Zona Disagio. Arcore, amore mio

di Claudio Geymonat

Sono forse un po’ deviato, ma vedere Patrizia De Blanck in televisione a me richiama sempre alla mente altre storie. Storie che sono tornate prepotentemente nei miei pensieri in questi giorni in cui l’intramontabile Silvio Berlusconi con una serie di telefonate alle trasmissioni di Fabio Fazio e Giovanni Floris ha compiuto, a dar retta alle cronache sdolcinate del giorno dopo, un ulteriore passo verso quel finale da Padre della Patria che l’ex cavaliere in fondo sogna da sempre. 

Il Quirinale è naufragato anni fa, ma un bell’ultimo giro di giostra da gran burattinaio non se lo vuole negare.

Oddio, la De Blanck a dire il vero c’entra proprio poco, se non nulla. Ma il caso ha voluto che il secondo marito della salottiera televisiva di cui sopra, l’amatissimo Giuseppe Drommi, sia stato il primo marito di Anna Fallarino.

E qui si aprono molti file sul nome legato a una tragica vicenda di cronaca. La Fallarino, sposata Drommi, a Cannes conosce il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, ricchissimo, ma ricchissimo davvero, proveniente da una delle più antiche famiglie nobili milanesi. Il Casati spenderà, si dice, un miliardo di lire del 1958!, per ottenere l’annullamento del matrimonio Fallarino-Drommi dalla Sacra Rota, e impalmare un anno dopo la donna, travolti da una passione irresistibile. La loro storia erotica sessuale, ricca di voyeurismo ed esibizionismo, sfociata nel 1970 nell’omicidio da parte del marchese di Anna Fallarino e di un giovane amante, prima di rivolgere l’arma contro se stesso, ci interessa qui soltanto per i risvolti economici seguenti.

Casati ha una sola figlia, all’epoca ancora minorenne, sconvolta per i risvolti torbidi della vicenda che i giornali italiani raccontano con dovizia e pruriginosa morbosità. Sola, erede di una fortuna letteralmente incalcolabile, la giovane Anna Maria viene affidata a un tutore, Giorgio Bergamasco, avvocato della Democrazia Cristiana e senatore per quattro legislature, e a un pro-tutore (in quanto Bergamasco impossibilitato per gli impegni parlamentari e governativi): il giovane avvocato Cesare Previti. Il quale pochi anni dopo presenta alla ereditiera, nel frattempo trasferitasi in Brasile, un’offerta per l’acquisto di Villa San Martino ad Arcore e di vari terreni fra Segrate e Cernusco sul Naviglio, un pezzo dell’immenso patrimonio paterno. 

La proposta è del giovane e promettente palazzinaro Silvio Berlusconi. 500 milioni per la villa. Troppo poco dice lei. Ma figuriamoci dice lui, un buon modo di monetizzare, con tutti i problemi legati ai sospesi col fisco di tuo padre. E poi l’acquisto sarà solo delle mura e di un po’ di terreni attorno, e non delle inestimabili opere d’arte all’interno (fra l’altro una serie di pale di Bernardino Luini) e dei diecimila volumi dell’incredibile biblioteca. Sì, ciao core.

Tutto passa nelle proprietà del rampante imprenditore e negli anni seguenti non ci saranno battaglie legali che tengano: la truffa è compiuta, la giovane ingenua ha apposto troppe firme senza leggere tutto a fondo. Il Biscione vi si insedia nel 1974. A gestire il patrimonio librario e i lavori di ristrutturazione della dimora faraonica chiama il suo giovane amico Marcello Dell’Utri, il quale il 7 luglio di quello stesso anno porta in villa, ufficialmente come stalliere, Vittorio Mangano, all’epoca già pregiudicato e pluri-arrestato, affiliato alla famiglia mafiosa di Porta Nuova e definito da Paolo Borsellino una delle “teste di ponte” della mafia al nord. 

E dire che di problemi con la mafia in quegli anni Berlusconi ne avrà diversi. Trasferirà la famiglia prima in Spagna e poi in Svizzera per molti mesi, per timore di rapimenti e estorsioni dopo varie minacce ricevute. Poi per anni il silenzio, con i famosi versamenti mensili della Fininvest alle famiglie mafiose dei Bontate, come raccontato da vari pentiti e da agendine troppo minuziose recuperate qua e là dagli investigatori di turno.

Dell’Utri sarà condannato nel 2014 in via definitiva a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa ed in primo grado nel 2018 è stato condannato a 12 anni per la trattativa Stato-Mafia insieme agli ex generali Mario Mori e Antonio Subranni. 

Già che c’è Silvio acquista sempre dalla Casati alcuni terreni a Segrate, dove sta compiendo l’edificazione di Milano Due. Terreni agricoli che magicamente in breve tempo diventano residenziali. Sarà Massimo Ciancimino nel 2010 a raccontare degli investimenti mafiosi nel nuovo quartiere, fiore all’occhiello della Edilnord berlusconiana. Queste sono soltanto alcune delle basi su cui si fonda l’incredibile ascesa del futuro presidente del Consiglio e del futuro Padre di questa povera Patria. 

