Circostanze umanitarie eccezionali

Di Claudio Geymonat (Riforma, 16/03/2018)

Sabato 10 marzo, notte. Fra Claviere, ultimo comune italiano, e Monginevro, primo paese in terra francese, la temperatura è gelida.

In questa fetta di alta Val Susa da mesi, specie nel periodo invernale, ronde di volontari percorrono le strade che portano al confine nel tentativo di aiutare, soccorrere, consigliare, dissuadere, trasportare, le decine di donne e uomini che di continuo, al ritmo di 20-30 al giorno, arrivano fin quassù nel tentativo di proseguire il loro viaggio verso la Francia, l’Inghilterra o altrove. Il loro viaggio dura da mesi, anni, avviato sotto il sole africano e giunto ora fra le nevi delle Alpi.

Dopo tanto peregrinare la meta pare così vicina, e le montagne, dopo l’arsura del deserto e l’incubo del mare aperto, paiono ostacolo di poco conto. Specie per chi non le conosce. I tanti volontari delle associazioni che qui stanno operando sanno invece bene invece cosa voglia dire avventurarsi, soprattutto di notte, fra mulattiere e sentieri. Metri di neve, rischio slavine, congelamenti assicurati.

Benoît Ducos e Joël Pruvost, due volontari del gruppo “Refuge solidaire” si imbattono in una famiglia a piedi in mezzo alla tormenta di pioggia e neve. Padre, madre incinta, due bambini di 2 e 4 anni e due valigie, marciano talmente piano da sembrar fermi. La donna è completamente esausta, in stato di choc, il thermos con il tè caldo e le coperte offerte non sono sufficienti. Parlando con i due uomini scoprono che la ragazza è incinta all’ottavo mese e mezzo. La decisione è immediata e logica: portarla all’ospedale più vicino, 12 km più a valle, a Briançon. Benoît li carica tutti in auto e si invola. Dopo pochi minuti il dolore si fa insopportabile, sono iniziate le contrazioni.

Alle porte di Briançon un posto di blocco delle forze dell’ordine ferma la vettura. Inizia ora un’ennesima storia di umanità sospesa. Ovviamente la famiglia è irregolare, i documenti non ci sono, e Benoît è sottoposto a un fuoco di fila di domande. Accusato di trasportare illegalmente dei migranti, a nulla servono le sue grida, i lamenti della donna e il pianto dei bambini. L’ospedale è a meno di 1 km, i militari non credono la situazione sia grave.

Dopo un’ora di trattative vengono chiamati i vigili del fuoco: sono loro a prendersi carico della donna e a portarla all’ospedale. Tutti gli altri finiscono in caserma. Benoît ne esce con una richiesta di comparizione negli uffici della polizia doganale fissata per mercoledì 14 marzo, il papà e i due bambini vengono caricati su un furgoncino pronto a riportarli in Italia.

Ma i medici telefonano dall’ospedale: con taglio cesareo d’urgenza è nato un maschietto e ora i dottori urlano nella cornetta di concedere il ricongiungimento. La polizia cede, la famiglia è riunita, per ora in Francia. Benoît mercoledì ha ricevuto una notifica di avvio provvedimento. Rischia fino a un massimo di 5 anni di prigione e 30 mila euro di multa per trasporto di clandestini oltre confine.

Cristo si è fermato anche qui, in questo lembo di Europa in cui i diritti elementari paiono sospesi.

La notizia ha fatto molto scalpore in Francia e ha trovato poco spazio sui nostri giornali, già impegnati a fiutare il nuovo corso politico, che in materia di flussi migratori promette una sterzata. Sterzata che Parigi ha già avviato, con un inasprimento della legge di asilo che rende ancora più complicato l’accesso allo status di rifugiato su suolo francese.

Ora, c’è un punto che amministratori e decisori paiono non voler comprendere. Da luglio 2017 almeno 3 mila persone sono passate da questi sentieri fra Bardonecchia e Monginevro. Senza l’aiuto costante, incessante, coordinato e efficiente di centinaia di persone certamente avremmo già dovuto piangere vari morti. Senza il loro agire fra queste montagne riempite dai turisti in estate e in inverno sarebbero già sbocciati campi profughi, accampamenti di tende e bivacchi.

E’ il vero incubo dei sindaci di questi luoghi: rivedere le scene che la televisione ci invia dal confine fra Liguria e Francia. Con la bella stagione i flussi aumenteranno: quanto dovranno ancora temere semplici cittadini, credenti e non credenti, per aver aiutato il prossimo? Donne e uomini agiscono laddove gli Stati non riescono a offrire una risposta seria, e sono costretti ad agire nell’anonimato, a muoversi come novelli partigiani per non rischiare di venire fermati e incriminati per aver prestato soccorso.

