Zona Disagio. Cronache da Lesbo e Samos, Europa

C’è lockdown e lockdown

Sono passati due mesi da quando un incendio, la notte del 9 settembre, ha completamente distrutto il campo profughi di Moria, a Lesbo. Tredicimila persone sono scappate dalle fiamme riversandosi in strada, lasciandosi (di nuovo!) tutto alle spalle, perdendo le poche cose che possedevano e i documenti per la richiesta d’asilo, fragile filo che li legava all’Europa. Fuori, nella notte, mentre il fuoco sulla collina continuava a bruciare, hanno trovato ad attenderli i lacrimogeni della polizia, accorsa a contenere la fuga. 

Hanno vissuto per strada, nei cimiteri, con poca acqua e cibo portato dalle organizzazioni umanitarie, in attesa che le istituzioni locali ed europee decidessero di loro: quella che poteva essere un’opportunità per ripensare la tragica condizione dei richiedenti asilo bloccati nelle isole greche è stata invece l’ennesima conferma dell’indifferenza dell’Europa.

Un nuovo campo è stato montato in pochi giorni lungo la strada principale, a ridosso del mare ed esposto alle intemperie: è stato classificato come temporaneo, ma sembra ormai evidente che i circa settemila occupanti dovranno rassegnarsi a passare l’inverno lì, all’incrocio dei venti che in questa stagione soffiano forti, con il freddo, su un terreno che quando piove (l’abbiamo già visto) si allaga e diventa una piscina di fango. Non c’è acqua corrente, non ci sono fogne, i bagni chimici sono insufficienti e ancora – dopo due mesi – non c’è una doccia per lavarsi. 

Intanto, è stato chiuso dalle autorità il centro per persone vulnerabili di Pipka, uno dei pochi esempi virtuosi di accoglienza; i 74 occupanti sono stati trasferiti per il momento nel campo di Kara Tepe, lungo la strada principale, non lontano dal nuovo centro governativo.

Ora anche sulla Grecia è sceso un nuovo lockdown per contenere la pandemia e per chi vive nel campo significa una cosa sola: essere chiusi dentro, come in una prigione, ma da innocenti. Una plastica prefigurazione di quello che dovrebberoro diventare i nuovi campi profughi secondo le previsioni della nuova legge sull’immigrazione, voluta dal premier Kyriakos Mitsotakis ed entrata in vigore il 1° gennaio 2020.

Muore il figlio nella traversata verso Samos: incarcerato

Le cronache della frontiera ci pongono quotidianamente davanti a incredibili escalation di orrore. Sabato notte, il 7 novembre, è annegato al largo dell’isola di Samos un bambino di sei anni mentre tentava, insieme al padre e ad altre persone, di attraversare quel braccio di mare che separa la costa turca dalla Grecia. Il padre, un giovane afgano di 25 anni, è riuscito a sbarcare ed è stato subito arrestato dalle autorità con l’accusa di aver messo in pericolo la vita del figlio: se condannato, rischia fino a dieci anni di carcere.

Le stesse autorità che ignorano volutamente i respingimenti dei gommoni provenienti dalla Turchia oggi mettono in cella un padre disperato: le stesse autorità, greche ed europee, che chiudono gli occhi quando imbarcazioni guidate da uomini incappucciati, o la stessa Guardia Costiera, ributtano i migranti in acque turche con manovre pericolose e azzardate, non hanno remore a imprigionare un uomo sotto choc per la morte del figlio.

Intanto oggi, 11 novembre, un nuovo incendio ha colpito il campo profughi che accoglie circa quattromila persone. È il secondo in una settimana; altri due incendi dolosi erano stati appiccati allo stesso campo a settembre. 

