Jovan Divjak, il generale dei bambini

Dalla fine della guerra dell’ex Jugoslavia si prende cura di migliaia di orfani attraverso l’istruzione: intervista esclusiva

Di Federica Tourn, Eastwest

Il generale Jovan Divjak, oggi 82 anni, era militare di carriera nell’esercito di Belgrado quando nel ’92 scoppiò il conflitto in Bosnia, ma rifiutò di assecondare le mire espansionistiche di Milošević ed entrò invece a far parte dell’Armija, l’Armata della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina, una forza multinazionale a difesa del paese che si era appena costituito come stato indipendente. Lui, serbo, rimase a Sarajevo come comandante della difesa territoriale della capitale assediata proprio dai serbi di Ratko Mladić, lo stesso che l’11 luglio del ’95 si rese responsabile del genocidio dei musulmani di Srebrenica. Spirito libero, il generale Divjak non ha mai smesso di difendere, con il suo impegno umanitario e la sua testimonianza, una società multiculturale che il mondo non aveva voluto riconoscere né sostenere, annegandola in una narrazione di impossibile coesistenza fra popoli e religioni diverse. Un odio etnico che non esisteva ma fu creato ad arte con una propaganda nazionalista funzionale al potere.

Il paese è ancora spaccato nelle due entità decise a Dayton nel ’95, la Republica Sprska e la Federazione di Bosnia ed Erzegovina. La divisione fra le tre etnie – serbi, croati e bosgnacchi, i musulmani bosniaci – è sempre molto forte?

La prima cosa che ci separa è l’educazione: Marx sosteneva che la religione è l’oppio dei popoli ma io oggi insisto nel dire che l’educazione è l’oppio dei bambini. Agli studenti della Republika Sprska non dicono che il conflitto è iniziato con l’attacco deliberato dei serbi ma raccontano che si è trattato di guerra civile e che a Srebrenica non c’è stato nessun genocidio; gli studenti della Federazione imparano invece che la Bosnia ha subito l’aggressione serba e sanno tutto del genocidio ma non dei crimini commessi dalla polizia e dall’esercito della Federazione contro serbi e croati. Le scuole in diversi cantoni della Federazione sono divise, hanno programmi totalmente diversi e i ragazzi non si incontrano nemmeno. Il problema in ogni caso inizia in famiglia: è a casa infatti che i bambini imparano a lavarsi le mani o a salutare, imparano la differenza fra il bene e il male e anche che i nemici sono i cetnici da una parte e gli ustascia e i mujaheddin dall’altra. La scuola in questo senso arriva tardi, quando il danno è già fatto.

Continua a leggere “Jovan Divjak, il generale dei bambini”

Suore abusate, la chiesa è sorda al #MeToo

Di Federica Tourn

Pubblicato su FQ Millennium, febbraio 2021

«Ero una giovane suora, lui era il responsabile provinciale della mia congregazione. Una sera ha insistito per darmi un passaggio: appena un po’ fuori dal centro abitato ha allungato le mani; mi sono buttata fuori dall’auto e ho visto che si masturbava». Nadia (nome di fantasia) è stata suora per più di trent’anni in Italia, salvo una breve parentesi in una missione africana. Aveva raggiunto un ruolo di rilievo in un importante ente religioso ma, a dispetto di una forte vocazione, ha deciso di lasciare l’abito a causa delle sofferenze patite. Con questa intervista, per la prima volta esce dal silenzio: la sua è una storia di fatica e di sfruttamento, di abusi e di una strenua resistenza a un ambiente corrotto. «Il padre provinciale ha provato moltissime volte a violentarmi – continua – in tante venivamo molestate, bastava rimanere da sola in una stanza e te lo trovavi addosso. Ho detto tutto al suo superiore ma non è servito a niente». 

Non è stato l’unico: «Nella mia vita avrei dovuto denunciarne almeno quattro – specifica Nadia – Una volta, in missione in Africa, un prete di un’altra congregazione si infilò in camera mia durante la notte e mi violentò. Oggi è parroco in Belgio». In Italia, mentre frequenta un’università religiosa grazie a una borsa di studio, Nadia viene molestata dal rettore: «Mi ha chiamata nel suo ufficio con la scusa di un documento da fotocopiare – ricorda –  e, dopo aver chiuso la porta alle mie spalle, mi ha preso la mano destra e l’ha appoggiata sui genitali per farmi sentire l’erezione». Fa una pausa, si sente il disgusto, tenace attraverso gli anni. «Mi viene una rabbia perché questo prete era cappellano e confessore spirituale di un convento: se ha osato provarci con me, che ero una conosciuta e italiana, cosa avrà fatto con le giovani provenienti da altri paesi, sole e vulnerabili?».

