, uno dei nomi con cui nell’induismo viene chiamata Durga, simbolo di forza indomabile e incarnazione della Shakti, l’energia creativa femminile. La parete della stanza dove dorme è completamente tappezzata di immagini di divinità compiacenti, su cui Harini poggia delicatamente il palmo delle mani. «Dio ci ha benedetti quando ci ha fatto cambiare idea e non ha permesso che la uccidessimo appena nata». Chokkamali, la madre di Harini, racconta in una frase il destino che si è capovolto all’improvviso, per volontà di un uomo sconosciuto che per cinque giorni di fila si è seduto davanti al padrone di casa e lo ha letteralmente pregato di risparmiare sua figlia.

Harini infatti è una delle bambine salvate dal progetto “Poonthaleer” – che in lingua tamil signica “sbocciare” – inaugurato vent’anni fa da Terre des Hommes Core a Idappadi, nel distretto di Salem, Tamil Nadu, per fermare la pratica dell’infanticidio femminile.

Continua a leggere l’intero reportage qui

Foto di Stefano Stranges

 

Corano a tinte rosa

Di Federica Tourn (Jesus, febbraio 2018)

Un altro Islam è possibile. Un Islam aperto alle donne, ai gay, ai transessuali, una religione egualitaria che non opprime ma include. Ne è convinta Ani Zonneveld, che il Corano l’ha letto con attenzione senza trovarci tracce di discriminazione sessuale e oggi è imam – anzi imamah, al femminile – e, quando non viaggia per predicare l’esegesi liberale del testo sacro, guida la preghiera del venerdì nella sua comunità, a Los Angeles. Figlia di diplomatici, Ani è nata in Malesia ma ha vissuto in Egitto, Europa, India, fino a fermarsi negli Stati Uniti, dove è diventata cantante e ha vinto un Grammy; proprio la musica è stata il primo veicolo che le ha permesso di parlare dell’Islam che le sta a cuore, testi che parlano di liberazione femminile in un’America devastata dall’attentato alle Torri Gemelle. Nel 2007 con altri musulmani progressisti ha fondato il Muslim for Progressive Values (MPV), un’organizzazione che dieci anni dopo conta più di diecimila membri e sedi in diversi parti del mondo, dall’Australia alle Filippine.

Continua a leggere: Intervista a Ani Zonneveld

Foto di Stefano Stranges

«Non sapevo che la neve bruciasse »

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat (Left, 23/02/2018)

