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Zona disagio. Fortezza Europa criminalizza chi salva vite

Gli ultimi mesi hanno visto l’intensificarsi di strategie repressive messe in atto a livello politico e giudiziario allo scopo di ostacolare, per non dire tentare di annullare in toto, i soccorsi metti in atto dalla società civile nei confronti delle persone migranti. In mare come via terra il lockdown ha reso più complicato il lavoro anche dei mezzi di comunicazione, che hanno faticato a raccontare cosa accedeva e accade tuttora ai nostri confini; un po’ per difficoltà oggettive un po’ perché l’agenda dei media è stata ed è ancora dominata dalla questione pandemia. Telecamere spente e allora via agli esperimenti: respingimenti alla frontiera slovena, incriminazioni varie alle navi nel Mediterraneo.

In principio furono i blocchi amministrativi e le accuse di svolgere il ruolo di “taxi del mare”.

5 maggio 2020: la prima nave fermata è la Alan Kurdi, battente della ong tedesca Sea-Eye, ancora bloccata;
6 maggio 2020: il giorno dopo, è fermata anche la spagnola Aita Mari (dell’Ong Salvamento Marítimo Humanitario);
8 luglio 2020: è invece il turno della Sea Watch 3 nel porto di Porto Empedocle; lunga ispezione a bordo e contestazione di una serie di mancanze e sblocco ottenuto a fine febbraio 2021.
22 luglio 2020: la Ocean Viking di Sos Mediterranée è stata bloccata a Porto Empedocle in seguito a una lunga ispezione. Quest’ultima è stata “liberata” il 21 dicembre scorso dopo cinque mesi esatti;

21 settembre: la nave Sea Watch 4 viene bloccata nel porto di Palermo. E’ stata dissequestrata il 2 marzo 2021;
25 settembre 2020: è il turno della nave Mare Jonio dell’organizzazione non governativa (Ong) Mediterranea, bloccata nel porto di Pozzallo da allora.

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Un ponte di corpi per dire basta alle frontiere che dividono

35 piazze e frontiere unite in tutta Italia e in tutta Europa per ribadire che emigrare è un diritto e accogliere chi scappa da guerre, miseria e persecuzioni un dovere

35 piazze e frontiere unite in tutta Italia e in tutta Europa, da Berlino, a Marsiglia, a Ventimiglia, a Clavière, a Milano, a Triste, a Maljevac, ad Atene, a Roma, a Siracusa, a Palermo, a Catania, a Paestum per ribadire che emigrare è un diritto e accogliere chi scappa da guerre, miseria e persecuzioni un dovere. Un successo che va al di là delle aspettative in termini di partecipazione e di rete di relazioni che una simile organizzazione ha creato.

L’idea originaria è merito di Lorena Fornasir e di suo marito Gian Andrea Franchi dell’associazione Linea d’ombra, che opera in Friuli Venezia-Giulia per prestare soccorso alle persone migranti che arrvano in Italia dalla rotta balcanica: unire frontiere e piazze con donne alla testa dei cortei nell’immediata vicinanza dell’8 marzo, in solidarietà con tutte le donne, madri compagne sorelle e figlie, che non hanno più visto tornare i loro uomini e ragazzi, partiti da soli lungo la rotta. 

La coppia da alcuni anni cura i piedi delle persone migranti incontrate in piazza Libertà di fronte alla stazione di Trieste: un gesto di cura e attenzione verso chi delle parole cura e attenzione ha dimenticato da tempo il significato ma anche un gesto politico: infatti, attraverso la cura dei piedi, sostiene Fornasir, si ristabilisce un contatto con il nucleo più intimo della persona ferita e il migrante, non più semplice numero in una statistica, viene così restituito alla sua umanità. All’alba del 23 marzo la polizia ha perquisito la casa della coppia a Trieste e Gian Andrea Franchi è stato denunciato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: un’intimidazione che ancora una volta va a colpire la rete dei solidali che si stringono intorno ai rifugiati e ai migranti e protestano contro la chiusura disumana delle frontiere.