«Che cosa potevo fare? – prosegue Nadia – Era amico intimo di Buttiglione, del cardinale Angelini e di Andreotti: chi mi avrebbe dato retta?». Anni dopo, però, quando ormai non è più suora, Nadia incontra un altro prete, confratello del rettore, e gli racconta che ha studiato alla loro università ma che si è trovata male a causa di quel sacerdote. «“Lo sappiamo” mi ha risposto lui, senza esitazioni – ricorda oggi Nadia – Aveva capito immediatamente a che cosa mi riferivo. Sapevano tutto e non lo hanno fermato». 

La storia di Nadia è tutt’altro che un caso isolato e parla di una realtà molto diffusa, che tuttavia fatica ad emergere. Se il dramma della pedofilia nella chiesa è ormai davanti agli occhi di tutti, con tanto di mea culpa ecclesiastici e (alcuni) processi eccellenti, gli abusi sulle suore da parte dei preti restano un buco nero da cui è quasi impossibile far emergere verità, dati e testimonianze, figuriamoci intravedere un percorso di giustizia. Soprattutto in Italia, dove su tutto incombe lo Stato Pontificio. Infatti, se in Francia il tema degli abusi sulle suore è stato trattato dal documentario choc di Eric Quintin e Marie-Pierre Raimbault Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Église, trasmesso da Arte, nel nostro paese i tentativi di fare breccia nell’omertà del clero vengono ripagati duramente. Lo sa bene Lucetta Scaraffia, ex direttrice del mensile Donne Chiesa Mondo, supplemento dell’Osservatore Romano: proprio un suo articolo, nel febbraio 2019, ha scatenato la reazione delle gerarchie, portandola alle dimissioni. «Mi fu fatto capire che non dovevamo parlare di abusi sul giornale – racconta oggi – Quando il direttore dell’Osservatore cominciò a voler controllare le bozze, realizzai che la mia libertà d’azione era finita». Prima di andarsene, però, decide di sferrare il colpo e pubblica l’articolo sulle religiose abusate: «Abbiamo ricevuto tantissimi messaggi da parte delle suore, ci lasciavano fiori e bigliettini in redazione per ringraziarci di aver parlato delle loro sofferenze, una cosa commovente», ricorda. Il suo articolo, linkato ovunque al momento della pubblicazione, oggi è irreperibile sul web, quasi non fosse mai stato scritto.

Le donne consacrate non hanno potere decisionale e la loro parola non conta nulla in un ambiente già segnato da una profonda disuguaglianza di genere: «Le suore vivono una grave mancanza di considerazione nella chiesa: il loro lavoro è gratuito o poco pagato e spesso vengono trattate come serve dei preti», conferma Scaraffia. Inoltre la rigida gerarchia interna alle congregazioni mortifica in molti casi le vocazioni personali e costringe le suore a chiedere il permesso alla madre superiora per ogni minima cosa, dai soldi per la biancheria alla possibilità di studiare. Non sono rare le punizioni, soprattutto per le novizie: «Una ex suora ci ha raccontato di essere stata tenuta in ginocchio per ore sulle pietre per non aver eseguito un’incombenza e, in generale, le vessazioni psicologiche sono molto diffuse – racconta la psicologa Lorita Tinelli, del Centro studi sugli abusi psicologici di Bari – Sappiamo di alcuni casi in cui ancora viene utilizzato il cilicio per i pensieri peccaminosi. Le ragazze che prendono il velo devono rinunciare completamente al mondo esterno e levigare il carattere fino ad aderire completamente alle regole della comunità». 

Per leggere l’intero articolo acquista il Pdf di Millenium a questo link

Così il Covid ha creato il limbo delle malate di tumore al seno

Durante il lockdown molte prestazioni sanitarie, considerate non indispensabili, si sono fermate. Fra queste gli esami per la diagnosi precoce del cancro alla mammella. La prima causa di morte oncologica fra le donne 

Di Federica Tourn

Pubblicato sul giornale Domani

Alessandra ha 38 anni quando una mattina, guardandosi allo specchio, vede un’ombra sotto il braccio destro. Prova a toccare ma non sente nulla. La sera, a letto, ritenta ed eccola: una pallina dura vicino alle costole, grande come una nocciolina. È cominciata così, come per migliaia di altre donne: un nodulo anomalo, il batticuore, la corsa dal medico e l’improvvisa scoperta di un cancro al seno.

