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Guerra tra bande e donne a rischio nell’inferno di Moria

Migranti feriti nel tentativo di difendersi dai furti. La notte a Lesbo scende il terrore

Di Federica Tourn, Il Manifesto 4/02/2020

Foto: Stefano Stranges

È guerra fra bande nella notte di Moria: nell’hot spot di Lesbo la notte fra l’1 e il 2 febbraio diversi migranti sono stati feriti, alcuni molto gravemente, in una rissa scoppiata in seguito a un tentativo di furto. Un ragazzo è arrivato al pronto soccorso del capoluogo Mytilene in stato d’incoscienza con una ferita al collo e almeno altre due ambulanze hanno fatto la spola fra il campo e l’ospedale. Si è trattato dell’azione di un vero e proprio commando, determinato ad approfittare del fatto che il primo giorno del mese i richiedenti asilo ritirano i 90 euro mensili messi a disposizione dal governo. «E’ stato terribile, è successo proprio vicino alla mia tenda, la strada era piena di sangue», racconta Fatima, una ragazza afgana di 24 anni. È soltanto l’ennesimo episodio di violenza sull’isola greca, dove ormai ogni notte si registrano accoltellamenti, alcuni letali: un ragazzo yemenita è stato ucciso lo scorso 18 gennaio e anche la notte scorsa ci sono stati nuovi feriti; si teme un altro morto, ma non ci sono ancora conferme ufficiali. Continua a leggere “Guerra tra bande e donne a rischio nell’inferno di Moria”

Razzismo negli stadi, l’Italia non ne guarirà

Se parole e gesta non vengono percepite come offensive e discriminanti le campagne di sensibilizzazione non serviranno mai a nulla 

Di Claudio Geymonat (Riforma, 1 ottobre 2019)

Nel momento in cui, di fronte al foglio bianco, c’è il tentativo di organizzare le idee per provare a parlare di razzismo negli stadi di calcio gli episodi si accavallano a decine, centinaia, così come i “mai più”, i “tolleranza zero” proclamati dai governanti di turno del mondo del pallone. Giornate di sensibilizzazione, squalifiche delle curve e dei campi, iniziative nelle scuole. Ma c’è un grande non detto che sta a monte di tutto e che condiziona ogni ragionamento successivo: buona parte degli italiani non considera tutto ciò razzismo. Ne è plastica e incredibile prova la lettera scritta dagli ultras dell’Inter a uno dei loro nuovi idoli, l’attaccante belga di origine congolese Romelu Lukaku, vittima di ululati di chiaro stampo razzista alla sua prima partita in trasferta nel campionato di serie A: invece di difendere il giocatore, che tramite i socialaveva espresso il proprio profondo disagio per l’episodio, i suoi stessi tifosi gli hanno scritto una lettera aperta per difendere però i colleghi ultrasdella squadra avversaria: «Devi capire che in tutti gli stadi italiani gente è abituata a tifare contro gli avversari non per razzismo ma per aiutare le proprie squadre. Devi capire che l’Italia non è come molti altri paesi europei dove il razzismo è un vero problema». Quindi il calcio come specchio del paese probabilmente, con un imbarbarimento del linguaggio e dei gesti, che però non vengono percepiti nella loro gravità.

Se poi chi governa il ricchissimo mondo del calcio viene eletto, da presidenti e addetti ai lavori, a pochi giorni dall’aver pronunciato frasi inusitate sui calciatori di colore e la loro fame di frutti esotici, e chi ne ha preso il posto considera più grave una simulazione di fallo di un calciatore rispetto ai cori razzisti, allora abbiamo chiaro il contesto in cui ci muoviamo.

Vero, come dicono gli ultras dell’Inter, che il razzismo non è “gioia” solo nostrana, ma altrove il fenomeno è stato preso di petto, anche se non mancano problemi e distinguo, e oggi dall’estero guardano a quanto accade da noi con stupore. Perché altrove sono pressoché sempre le società i cui tifosi si sono resi responsabili di atti di discriminazione a individuare i responsabili e a vietar loro ogni futuro ingresso sugli spalti, in attesa che la giustizia faccia il suo corso. Da noi la denuncia della società Juventus sta sollevando il coperchio su un mondo di ricatti e malavita che ruota attorno ai denari del pallone; l’auspicio è che tutte le altre facciano altrettanto.