«Questa è l’Europa di cui abbiamo urgente bisogno e questa rete, nata in modo così spontaneo, va consolidata ed estesa per recuperare la parte migliore dei valori fondanti la nostra identità di cittadini europei» dicono gli organizzatori di “Un ponte di corpi”. «In tempo di pandemia ci si organizza anche così pur di esprimere solidarietà ai migranti e a chi viene criminalizzato perché soccorre chi ha bisogno di aiuto per sopravvivere e per avere una vita degna di questo nome».

Mobilitazioni con canti, letture di poesie e del manifesto di Lorena Fornasir, racconti di vita strazianti, denunce e testimonianze partendo da Berlino fino a chiudere alla terza ora e trenta minuti della diretta con il ballo e il coro delle donne ateniesi, accompagnate da una banda balcanica, su un tetto della capitale greca. Significativa la presenza proprio di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, insieme a un gruppo di altri attivisti e attiviste, a Maljevac, sul confine croato bosniaco, luogo teatro di alcuni dei più pesanti pestaggi e respingimenti di persone migranti. 

Di particolare successo, vista anche la giornata non certo mite e le difficoltà logistiche dovute al luogo e alle regole dettate dalla pandemia è stata la manifestazione di Clavière al confine italo francese, altro snodo del gioco dell’oca cui sono costrette le persone migranti che qui arrivano e sono fermate senza troppi fronzoli dalla polizia di frontiera francese. I famigeratirespingimenti. che da anni vengono denunciati sulla frontiera occidentale e che ora sono divenuti oggetto di cronaca anche a Trieste e dintorni, dopo che nel 2020 oltre 1200 persone sono state rispedite illegalmente dalle forze dell’ordine, questa volta italiane in territorio sloveno, per poi da lì finire in poche ore di nuovo in Bosnia, fuori dai confini della fortezza Unione Europea. Nuovo giro, nuova corsa. In marcia da Clavière un nutrito gruppo di manifestanti italiani, fra loro gli attivisti di Torino per Moria e di Carovane Migranti, ha incontrato gli omologhi francesi che hanno marciato verso il colle del Monginevro dove i cortei si sono fusi fra canti, balli e parole di denuncia.

Erano presenti anche la europarlamentare Salima Yenbou e il senatore della regione del Rodano Thomas Dossus, entrambi del partito transalpino dei Verdi e testimoni fin dalla sera precedente delle pesanti pressioni cui sono sottoposti da parte della Gendarmerie francese i volontari impegnati nel prestare soccorso a chi si avventura fra questi monti. Ogni sabato alcuni parlamentari francesi hanno preso l’impegno di presidiare il colle del Monginevro per testimoniare di quello che succede ai confini: «Ho visto con i miei occhi le violenze della polizia contro i solidali – ha detto Yenbou, rivolgendosi direttamente agli uomini delle forze dell’ordine – respingere uomini donne e bambini è una pratica illegale e ingiusta». Si fermano le persone ma passano le merci, secondo le regole di un capitalismo che non rispetta gli esseri umani e il loro diritto a muoversi per una vita migliore. «Sappiamo bene come si approfitti dell’emergenza pandemica e della paura del diverso per raddoppiare gli effettivi alle frontiere, come se le famiglie che arrivano fin qui, disperate e infreddolite, fossero terroristi o rappresentassero una minaccia per la Francia», hanno aggiunto i solidaires francesi. «Una politica ingiusta e inutile – hanno sottolineato infine italiani e francesi insieme – perché per quante volte i governi respingeranno i migranti, questi torneranno sempre. E noi siamo qui a testimoniare che le frontiere devono essere aperte, come era nel progetto iniziale dell’Unione europea».

Claudio Geymonat e Federica Tourn

6 marzo, un ponte di corpi in piazza e sui confini

Un ponte simbolico unirà le piazze e i confini italiani, e non solo, con la Bosnia per chiedere una reale accoglienza e l’apertura delle frontiere. Già molte le adesioni

Il 6 marzo, lungo i confini e nelle piazze di diverse città, un gruppo di donne (e uomini) costruirà con i propri corpi un ponte simbolico per denunciare le continue violenze e i respingimenti di cui sono vittime le persone che tentano di raggiungere un luogo in cui poter vivere con dignità.