È il marzo del 2019, dopo due mesi Alessandra viene ricoverata per l’intervento: la diagnosi è severa e deve sottoporsi anche alla mastectomia. Tornata a casa, affronta le cure ormonali e la chemioterapia: è determinata, di tumore ne ha già sconfitto uno a vent’anni, non è una persona che si lascia abbattere facilmente.

Ma ecco che capita l’imprevedibile: una pandemia che travolge il paese e chiude frontiere, scuole, imprese e blocca anche molti ospedali, costretti a sigillare interi reparti e a destinare uomini e macchinari all’emergenza sanitaria. In Italia non si parla d’altro che del pericolo di ammalarsi di Covid e tutto il resto sembra congelato.

Leggi l’intero articolo su Domani a questo link.

Un ponte di corpi per dire basta alle frontiere che dividono

35 piazze e frontiere unite in tutta Italia e in tutta Europa per ribadire che emigrare è un diritto e accogliere chi scappa da guerre, miseria e persecuzioni un dovere

35 piazze e frontiere unite in tutta Italia e in tutta Europa, da Berlino, a Marsiglia, a Ventimiglia, a Clavière, a Milano, a Triste, a Maljevac, ad Atene, a Roma, a Siracusa, a Palermo, a Catania, a Paestum per ribadire che emigrare è un diritto e accogliere chi scappa da guerre, miseria e persecuzioni un dovere. Un successo che va al di là delle aspettative in termini di partecipazione e di rete di relazioni che una simile organizzazione ha creato.

L’idea originaria è merito di Lorena Fornasir e di suo marito Gian Andrea Franchi dell’associazione Linea d’ombra, che opera in Friuli Venezia-Giulia per prestare soccorso alle persone migranti che arrvano in Italia dalla rotta balcanica: unire frontiere e piazze con donne alla testa dei cortei nell’immediata vicinanza dell’8 marzo, in solidarietà con tutte le donne, madri compagne sorelle e figlie, che non hanno più visto tornare i loro uomini e ragazzi, partiti da soli lungo la rotta. 

La coppia da alcuni anni cura i piedi delle persone migranti incontrate in piazza Libertà di fronte alla stazione di Trieste: un gesto di cura e attenzione verso chi delle parole cura e attenzione ha dimenticato da tempo il significato ma anche un gesto politico: infatti, attraverso la cura dei piedi, sostiene Fornasir, si ristabilisce un contatto con il nucleo più intimo della persona ferita e il migrante, non più semplice numero in una statistica, viene così restituito alla sua umanità. All’alba del 23 marzo la polizia ha perquisito la casa della coppia a Trieste e Gian Andrea Franchi è stato denunciato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: un’intimidazione che ancora una volta va a colpire la rete dei solidali che si stringono intorno ai rifugiati e ai migranti e protestano contro la chiusura disumana delle frontiere.

«Questa è l’Europa di cui abbiamo urgente bisogno e questa rete, nata in modo così spontaneo, va consolidata ed estesa per recuperare la parte migliore dei valori fondanti la nostra identità di cittadini europei» dicono gli organizzatori di “Un ponte di corpi”. «In tempo di pandemia ci si organizza anche così pur di esprimere solidarietà ai migranti e a chi viene criminalizzato perché soccorre chi ha bisogno di aiuto per sopravvivere e per avere una vita degna di questo nome».

Mobilitazioni con canti, letture di poesie e del manifesto di Lorena Fornasir, racconti di vita strazianti, denunce e testimonianze partendo da Berlino fino a chiudere alla terza ora e trenta minuti della diretta con il ballo e il coro delle donne ateniesi, accompagnate da una banda balcanica, su un tetto della capitale greca. Significativa la presenza proprio di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, insieme a un gruppo di altri attivisti e attiviste, a Maljevac, sul confine croato bosniaco, luogo teatro di alcuni dei più pesanti pestaggi e respingimenti di persone migranti. 

Di particolare successo, vista anche la giornata non certo mite e le difficoltà logistiche dovute al luogo e alle regole dettate dalla pandemia è stata la manifestazione di Clavière al confine italo francese, altro snodo del gioco dell’oca cui sono costrette le persone migranti che qui arrivano e sono fermate senza troppi fronzoli dalla polizia di frontiera francese. I famigeratirespingimenti. che da anni vengono denunciati sulla frontiera occidentale e che ora sono divenuti oggetto di cronaca anche a Trieste e dintorni, dopo che nel 2020 oltre 1200 persone sono state rispedite illegalmente dalle forze dell’ordine, questa volta italiane in territorio sloveno, per poi da lì finire in poche ore di nuovo in Bosnia, fuori dai confini della fortezza Unione Europea. Nuovo giro, nuova corsa. In marcia da Clavière un nutrito gruppo di manifestanti italiani, fra loro gli attivisti di Torino per Moria e di Carovane Migranti, ha incontrato gli omologhi francesi che hanno marciato verso il colle del Monginevro dove i cortei si sono fusi fra canti, balli e parole di denuncia.