Come dicevamo, anche attorno a noi non mancano casi eclatanti.

Joel Mannix è un ex celebre arbitro britannico che ha recentemente raccontato di quella volta in cui un presidente si pulì istintivamente la mano sui pantaloni dopo aver stretto la sua di uomo di colore.

In Irlanda poi si arriva alla follia di mischiare religione e sport. Neil Lennon, cattolico nordirlandese all’età di 31 anni ha dovuto chiudere con la Nazionale dopo una telefonata anonima che ne annunciava la morte per quella sera se fosse sceso in campo. Erano le formazioni paramilitari unioniste. Ora che allena in Scozia stessa solfa, sono i protestanti del Glasgow Rangers a far sì che Lennon debba vivere con la scorta.

In Francia da tempo le partite vengono sospese in caso di cori razzisti, come quest’anno ha fatto nella nostra serie A con coraggio un arbitro non a caso di lunga esperienza e personalità, Daniele Orsato, durante Atalanta-Fiorentina lo scorso 22 settembre. Questa volta, come quasi tutte le altre, nessuno fra gli addetti ai lavori preposti ha sentito nulla, mostrando un’omertà preventiva che ha radici profonde.

Molti stadi ora anche in Italia sono dotate di telecamere, ma se manca la volontà di colpire o peggio la percezione che qualcosa di grave stia accadendo la tecnologia serve a poco. Le curve sono una terra di nessuno, abbandonate da tempo da bambini e famiglie.

Si potrebbero spendere paginate sulle ricette per porre rimedio a tutto ciò: l’educazione a scuola e nelle società sportive, gli esempi che devono diventare coloro i quali sono idoli di milioni di persone, una vigilanza seria all’interno degli stadi, la volontà politica di attaccare un settore redditizio come pochi, la gestione, vera, del mondo dei social media, veicolo di tutto un nuovo pericolosissimo razzismo da tastiera. Tutto valido, tutto rimasto sulla carta. Fiona May, ex-stella dell’atletica azzurra, intervistata la settimana scorsa dal quotidiano spagnolo El Paìsha raccontato la frustrazione dell’esperienza in un progetto della Federcalcio contro il razzismo: «Ho lasciato perché non facevamo nulla, non era una priorità. È stata una delusione».

Forse la risposta migliore rimane quella dal brasiliano Dani Alves durante il match tra Villarreal e Barcellona nell’aprile 2014, quando, pronto a battere un calcio d’angolo, viene raggiunto da una banana scagliata dagli spalti. Il calciatore la raccoglie, la sbuccia, ne da un morso e riprende il gioco come nulla fosse. Un gesto di grande potenza visiva. Razzisti, una risata vi seppellirà.

Vera Michelin Salomon, partigiana della Resistenza

Di famiglia valdese divenuta poi componente dell’Esercito della Salvezza, Vera si spese poi tutta la vita per raccontare gli orrori della guerra

di Claudio Geymonat, (Riforma, 29 ottobre 2019)

E’ morta ieri 28 ottobre Vera Michelin Salomon, combattente della Resistenza romana nella II Guerra mondiale, deportata in Germania dalle SS, presidente onoraria dell’Aned, l’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti. Instancabile nelle sue testimonianze nelle scuole e nelle iniziative legate alla memoria degli orrori nazifascisti, il cognome rivela una chiara origine legata alle valli valdesi del Piemonte. Il padre Giovanni era infatti valdese, e insieme alla moglie Elvezia Guarnoli, di famiglia invece cattolica, scelse di diventare ufficiale dell’Esercito della Salvezza: «Tutta la famiglia da parte di mia madre si convertì dal cattolicesimo all’Esercito della Salvezza. Mia nonna materna, analfabeta, imparò a leggere proprio per poter leggere autonomamente la Bibbia» raccontava Vera Michelin Salomon in una bella testimonianza video che è possibile visionare qui.