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(foto: Stefano Stranges, controlli al nuovo campo profughi di Lesbo, settembre 2020)

Lesbo e dintorni

Tutti gli aggiornamenti dal confine greco-turco

 

Lesbo, tra i dannati della terra

A Lesbo la situazione è a un punto di rottura, c’è il rischio di una pandemia e la violenza è senza controllo. I fascisti hanno preso il controllo della frontiera, intimidendo, picchiando e sfasciando macchine delle ong e giornalisti. Il fotoracconto di Federica Tourn e Stefano Stranges ospitato dal sito Q Code Mag, clicca qui

Inferno Moria


 

Dove i migranti conoscono l’inferno

La tragica condizione di Waled, Fatima, Ibrahim e degli altri 20mila migranti bloccati a Moria. Il  reportage da Lesbo di Federica Tourn con le foto di Stefano Stranges su Famiglia Cristiana in edicola dal 7 marzo 2020, qui sotto ora il testo integrale

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A Lesbo le ambulanze viaggiano senza sirene. Scivolano silenziose nel nero della notte sulle strade quasi deserte, furgoni con lucine a intermittenza, avanti e indietro dal campo di Moria all’ospedale del capoluogo Mytilene. Stridere di ruote, sbattere improvviso di portiere al pronto soccorso, urla degli operatori; a pochi passi due agenti di polizia fumano nervosamente mentre dall’ambulanza esce la barella con un ragazzo privo di conoscenza e sporco di sangue, un evidente squarcio alla gola. Inghiottito dalla sala urgenze con il suo seguito di infermieri, di lui non si saprà più nulla per giorni: è un numero su una domanda di asilo, un indesiderato, una grana – l’ennesima – per le istituzioni, che non sanno che farsene di questa gente arrivata sui barconi.

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Guerra tra bande e donne a rischio nell’inferno di Moria

Migranti feriti nel tentativo di difendersi dai furti. La notte a Lesbo scende il terrore

Di Federica Tourn, Il Manifesto 4/02/2020

Foto: Stefano Stranges

È guerra fra bande nella notte di Moria: nell’hot spot di Lesbo la notte fra l’1 e il 2 febbraio diversi migranti sono stati feriti, alcuni molto gravemente, in una rissa scoppiata in seguito a un tentativo di furto. Un ragazzo è arrivato al pronto soccorso del capoluogo Mytilene in stato d’incoscienza con una ferita al collo e almeno altre due ambulanze hanno fatto la spola fra il campo e l’ospedale. Si è trattato dell’azione di un vero e proprio commando, determinato ad approfittare del fatto che il primo giorno del mese i richiedenti asilo ritirano i 90 euro mensili messi a disposizione dal governo. «E’ stato terribile, è successo proprio vicino alla mia tenda, la strada era piena di sangue», racconta Fatima, una ragazza afgana di 24 anni. È soltanto l’ennesimo episodio di violenza sull’isola greca, dove ormai ogni notte si registrano accoltellamenti, alcuni letali: un ragazzo yemenita è stato ucciso lo scorso 18 gennaio e anche la notte scorsa ci sono stati nuovi feriti; si teme un altro morto, ma non ci sono ancora conferme ufficiali. Continua a leggere “Guerra tra bande e donne a rischio nell’inferno di Moria”

Un culto che continua da un mese per evitare il rimpatrio di una famiglia di migranti

Di Claudio Geymonat (Riforma.it)

In Olanda una chiesa protestante de l’Aja sta tenendo un culto da oramai un mese per proteggere una famiglia di migranti dall’espulsione dal Paese.

La storia è tanto semplice quanto geniale: secondo la legge statale le forze dell’ordine non possono interrompere una funzione religiosa in corso. Centinaia di pastori si stanno dunque alternando dal 25 ottobre scorso per non far cessare mai il culto cui sta partecipando la famiglia in questione, una coppia armena con tre figli di 15, 19 e 21 anni. L’idea è venuta al presidente del consiglio generale della Chiesa protestante olandese, il pastore Theo Hettema, una volta saputo che la famiglia, da ben 8 anni nei Paesi Bassi,  con un figlio iscritto all’università e gli altri alle scuole dell’obbligo, rischiava il rimpatrio perché non può più  godere delle tutele internazionali in quanto l’Armenia, terra d’origine dei cinque, non è considerata nazione a rischio. Continua a leggere “Un culto che continua da un mese per evitare il rimpatrio di una famiglia di migranti”

Porti chiusi e pacchie altrui

Di Claudio Geymonat (Riforma.it, 14 giugno 2018)

80 anni fa la vicenda della nave St. Louis che trovò sbarrati i porti che dovevano accoglierla col suo carico di 930 ebrei in fuga dal nazismo