Erano presenti anche la europarlamentare Salima Yenbou e il senatore della regione del Rodano Thomas Dossus, entrambi del partito transalpino dei Verdi e testimoni fin dalla sera precedente delle pesanti pressioni cui sono sottoposti da parte della Gendarmerie francese i volontari impegnati nel prestare soccorso a chi si avventura fra questi monti. Ogni sabato alcuni parlamentari francesi hanno preso l’impegno di presidiare il colle del Monginevro per testimoniare di quello che succede ai confini: «Ho visto con i miei occhi le violenze della polizia contro i solidali – ha detto Yenbou, rivolgendosi direttamente agli uomini delle forze dell’ordine – respingere uomini donne e bambini è una pratica illegale e ingiusta». Si fermano le persone ma passano le merci, secondo le regole di un capitalismo che non rispetta gli esseri umani e il loro diritto a muoversi per una vita migliore. «Sappiamo bene come si approfitti dell’emergenza pandemica e della paura del diverso per raddoppiare gli effettivi alle frontiere, come se le famiglie che arrivano fin qui, disperate e infreddolite, fossero terroristi o rappresentassero una minaccia per la Francia», hanno aggiunto i solidaires francesi. «Una politica ingiusta e inutile – hanno sottolineato infine italiani e francesi insieme – perché per quante volte i governi respingeranno i migranti, questi torneranno sempre. E noi siamo qui a testimoniare che le frontiere devono essere aperte, come era nel progetto iniziale dell’Unione europea».

Claudio Geymonat e Federica Tourn

Il business di morte degli F 35

Testo di Federica Tourn

Pubblicato su Jesus, luglio 2020

Fuori dal paese, una lunga provinciale taglia i campi di papaveri fino a costeggiare una base dell’aeronautica militare protetta dal filo spinato. In fondo, fin dove lo sguardo riesce a spingersi, si intravedono due capannoni e le piste di decollo e atterraggio, in un angolo le spoglie di un aereo da caccia, una vecchia gloria dell’aviazione anni ’50. Oltre il primo, anonimo e impenetrabile cancello dello stabilimento industriale, la vegetazione si infittisce su una stradina poco frequentata che porta fino al Ticino, confine naturale con la Lombardia. Non un cartello, non un’insegna a indicare che si è davanti alla sede della Leonardo di Cameri, piccolo comune in provincia di Novara, unico centro di produzione dei cacciabombardieri F35 fuori dagli Stati Uniti. Una struttura che si estende su una superficie di 500mila metri quadri, con 17 fabbricati destinati all’assemblaggio e alla manutenzione degli aerei da combattimento, secondo il programma multinazionale Joint Strike Fighter per la progettazione del caccia a decollo verticale F-35 di quinta generazione, un progetto americano di cui l’Italia è partner.

Leggi qui l’intero articolo con le foto di Stefano Stranges: JE07_2020_Tourn

Families Share? Centro estivo troppo caro? Ora i bambini si condividono con un’app (e si divertono)

Testo di Federica Tourn
Foto di Stefano Stranges
Pubblicato su Millenium FQ, agosto 2020, numero 37

Fra i genitori, alzi la mano chi sul frigo, fra gli auguri per la festa della mamma, la data del richiamo della vaccinazione e il pronto pizza, non ha il calendario degli impegni settimanali dei bambini, un po’ sbilenco sotto la presa incerta dei magneti, gravati dal peso dei disegni o delle foto scolorite dal sole. Un memorandum smarrito fra le bollette da pagare e i conti del veterinario, o pasticciato sulla lavagna in cucina fra le ricette, o direttamente in cameretta, con gli appuntamenti rigorosamente incasellati in colori diversi, uno per ogni giorno della settimana. L’organizzazione famigliare è un Tetris di lezioni, scadenze, uscite anticipate, rientri pomeridiani, corsi, imprevisti e fatalità che si moltiplicano in modo esponenziale per il numero dei figli. Il tutto va poi fatto combaciare col lavoro e le incombenze di mamma e papà: allora salta fuori il pezzo che non collima, l’incastro che non funziona e in un attimo si rischia il game over. Che succede, infatti, quando i bambini, finita (o chiusa) la scuola, tornano a piede libero? Continua a leggere “Families Share? Centro estivo troppo caro? Ora i bambini si condividono con un’app (e si divertono)”