Nata nel 1923 a Carema (To), dopo aver soggiornato in varie città italiane a seguito dei genitori impegnati nella vita dell’Esercito della Salvezza, Vera si trasferisce da Milano a Roma nel 1941. Nel mentre, il 17 giugno 1940, il governo fascista decise lo scioglimento dell’Esercito della Salvezza e la requisizione dei beni dei fedeli salutisti, con un conseguente periodo di grande difficoltà economica. A Roma Vera si trasferisce dal cugino Paolo Buffa, altro cognome valdese. Infatti tale era la fede della famiglia Buffa, a Milano portieri dell’Albergo ricovero dell’Esercito della Salvezza. Sarà questo anche il primo mestiere di Paolo, però a Roma dove si era nel frattempo trasferito. Si diploma nel 1939 e si iscrive a Medicina. L’8 settembre ’43 è uno studente non lontano dalla laurea che da molti anni è venuto in contatto con gli ambienti antifascisti della capitale. Il 10 settembre parte per il sud del paese, Napoli in particolare, allo scopo di partecipare, agli ordini delle Special Force britanniche, alla formazione di corpi volontari antifascisti in compagnia di Paolo Petruccie Giaime Pintor, fratello di Luigi, fra i fondatori nel 1969 del giornale Il Manifesto. Giaime Pintor troverà la morte saltando su una mina proprio nel tentativo di rientrare a Roma allo scopo di organizzare la resistenza in città.

Buffa assume la nuova identità di Paul Barton, tenente della Special Force. Rientrato a Roma Buffa viene presto arrestato con Petrucci a casa delle due giovani antifasciste, Enrica Filippini Lera, fidanzata di Petrucci, e per l’appunto Vera Michelin Salomon, entrambe a loro volte già in contatto con l’ambiente antifascista romano. Erano tutte e due impegnate in particolare in attività di volantinaggio, distribuzione stampa clandestina e nel coordinare e organizzare le lotte degli studenti.

Il 14 febbraio 1944 le SS fecero irruzione nell’appartamento abitato dalle due donne, arrestando oltre a loro anche Buffa, Petrucci e Cornelio, il fratello di Vera. Finiscono tutti nella tremenda caserma SS di via Tasso per poi venire incarcerati a Regina Coeli. Il processo si aprì il 22 marzo. Il ruolo di agenti britannici di Buffa e Petrucci era ignoto al momento ai nazifascisti, e il suo svelamento avrebbe significato morte certa. Per questo motivo Vera e Enrica si addossarono l’intera colpa di aver organizzato e distribuito manifesti, volantini e svolto attività eversive, e vennero condannate a tre anni di carcere duro in Germania, mentre i tre uomini furono dichiarati liberi per mancanza di prove, ma trattenuti ancora alcuni giorni in carcere. Per Petrucci sarà il tragico incontro con il destino. Due giorni dopo, il 24 marzo verrà infatti prelevato a caso insieme ad altri 334 civili, militari, prigionieri politici, ebrei o detenuti comuni e condotto alle Fosse Ardeatine per finire trucidati, in risposta all’attentato partigiano del giorno innanzi in via Rasella,costato la vita a 33 soldati tedeschi. Buffa-Barton torna libero e nel 1945 viene inviato a Nizza in Costa Azzurra come ufficiale di collegamento con la brigata partigiana “Carlo Rosselli” di Nuto Revelli. Da lì partirà per la liberazione delle valli Maira e Varaita nel cuneese. Il 6 maggio la missione finisce ufficialmente e il giorno seguente Buffa parte per la Germania alla ricerca di Enrica e della cugina Vera.

Le due erano finite nel mentre a Monaco di Baviera prima e poi al carcere di Aichach. Furono mesi duri, fino alla liberazione ottenuta per mano degli americani il 29 aprile 1945. Intanto Paolo Buffa giunse in auto dall’Italia e riportò le due donne in Italia, dove sposò infine Enrica. Vera Michelin Salomon spenderà il resto della vita a raccontare alle nuove generazioni gli orrori e le assurdità della guerra.