Reato d’umanità viene definito con una felice espressione.

Il rafforzamento dei controlli a Ventimiglia ha fatto mutare i percorsi di chi arriva al nord. Non mancano reti di trafficanti che suggeriscono le nuove rotte, senza certo preoccuparsi di raccontare cosa voglia dire arrivare a quasi due mila metri in inverno, un inverno gelido come questo poi. L’umanità mostra tutte le sue facce dunque: c’è chi approfitta della disperazione, ci sono tantissimi indifferenti, c’è chi non si arrende a tanto assurdo dolore, c’è chi si nasconde dietro i totem delle leggi. Resta il fatto oggettivo che, chi arriva qui, chi arriva a Calais, a Ventimiglia o su qualche altro confine della nostra Europa, avrebbe bisogno di ben altro: di tempi certi, di procedure chiare, di alloggiamenti d’emergenza, di accoglienza seria.

«Non sapevo che la neve bruciasse »

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat (Left, 23/02/2018)

Sono arrivati fin qui, a Bardonecchia, frontiera alpina con la Francia, pensando di essere a un passo dalla meta. Dopo mesi e a volte anni di sfiancante peregrinare fra deserto, mare, violenze e sfruttamento, una volta sbarcati in Italia quei pochi chilometri di montagna sembrano una passeggiata; senza contare che le app con il percorso da seguire si trovano facilmente, le vendono addirittura fuori dal Baobab di Roma. Arrivano dall’Africa e non sono preparati al gelo, alla tormenta, alle slavine incombenti: molti sono affondati nella neve fino al ginocchio, senza scarpe adeguate. C’è chi ha dovuto subire amputazioni dopo la traversata: «sentivo i piedi scottare, non sapevo che il freddo bruciasse», ha detto Mamadou, un maliano di 27 anni vittima di congelamento. Di notte alla stazione ferroviaria di Bardonecchia è aperto un presidio sanitario, gestito dall’onlus Rainbow for Africa, con una dozzina di brandine per offrire almeno un riparo dalle temperature sotto zero: in un mese sono passate più di duecento persone, fra cui trenta minori. Naturalmente non basta, e così la popolazione si è mobilitata: cibo, vestiti, assistenza legale, informazioni, che in questi mesi invernali si riassume prioritariamente nel tentativo di dissuadere le persone dallo svalicare, soprattutto per il pericolo delle slavine.
Sono gli attivisti di Briser les frontières, sbriciolare le frontiere: centinaia di persone collegate in una rete agile, in cui ognuno mette al servizio degli altri possibilità e competenze. Quasi tutti arrivano dal movimento No Tav, e l’efficienza nel gestire l’emergenza lo denota: file di excel per segnare i turni da fare in stazione, numeri utili, luoghi di raccolta di viveri e abiti, cene di autofinanziamento partecipatissime, aiuto ai tanti che vengono rispediti indietro dalla polizia francese ma anche momenti pubblici in cui denunciare l’assurdità di una politica che queste montagne le sventra per far transitare più in fretta le merci e al contempo spranga le frontiere davanti alla più grande emergenza umanitaria che l’Europa si trova a vivere dal dopoguerra.
La val di Susa da almeno 25 anni è un laboratorio politico permanente. La lotta contro la faraonica linea ferroviaria ad alta velocità ha coinvolto tutte le fasce sociali e tutte le generazioni, e ha plasmato una rete umana di relazioni che rappresenta un patrimonio raro. Migliaia di abitanti non solo hanno difeso giorno per giorno ogni centimetro di terra dalle trivelle: hanno creato un modello di spinta dal basso, di resistenza ad oltranza, di democrazia partecipativa. Il movimento è talmente consolidato che è in grado di fornire in tempi rapidi risposta ad ogni necessità, come spiega Maria Grazia, una partecipante della marcia di solidarietà fra Claviere e Monginevro organizzata da Briser lo scorso 14 gennaio. «Questo vale in questi mesi di impegno alla frontiera, ma ha funzionato anche nei mesi scorsi durante la grande emergenza incendi. Con una mobilitazione pressoché immediata abbiamo potuto salvare due borgate del paese di Mompantero, minacciate dalle fiamme. Insomma quando c’è un’urgenza, sappiamo che se vogliamo essere subito operativi non è in municipio che dobbiamo suonare il campanello».
Un bagaglio di esperienza che oggi è messo al servizio dei migranti che, qua come in val Roya, all’occorrenza vengono anche presi in casa: Alessia ha ospitato una famiglia della Guinea con due bambine piccole, Franco una ragazza nigeriana sfuggita alla tratta. Anche Nicoletta Dosio e suo marito Silvano hanno “adottato” un giovane nigeriano, che ora vive con loro e li aiuta nella storica locanda “La Credenza” di Bussoleno, da queste parti nota per essere un ritrovo sicuro per gli attivisti No Tav. Lucky si muove discreto sotto lo sguardo inflessibile di Lenin e quello un po’ guascone di Che Guevara, fra bandiere palestinesi e basche: racconta del suo paese, della fuga per non morire, e del figlio piccolo che ha dovuto lasciare.
Nicoletta, da sempre in prima linea contro la linea ad alta velocità, due anni fa è salita alla ribalta delle cronache nazionali per gli arresti domiciliari ricevuti (e ripetutamente ignorati) a seguito di manifestazioni presso il cantiere Tav; per la violazione del provvedimento dovrà presentarsi a un processo che si apre in queste settimane. «Questa è sempre stata una valle di emigranti – racconta – venivano da tutta Italia a lavorare nelle fabbriche e mia nonna andava a Lione per allevare i bachi da seta. Noi crediamo nella libera circolazione delle persone». Con questa convinzione si presenta alle prossime elezioni per la lista “Potere al popolo”: «è ora di smettere di delegare sulle cose in cui crediamo – afferma – il momento elettorale è per noi un’occasione per parlare di scuola pubblica, abolizione della “buona scuola”, del 41bis e dei Patti Lateranensi, e ovviamente anche delle migrazioni». Perché candidarsi se non si ha fiducia nel “Palazzo”? «Per entrarci e portarlo finalmente fuori, in mezzo alla gente, alla realtà. Per provare ancora una volta a cambiare questo maledetto paese. Ma se lo faccio è soltanto perché non sono sola ma ho il movimento No Tav alle spalle».
Sull’importanza dell’accoglienza di chi è in difficoltà, i volontati di Briser sono inflessibili: paura di incorrere in qualche guaio con le autorità? Neanche a pensarci: «siamo abituati a distinguere fra legalità e giustizia – precisa Franco – non abbiamo paura di eventuali denunce, ci preoccupiano soltanto per le persone che si affidano a noi». Una risposta che non stupisce in una valle di 70mila persone che conta almeno 1200 procedimenti penali aperti per resistenza civile. «Il nostro non è soltanto un intervento di solidarietà verso chi si trova in stato di necessità ma anche un’azione politica – precisa Alessia – ci interessa associare all’aiuto materiale una sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla condizione dei migranti e sugli effetti nefasti degli accordi presi dal ministro Minniti. La nostra vuole essere una chiara denuncia: le frontiere vanno abbattute».