Parrocchiane in sciopero contro la chiesa maschilista

Di Federica Tourn, Millenium, aprile 2020

Foto di Paolo Ciaberta

Nella parrocchia di Heilig Kreuz, in un tranquillo quartiere appena fuori dal centro di Münster, in Vestfalia, è in corso la consueta riunione settimanale del gruppo femminile di studio. La pittrice Lisa Koetter, la testa china sull’Evangelii Gaudium di papa Francesco, sta cercando di concentrarsi ma perde continuamente il segno e alla fine sbotta: «ma li avete visti i numeri?». Il riferimento è chiaro a tutte: sono appena stati diffusi i dati dello scandalo pedofilia nella chiesa cattolica in Germania, da cui emerge che 3.677 minori tra il 1946 e il 2014 sono stati abusati sessualmente da 1.670 preti (il 4,4% del clero) e solo pochissimi casi sono stati denunciati. Nella sala scende il silenzio, nessuna riesce più a leggere: hai voglia a parlare della gioia dell’evangelo, quando la chiesa che dovrebbe incarnarla è invece occupata a seppellire un verminaio.  Continua a leggere “Parrocchiane in sciopero contro la chiesa maschilista”

Guerra tra bande e donne a rischio nell’inferno di Moria

Migranti feriti nel tentativo di difendersi dai furti. La notte a Lesbo scende il terrore

Di Federica Tourn, Il Manifesto 4/02/2020

Foto: Stefano Stranges

È guerra fra bande nella notte di Moria: nell’hot spot di Lesbo la notte fra l’1 e il 2 febbraio diversi migranti sono stati feriti, alcuni molto gravemente, in una rissa scoppiata in seguito a un tentativo di furto. Un ragazzo è arrivato al pronto soccorso del capoluogo Mytilene in stato d’incoscienza con una ferita al collo e almeno altre due ambulanze hanno fatto la spola fra il campo e l’ospedale. Si è trattato dell’azione di un vero e proprio commando, determinato ad approfittare del fatto che il primo giorno del mese i richiedenti asilo ritirano i 90 euro mensili messi a disposizione dal governo. «E’ stato terribile, è successo proprio vicino alla mia tenda, la strada era piena di sangue», racconta Fatima, una ragazza afgana di 24 anni. È soltanto l’ennesimo episodio di violenza sull’isola greca, dove ormai ogni notte si registrano accoltellamenti, alcuni letali: un ragazzo yemenita è stato ucciso lo scorso 18 gennaio e anche la notte scorsa ci sono stati nuovi feriti; si teme un altro morto, ma non ci sono ancora conferme ufficiali. Continua a leggere “Guerra tra bande e donne a rischio nell’inferno di Moria”

La Bosnia nella palude dei nazionalismi

In Bosnia Erzegovina si acuiscono i problemi lasciati irrisolti alla conclusione della guerra con la partizione etnica e religiosa delle diverse zone del paese

Di Federica Tourn, (Jesus, agosto 2019)

Le acque verdi della Drina, che scorrono per trecento chilometri attraverso la Bosnia orientale, sono state per secoli al contempo una barriera naturale e un simbolo, prima di divisione fra i «turchi» e i cristiani, poi di tra- vagliato collegamento fra i due mondi. Le lotte fratricide nei secoli – racconta il premio Nobel per la letteratura Ivo An- drić – le hanno riempite di morti, fino all’ultima guerra, quella del 1992-’95, quando i cadaveri gettati nel fiume sono diventati talmente tanti da formare delle dighe.

Leggi l’intero reportage qui: reportage bosnia

Dio dietro le sbarre

Il pluralismo religioso che non c’è nelle carceri italiane

Di Federica Tourn, (Jesus, luglio 2019)

 Dostoevskij, nella fortezza di Omsk in Siberia, dove era recluso, non poteva né leggere né scrivere ma aveva soltanto la Bibbia come unico conforto. Lo racconta nel libro Memorie da una casa di morti, accorato resoconto delle sofferenze che il carcere può infliggere a un essere umano. Come lui sono tantissimi gli intellettuali, i teologi o le persone comuni che, costrette in una cella, hanno tratto sollievo dalla Parola di Dio; la religione, quando si è reclusi, è a volte l’unica fonte di speranza. E se la Bibbia è un sostegno così importante, perché non il Corano o altri testi sacri?