L’Europa e il mondo erano già sull’orlo del baratro quando il 13 maggio 1939 il transatlantico St. Louis si apprestava a salpare dal porto di Amburgo. Mancano 3 mesi allo scoppio ufficiale della Seconda guerra mondiale, ma i segnali dell’imminente catastrofe sono già più che chiari. Da anni è in corso in Germania, e ora anche in Italia, una caccia all’ebreo porta a porta. Ecco perché sulla St. Louis di 937 passeggeri, 930 sono ebrei, per lo più tedeschi, in fuga dalle persecuzioni. Continua a leggere “Porti chiusi e pacchie altrui”

A venti miglia da una nuova vita

Ventimiglia e Bardonecchia, città di frontiera alle prese con la gestione dei flussi migratori che spingono verso la Francia

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat ( Left, 1 giugno 2018)

Morts pour la France, morti per la Francia. Il cimitero di Trabouquet a Mentone, prima cittadina dopo il confine di Ventimiglia, è un terrazzo a strapiombo fra le montagne e il mare. Qui governo di Parigi e amministrazioni locali, per il centenario della fine della prima guerra mondiale, hanno dato nome e sepoltura a 1137 soldati. Traoré, Mamadou, Keita, tutti giovanissimi, tutti africani, malgasci e senegalesi in particolare, costretti a forza a render servizio a quella colonia lontana. Da quassù si vedono nitide le due strade con i relativi posti di blocco delle frontiere rispristinate, Ponte San Luigi e Ponte San Ludovico, e si vede l’imbocco del tunnel autostradale in cui lo scorso ottobre Milet Tesfamariam è morto investito da un camion nel tentativo di entrare nel Paese della sua lingua madre. Morti per la Francia, cento anni dopo. Schengen da queste parti è solo un ricordo: controlli serrati, solo per stanare da bagagliai e rimorchi la presenza dell’invasore africano. Ora che non servono, non li vogliono più. Come a Bardonecchia, frontiera alpina, dove la gendarmerie lo scorso marzo ha sconfinato entrando in un centro gestito dalla onlus Rainbow for Africa per costringere un migrante a fare un test delle urine, un chiaro gesto intimidatorio verso stranieri con velleità di ingresso nella République. Continua a leggere “A venti miglia da una nuova vita”

L’Algeria è diventata una trappola sulla rotta dei migranti

Di Federica Tourn (EastWest, 20 aprile 2018)

A un passo dal Marocco, Maghnia è un collo di bottiglia per i migranti in arrivo dall’Africa subsahariana. Sono sempre di più, ma crescono ancora di più deportazioni, abusi e arresti. Una netta sterzata della politica algerina che ha coinciso con la chiusura delle frontiere europee

Se si ispessiscono sempre di più le barriere fra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo e i confini dell’Europa sono pensati come argini che impediscono alle persone di muoversi liberamente, ci sono anche frontiere fantasma trascurate dai riflettori mediatici, dove i migranti si ammassano e i diritti umani essenziali vengono sistematicamente ignorati. È quello che succede a Maghnia, ultima città a nord ovest dell’Algeria: 20 chilometri la separano dal Marocco e appena il doppio dalla prima città oltre confine, Oujda. Una ferita fisica nel Maghreb fra due paesi che alle spalle hanno anni di diffidenza se non di aperta ostilità, a cominciare dalla questione irrisolta dell’indipendenza del Sahara occidentale, rivendicata dal Fronte Polisario (sostenuto dall’Algeria) e osteggiata invece dal governo di Rabat, che pretende di avere il territorio sotto il proprio controllo. Una frontiera diventata invalicabile nel 1994, quando Algeri chiuse il confine in seguito alla risoluzione del Marocco di imporre il visto ai cittadini algerini, decisione determinata dal sospetto che l’intelligence algerina fosse coinvolta nell’attentato all’hotel Atlas Asni di Marrakech in cui rimasero uccisi due turisti spagnoli. Continua a leggere “L’Algeria è diventata una trappola sulla rotta dei migranti”

Circostanze umanitarie eccezionali

Di Claudio Geymonat (Riforma, 16/03/2018)

Sabato 10 marzo, notte. Fra Claviere, ultimo comune italiano, e Monginevro, primo paese in terra francese, la temperatura è gelida.