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La Bosnia nella palude dei nazionalismi

In Bosnia Erzegovina si acuiscono i problemi lasciati irrisolti alla conclusione della guerra con la partizione etnica e religiosa delle diverse zone del paese

Di Federica Tourn, (Jesus, agosto 2019)

Le acque verdi della Drina, che scorrono per trecento chilometri attraverso la Bosnia orientale, sono state per secoli al contempo una barriera naturale e un simbolo, prima di divisione fra i «turchi» e i cristiani, poi di tra- vagliato collegamento fra i due mondi. Le lotte fratricide nei secoli – racconta il premio Nobel per la letteratura Ivo An- drić – le hanno riempite di morti, fino all’ultima guerra, quella del 1992-’95, quando i cadaveri gettati nel fiume sono diventati talmente tanti da formare delle dighe.

Leggi l’intero reportage qui: reportage bosnia

Dio dietro le sbarre

Il pluralismo religioso che non c’è nelle carceri italiane

Di Federica Tourn, (Jesus, luglio 2019)

 Dostoevskij, nella fortezza di Omsk in Siberia, dove era recluso, non poteva né leggere né scrivere ma aveva soltanto la Bibbia come unico conforto. Lo racconta nel libro Memorie da una casa di morti, accorato resoconto delle sofferenze che il carcere può infliggere a un essere umano. Come lui sono tantissimi gli intellettuali, i teologi o le persone comuni che, costrette in una cella, hanno tratto sollievo dalla Parola di Dio; la religione, quando si è reclusi, è a volte l’unica fonte di speranza. E se la Bibbia è un sostegno così importante, perché non il Corano o altri testi sacri?

Nelle carceri italiane però, se non si è cattolici, è ancora molto difficile avere un conforto religioso da un rappresentante della propria comunità di fede. Infatti, nonostante la legge 354 sull’ordinamento penitenziario del 26 luglio 1975 riconosca la libertà di culto e la possibilità di esercitarla dietro le sbarre, mantiene una discriminazione fra i cappellani, presenti in ogni struttura penitenziaria in forma stabile, e i ministri di altre confessioni, che hanno accesso al carcere soltanto se iscritti in appositi registri e in seguito a un’espressa richiesta del detenuto. Possibilità peraltro riservata alle sole confessioni che abbiano già stipulato un’Intesa con lo Stato. Tutte le altre comunità religiose, che non hanno ancora ottenuto un pieno riconoscimento giuridico, devono richiedere un nulla osta rilasciato ad personam dall’Ufficio culti del Ministero dell’Interno.

In pratica, un musulmano che voglia parlare con un imam deve inoltrare la “domandina” per l’ingresso temporaneo di un “operatore”, in virtù dell’articolo 17 sulla “partecipazione della comunità esterna all’azione rieducativa” prevista dalla legge del 1975, e sperare che la richiesta nel frattempo non si perda nei meandri della burocrazia, o del disinteresse. La recente riforma dell’ordinamento penitenziario, avvenuta con decreto legislativo n. 123 del 2 ottobre 2018, non ha purtroppo fatto grandi passi avanti nella direzione del pluralismo, limitandosi a prevedere che ai detenuti venga garantita un’alimentazione rispettosa del loro credo religioso.

Una situazione legislativa stagnante, che sembra non tener conto del fatto che gli equilibri fra le diverse religioni sono ormai cambiati profondamente, dato che quasi la metà della popolazione penitenziaria è oggi composta da non cattolici.

La convinzione che il pluralismo religioso sia una grande risorsa, non abbastanza valorizzata all’interno del carcere, ha stimolato la Curia arcivescovile di Milano a promuovere un intervento che promuovesse il dialogo all’interno degli istituti di pena. Così nel 2017 è nato “Simurgh: conoscere e gestire il pluralismo religioso negli istituti di pena lombardi”, un progetto triennale di formazione rivolto a operatori penitenziari e detenuti, promosso da cattolici, ebrei, buddisti e musulmani in collaborazione con le forze dell’ordine, le università Statale e Cattolica e il Provveditorato per l’amministrazione penitenziaria della Lombardia. L’obiettivo è quello di contrastare l’analfabetismo religioso e di prevenire la radicalizzazione attraverso il confronto tra diritti, culture e religioni diverse. Un’idea innovativa, che ha coinvolto 9 istituti di pena sui 19 presenti in Lombardia e che si struttura in quattro giornate di incontri e laboratori con il personale e con i carcerati. Un’iniziativa che non ha precedenti in Italia e che «va anche incontro alla grande fame spirituale che c’è dietro le sbarre», come testimonia Hamid Distefano, della Commissione affari giuridici della Coreis, la Comunità religiosa islamica italiana.