Nelle carceri italiane però, se non si è cattolici, è ancora molto difficile avere un conforto religioso da un rappresentante della propria comunità di fede. Infatti, nonostante la legge 354 sull’ordinamento penitenziario del 26 luglio 1975 riconosca la libertà di culto e la possibilità di esercitarla dietro le sbarre, mantiene una discriminazione fra i cappellani, presenti in ogni struttura penitenziaria in forma stabile, e i ministri di altre confessioni, che hanno accesso al carcere soltanto se iscritti in appositi registri e in seguito a un’espressa richiesta del detenuto. Possibilità peraltro riservata alle sole confessioni che abbiano già stipulato un’Intesa con lo Stato. Tutte le altre comunità religiose, che non hanno ancora ottenuto un pieno riconoscimento giuridico, devono richiedere un nulla osta rilasciato ad personam dall’Ufficio culti del Ministero dell’Interno.

In pratica, un musulmano che voglia parlare con un imam deve inoltrare la “domandina” per l’ingresso temporaneo di un “operatore”, in virtù dell’articolo 17 sulla “partecipazione della comunità esterna all’azione rieducativa” prevista dalla legge del 1975, e sperare che la richiesta nel frattempo non si perda nei meandri della burocrazia, o del disinteresse. La recente riforma dell’ordinamento penitenziario, avvenuta con decreto legislativo n. 123 del 2 ottobre 2018, non ha purtroppo fatto grandi passi avanti nella direzione del pluralismo, limitandosi a prevedere che ai detenuti venga garantita un’alimentazione rispettosa del loro credo religioso.

Una situazione legislativa stagnante, che sembra non tener conto del fatto che gli equilibri fra le diverse religioni sono ormai cambiati profondamente, dato che quasi la metà della popolazione penitenziaria è oggi composta da non cattolici.

La convinzione che il pluralismo religioso sia una grande risorsa, non abbastanza valorizzata all’interno del carcere, ha stimolato la Curia arcivescovile di Milano a promuovere un intervento che promuovesse il dialogo all’interno degli istituti di pena. Così nel 2017 è nato “Simurgh: conoscere e gestire il pluralismo religioso negli istituti di pena lombardi”, un progetto triennale di formazione rivolto a operatori penitenziari e detenuti, promosso da cattolici, ebrei, buddisti e musulmani in collaborazione con le forze dell’ordine, le università Statale e Cattolica e il Provveditorato per l’amministrazione penitenziaria della Lombardia. L’obiettivo è quello di contrastare l’analfabetismo religioso e di prevenire la radicalizzazione attraverso il confronto tra diritti, culture e religioni diverse. Un’idea innovativa, che ha coinvolto 9 istituti di pena sui 19 presenti in Lombardia e che si struttura in quattro giornate di incontri e laboratori con il personale e con i carcerati. Un’iniziativa che non ha precedenti in Italia e che «va anche incontro alla grande fame spirituale che c’è dietro le sbarre», come testimonia Hamid Distefano, della Commissione affari giuridici della Coreis, la Comunità religiosa islamica italiana.

La dimensione della detenzione, infatti, stimola molte domande esistenziali: «Spesso le persone condannate sentono che Dio li ha fermati e che è stata data loro una seconda possibilità – spiega Distefano – essere confinati in una cella di sedici metri quadrati con altre tre persone, magari di religione diversa dalla tua, ti costringe a chiederti chi sei veramente e a cercare modalità di convivenza necessariamente dialoganti».

Non di rado le testimonianze dei detenuti parlano del desiderio di continuare a vivere da credenti e di mantenere dl’abitudine alla preghiera e alla confessione. Evarist, 27 anni, originario dell’Albania e oggi ristretto nella Casa circondariale di Monza, racconta di quanto sia importante il suo rapporto con la fede: «Sono cattolico: per me la religione era importante fuori dal carcere e continua ad esserlo anche adesso. Prego tutti i giorni: quando vado a dormire e quando mi sveglio. La domenica vado a messa e prego per la mia famiglia». C’è anche chi ha iniziato un percorso spirituale dietro le sbarre: Younes, 29 anni, viene dal Marocco e non esita a dire che, da quando i cancelli si sono chiusi alle sue spalle, qualcosa è cambiato: «Prima non ero un musulmano praticante ma da quando sono stato arrestato penso sempre all’Islam – confessa – Ho cominciato a pregare e credo di essere diventato un musulmano vero. Confido sempre in Dio e spero che mi perdoni per quello che ho fatto».