La strada dei migranti lungo la rotta balcanica è tutta in salita. L’Unione Europea pratica ormai da anni respingimenti collettivi e illegali in maniera sistematica di migranti anche richiedenti asilo, che vengono rispediti in Bosnia dopo aver subito umiliazioni, violenze e torture. L’efferatezza della polizia croata è ormai tristemente nota a tutti, così come la responsabilità europea. Per questa pratica illecita il Viminale è stato di recente condannato dal Tribunale di Roma. Le condizioni in cui i migranti bloccati al confine bosniaco sono costretti a vivere, senza potersi rimettere in cammino, senza potersi lavare, senza un letto dove dormire sono intollerabili. E a farne le spese è anche chi, i migranti, cerca di aiutarli, tanto in Bosnia quanto in Italia. Proprio come è accaduto di recente a Gian Andrea Franchi, cofondatore dell’associazione Linea d’Ombra, accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina solo per aver aiutato chi aveva bisogno.

Per questo e per le molte violazioni del diritto internazionale e umano, per rifiutare il razzismo e le discriminazioni, per non accettare intimidazioni, per ribellarsi alla disumanità, per chiedere una reale accoglienza e l’apertura delle frontiere a chi, a differenza nostra, non ha la possibilità di vivere la propria vita con dignità, sabato 6 marzo le piazze e i confini si riempiranno di persone solidali. Con i loro corpi e le loro presenze formeranno un ponte simbolico per ricordare che, in questo mondo, tutti meritano una vita degna di essere vissuta. Una lezione che Lorena Fornasir e Gian Andrea hanno insegnato bene nella loro attività di cura in piazza della Libertà, dove ogni sera si occupano di medicare i piedi piagati dei migranti appena arrivati oltre il confine. Azioni che dovrebbero essere sostenute e replicate, non contrastate. Azioni che ci ricordano che siamo tutti esseri umani.

Elenco delle città e delle piazze in cui si terrà il Ponte di Corpi: – Frontiera Claviere – Frontiera Euskadi / Francia – Trieste – Milano – Roma – Bologna – Palermo – Lecco – Vicenza – Monza – Gorizia – Minorca – Chiavenna – Catania – Marsiglia Referente: Federico Perrucci – Spoleto – Paestum / Salerno – Siracusa – Castelfranco Veneto.

Contatti: unpontedicorpi@gmail.com Francesco Cibati: 3457939226

La rete “Torino per Moria” fa proprio il manifesto e aderisce prolungando idealmente il Ponte di Corpi dalla Bosnia fino al confine tra Piemonte e Francia, dove i numerosi tentativi di attraversamento sono spesso respinti con brutalità, anche nei confronti di minori.

In particolare le donne della rete “Torino per Moria” si mettono in ascolto di altre donne lontane che, in un tacito mandato di dolore, consegnano a tutte/i la vita dei loro cari.

Accogliere e curare è mettere al mondo la vita ogni giorno: la cura per l’altro è il filo rosso che può tenere insieme, da una parte all’altra del mondo, i legami spezzati dalla guerra, dai disastri ambientali e dalla miseria. Per questo le donne di Torino per Moria dicono:

• NO alla violenza dei respingimenti che non consentono neppure la legittima presentazione delle domande di asilo

• NO al razzismo e alla discriminazione, che da sempre conosciamo

• SI al diritto insito in ogni corpo di potersi muovere e andare dove ritiene di poter vivere una vita degna.

Si stima che tra settembre e dicembre 2020 siano transitate alla frontiera italo-francese a Claviere oltre 4700 persone, giunte attraverso la rotta balcanica e quella del Mediterraneo, nella maggior parte provenienti dall’Afghanistan, dall’Iran, dal Pakistan e dall’Africa. Le persone migranti arrivano con bambini e donne, a volte incinte, stremate da anni di tentativi di passaggio ai confini bosniaci, croati e italiani: passano dal Piemonte per proseguire verso il Nord Europa in cerca di una vita dignitosa che vedono respinta.