La dimensione della detenzione, infatti, stimola molte domande esistenziali: «Spesso le persone condannate sentono che Dio li ha fermati e che è stata data loro una seconda possibilità – spiega Distefano – essere confinati in una cella di sedici metri quadrati con altre tre persone, magari di religione diversa dalla tua, ti costringe a chiederti chi sei veramente e a cercare modalità di convivenza necessariamente dialoganti».

Non di rado le testimonianze dei detenuti parlano del desiderio di continuare a vivere da credenti e di mantenere dl’abitudine alla preghiera e alla confessione. Evarist, 27 anni, originario dell’Albania e oggi ristretto nella Casa circondariale di Monza, racconta di quanto sia importante il suo rapporto con la fede: «Sono cattolico: per me la religione era importante fuori dal carcere e continua ad esserlo anche adesso. Prego tutti i giorni: quando vado a dormire e quando mi sveglio. La domenica vado a messa e prego per la mia famiglia». C’è anche chi ha iniziato un percorso spirituale dietro le sbarre: Younes, 29 anni, viene dal Marocco e non esita a dire che, da quando i cancelli si sono chiusi alle sue spalle, qualcosa è cambiato: «Prima non ero un musulmano praticante ma da quando sono stato arrestato penso sempre all’Islam – confessa – Ho cominciato a pregare e credo di essere diventato un musulmano vero. Confido sempre in Dio e spero che mi perdoni per quello che ho fatto».

«Sicuramente chi è privato della libertà, come chi vive esperienze forti, estreme, sente il bisogno di avvicinarsi alla spiritualità, perché nella solitudine ci si confronta con i temi grandi della vita – afferma il monaco buddista Tenzin Khentse – D’altro canto, parlare di religione all’interno delle carceri è anche un modo per avvicinarci di più l’uno all’altro e scoprire che siamo simili, al di là delle nostre apparenti differenze».

Imparare a confrontarsi con l’espressione della religiosità altrui è un ottimo antidoto contro pregiudizi e diffidenza e aiuta anche il personale di custodia a relazionarsi con i detenuti, in un ambiente dove certo non è facile trovare strumenti (e spazi) per vivere la fede. «Noi chiediamo uno sforzo per produrre un cambiamento – conferma Ileana Montagnini, che partecipa a “Simurgh” come Caritas – e siamo ripagati dal vedere che, dopo un momento di resistenza iniziale, i detenuti rispondono bene alla proposta». Il fattore determinante è la compresenza dei rappresentanti delle diverse fedi: come sottolinea anche Distefano, «per loro è molto importante vedere un imam e un rabbino che pregano insieme».

«La religione all’interno del Carcere ha un ruolo centrale, perché i ministri di culto e in generale gli appartenenti a una comunità religiosa che vengono a contatto con i detenuti svolgono una funzione di mediazione estremamente importante fra il corpo penitenziario e la società civile». Sergio Anastasia lavora come psicologo psicoterapeuta nei carceri di Monza e di Opera, quale esperto ex articolo 80 della legge del ’75, che prevede l’osservazione della personalità e il sostegno psicologico dei detenuti; durante il suo lavoro ha verificato quanto l’aspetto religioso possa concorrere alla revisione e alla modifica di una condotta delinquenziale. «La spiritualità – afferma – è proprio uno degli elementi cardine attorno al quale può avvenire la riorganizzazione del soggetto».