«Sicuramente chi è privato della libertà, come chi vive esperienze forti, estreme, sente il bisogno di avvicinarsi alla spiritualità, perché nella solitudine ci si confronta con i temi grandi della vita – afferma il monaco buddista Tenzin Khentse – D’altro canto, parlare di religione all’interno delle carceri è anche un modo per avvicinarci di più l’uno all’altro e scoprire che siamo simili, al di là delle nostre apparenti differenze».

Imparare a confrontarsi con l’espressione della religiosità altrui è un ottimo antidoto contro pregiudizi e diffidenza e aiuta anche il personale di custodia a relazionarsi con i detenuti, in un ambiente dove certo non è facile trovare strumenti (e spazi) per vivere la fede. «Noi chiediamo uno sforzo per produrre un cambiamento – conferma Ileana Montagnini, che partecipa a “Simurgh” come Caritas – e siamo ripagati dal vedere che, dopo un momento di resistenza iniziale, i detenuti rispondono bene alla proposta». Il fattore determinante è la compresenza dei rappresentanti delle diverse fedi: come sottolinea anche Distefano, «per loro è molto importante vedere un imam e un rabbino che pregano insieme».

«La religione all’interno del Carcere ha un ruolo centrale, perché i ministri di culto e in generale gli appartenenti a una comunità religiosa che vengono a contatto con i detenuti svolgono una funzione di mediazione estremamente importante fra il corpo penitenziario e la società civile». Sergio Anastasia lavora come psicologo psicoterapeuta nei carceri di Monza e di Opera, quale esperto ex articolo 80 della legge del ’75, che prevede l’osservazione della personalità e il sostegno psicologico dei detenuti; durante il suo lavoro ha verificato quanto l’aspetto religioso possa concorrere alla revisione e alla modifica di una condotta delinquenziale. «La spiritualità – afferma – è proprio uno degli elementi cardine attorno al quale può avvenire la riorganizzazione del soggetto».

«Purtroppo, dato che il diritto costituzionale all’espressione religiosa non è garantito nel nostro paese – sottolinea Montagnini – il bisogno di conforto spirituale viene svolto ancora principalmente dai cappellani, indipendentemente dalla religione del detenuto». La presenza dei sacerdoti fra i condannati risale all’Italia liberale quando, nel 1891, venne pubblicato il primo provvedimento completo in materia carceraria: il cappellano all’epoca era nominato dal Ministro di Grazia e Giustizia su delega del re ed era incaricato di celebrare messa, confessare i fedeli e visitare i malati. La legge n. 68 del 1982 ha poi confermato la responsabilità della Chiesa cattolica nell’istruzione e nell’assistenza religiosa in carcere.

«Dal punto di vista pastorale, come cappellani siamo in una posizione favorevole perché non abbiamo una funzione di controllo e il detenuto si sente libero di rivolgersi a noi per ogni genere di necessità, sia materiale che spirituale». Don Roberto Mozzi, cappellano nell carcere di San Vittore, ha portato tante copie del Corano in cella ma sono andate presto esaurite «per le tantissime richieste». «In mancanza di alternative – racconta – anche cristiani di altre confessioni partecipano alla messa e càpita che diversi musulmani si uniscano alle nostre preghiere; noi cerchiamo di creare un ambiente il più aperto ed accogliente possibile, anche se non è giusto che una religione si debba adeguare a riti e linguaggi di un’altra».

Per quanto riguardo i luoghi dove praticare la fede, ogni struttura detentiva ha almeno una cappella dove si possono svolgere le funzioni mentre, secondo i dati raccolti dall’Associazione Antigone nel XIV Rapporto sulle condizioni di detenzione, alla fine del 2017 su 86 istituti solo in 20 erano presenti spazi per culti i non cattolici – anche se previsti espressamente dalla legge del ’75 – pari al 23% del totale. Questo significa che nel 77% degli istituti chi vuole pregare può farlo soltanto in cella e nel 13,3% delle carceri non entra alcun ministro di culto diverso dal cappellano cattolico.

«Inutile dire che tutto è lasciato alla sensibilità del direttore del singolo istituto e che i tempi possono essere anche molto lunghi», conclude Distefano. Ci sono esperienze virtuose, che dovrebbero fare scuola: per esempio a San Vittore si organizza un corso di lettura parallela di Bibbia e Corano e si sta cercando di allestire una “Scuola delle religioni” permanente che coinvolga le diverse realtà sul territorio. Il Consiglio delle chiese cristiane di Milano, poi, propone nella sezione femminile un incontro ecumenico di preghiera due volte all’anno.

