40 anni e 100 passi

Intervista a Franca Imbergamo, pubblico ministero al processo per la morte di Peppino Impasato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978

Parlava, parlava, Giuseppe Impastato, per tutti Peppino. Dai microfoni di Radio Aut, dai palchi e dalle piazze della sua Cinisi, nei cortei; denunciava e sfotteva la mafia, con un coraggio inaudito. Raccontava di affari e crimini, irrideva il capomafia Gaetano Badalamenti, la cui casa si trovava ad appena cento passi dalla sua. Lottava al fianco dei disoccupati, dei contadini. Per lui, nato in una famiglia mafiosa doc, la sfida e il pericolo erano doppi, tripli.

La sua era in qualche modo dunque una morte annunciata, in anni in cui certi nomi si pronunciavano a malapena sottovoce fra le mura di casa; mentre Peppino li urlava ai quattro venti. Eppure già dai minuti immediatamente successivi al ritrovamento del corpo dilaniato sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, il 9 maggio del 1978, la sua memoria veniva tradita e la verità piegata davanti a indicibili interessi. Forze dell’ordine e inquirenti parlarono di un atto terroristico di cui l’autore sarebbe rimasto vittima. Ci vorranno 24 anni e la tenacia di tanti fedeli servitori dello Stato, da Rocco Chinnici a Antonino Caponnetto, da Giovanni Falcone a Giancarlo Caselli, per portare finalmente alla sbarra Badalamenti e il suo braccio destro Vito Palazzolo. Ergastolo per il grande boss, il primo della sua carriera, nonostante la scia di sangue che ne aveva segnato l’ascesa al vertice di Cosa Nostra. Era già in galera per traffico di droga, la Pizza Connection. Come Al Capone, che venne arrestato per reati fiscali dopo aver insanguinato Chicago.

Pubblico ministero di quel processo terminato nel 2002 fu Franca Imbergamo, oggi magistrato inquirente presso la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo: «Fu un processo difficile perchè avviato a così tanti anni dai fatti, con nuove prove da reperire. Ma siamo riusciti a rendere giustizia alla figura di Impastato, per anni infangata, e con lui alla madre, al fratello, ai tanti che fin dal primo giorno ne hanno difeso il ricordo e le battaglie civili». E’ stato detto tutto su questa vicenda o esistono ancora zone d’ombra, in particolare per quel che riguarda i depistaggi? «Bisogna distinguere fra responsabilità giudiziarie e morali, civili. Per la prima, la prescrizione ci impedisce di indagare oltre; per le altre, di valore non certo inferiore, certi comportamenti, certi atti, testimoniano che vi sono state persone che non hanno servito con fedeltà lo Stato che erano chiamate a rappresentare. E qui mi fermo». Anche perché certi nomi sono ancora fra i protagonisti delle inchieste e dei processi in corso, relativi a quegli anni in cui pezzi delle nostre istituzioni hanno piegato il capo davanti ai padrini.

La mamma di Peppino, Felicia Bartolotta, è una delle figure più potenti di questa storia: entrata nelle nostre case con la forza della denuncia di un mondo che aveva visto da vicino: «Una donna straordinaria, che per amore di un figlio ha rotto con una tradizione familiare pesante ed è andata contro persone molto più potenti di lei. Io l’ho voluta come prima testimone proprio per questo. Quando in aula, sullo schermo in video conferenza dal carcere americano, apparve Badalamenti, Felicia non esitò a puntare contro di lui il dito e a dirgli “Tu hai fatto uccidere mio figlio”. Un momento entrato nella storia dell’antimafia. In seguito abbiamo avuto modo di incontrarci, e mi ha commosso il suo ringraziamento per averla aiutata ad avere fiducia nella giustizia».

40 anni sono trascorsi, molto è cambiato: la mafia è combattuta con molta maggior forza, ma non ancora sconfitta: «Tanta strada è stata fatta, purtroppo anche con il sangue di troppe persone. La mafia non è sconfitta, ma la società civile ha una consapevolezza totalmente diversa rispetto ad allora. Ho appena avuto il piacere di partecipare ad un tour fra alcuni dei luoghi simbolo della mafia e dell’antimafia, organizzata dall’associazione Fuori dai Paraggi, insieme alla vostra collega della trasmissione Protestantesimo Lucia Cuocci: da Portella della Ginestra a via D’Amelio, da Cinisi alla piazza della Memoria, è stato bello vedere la commozione sincera dei partecipanti. Senza luoghi comuni nè stereotipi, ma con grande dignità, virtù di cui la Sicilia è zeppa».

La chiesa, cattolica ovviamente, ha ancora un ruolo così importante nell’immaginario mafioso? «Anche in questo campo molto è stato fatto: da certi silenzi e certe complicità alle grandi denunce dei pontefici o al tragico tributo di sangue di Pino Puglisi la Chiesa cattolica ha saputo liberarsi dall’abbraccio mortale della mafia. Restano i santini, le processioni, i rituali, ma hanno oramai pressoché soltanto un valore simbolico di iterazione di antiche consuetudini. In questa occasione mi piace anche ricordare il grande impegno che la chiesa valdese di Palermo ha dimostrato in questi anni attraverso molti interventi sociali per attivare percorsi di recupero di soggetti entrati nell’orbita mafiosa. Come magistrati abbiamo avuto molte volte al nostro fianco la Chiesa valdese nelle nostre attività, segnale di una coscienza civile chiara». Cosa le resta di questa storia? «la soddisfazione per aver reso giustizia a un uomo molto impegnato, con valori importanti, e la consapevolezza dell’importanza di esser riusciti, seppur dopo molto tempo, a indicare i colpevoli e quindi a far vincere la legalità sull’omertà».

Perché credo che Riina debba rimanere in carcere

L’eccezionalità del fenomeno mafioso ha portato ad una legislazione urgente e speciale che è stato il miglior strumento nella lotta alla mafia. Retrocedere ora sarebbe un sconfitta per lo Stato

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Di Claudio Geymonat (Riforma)

Credo che Salvatore Riina debba rimanere in carcere. Vada curato, possa uscire, come già avviene, per ricoveri ospedalieri ove necessario, ma debba scontare fino in fondo la propria pena.

Questo per una serie di motivi.

Riina non è solo un simbolo, un totem dell’orrore e della ferocia della mafia dei villani corleonesi: sono appena di due anni fa le intercettazioni del vecchio boss del mandamento di Villagrazia-Santa Maria del Gesù Mario Marchese, classe 1939, che chiacchierando con un picciotto di peso, Santi Pullarà, parla di Riina e Provenzano, che sarebbe morto da lì a poco, in questi termini: «Se non muoiono tutti e due luce non se ne vede», chiaro riferimento al ruolo di leadership mantenuto dagli antichi capi, ben al di là dell’immagine fra cicoria e ricotte che è stato loro cucito addosso. Ciò pare ovvio per una organizzazione tribale che fonda sul sangue e sui legami ancestrali la propria sopravvivenza.

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