Sono arrivati fin qui, a Bardonecchia, frontiera alpina con la Francia, pensando di essere a un passo dalla meta. Dopo mesi e a volte anni di sfiancante peregrinare fra deserto, mare, violenze e sfruttamento, una volta sbarcati in Italia quei pochi chilometri di montagna sembrano una passeggiata; senza contare che le app con il percorso da seguire si trovano facilmente, le vendono addirittura fuori dal Baobab di Roma. Arrivano dall’Africa e non sono preparati al gelo, alla tormenta, alle slavine incombenti: molti sono affondati nella neve fino al ginocchio, senza scarpe adeguate. C’è chi ha dovuto subire amputazioni dopo la traversata: «sentivo i piedi scottare, non sapevo che il freddo bruciasse», ha detto Mamadou, un maliano di 27 anni vittima di congelamento. Di notte alla stazione ferroviaria di Bardonecchia è aperto un presidio sanitario, gestito dall’onlus Rainbow for Africa, con una dozzina di brandine per offrire almeno un riparo dalle temperature sotto zero: in un mese sono passate più di duecento persone, fra cui trenta minori. Naturalmente non basta, e così la popolazione si è mobilitata: cibo, vestiti, assistenza legale, informazioni, che in questi mesi invernali si riassume prioritariamente nel tentativo di dissuadere le persone dallo svalicare, soprattutto per il pericolo delle slavine.
Sono gli attivisti di Briser les frontières, sbriciolare le frontiere: centinaia di persone collegate in una rete agile, in cui ognuno mette al servizio degli altri possibilità e competenze. Quasi tutti arrivano dal movimento No Tav, e l’efficienza nel gestire l’emergenza lo denota: file di excel per segnare i turni da fare in stazione, numeri utili, luoghi di raccolta di viveri e abiti, cene di autofinanziamento partecipatissime, aiuto ai tanti che vengono rispediti indietro dalla polizia francese ma anche momenti pubblici in cui denunciare l’assurdità di una politica che queste montagne le sventra per far transitare più in fretta le merci e al contempo spranga le frontiere davanti alla più grande emergenza umanitaria che l’Europa si trova a vivere dal dopoguerra.
La val di Susa da almeno 25 anni è un laboratorio politico permanente. La lotta contro la faraonica linea ferroviaria ad alta velocità ha coinvolto tutte le fasce sociali e tutte le generazioni, e ha plasmato una rete umana di relazioni che rappresenta un patrimonio raro. Migliaia di abitanti non solo hanno difeso giorno per giorno ogni centimetro di terra dalle trivelle: hanno creato un modello di spinta dal basso, di resistenza ad oltranza, di democrazia partecipativa. Il movimento è talmente consolidato che è in grado di fornire in tempi rapidi risposta ad ogni necessità, come spiega Maria Grazia, una partecipante della marcia di solidarietà fra Claviere e Monginevro organizzata da Briser lo scorso 14 gennaio. «Questo vale in questi mesi di impegno alla frontiera, ma ha funzionato anche nei mesi scorsi durante la grande emergenza incendi. Con una mobilitazione pressoché immediata abbiamo potuto salvare due borgate del paese di Mompantero, minacciate dalle fiamme. Insomma quando c’è un’urgenza, sappiamo che se vogliamo essere subito operativi non è in municipio che dobbiamo suonare il campanello».
Un bagaglio di esperienza che oggi è messo al servizio dei migranti che, qua come in val Roya, all’occorrenza vengono anche presi in casa: Alessia ha ospitato una famiglia della Guinea con due bambine piccole, Franco una ragazza nigeriana sfuggita alla tratta. Anche Nicoletta Dosio e suo marito Silvano hanno “adottato” un giovane nigeriano, che ora vive con loro e li aiuta nella storica locanda “La Credenza” di Bussoleno, da queste parti nota per essere un ritrovo sicuro per gli attivisti No Tav. Lucky si muove discreto sotto lo sguardo inflessibile di Lenin e quello un po’ guascone di Che Guevara, fra bandiere palestinesi e basche: racconta del suo paese, della fuga per non morire, e del figlio piccolo che ha dovuto lasciare.
Nicoletta, da sempre in prima linea contro la linea ad alta velocità, due anni fa è salita alla ribalta delle cronache nazionali per gli arresti domiciliari ricevuti (e ripetutamente ignorati) a seguito di manifestazioni presso il cantiere Tav; per la violazione del provvedimento dovrà presentarsi a un processo che si apre in queste settimane. «Questa è sempre stata una valle di emigranti – racconta – venivano da tutta Italia a lavorare nelle fabbriche e mia nonna andava a Lione per allevare i bachi da seta. Noi crediamo nella libera circolazione delle persone». Con questa convinzione si presenta alle prossime elezioni per la lista “Potere al popolo”: «è ora di smettere di delegare sulle cose in cui crediamo – afferma – il momento elettorale è per noi un’occasione per parlare di scuola pubblica, abolizione della “buona scuola”, del 41bis e dei Patti Lateranensi, e ovviamente anche delle migrazioni». Perché candidarsi se non si ha fiducia nel “Palazzo”? «Per entrarci e portarlo finalmente fuori, in mezzo alla gente, alla realtà. Per provare ancora una volta a cambiare questo maledetto paese. Ma se lo faccio è soltanto perché non sono sola ma ho il movimento No Tav alle spalle».
Sull’importanza dell’accoglienza di chi è in difficoltà, i volontati di Briser sono inflessibili: paura di incorrere in qualche guaio con le autorità? Neanche a pensarci: «siamo abituati a distinguere fra legalità e giustizia – precisa Franco – non abbiamo paura di eventuali denunce, ci preoccupiano soltanto per le persone che si affidano a noi». Una risposta che non stupisce in una valle di 70mila persone che conta almeno 1200 procedimenti penali aperti per resistenza civile. «Il nostro non è soltanto un intervento di solidarietà verso chi si trova in stato di necessità ma anche un’azione politica – precisa Alessia – ci interessa associare all’aiuto materiale una sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla condizione dei migranti e sugli effetti nefasti degli accordi presi dal ministro Minniti. La nostra vuole essere una chiara denuncia: le frontiere vanno abbattute».