«Purtroppo, dato che il diritto costituzionale all’espressione religiosa non è garantito nel nostro paese – sottolinea Montagnini – il bisogno di conforto spirituale viene svolto ancora principalmente dai cappellani, indipendentemente dalla religione del detenuto». La presenza dei sacerdoti fra i condannati risale all’Italia liberale quando, nel 1891, venne pubblicato il primo provvedimento completo in materia carceraria: il cappellano all’epoca era nominato dal Ministro di Grazia e Giustizia su delega del re ed era incaricato di celebrare messa, confessare i fedeli e visitare i malati. La legge n. 68 del 1982 ha poi confermato la responsabilità della Chiesa cattolica nell’istruzione e nell’assistenza religiosa in carcere.

«Dal punto di vista pastorale, come cappellani siamo in una posizione favorevole perché non abbiamo una funzione di controllo e il detenuto si sente libero di rivolgersi a noi per ogni genere di necessità, sia materiale che spirituale». Don Roberto Mozzi, cappellano nell carcere di San Vittore, ha portato tante copie del Corano in cella ma sono andate presto esaurite «per le tantissime richieste». «In mancanza di alternative – racconta – anche cristiani di altre confessioni partecipano alla messa e càpita che diversi musulmani si uniscano alle nostre preghiere; noi cerchiamo di creare un ambiente il più aperto ed accogliente possibile, anche se non è giusto che una religione si debba adeguare a riti e linguaggi di un’altra».

Per quanto riguardo i luoghi dove praticare la fede, ogni struttura detentiva ha almeno una cappella dove si possono svolgere le funzioni mentre, secondo i dati raccolti dall’Associazione Antigone nel XIV Rapporto sulle condizioni di detenzione, alla fine del 2017 su 86 istituti solo in 20 erano presenti spazi per culti i non cattolici – anche se previsti espressamente dalla legge del ’75 – pari al 23% del totale. Questo significa che nel 77% degli istituti chi vuole pregare può farlo soltanto in cella e nel 13,3% delle carceri non entra alcun ministro di culto diverso dal cappellano cattolico.

«Inutile dire che tutto è lasciato alla sensibilità del direttore del singolo istituto e che i tempi possono essere anche molto lunghi», conclude Distefano. Ci sono esperienze virtuose, che dovrebbero fare scuola: per esempio a San Vittore si organizza un corso di lettura parallela di Bibbia e Corano e si sta cercando di allestire una “Scuola delle religioni” permanente che coinvolga le diverse realtà sul territorio. Il Consiglio delle chiese cristiane di Milano, poi, propone nella sezione femminile un incontro ecumenico di preghiera due volte all’anno.

Per cercare di agevolare il dialogo con i musulmani, nel 2015 il Dap ha firmato un protocollo d’intesa con l’Ucoii, l’Unione delle Comunità islamiche italiane, che prevedeva l’ingresso di guide spirituali islamiche in otto istituti di pena: «Ci sono voluti anni per mettere in pratica questo progetto ma alla fine i risultati sono molto incoraggianti – conferma il presidente dell’Ucoii, Izzedin Elzir – sia l’amministrazione penitenziaria che i carcerati testimoniano che il clima è cambiato da quando è iniziata questa collaborazione; speriamo che il Ministero della Giustizia estenda questo progetto pilota anche ad altri istituti».

Anche perché, in mancanza di alternative serie, i detenuti sono spinti a cercare comunque figure di riferimento all’interno del carcere, con il rischio di affidarsi a “cattivi maestri”». Secondo il Dap, nel 2017 erano 97 i detenuti-imam e 44 i neo convertiti all’Islam; anche se in Italia non emergono ancora numeri che indichino un’emergenza radicalizzazione, agevolare la pratica delle diversi fedi in carcere è un ottimo antidoto al fondamentalismo.

Facile a dirsi ma gli ostacoli sono ancora tanti, come testimonia don Sandro Spiano, cappellano a Rebibbia: «La nostra pastorale è indirizzata a tutti, così come la messa domenicale e ogni iniziativa di assistenza: la verità è che è molto difficile ottenere la collaborazione degli altri ministri di culto perché o non sono disponibili, o se vengono non hanno interesse a fare un lavoro ecumenico. La priorità è comunque accompagnare le persone, al di là della fede che professano, perché il carcere ti stacca da tutto e quello di cui hai più bisogno quando sei recluso è una relazione umana decente».