Tunisia, tra povertà e integralismo

Di Federica Tourn (Jesus, gennaio 2018)

Di notte Tunisi è una sterminata spianata scintillante, una metropoli di oltre due milioni di abitanti sparsi su un territorio di duecento chilometri quadrati che racchiude il nero del lago omonimo. A guardarla  più da vicino, però, si notano macchi di buio, quando le luci cedono all’oscurità in corrispondenza delle tante cité, i quartieri popolari dove le strade si stringono nei vicoli e l’illuminazione scarseggia. Ironia della sorte, la grande arteria che taglia in due la città prende il nome dal venditore ambulante che si è immolato contro le disuguaglianze: boulevard Mohamed Bouazizi divide come uno spartiacque zone ricche e luoghi disagiati, da una parte il Bardo con la sua cultura e i suoi locali e dall’altra la Cité Ettadhamen, l’agglomerato costruito illegalmente negli anni ’70 dove viveva l’attentatore che ha sparato a due poliziotti davanti al Parlamento, lo scorso 1° novembre. Quartieri blindati di ambasciate, adorne di zagare e gelsomini, e sterrate coperte di baracche costruite fra i rifiuti, dove l’acqua ristagna e le case non hanno finestre, in una vicinanza scomoda, impenetrabile, che inasprisce le tensioni.