Tunisia, tra povertà e integralismo

Di Federica Tourn (Jesus, gennaio 2018)

Di notte Tunisi è una sterminata spianata scintillante, una metropoli di oltre due milioni di abitanti sparsi su un territorio di duecento chilometri quadrati che racchiude il nero del lago omonimo. A guardarla  più da vicino, però, si notano macchi di buio, quando le luci cedono all’oscurità in corrispondenza delle tante cité, i quartieri popolari dove le strade si stringono nei vicoli e l’illuminazione scarseggia. Ironia della sorte, la grande arteria che taglia in due la città prende il nome dal venditore ambulante che si è immolato contro le disuguaglianze: boulevard Mohamed Bouazizi divide come uno spartiacque zone ricche e luoghi disagiati, da una parte il Bardo con la sua cultura e i suoi locali e dall’altra la Cité Ettadhamen, l’agglomerato costruito illegalmente negli anni ’70 dove viveva l’attentatore che ha sparato a due poliziotti davanti al Parlamento, lo scorso 1° novembre. Quartieri blindati di ambasciate, adorne di zagare e gelsomini, e sterrate coperte di baracche costruite fra i rifiuti, dove l’acqua ristagna e le case non hanno finestre, in una vicinanza scomoda, impenetrabile, che inasprisce le tensioni.

LEGGI L’INTERO ARTICOLO QUI: Tunisia

foto Stefano Stranges

 

 

Polonia, un paese spaventato che si chiude nel clerico-nazionalismo

di Federica Tourn (Jesus, dicembre 2017)

Ogni città e quasi ogni chiesa, in Polonia, hanno una statua di Giovanni Paolo II. Il papa la cui santità veniva invocata già in punto di morte, ritratto sovente con l’espressione sofferente degli ultimi anni, è un ricordo vivo, tangibile, icona di una fede che è innanzitutto sinonimo di sacrificio. Qui il Vaticano II non è mai veramente arrivato, si è arenato sulle sponde di un paese che ha fatto del cattolicesimo un baluardo contro il male e dei suoi preti i martiri della fede, diventati custodi di radici cristiane che vanno difese a tutti i costi. È il caso del beato Jerzy Popiełuszko, che diceva messa nelle fabbriche ed è stato ucciso dai funzionari del regime comunista nel 1984, a soli 37 anni. La resistenza critica e non-violenta del sindacato autonomo Solidarność degli anni ’80, che ha portato al rovesciamento della Repubblica Popolare e che ha visto tanti sacerdoti lottare a fianco dei lavoratori, si è trasformata oggi in un nazionalismo rigido, diffidente nei confronti dello “straniero”. Non è un caso che il 7 ottobre scorso un milione di persone abbia recitato lungo 3500 chilometri di confine il Rozaniec do granic, il “rosario delle frontiere”, quasi a ergere un muro spirituale contro una temuta quanto improbabile “invasione islamica”. Un’iniziativa organizzata da laici a cui hanno aderito 320 chiese in tutto il paese, ben 22 diocesi su 42, e che ha avuto il patrocinio della Conferenza episcopale polacca, oltre all’appoggio di Radio Maryja, l’emittente fondata dal padre redentorista Tadeusz Rydzyk. Proprio Radio Maryja, nonostante sia molto discussa per alcune prese di posizione xenofobe e antisemite, ha sostenuto apertamente il PiS, Prawo i Sprawiedliwość, letteralmente Diritto e Giustizia, il partito conservatore al governo, fondato nel 2001 dall’ex presidente Lech Kaczyński, morto nel 2005 in un incidente aereo, e dal suo gemello Jarosław.

Per quanto il presidente dei vescovi polacchi monsignor Stanislaw Gadecki abbia successivamente cercato di minimizzare l’accaduto, riconducendo la preghiera collettiva all’anniversario dell’ultima apparizione della madonna di Fatima, non è stato facile dissimulare il riferimento a un’altra ricorrenza, e cioè la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, che fermò l’avanzata degli ottomani in Occidente. Un forte imbarazzo, a dir poco, per monsignor Wojciech Polack, arcivescovo di Gniezno e primate di Polonia, che si è visto costretto a richiamare all’ordine i suoi sacerdoti, pena la scomunica in caso di ulteriori gesti contro gli immigrati.