Per aggiornamenti secondo l’ultimo Dpcm controllare la pagina Facebook di Torino per Moria. Al momento il ritrovo è previsto alle ore 12 a Claviere davanti alla chiesetta sulla via principale; alle 14 è previsto il collegamento con le altre piazze e confini italiani.

Da riforma.it

c.g.

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Zona Disagio. Mauro Rostagno, è stata la mafia

La Cassazione conferma la sentenza di appello: condannato il mandante e assolto l’esecutore materiale

Trentadue anni fa, il 26 settembre 1988, il sociologo e giornalista Mauro Rostagno veniva ucciso in un agguato mafioso alle porte di Trapani. Aveva 46 anni e aveva succhiato energia da ogni singolo giorno vissuto: giovanissimo emigrato all’estero, quindi studente di Sociologia a Trento attorno al 1968, assistente alla cattedra di sociologia all’università di Palermo, responsabile regionale siciliano di Lotta Continua (clamorosa l’occupazione della cattedrale con i senza tetto della città), fondatore a Milano del centro sociale Macondo, a cui seguiranno gli anni in India nell’ashram di Osho a Pune e infine Trapani con Saman, prima centro di meditazione, poi comunità terapeutica per tossicodipendenti, cui negli ultimi due anni aveva affiancato il lavoro da giornalista alla rete televisiva locale Rtc. Saranno proprio i suoi servizi, le inchieste e la comprensione della penetrazione di Cosa Nostra a Trapani a portare alla reazione dei capi mafia. 

Ora trentadue anni dopo, c’è finalmente anche una sentenza definitiva a certificarlo, pronunciata nel pomeriggio di ieri 27 novembre. Confermata la sentenza di appello, ergastolo al boss trapanese di Cosa Nostra Vincenzo Virga, assolto il presunto esecutore materiale, Vito Mazzara, nonostante le numerose prove a carico.

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Zona Disagio. Mônica e Marielle

Il 14 marzo 2018 Marielle Franco viene uccisa con una scarica di colpi di pistola a Rio de Janeiro. Sociologa e attivista per i diritti Lgbt, ha un sorriso sfacciato, forza, competenza, determinazione; è «negra, favelada, feminista, LGBT, anticapitalista. Uma gigante»come la ricorda la sua compagna, Mônica Tereza Benício. Ha soltanto 39 anni quando la ammazzano. È consigliera comunale a Rio e le sue denunce contro la violenza della polizia danno fastidio: relatrice per una commissione speciale che monitora l’intervento federale a Rio e la militarizzazione della sicurezza pubblica, non ha paura di parlare chiaro. Dopo, pare impossibile averla persa: il colpo è durissimo, la rabbia per il suo assassinio travolgente. Eppure il dolore non ferma chi la amava, sono in tanti e tante a chiedere che venga fatta giustizia, prima fra tutte sua moglie Mônica. 

Mônica che non si arrende, perché l’amore non è disgiunto dalla lotta, e oggi, due anni e mezzo dopo, ha vinto le elezioni municipali con il Psol (Partito Socialismo e Libertà) e con la forza di 23mila voti, la terza donna più votata a Rio, riprende il posto che hanno tolto a Marielle insieme alla vita.

«Candidarmi non è stata una decisione facile», dice, e si può bene immaginare. «È un impegno per la sua memoria, per tutto quello in cui abbiamo creduto, per i sogni che abbiamo condiviso». Un impegno che le ha fatto convogliare o luto na luta, il lutto nella lotta, «Per trasformare il mondo che ce l’ha portata via».

La luta principale oggi è contro Bolsonaro e la sua politica violenta, razzista e machista, per un Brasile che merita ben altro. Ma il successo di Mônica a Rio ci dice anche un’altra cosa: che ucciderci non basta a farci tacere, perché altre dopo di noi trasformeranno il dolore in rabbia e la rabbia in politica per le donne, per la comunità Lgbt, per gli sfruttati e per gli esclusi, ovunque.