LEGGI L’INTERO ARTICOLO QUI: Tunisia

foto Stefano Stranges

 

 

La marcia di solidarietà attraverso il confine, lungo il sentiero dei migranti

Claudio Geymonat (Il Manifesto, 16/1/2018)

In alta val di Susa l’«emergenza» migranti non accenna a diminuire, nonostante le condizioni atmosferiche estreme. «Da 25 anni i politici ci spiegano che il Treno ad Alta Velocità è un’opera indispensabile per spostare in maniera rapida merci e persone. In questa stessa valle gli stessi politici sprangano le frontiere in faccia a donne, uomini, ragazzi, che arrivati qui dopo un viaggio nemmeno immaginabile, chiedono soltanto di proseguire il cammino. Qualcosa non funziona». Maria Grazia è tra le centinaia di persone che domenica scorsa hanno partecipato alla marcia attraverso la frontiera italo-francese per offrire sostegno ai tanti che tentano di passare il confine ma vengono respinti dalla polizia o dal gelo. Avanza nella neve con in mano la bandiera del movimento NoTav, una seconda pelle per tanti in questo lembo di Italia, tornato di nuovo alla ribalta delle cronache da quando le rotte dei migranti, di chiusura in chiusura, sono arrivate fin quassù. Con lei molta gente a piedi, da Claviere, ultimo Comune italiano, a Montgenèvre, il primo paese oltralpe. Continua a leggere “La marcia di solidarietà attraverso il confine, lungo il sentiero dei migranti”

Non diritto di asilo

Claudio Geymonat (Riforma.it, 12 gennaio 2018)

Ieri 11 gennaio in Francia è stata presentata dal Primo ministro Edouard Philippe alle associazioni e enti di assistenza la nuova proposta di legge su immigrazione e diritto di asilo. La norma è stata oggetto di critiche da varie parti, anche dal fronte più vicino al presidente Emmanuel Macron, in quanto iscrive la politica francese nel quadro di una dissuasione sistematica all’ingresso nel Paese. Il testo finale dovrebbe essere presentato in Consiglio dei Ministri a febbraio e pare assai lontano dai concetti di “migliore accoglienza dei rifugiati” e “miglior rimpatrio” che sono stati gli slogan del governo in materia.

Innanzitutto, il documento introduce una vera corsa contro il tempo per il richiedente asilo, che vedrà scendere dagli attuali 120 a 90 i giorni per presentare la domanda. I tempi di un eventuale ricorso di fronte ad una domanda non accettata scendono da un mese a 15 giorni. Punti delicati, dal momento che oggi ci vogliono circa 30 giorni lavorativi per ottenere un appuntamento in prefettura.

Laurent Giovannoni di Secours Catholique lamenta su questo punto un’ assenza di risorse aggiuntive per diminuire i tempi di attesa e gestione delle singole pratiche: «Ci viene detto che si vogliono ridurre le tempistiche ma viene proposto solo un taglio dei tempi senza un progetto alternativo».

In effetti il governo ha previsto la creazione in bilancio di 150 nuovi funzionari per le prefetture, ma il loro operato è pressoché interamente assorbito da un altro aspetto del problema, quello dei “dublinati”, quei migranti che vorrebbero richiedere l’asilo in Francia ma che le forze di polizia tentano di rispedire nelle nazioni europee in cui per prime hanno rilasciato le impronte digitali.

Di contro aumentano, da 45 a 90 giorni, i tempi della detenzione amministrativa in campi di accoglienza, periodo in cui alle autorità spetta il compito di gestire la pratica del migrante in questione senza che questo possa ovviamente allontanarsi e far perdere le proprie tracce. «Pare chiaro che il governo vuole dissuadere gli stranieri anche solo ad affacciarsi ai nostri confini» commenta Serge Slama, professore di Diritto Pubblico all’università di Grenoble. A suo avviso «la linea scelta da Collomb e Macron è più dura di quella dei tempi dell’ex presidente Nicolas Sarkozy e della politica dei pesi e contrappesi. Nel 2003 l’irrigidimento delle procedure d’ingresso era stato in parte mitigato dall’introduzione del contratto di accoglienza e integrazione. Nel 2006 poi si ragionava sulla cosiddetta “immigrazione mirata”, volta a regolarizzare ad esempio tutti i lavoratori senza documenti. Oggi siamo di fronte ad un inasprimento generale, in particolare nei confronti dei richiedenti asilo».

Prevista inoltre una ulteriore facilitazione per la “caccia” ai migranti privi di documenti, dal momento che il fermo amministrativo per la verifica del diritto di soggiorno sarà aumentata dalle attuale 16 ore a 24, e saranno rafforzati i poteri investigativi degli ufficiali di polizia.

Le associazioni in prima linea nella gestione dell’accoglienza non vedono alcun cambiamento dalla bozza di legge presentata loro ad ottobre, momento in cui furono avanzati vari rilievi, nessuno dei quali appare accolto dal testo odierno. E’ stato soltanto rimosso il concetto di “Paese terzo sicuro”,cioè la possibilità di inviare richiedenti asilo fuori Europa senza nemmeno studiare il singolo caso. Sarebbe stata la pietra tombale sul diritto di asilo.