Per cercare di agevolare il dialogo con i musulmani, nel 2015 il Dap ha firmato un protocollo d’intesa con l’Ucoii, l’Unione delle Comunità islamiche italiane, che prevedeva l’ingresso di guide spirituali islamiche in otto istituti di pena: «Ci sono voluti anni per mettere in pratica questo progetto ma alla fine i risultati sono molto incoraggianti – conferma il presidente dell’Ucoii, Izzedin Elzir – sia l’amministrazione penitenziaria che i carcerati testimoniano che il clima è cambiato da quando è iniziata questa collaborazione; speriamo che il Ministero della Giustizia estenda questo progetto pilota anche ad altri istituti».

Anche perché, in mancanza di alternative serie, i detenuti sono spinti a cercare comunque figure di riferimento all’interno del carcere, con il rischio di affidarsi a “cattivi maestri”». Secondo il Dap, nel 2017 erano 97 i detenuti-imam e 44 i neo convertiti all’Islam; anche se in Italia non emergono ancora numeri che indichino un’emergenza radicalizzazione, agevolare la pratica delle diversi fedi in carcere è un ottimo antidoto al fondamentalismo.

Facile a dirsi ma gli ostacoli sono ancora tanti, come testimonia don Sandro Spiano, cappellano a Rebibbia: «La nostra pastorale è indirizzata a tutti, così come la messa domenicale e ogni iniziativa di assistenza: la verità è che è molto difficile ottenere la collaborazione degli altri ministri di culto perché o non sono disponibili, o se vengono non hanno interesse a fare un lavoro ecumenico. La priorità è comunque accompagnare le persone, al di là della fede che professano, perché il carcere ti stacca da tutto e quello di cui hai più bisogno quando sei recluso è una relazione umana decente».

Se parliamo di proselitismo, poi, è giusto sottolineare che non è una prerogativa dei musulmani: secondo l’Associazione Antigone, infatti, il numero dei ministri di culto dei Testimoni di Geova nel 2016 superava di gran lunga quello dei detenuti della medesima confessione (310 su 32), segno che il carcere (con le sue fragilità) può diventare un fertile bacino di raccolta di nuovi adepti (vedi box).

In ogni caso è determinante dotarsi di strumenti di comprensione, soprattutto in un mondo che cambia così in fretta. «Negli anni ’90 la popolazione straniera non arrivava al 10%, mentre oggi a San Vittore abbiamo il 75% di detenuti non italiani, in maggioranza musulmani»: l’ammonimento a calarsi nella realtà è di , provveditore regionale per la Lombardia dell’Amministrazione penitenziaria. «Varare leggi non basta – avverte – bisogna prima affrontare i problemi quotidiani, la difficoltà di comunicazione fra detenuti e operatori, e superare gli ostacoli di un sistema che ha puntato troppo sulla reclusione e poco sulle pene alternative». Pagano, che si definisce un «carceriere che ama poco il carcere», mette il dito nella piaga, osservando come molte iniziative falliscano proprio perché si parla di situazioni ideali, senza voler aprire gli occhi su istituti inadeguati, sovraffollati, deresponsabilizzanti (ricordiamo tutti la sentenza Torreggiani dell’8 gennaio 2013, quando la Corte europea dei diritti dell’Uomo giudicò la condizione dei reclusi “degradante”), dove «il detenuto si sente osservato continuamente dall’auorità come fosse sotto l’occhio di Dio». Intervenuto lo scorso 23 gennaio a Milano al dibattito su “Carcere e fedi” organizzato dalla rivista e centro studi Confronti – che al tema del dialogo interreligioso dietro le sbarre ha dedicato un tavolo permanente di confronto e un numero monografico – il provveditore ha sottolineato che gli stessi Stati generali sull’esecuzione penale convocati dal Ministero della Giustizia nel 2015, primo tentativo dal 1975 di riordinamento generale del sistema carcerario, si sono limitati a «prefigurare il carcere dei sogni, dimenticando di occuparsi di quello che c’era e che andava cambiato».

E tra le cose che vanno cambiate con urgenza, come suggerisce saggiamente don Mozzi, c’è proprio la questione del (mancato) pluralismo: «Questa disparità di trattamento fra cattolici e credenti di altre fedi si poteva forse ancora accettare nel ’75, ma oggi è diventata del tutto anacronistica e poco lungimirante».

(ha collaborato Isabella De Maddalena)