Un grandioso segno di resistenza e speranza per questo 25 novembre, che non sia solo condanna di femminicidi e legittima richiesta di giustizia, ma anche testimonianza del cammino che le donne continuano a fare, ogni giorno, per cambiare il mondo che le discrimina, le violenta e le uccide.

ft

(Marielle Franco a Rio de Janeiro nel 2016, foto di Mídia NINJA)

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Zona Disagio. Arcore, amore mio

di Claudio Geymonat

Sono forse un po’ deviato, ma vedere Patrizia De Blanck in televisione a me richiama sempre alla mente altre storie. Storie che sono tornate prepotentemente nei miei pensieri in questi giorni in cui l’intramontabile Silvio Berlusconi con una serie di telefonate alle trasmissioni di Fabio Fazio e Giovanni Floris ha compiuto, a dar retta alle cronache sdolcinate del giorno dopo, un ulteriore passo verso quel finale da Padre della Patria che l’ex cavaliere in fondo sogna da sempre. 

Il Quirinale è naufragato anni fa, ma un bell’ultimo giro di giostra da gran burattinaio non se lo vuole negare.

Oddio, la De Blanck a dire il vero c’entra proprio poco, se non nulla. Ma il caso ha voluto che il secondo marito della salottiera televisiva di cui sopra, l’amatissimo Giuseppe Drommi, sia stato il primo marito di Anna Fallarino.

E qui si aprono molti file sul nome legato a una tragica vicenda di cronaca. La Fallarino, sposata Drommi, a Cannes conosce il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, ricchissimo, ma ricchissimo davvero, proveniente da una delle più antiche famiglie nobili milanesi. Il Casati spenderà, si dice, un miliardo di lire del 1958!, per ottenere l’annullamento del matrimonio Fallarino-Drommi dalla Sacra Rota, e impalmare un anno dopo la donna, travolti da una passione irresistibile. La loro storia erotica sessuale, ricca di voyeurismo ed esibizionismo, sfociata nel 1970 nell’omicidio da parte del marchese di Anna Fallarino e di un giovane amante, prima di rivolgere l’arma contro se stesso, ci interessa qui soltanto per i risvolti economici seguenti.

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Zona Disagio. L’Ungheria riscrive (ancora) un pezzo di storia

Il comunismo, l’olocausto e adesso la letteratura. Il progetto di Viktor Orbán di riscrivere la storia ungherese prosegue da anni a tappe forzate, con qualche inciampo, ma con un obiettivo a medio e lungo termine: allevare una generazione di compatrioti ignari del vero percorso delle vicende del loro Paese. 

Un obiettivo pericolosissimo sempre, a qualsiasi latitudine, molto più dello sbraitare sovranista che il premier riserva ai nemici di turno, siano essi l’Europa, i migranti, le organizzazioni non governative.

Primo ministro dal 1998 al 2002 e poi ininterrottamente dal 2010 a oggi e chissà per quanto ancora, Orbán sta avendo tutto il tempo per forgiare la Storia a suo uso e consumo. 

Dallo scorso anno i libri di testo che le scuole possono adottare sono solamente quelli prodotti dallo Stato: abolita l’editoria privata e via libera a pubblicazioni dove «l’immigrazione è un pericolo per i valori tradizionali ungheresi», dove «L’Unione Europea è un organismo che favorisce gli Stati del Sud Europa», dove il concetto di multiculturalismo viene spiegato con una fotografia della stazione di Budapest invasa dai migranti nel 2015, in cui si spiega che «i maschi sono più bravi delle femmine in matematica». Solite proteste accademiche, solito silenzio dei media quasi tutti assoggettati, e la notizia passa in sordina.

L’operazione è gigantesca: per questo Orbán si è circondato di una serie di docenti, storici e ricercatori compiacenti. Fra tutti spicca certamente Maria Schmidt, potentissima consigliera e animatrice di alcune delle più discusse iniziative culturali di questi ultimi anni. Prima fra tutte in ordine di tempo il museo del Terrore, dove nazismo e comunismo sono equiparati ed è anzi l’occupazione sovietica a occupare il maggior spazio e, pare di comprendere, le maggiori attenzioni critiche.