Nel corso del “Vertice del Mediterraneo” che si è appena concluso a Roma il presidente Macron è stato sollecitato ad esprimersi dai giornalisti transalpini, che gli hanno citato in conferenza stampa le parole di Jean-Marie Gustave Le Clézio, premio Nobel per la letteratura nel 2008, che in un articolo pubblicato sul settimanale “Obs” ha definito l’attuale politica sui migranti «un insopportabile diniego di umanità»: «c’è molta confusione fra gli intellettuali – ha commentato l’inquilino dell’Eliseo – . Bisogna guardarsi dai falsi buoni sentimenti. La Francia non è chiusa, ma sta affrontando la più grande ondata migratoria dai tempi della Seconda guerra mondiale. Centomila domande di asilo deposte lo scorso anno significano proprio che non vi sono respingimenti coatti».

Michael Neuman, direttore del centro studi di Medici Senza Frontiere in una lunga intervista sul quotidiano “Liberation” ha invece spiegato perché la sua associazione, al pari di numerose altre, non ha partecipato all’ultimo incontro con il premier Philippe: «si sono susseguiti in questi mesi tavoli di consultazione che si sono ridotti ad una semplice esposizione delle nuove norme, senza che mai venissero presi in considerazione i nostri suggerimenti. Il Governo continua a non rispondere alle domande sul rinvio coatto in Italia di minori sorpresi sui monti fra Bardonecchia e Briançon, e a non mutare le politiche di polizia volte a scoraggiare l’operato di moltissimi enti e privati cittadini, che a Calais come a Parigi come sulle Alpi, tentano di offrire conforto e soccorso a tante donne, bambini, uomini».

A colpire poi è il concetto espresso da Macron di accoglienza mirata ai cosiddetti “talenti” o “geni”: il documento prevede infatti una facilitazione all’ottenimento del passaporto per coloro che possiedono competenze professionali di cui la Francia ha bisogno. Una politica opportunistica, miope di fronte ai numeri da esodo biblico di questi anni.

Sempre nella giornata dell’11 gennaio 27 fra Ong e organizzazioni caritatevoli hanno presentato un ricorso al Consiglio di Stato per chiedere l’annullamento di una delle tante circolari di questi mesi, la cosiddetta “circolare Collomb” (dal nome del ministro degli Interni Gérard Collomb) del 12 dicembre scorso, che chiede ai prefetti di «costruire localmente un solido sistema di monitoraggio amministrativo per gli stranieri ospitati in alloggi di emergenza, con l’aiuto di équipe mobili responsabili della valutazione delle persone ospitate». Un documento, che anticipato in esclusiva dal quotidiano “Le Monde” ha scatenato un putiferio fra chi vede in tale indirizzo una volontà di intervento casa per casa, fra i molti, privati e associazioni, che offrono ospitalità, alla ricerca dei migranti presenti su suolo francese. Verrebbe messo in discussione in questo modo il principio giuridico dell’accoglienza incondizionata in alloggiamenti di emergenza. Ai giudici ora il compito di esprimersi su questo aspetto.

La totale assenza di riferimenti alla soluzione della questione libica completa il quadro. Ancora una volta la politica pare ferma nel gestire il tema delle migrazioni sempre e solo come un’emergenza.

Intanto mentre a Parigi si discute, i tentativi di attraversamento delle Alpi non cessano, nonostante gli oltre due metri di neve caduti negli ultimi giorni.

Domenica 14 gennaio è prevista una marcia sui sentieri dei migranti, da Claviere al Monginevro, in solidarietà con tutti coloro i quali stanno tentando di costruirsi una vita migliore, e per far questo sono disposti a superare qualsivoglia barriera.

 

Nella Tunisia della crisi, dove Isis “dà lavoro” come la Mafia

Di Federica Tourn (Eastwest, 03/12/2017)

È sera, suonano alla porta. Quando apre, la donna trova sulla soglia la testa di suo figlio; intorno non c’è nessuno, solo il buio della notte sulle colline. Nessuno a cui chiedere aiuto, nessuno che le dica cosa fare del suo terrore e della disperazione, troppo tardi per qualsiasi cosa. Prende la testa, richiude la porta, mette quel che resta del figlio nel frigorifero. Continua a leggere “Nella Tunisia della crisi, dove Isis “dà lavoro” come la Mafia”