Se parliamo di proselitismo, poi, è giusto sottolineare che non è una prerogativa dei musulmani: secondo l’Associazione Antigone, infatti, il numero dei ministri di culto dei Testimoni di Geova nel 2016 superava di gran lunga quello dei detenuti della medesima confessione (310 su 32), segno che il carcere (con le sue fragilità) può diventare un fertile bacino di raccolta di nuovi adepti (vedi box).

In ogni caso è determinante dotarsi di strumenti di comprensione, soprattutto in un mondo che cambia così in fretta. «Negli anni ’90 la popolazione straniera non arrivava al 10%, mentre oggi a San Vittore abbiamo il 75% di detenuti non italiani, in maggioranza musulmani»: l’ammonimento a calarsi nella realtà è di , provveditore regionale per la Lombardia dell’Amministrazione penitenziaria. «Varare leggi non basta – avverte – bisogna prima affrontare i problemi quotidiani, la difficoltà di comunicazione fra detenuti e operatori, e superare gli ostacoli di un sistema che ha puntato troppo sulla reclusione e poco sulle pene alternative». Pagano, che si definisce un «carceriere che ama poco il carcere», mette il dito nella piaga, osservando come molte iniziative falliscano proprio perché si parla di situazioni ideali, senza voler aprire gli occhi su istituti inadeguati, sovraffollati, deresponsabilizzanti (ricordiamo tutti la sentenza Torreggiani dell’8 gennaio 2013, quando la Corte europea dei diritti dell’Uomo giudicò la condizione dei reclusi “degradante”), dove «il detenuto si sente osservato continuamente dall’auorità come fosse sotto l’occhio di Dio». Intervenuto lo scorso 23 gennaio a Milano al dibattito su “Carcere e fedi” organizzato dalla rivista e centro studi Confronti – che al tema del dialogo interreligioso dietro le sbarre ha dedicato un tavolo permanente di confronto e un numero monografico – il provveditore ha sottolineato che gli stessi Stati generali sull’esecuzione penale convocati dal Ministero della Giustizia nel 2015, primo tentativo dal 1975 di riordinamento generale del sistema carcerario, si sono limitati a «prefigurare il carcere dei sogni, dimenticando di occuparsi di quello che c’era e che andava cambiato».

E tra le cose che vanno cambiate con urgenza, come suggerisce saggiamente don Mozzi, c’è proprio la questione del (mancato) pluralismo: «Questa disparità di trattamento fra cattolici e credenti di altre fedi si poteva forse ancora accettare nel ’75, ma oggi è diventata del tutto anacronistica e poco lungimirante».

(ha collaborato Isabella De Maddalena)

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Italia terremotata

La tragedia della distruzione e il dramma della lenta ricostruzione

Di Federica Tourn (Jesus, aprile 2019)

La terra non tremava così forte dai tempi dell’Irpinia, nel 1980. È il 30 ottobre 2016 quando un sisma di magnitudo 6,5 distrugge interi paesi dell’Appennino dando il colpo di grazia ad Amatrice, già tragicamente piegata dal terremoto del 24 agosto, facendo crollare la basilica

di San Benedetto a Norcia e devastando in particolare le Marche, che contano 25 mila sfollati e danni in 85 Comuni. Quattro giorni prima, altre scosse avevano già raggiunto Visso e pro- strato il Maceratese. A partire dall’estate, il Centro Italia viene attraversato da uno sciame sismico che non vuole acquietarsi e che proseguirà fino alla primavera successiva, coinvolgendo Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria con oltre 92 mila scosse, al- cune superiori al 5° grado della scala Richter.