In questa fetta di alta Val Susa da mesi, specie nel periodo invernale, ronde di volontari percorrono le strade che portano al confine nel tentativo di aiutare, soccorrere, consigliare, dissuadere, trasportare, le decine di donne e uomini che di continuo, al ritmo di 20-30 al giorno, arrivano fin quassù nel tentativo di proseguire il loro viaggio verso la Francia, l’Inghilterra o altrove. Il loro viaggio dura da mesi, anni, avviato sotto il sole africano e giunto ora fra le nevi delle Alpi.

Dopo tanto peregrinare la meta pare così vicina, e le montagne, dopo l’arsura del deserto e l’incubo del mare aperto, paiono ostacolo di poco conto. Specie per chi non le conosce. I tanti volontari delle associazioni che qui stanno operando sanno invece bene invece cosa voglia dire avventurarsi, soprattutto di notte, fra mulattiere e sentieri. Metri di neve, rischio slavine, congelamenti assicurati.

Benoît Ducos e Joël Pruvost, due volontari del gruppo “Refuge solidaire” si imbattono in una famiglia a piedi in mezzo alla tormenta di pioggia e neve. Padre, madre incinta, due bambini di 2 e 4 anni e due valigie, marciano talmente piano da sembrar fermi. La donna è completamente esausta, in stato di choc, il thermos con il tè caldo e le coperte offerte non sono sufficienti. Parlando con i due uomini scoprono che la ragazza è incinta all’ottavo mese e mezzo. La decisione è immediata e logica: portarla all’ospedale più vicino, 12 km più a valle, a Briançon. Benoît li carica tutti in auto e si invola. Dopo pochi minuti il dolore si fa insopportabile, sono iniziate le contrazioni.

Alle porte di Briançon un posto di blocco delle forze dell’ordine ferma la vettura. Inizia ora un’ennesima storia di umanità sospesa. Ovviamente la famiglia è irregolare, i documenti non ci sono, e Benoît è sottoposto a un fuoco di fila di domande. Accusato di trasportare illegalmente dei migranti, a nulla servono le sue grida, i lamenti della donna e il pianto dei bambini. L’ospedale è a meno di 1 km, i militari non credono la situazione sia grave.

Dopo un’ora di trattative vengono chiamati i vigili del fuoco: sono loro a prendersi carico della donna e a portarla all’ospedale. Tutti gli altri finiscono in caserma. Benoît ne esce con una richiesta di comparizione negli uffici della polizia doganale fissata per mercoledì 14 marzo, il papà e i due bambini vengono caricati su un furgoncino pronto a riportarli in Italia.

Ma i medici telefonano dall’ospedale: con taglio cesareo d’urgenza è nato un maschietto e ora i dottori urlano nella cornetta di concedere il ricongiungimento. La polizia cede, la famiglia è riunita, per ora in Francia. Benoît mercoledì ha ricevuto una notifica di avvio provvedimento. Rischia fino a un massimo di 5 anni di prigione e 30 mila euro di multa per trasporto di clandestini oltre confine.

Cristo si è fermato anche qui, in questo lembo di Europa in cui i diritti elementari paiono sospesi.

La notizia ha fatto molto scalpore in Francia e ha trovato poco spazio sui nostri giornali, già impegnati a fiutare il nuovo corso politico, che in materia di flussi migratori promette una sterzata. Sterzata che Parigi ha già avviato, con un inasprimento della legge di asilo che rende ancora più complicato l’accesso allo status di rifugiato su suolo francese.

Ora, c’è un punto che amministratori e decisori paiono non voler comprendere. Da luglio 2017 almeno 3 mila persone sono passate da questi sentieri fra Bardonecchia e Monginevro. Senza l’aiuto costante, incessante, coordinato e efficiente di centinaia di persone certamente avremmo già dovuto piangere vari morti. Senza il loro agire fra queste montagne riempite dai turisti in estate e in inverno sarebbero già sbocciati campi profughi, accampamenti di tende e bivacchi.

E’ il vero incubo dei sindaci di questi luoghi: rivedere le scene che la televisione ci invia dal confine fra Liguria e Francia. Con la bella stagione i flussi aumenteranno: quanto dovranno ancora temere semplici cittadini, credenti e non credenti, per aver aiutato il prossimo? Donne e uomini agiscono laddove gli Stati non riescono a offrire una risposta seria, e sono costretti ad agire nell’anonimato, a muoversi come novelli partigiani per non rischiare di venire fermati e incriminati per aver prestato soccorso.