Da anni Maria Schmidt tenta di aprire il museo dell’Olocausto, ma qui sta facendo i conti con quel che resta della comunità ebraica del Paese, quasi tutta sterminata durante la Seconda guerra mondiale. L’idea di raccontare un’Ungheria non colpevole, in balia del giogo tedesco, costretta a chinare la testa di fronte a soprusi altrui, proprio non va giù agli eredi dei deportati. 

Ora l’ultimo caso: l’inaugurazione di una casa museo dedicata alla memoria dell’unico premio Nobel per la letteratura magiaro, Imre Kertész, nel tentativo di trasformarlo in un eroe nazionale in chiave anticomunista. Finiscono in soffitta, o meglio sotto il tappeto, i feroci attacchi di cui lo scrittore ebreo fu vittima da parte dei partiti di destra, compreso il Fidesz di Orbán, al momento della vittoria del Nobel nel 2002, soprattutto per le parole sull’Olocausto, gli orrori del nazismo e le complicità ungheresi. 

Oggi il governo preferisce recuperare le prese di posizione contro il comunismo, dimenticando quello che lo stesso Kertész aveva dichiarato in un’intervista del 2012 a Le Monde: «Niente è cambiato in Ungheria, tutto è uguale a come era nel regime di Kádár, solo che ora è Orbán che incanta il paese». 

A ricordarcelo per fortuna ci pensa Eva S. Balogh, ex insegnante di Storia dell’Europa orientale all’Università di Yale e curatrice del blog “Hungarian Spectrum”, che aggiunge altre battute da quell’intervista: «L’Ungheria si rivolta contro l’Europa per la tutela dell’interesse nazionale, il che può dare l’impressione che il Paese stia riguadagnando la sua sovranità. L’Ungheria ha torto, e ciò non è nuovo nella storia del paese». E ancora: «Gli ungheresi si renderanno conto che stanno andando nella direzione sbagliata e Orbán fallirà». In breve, ci vorrà uno sforzo eroico per trasformare Kertész in un personaggio che si adatti allo stampo per lui creato da Orbán, ma sono sicuro che nessuno sforzo sarà risparmiato per rimodellarlo in un vero scrittore “nazionale”.

cg

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Zona Disagio. Cronache da Lesbo e Samos, Europa

C’è lockdown e lockdown

Sono passati due mesi da quando un incendio, la notte del 9 settembre, ha completamente distrutto il campo profughi di Moria, a Lesbo. Tredicimila persone sono scappate dalle fiamme riversandosi in strada, lasciandosi (di nuovo!) tutto alle spalle, perdendo le poche cose che possedevano e i documenti per la richiesta d’asilo, fragile filo che li legava all’Europa. Fuori, nella notte, mentre il fuoco sulla collina continuava a bruciare, hanno trovato ad attenderli i lacrimogeni della polizia, accorsa a contenere la fuga. 

Hanno vissuto per strada, nei cimiteri, con poca acqua e cibo portato dalle organizzazioni umanitarie, in attesa che le istituzioni locali ed europee decidessero di loro: quella che poteva essere un’opportunità per ripensare la tragica condizione dei richiedenti asilo bloccati nelle isole greche è stata invece l’ennesima conferma dell’indifferenza dell’Europa.

Un nuovo campo è stato montato in pochi giorni lungo la strada principale, a ridosso del mare ed esposto alle intemperie: è stato classificato come temporaneo, ma sembra ormai evidente che i circa settemila occupanti dovranno rassegnarsi a passare l’inverno lì, all’incrocio dei venti che in questa stagione soffiano forti, con il freddo, su un terreno che quando piove (l’abbiamo già visto) si allaga e diventa una piscina di fango. Non c’è acqua corrente, non ci sono fogne, i bagni chimici sono insufficienti e ancora – dopo due mesi – non c’è una doccia per lavarsi. 

Intanto, è stato chiuso dalle autorità il centro per persone vulnerabili di Pipka, uno dei pochi esempi virtuosi di accoglienza; i 74 occupanti sono stati trasferiti per il momento nel campo di Kara Tepe, lungo la strada principale, non lontano dal nuovo centro governativo.