«Sentiamo un grande legame fra la storia e l’identità personale: l’essere polacchi per noi è sinonimo dell’essere cattolici», sintetizza padre Robert Skrzypczak, docente di Teologia sistematica alla Facoltà Pontificia di Varsavia. L’orgoglio di una nazione che vuole emergere è fortemente impastato con la religione e questo nucleo, emerso dalle sofferenze della fine del regime comunista, non è disponibile a farsi scalfire da dubbi o ridimensionamenti. A costo di ritoccare anche la storia, come ha fatto la recente riforma della scuola, che ha cancellato dai testi scolastici persino Lech Wałęsa, fondatore di Solidarność e primo presidente della Polonia democratica, premio Nobel per la pace, sospettato di essere una spia dei russi. Arrivare in Polonia oggi dà l’impressione di penetrare in una fortezza in cui la gerarchia ecclesiastica, spalleggiata dal governo, si è arroccata sulla tradizione e non lascia spazio al cambiamento: la ripresa economica, poi, sembra dare ragione al PiS, pronto a dare ai polacchi lo stato forte che rivendicano da tempo. È l’ora della grandeur.

«Come paese stiamo vivendo un momento felice rispetto a dieci anni fa – conferma con soddisfazione Witold Kawecki, padre redentorista e teologo morale, docente di Teologia della cultura all’Università statale Cardinale Stefan Wyszyński di Varsavia – la vittoria della destra è una risposta al laicismo imperante in Europa, frutto di un’ideologia liberale che ha fallito perché ha dimostrato di non sapere risolvere i problemi della gente». Tuttavia, l’alleanza tra il potere temporale e quello spirituale rischia di essere fin troppo smaccata: «Il governo forse sfrutta troppo la presunta amicizia con la Chiesa cattolica – commenta perplesso padre Robert Skrzypczak – Non si sposa bene l’altare con il trono». Padre Kawecki rincara la dose: «Anche se in teoria permane la separazione fra chiesa e Stato, il legame dell’episcopato con la politica è fin troppo forte: se da un lato ci sono preti e vescovi che si identificano con il governo, dall’altro il PiS favorisce la Chiesa cattolica in modo smaccato, a volte mettendoci a disagio. Oserei dire che qualche politico in Polonia è più papista del papa». E se Skrzypczak assicura che nonostante le diverse opinioni l’episcopato riesce a mantenere l’unità, Witold Kawecki parla apertamente di manipolazione della chiesa da parte del governo, con conseguenze pericolose: «i politici istruiscono teologi e vescovi e se questi si permettono delle aperture, li bacchettano».

Ma anche se il governo tenta di mettere un coperchio sulla pentola, questo non impedisce alla temperatura nel paese di salire: l’esempio più eclatante risale al 3 ottobre 2016, quando centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro il minacciato inasprimento della legge sull’interruzione di gravidanza, che si annovera già fra le più rigide d’Europa, visto che permette l’aborto soltanto in caso di stupro, malformazione del feto o pericolo di vita della madre. Una legge approvata nel 1993, espressamente come “regalo” a papa Wojtyla per il ruolo avuto dal pontefice durante la caduta del comunismo, e che voltava pagina rispetto alla legislazione più permissiva in vigore dal ’56. Dopo 23 anni, il black monday, la protesta delle donne vestite di nero in segno di lutto, non solo ha raggiunto il suo obiettivo costringendo il governo a ritirare la proposta, ma ha portato alla luce un movimento intergenerazionale che non è più disposto ad accettare l’intromissione di clero e politica nella vita personale. Inoltre, in piazza a manifestare per il diritto all’aborto c’erano anche molte donne cattoliche, segno che qualcosa si sta muovendo anche nella comunità dei fedeli. «Non penso che ci siano andate con un sentimento anti cristiano ma che siano state spinte dall’imposizione della legge – commenta padre Robert Skrzypczak – non si può imporre la cultura prolife con i decreti, bisogna aprirsi allo Spirito. Detto questo, è indubbio che da qualche anno in Polonia è in atto un grande cambiamento sociale e antropologico: sta succedendo adesso quello che in Francia e in Italia è esploso nel ’68, con una rivoluzione sessuale sotterranea e una secolarizzazione della società inquinata da un neomarxismo incipiente. Il materialismo e l’individualismo sono una grande tentazione. La famiglia si sfalda e la gente va in chiesa per abitudine e per tradizione ma sta perdendo la forza di identificazione nella chiesa. È un momento di grande rischio per la fede, in cui dobbiamo scommettere su una nuova pastorale, attenta alle piccole comunità in cui le persone possano trovare appoggio».