Reato d’umanità viene definito con una felice espressione.

Il rafforzamento dei controlli a Ventimiglia ha fatto mutare i percorsi di chi arriva al nord. Non mancano reti di trafficanti che suggeriscono le nuove rotte, senza certo preoccuparsi di raccontare cosa voglia dire arrivare a quasi due mila metri in inverno, un inverno gelido come questo poi. L’umanità mostra tutte le sue facce dunque: c’è chi approfitta della disperazione, ci sono tantissimi indifferenti, c’è chi non si arrende a tanto assurdo dolore, c’è chi si nasconde dietro i totem delle leggi. Resta il fatto oggettivo che, chi arriva qui, chi arriva a Calais, a Ventimiglia o su qualche altro confine della nostra Europa, avrebbe bisogno di ben altro: di tempi certi, di procedure chiare, di alloggiamenti d’emergenza, di accoglienza seria.

«Non sapevo che la neve bruciasse »

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat (Left, 23/02/2018)

Sono arrivati fin qui, a Bardonecchia, frontiera alpina con la Francia, pensando di essere a un passo dalla meta. Dopo mesi e a volte anni di sfiancante peregrinare fra deserto, mare, violenze e sfruttamento, una volta sbarcati in Italia quei pochi chilometri di montagna sembrano una passeggiata; senza contare che le app con il percorso da seguire si trovano facilmente, le vendono addirittura fuori dal Baobab di Roma. Arrivano dall’Africa e non sono preparati al gelo, alla tormenta, alle slavine incombenti: molti sono affondati nella neve fino al ginocchio, senza scarpe adeguate. C’è chi ha dovuto subire amputazioni dopo la traversata: «sentivo i piedi scottare, non sapevo che il freddo bruciasse», ha detto Mamadou, un maliano di 27 anni vittima di congelamento. Di notte alla stazione ferroviaria di Bardonecchia è aperto un presidio sanitario, gestito dall’onlus Rainbow for Africa, con una dozzina di brandine per offrire almeno un riparo dalle temperature sotto zero: in un mese sono passate più di duecento persone, fra cui trenta minori. Naturalmente non basta, e così la popolazione si è mobilitata: cibo, vestiti, assistenza legale, informazioni, che in questi mesi invernali si riassume prioritariamente nel tentativo di dissuadere le persone dallo svalicare, soprattutto per il pericolo delle slavine.
Sono gli attivisti di Briser les frontières, sbriciolare le frontiere: centinaia di persone collegate in una rete agile, in cui ognuno mette al servizio degli altri possibilità e competenze. Quasi tutti arrivano dal movimento No Tav, e l’efficienza nel gestire l’emergenza lo denota: file di excel per segnare i turni da fare in stazione, numeri utili, luoghi di raccolta di viveri e abiti, cene di autofinanziamento partecipatissime, aiuto ai tanti che vengono rispediti indietro dalla polizia francese ma anche momenti pubblici in cui denunciare l’assurdità di una politica che queste montagne le sventra per far transitare più in fretta le merci e al contempo spranga le frontiere davanti alla più grande emergenza umanitaria che l’Europa si trova a vivere dal dopoguerra.
La val di Susa da almeno 25 anni è un laboratorio politico permanente. La lotta contro la faraonica linea ferroviaria ad alta velocità ha coinvolto tutte le fasce sociali e tutte le generazioni, e ha plasmato una rete umana di relazioni che rappresenta un patrimonio raro. Migliaia di abitanti non solo hanno difeso giorno per giorno ogni centimetro di terra dalle trivelle: hanno creato un modello di spinta dal basso, di resistenza ad oltranza, di democrazia partecipativa. Il movimento è talmente consolidato che è in grado di fornire in tempi rapidi risposta ad ogni necessità, come spiega Maria Grazia, una partecipante della marcia di solidarietà fra Claviere e Monginevro organizzata da Briser lo scorso 14 gennaio. «Questo vale in questi mesi di impegno alla frontiera, ma ha funzionato anche nei mesi scorsi durante la grande emergenza incendi. Con una mobilitazione pressoché immediata abbiamo potuto salvare due borgate del paese di Mompantero, minacciate dalle fiamme. Insomma quando c’è un’urgenza, sappiamo che se vogliamo essere subito operativi non è in municipio che dobbiamo suonare il campanello».
Un bagaglio di esperienza che oggi è messo al servizio dei migranti che, qua come in val Roya, all’occorrenza vengono anche presi in casa: Alessia ha ospitato una famiglia della Guinea con due bambine piccole, Franco una ragazza nigeriana sfuggita alla tratta. Anche Nicoletta Dosio e suo marito Silvano hanno “adottato” un giovane nigeriano, che ora vive con loro e li aiuta nella storica locanda “La Credenza” di Bussoleno, da queste parti nota per essere un ritrovo sicuro per gli attivisti No Tav. Lucky si muove discreto sotto lo sguardo inflessibile di Lenin e quello un po’ guascone di Che Guevara, fra bandiere palestinesi e basche: racconta del suo paese, della fuga per non morire, e del figlio piccolo che ha dovuto lasciare.
Nicoletta, da sempre in prima linea contro la linea ad alta velocità, due anni fa è salita alla ribalta delle cronache nazionali per gli arresti domiciliari ricevuti (e ripetutamente ignorati) a seguito di manifestazioni presso il cantiere Tav; per la violazione del provvedimento dovrà presentarsi a un processo che si apre in queste settimane. «Questa è sempre stata una valle di emigranti – racconta – venivano da tutta Italia a lavorare nelle fabbriche e mia nonna andava a Lione per allevare i bachi da seta. Noi crediamo nella libera circolazione delle persone». Con questa convinzione si presenta alle prossime elezioni per la lista “Potere al popolo”: «è ora di smettere di delegare sulle cose in cui crediamo – afferma – il momento elettorale è per noi un’occasione per parlare di scuola pubblica, abolizione della “buona scuola”, del 41bis e dei Patti Lateranensi, e ovviamente anche delle migrazioni». Perché candidarsi se non si ha fiducia nel “Palazzo”? «Per entrarci e portarlo finalmente fuori, in mezzo alla gente, alla realtà. Per provare ancora una volta a cambiare questo maledetto paese. Ma se lo faccio è soltanto perché non sono sola ma ho il movimento No Tav alle spalle».
Sull’importanza dell’accoglienza di chi è in difficoltà, i volontati di Briser sono inflessibili: paura di incorrere in qualche guaio con le autorità? Neanche a pensarci: «siamo abituati a distinguere fra legalità e giustizia – precisa Franco – non abbiamo paura di eventuali denunce, ci preoccupiano soltanto per le persone che si affidano a noi». Una risposta che non stupisce in una valle di 70mila persone che conta almeno 1200 procedimenti penali aperti per resistenza civile. «Il nostro non è soltanto un intervento di solidarietà verso chi si trova in stato di necessità ma anche un’azione politica – precisa Alessia – ci interessa associare all’aiuto materiale una sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla condizione dei migranti e sugli effetti nefasti degli accordi presi dal ministro Minniti. La nostra vuole essere una chiara denuncia: le frontiere vanno abbattute».