Ora anche sulla Grecia è sceso un nuovo lockdown per contenere la pandemia e per chi vive nel campo significa una cosa sola: essere chiusi dentro, come in una prigione, ma da innocenti. Una plastica prefigurazione di quello che dovrebberoro diventare i nuovi campi profughi secondo le previsioni della nuova legge sull’immigrazione, voluta dal premier Kyriakos Mitsotakis ed entrata in vigore il 1° gennaio 2020.

Muore il figlio nella traversata verso Samos: incarcerato

Le cronache della frontiera ci pongono quotidianamente davanti a incredibili escalation di orrore. Sabato notte, il 7 novembre, è annegato al largo dell’isola di Samos un bambino di sei anni mentre tentava, insieme al padre e ad altre persone, di attraversare quel braccio di mare che separa la costa turca dalla Grecia. Il padre, un giovane afgano di 25 anni, è riuscito a sbarcare ed è stato subito arrestato dalle autorità con l’accusa di aver messo in pericolo la vita del figlio: se condannato, rischia fino a dieci anni di carcere.

Le stesse autorità che ignorano volutamente i respingimenti dei gommoni provenienti dalla Turchia oggi mettono in cella un padre disperato: le stesse autorità, greche ed europee, che chiudono gli occhi quando imbarcazioni guidate da uomini incappucciati, o la stessa Guardia Costiera, ributtano i migranti in acque turche con manovre pericolose e azzardate, non hanno remore a imprigionare un uomo sotto choc per la morte del figlio.

Intanto oggi, 11 novembre, un nuovo incendio ha colpito il campo profughi che accoglie circa quattromila persone. È il secondo in una settimana; altri due incendi dolosi erano stati appiccati allo stesso campo a settembre. 

ft

(foto: Stefano Stranges, controlli al nuovo campo profughi di Lesbo, settembre 2020)

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Zona Disagio. In Algeria morto Bouregaa, simbolo e protagonista delle rivoluzioni del Paese

Ora Lakhdar Bouregaa potrà finalmente riposare. È morto il 4 novembre ad Algeri. Dopo una vita contro, sempre.

Nato nel 1933, nel 1956 si unisce al Fronte di Liberazione nazionale, che dal 1954 al 1962 combatte contro la presenza coloniale francese nella terribile guerra d’Algeria che tanti strascichi ha lasciato nelle relazioni fra Parigi e l’Africa.

Dopo l’indipendenza, è fra i fondatori del Fronte delle forze socialiste e viene eletto deputato alla prima Assemblea nazionale.

Di fronte all’avanzare di forze autoritarie e allo svanire delle istanze di libertà che avevano acceso tante speranze, sceglie di contrastare da subito Houari Boumedédiène, salito al potere nel 1965 con un colpo di stato.

Arrestato nel 1967, torturato a lungo, nel 1969 viene condannato a trent’anni di carcere ma liberato solo sei anni dopo, nel 1975.

Da allora continuerà a criticare i futuri presidenti: Chadli prima, l’eterno Bouteflika poi.

L’ultima stagione della sua vita lo rivede protagonista assoluto, unico filo rosso rimasto a far da collante fra i “vecchi” che avevano fatto la rivoluzione e i giovani che dal febbraio 2019 hanno invaso le strade delle città algerine per dire basta all’ennesimo tentativo di Bouteflika di rimanere al potere. Bouregaa in varie interviste e comizi manifesta un sostegno senza riserve all’Hirak, il grande movimento di protesta che scuote il paese. Manifestazioni di dimensioni enormi che appena tre mesi dopo, nell’aprile 2019, portano infine alle dimissioni di Bouteflika. Manifestazioni poi sedate con la violenza, ancora una volta, dagli anziani gerarchi, veri custodi dello Stato.