Sotto il profilo etnico e culturale, il paese è estremamente omogeneo. Su una popolazione di quasi 37 milioni di abitanti, il 94% è cattolico e tradizionalmente molto praticante, anche se ormai soltanto la metà frequenta la messa ogni domenica; esigue le minoranze religiose, fra cui 500mila ortodossi e 100mila protestanti. I musulmani raggiungono appena lo 0,1%, eppure la convinzione che sia necessario difendere le “radici cristiane” della Polonia è molto diffuso. «I polacchi non hanno esperienza di multiculturalità, non sanno che cosa significhi stare con persone che mangiano, pregano, pensano in modo diverso – spiega padre Kawecki – e ora sono spaventati dell’arrivo dei migranti, di un esodo che può trasformare il nostro continente». Detto altrimenti, hanno paura dei musulmani con cui, secondo il teologo, non è pensabile un’integrazione: «La convivenza e l’inculturazione con gli ebrei storicamente si sono realizzate perché abbiamo le stesse radici giudaico-cristiane, cosa impossibile con l’Islam e il mondo arabo. Un paese religioso è più attrezzato di un paese laico nel trattare con il diverso, perché è mosso dal Vangelo: tuttavia, se è vero che non dobbiamo costruire muri, non possiamo nemmeno essere ingenui».

L’ingenuità a cui allude è quella dell’Occidente, che non capisce il rischio di aprire le frontiere per accogliere i rifugiati, come pure predica papa Francesco. Bergoglio non è particolarmente amato in Polonia, anche se la sua partecipazione a Cracovia alla Giornata della Gioventù nel luglio 2016 lo ha avvicinato ai fedeli, smussando un po’ la diffidenza dei più conservatori. La realtà è che le sue linee dottrinarie ed ecumeniche – in particolare l’Amoris laetitia, con l’apertura alla comunione per i divorziati, o la possibile comunione eucaristica con i luterani – generano perplessità e preoccupazione. In chi oggi si deve confrontare con Bergoglio si sente chiara la nostalgia, per non dire il rimpianto, per Wojtyla: una figura che ha assunto dimensioni epiche per una chiesa che lo identifica con il risveglio del ’78, quando vivere la fede significava rischiare in prima persona. E se Benedetto XVI è stato amato in quanto erede diretto del santo, papa Francesco viene invece percepito come figlio di una cultura diversa, troppo progressista. «Il fatto è che non lo capiscono – spiega con decisione Kawecki – non è vero che Bergoglio è liberale come tutti credono; su certi temi, come l’omosessualità, lo è meno di Ratzinger, e della dottrina morale ed etica della chiesa non ha cambiato una virgola. È solo una questione di comunicazione efficace». «E’ un gaffeur, il campione del mondo dei gaffeur», aggiunge con un sorriso. Poi ammette: «è il papa dei poveri: guarda il mondo dal punto di vista degli ultimi e nessun altro lo aveva fatto così tanto prima di lui, nemmeno Giovanni Paolo II».

Sarà una gaffe anche l’esortazione di Francesco ad accogliere profughi e rifugiati? Nella chiesa poalcca sono sicuramente in molti a pensarla così, più o meno apertamente, e “il rosario delle frontiere” è una cartina di tornasole di ciò che si agita nelle sagrestie o nelle stanze vescovili, che a volte tradisce se non una vera e propria nevrosi almeno un certo nervosismo, segno di una divisione interna su temi molto sensibili. La stessa Conferenza episcopale polacca, poco dopo aver dato la sua adesione al “rosario”, durante l’assemblea plenaria del 20 ottobre scorso ha ricordato formalmente la delibera in cui si menziona la necessità di creare dei corridoi umanitari per permettere a chi è minacciato da fame e guerre di giungere in sicurezza in Europa. Raccomandazione che deve suonare dissonante alle orecchie di un governo che non teme di incorrere nelle sanzioni dell’Unione Europea piuttosto che sottoporsi alla ripartizione delle quote di migranti fermi in Italia e in Grecia e che, per bocca della premier Beata Szydlo, ha addirittura paragonato l’ondata migratoria all’invasione della Germania nazista.

«Certo che possiamo fare di più per i migranti ma con questo governo è impossibile», sbotta padre Kawecki. E la Chiesa cattolica come risponde alla sua missione cristiana? «La chiesa è presa in mezzo: sa che non può non accogliere ma non lo dice ad alta voce. Gioca su due piani diversi e intanto temporeggia».