Tunisia, tra povertà e integralismo

Di Federica Tourn (Jesus, gennaio 2018)

Di notte Tunisi è una sterminata spianata scintillante, una metropoli di oltre due milioni di abitanti sparsi su un territorio di duecento chilometri quadrati che racchiude il nero del lago omonimo. A guardarla  più da vicino, però, si notano macchi di buio, quando le luci cedono all’oscurità in corrispondenza delle tante cité, i quartieri popolari dove le strade si stringono nei vicoli e l’illuminazione scarseggia. Ironia della sorte, la grande arteria che taglia in due la città prende il nome dal venditore ambulante che si è immolato contro le disuguaglianze: boulevard Mohamed Bouazizi divide come uno spartiacque zone ricche e luoghi disagiati, da una parte il Bardo con la sua cultura e i suoi locali e dall’altra la Cité Ettadhamen, l’agglomerato costruito illegalmente negli anni ’70 dove viveva l’attentatore che ha sparato a due poliziotti davanti al Parlamento, lo scorso 1° novembre. Quartieri blindati di ambasciate, adorne di zagare e gelsomini, e sterrate coperte di baracche costruite fra i rifiuti, dove l’acqua ristagna e le case non hanno finestre, in una vicinanza scomoda, impenetrabile, che inasprisce le tensioni.

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foto Stefano Stranges