Leggi qui l’intero reportage: Italia_terremotata

 

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I dimenticati dell’Appennino

A oltre due anni dal sisma del 30 ottobre 2016, che causò 25mila sfollati nelle Marche, intere comunità restano polverizzate. A Muccia le costosissime Soluzioni abitative di emergenza mostrano gravi problemi strutturali. Mentre a Tolentino la ricostruzione resta un miraggio

Di Federica Tourn (Left, 1 febbraio 2019)

“Non studio non lavoro non guardo la tv non vado al cinema non faccio sport”: Lorenzo, alla domanda su come viva la sua condizione di terremotato, risponde citando una vecchia canzone dei CCCP. La sua famiglia è dispersa, chi in Selva Val Gardena, chi a Camerino, chi ancora negli alberghi sulla costa. A Muccia, 50 chilometri da Macerata, davanti alla tenda di plastica che cerca di tenere fuori il gelo dal bar, ora ospitato in un prefabbricato, la gente si incontra, fuma una sigaretta, scambia due parole sotto il sole freddo di gennaio, prima di ripartire. Per un impegno, un’occupazione, qualunque cosa purché lontano da qui, dove non c’è più niente.

L’intervista è disponibile sul sito www.left.it

Unità e rinascita per la Siria

Nonostante la sconfitta militare dell’Isis, non si ferma l’emorragia dei cristiani in Medio Oriente. Bisogna aiutarli a restare in patria, dice il capo della Chiesa siro-ortodossa di Antiochia

Di Federica Tourn (Jesus, Dicembre 2018)

Sua Santità Mor Ignatius Aphrem II, patriarca di Antiochia e massima autorità della Chiesa siro-ortodossa, non ama i giri di parole. Siriano di Qamishli, al confine con la Turchia, ha vissuto gli anni peggiori della guerra nel suo Paese e oggi la sua prima preoccupazione è la continua emorragia di cristiani dal Medio Oriente, in un panorama di massacri e sofferenza in cui, dice, «la comunità internazionale ci ha abbandonati». «La stampa non dice la verità», precisa, e alcune Chiese sorelle in Occi- dente «approfittano della situazione di fragilità del popolo per aiutarlo con una mano e con l’altra fare proselitismo, ten- tando di allontanarlo dalle antiche tradizioni orientali». Mor Aphrem non nasconde il suo sostegno al governo di Dama- sco e, dal canto suo, il presidente Assad ha mostrato più volte la sua vicinanza ai leader della comunità siro-ortodossa.

Leggi qui l’articolo intero: INTERVISTA_VESCOVO_IGNATIUS

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Cristo si è fermato a Budapest

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat (Venerdì di Repubblica, 11/01/2019)

C’è una città nel nord dell’Iraq che due anni fa ha cambiato nome: da Tel Skuf è diventata Bint Al-Majar, Figlia di Ungheria. Un ringraziamento per i massicci finanziamenti piovuti in questa fetta di Medio Oriente per precisa volontà del governo di Viktor Orbán. Intento nobile, se non fosse unilateralmente rivolto ai cristiani: «il gruppo religioso più oppresso al mondo, anche se nessuno lo sa a causa delle pressioni delle lobby islamiche internazionali». A parlare è Tristan Azbej, responsabile del primo Dipartimento di Stato per la difesa dei cristiani perseguitati, direttamente dipendente dal primo ministro, un’idea che ora il vice presidente degli Stati Uniti Mike Pence vorrebbe replicare anche a Washington. Continua a leggere “Cristo si è fermato a Budapest”

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Cristiani ortodossi verso lo strappo: Kiev lascia Mosca

Di Federica Tourn (Famiglia Cristiana, 06/12/2018)

Il presidente Petro Poroshenko ha annunciato che il 15 dicembre si terrà a Kiev, nella cattedrale di Santa Sofia, il primo Sinodo unito della Chiesa autocefala ucraina. Durante l’assemblea, che riunirà le gerarchie ecclesiastiche delle chiese ortodosse indipendenti dal Patriarcato di Mosca, verrà approvato lo statuto della neonata chiesa nazionale ed eletto il suo primate, che subito dopo andrà a Istanbul a ricevere dalle mani del patriarca Bartolomeo il tomos, cioè l’attestazione formale dell’autonomia. Continua a leggere “Cristiani ortodossi verso lo strappo: Kiev lascia Mosca”