A giugno 2019 per Bouregaa si riaprono di nuovo le porte del carcere nonostante l’età, 86 anni, a seguito di dichiarazioni in cui accusa il generale Ahmed Gaïd Salah, il nuovo-vecchio uomo forte del regime, di aver già scelto il futuro presidente della Repubblica e di prepararsi ad allestire  elezioni farsa. Verrà rilasciato solo il 2 gennaio di quest’anno, insieme a vari altri attivisti dell’Hirak, dopo mesi di proteste internazionali.

cg

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Zona disagio. Dalla Francia, buone notizie per migranti e solidali

Le frontiere sono il simbolo reale e allo stesso tempo politico della non accoglienza praticata dai Paesi più ricchi, dagli Stati Uniti all’Europa tutta fino all’Oceania, nella cieca illusione dei governanti di turno di bloccare oltre i propri steccati i 272 milioni di migranti internazionali che nel 2019 hanno lasciato le proprie abitazioni e lo Stato di origine, pari al 3,5% della popolazione mondiale. 

Dalla Francia in questi giorni sono giunte due notizie che vanno controcorrente e mostrano un volto diverso dei confini, volto di accoglienza e solidarietà.

La prima.

Oltre 40 mila firme in poche settimane hanno fatto tornare sui suoi passi il nuovo sindaco di Briançon, comune francese a pochi chilometri dal confine italiano piemontese, diventato in questi anni luogo di transito per le migliaia di persone che tentano di proseguire attraverso le Alpi il viaggio iniziato in Africa o in Medio Oriente. Nessuna chiusura dunque del Rifugio solidale che dal 2015, grazie al lavoro di tantissimi volontari, ha accolto, rifocillato, indirizzato, curato, più di diecimila persone alle prese con l’attraversata delle montagne.In una lettera del 26 agosto, infatti, il primo cittadino Arnaud Murgia aveva invitato l’associazione “Refuges solidaires” a liberare l’edificio, di proprietà dell’associazione intercomunale che federa i municipi della zona, «entro e non oltre il 28 ottobre». L’occupazione dei locali era consentita da una convenzione, scaduta a giugno, che il sindaco ora non vuole rinnovare.

«Grazie a ciascuna delle vostre voci – si legge nel comunicato stampa di“Refuges solidaires” – di fronte a questa massiccia mobilitazione, il sindaco di Briançon ha riconsiderato la sua decisione di sgomberare il Rifugio. La gente del posto continuerà quindi ad accogliere gli esiliati per tutto l’inverno. Questa è una prima vittoria per la mobilitazione! In vista della primavera, sono allo studio soluzioni di accoglienza sostenibili, con l’aiuto di ong e partner».

Va ricordato che grazie a queste informali e benefiche “pattuglie di confine” francesi allestite dai cittadini con le associazioni umanitarie Tous Migrants e Médecins du Monde, migliaia di rifugiati smarriti, esausti e in ipotermia sono stati soccorsi e messi al riparo. 

La seconda.

Il docente universitario di Nizza Pierre-Alain Mannoni è stato scagionato nei giorni scorsi da tutte le cause a suo carico. Nel 2016 era stato arrestato al casello autostradale di La Turbie, appena dopo Ventimiglia, in territorio francese, perché stava trasportando in auto tre donne eritree ferite. Il suo è stato uno dei primi casi, insieme a quello di Cédric Herrou, che hanno contribuito a portare ampio dibattito sul tema dell’accoglienza in questo angolo d’Europa.

L’attivista è stato assolto dalla Corte d’appello di Lione dopo tre anni di battaglie combattute nei tribunali. Già assolto a Nizza in primo grado nel gennaio 2017, l’insegnante era stato poi condannato a due mesi di carcere con sospensione della pena dalla Corte d’Appello di Aix-en-Provence e aveva dunque presentato ricorso alla Corte Suprema. L’alta corte aveva annullato la sua condanna nel dicembre 2018 e deferito il caso alla corte d’appello di Lione, sulla base delle nuove norme dettate dalla Corte Costituzionale francese. 

Nel luglio di quello stesso 2018, i giudici costituzionali avevano infatti sancito che il “principio di fraternità”, l’aiuto disinteressato al soggiorno irregolare «non è passibile di conseguenze giuridiche», e obbligato così il governo a riscrivere la legge specificando che, mentre l’assistenza all’ingresso nel territorio nazionale è ancora reato, l’aiuto alla circolazione interna e l’accoglienza non sono punibili se effettuati per scopi umanitari e senza compensazione.

cg