Molto del resto è da cercare nell’unico sportello di una piccola banca in centro a Milano, la Rasini, quella in cui era alto funzionario il papà del nostro Silvio e che nel 1983 subirà l’“Operazione San Valentino” ad opera della polizia milanese, che ne scoprirà il ruolo nel riciclaggio di denaro mafioso. Si scoprirà che la banca vantava fra i clienti i signori Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Vittorio Mangano. E naturalmente Silvio Berlusconi. Ma questa è un’altra storia. Forse.

Zona Disagio. L’Ungheria riscrive (ancora) un pezzo di storia

Il comunismo, l’olocausto e adesso la letteratura. Il progetto di Viktor Orbán di riscrivere la storia ungherese prosegue da anni a tappe forzate, con qualche inciampo, ma con un obiettivo a medio e lungo termine: allevare una generazione di compatrioti ignari del vero percorso delle vicende del loro Paese. 

Un obiettivo pericolosissimo sempre, a qualsiasi latitudine, molto più dello sbraitare sovranista che il premier riserva ai nemici di turno, siano essi l’Europa, i migranti, le organizzazioni non governative.

Primo ministro dal 1998 al 2002 e poi ininterrottamente dal 2010 a oggi e chissà per quanto ancora, Orbán sta avendo tutto il tempo per forgiare la Storia a suo uso e consumo. 

Dallo scorso anno i libri di testo che le scuole possono adottare sono solamente quelli prodotti dallo Stato: abolita l’editoria privata e via libera a pubblicazioni dove «l’immigrazione è un pericolo per i valori tradizionali ungheresi», dove «L’Unione Europea è un organismo che favorisce gli Stati del Sud Europa», dove il concetto di multiculturalismo viene spiegato con una fotografia della stazione di Budapest invasa dai migranti nel 2015, in cui si spiega che «i maschi sono più bravi delle femmine in matematica». Solite proteste accademiche, solito silenzio dei media quasi tutti assoggettati, e la notizia passa in sordina.

L’operazione è gigantesca: per questo Orbán si è circondato di una serie di docenti, storici e ricercatori compiacenti. Fra tutti spicca certamente Maria Schmidt, potentissima consigliera e animatrice di alcune delle più discusse iniziative culturali di questi ultimi anni. Prima fra tutte in ordine di tempo il museo del Terrore, dove nazismo e comunismo sono equiparati ed è anzi l’occupazione sovietica a occupare il maggior spazio e, pare di comprendere, le maggiori attenzioni critiche.

Da anni Maria Schmidt tenta di aprire il museo dell’Olocausto, ma qui sta facendo i conti con quel che resta della comunità ebraica del Paese, quasi tutta sterminata durante la Seconda guerra mondiale. L’idea di raccontare un’Ungheria non colpevole, in balia del giogo tedesco, costretta a chinare la testa di fronte a soprusi altrui, proprio non va giù agli eredi dei deportati. 

Ora l’ultimo caso: l’inaugurazione di una casa museo dedicata alla memoria dell’unico premio Nobel per la letteratura magiaro, Imre Kertész, nel tentativo di trasformarlo in un eroe nazionale in chiave anticomunista. Finiscono in soffitta, o meglio sotto il tappeto, i feroci attacchi di cui lo scrittore ebreo fu vittima da parte dei partiti di destra, compreso il Fidesz di Orbán, al momento della vittoria del Nobel nel 2002, soprattutto per le parole sull’Olocausto, gli orrori del nazismo e le complicità ungheresi. 

Oggi il governo preferisce recuperare le prese di posizione contro il comunismo, dimenticando quello che lo stesso Kertész aveva dichiarato in un’intervista del 2012 a Le Monde: «Niente è cambiato in Ungheria, tutto è uguale a come era nel regime di Kádár, solo che ora è Orbán che incanta il paese». 

A ricordarcelo per fortuna ci pensa Eva S. Balogh, ex insegnante di Storia dell’Europa orientale all’Università di Yale e curatrice del blog “Hungarian Spectrum”, che aggiunge altre battute da quell’intervista: «L’Ungheria si rivolta contro l’Europa per la tutela dell’interesse nazionale, il che può dare l’impressione che il Paese stia riguadagnando la sua sovranità. L’Ungheria ha torto, e ciò non è nuovo nella storia del paese». E ancora: «Gli ungheresi si renderanno conto che stanno andando nella direzione sbagliata e Orbán fallirà». In breve, ci vorrà uno sforzo eroico per trasformare Kertész in un personaggio che si adatti allo stampo per lui creato da Orbán, ma sono sicuro che nessuno sforzo sarà risparmiato per rimodellarlo in un vero scrittore “nazionale”.

cg

Zona Disagio. Cronache da Lesbo e Samos, Europa

C’è lockdown e lockdown

Sono passati due mesi da quando un incendio, la notte del 9 settembre, ha completamente distrutto il campo profughi di Moria, a Lesbo. Tredicimila persone sono scappate dalle fiamme riversandosi in strada, lasciandosi (di nuovo!) tutto alle spalle, perdendo le poche cose che possedevano e i documenti per la richiesta d’asilo, fragile filo che li legava all’Europa. Fuori, nella notte, mentre il fuoco sulla collina continuava a bruciare, hanno trovato ad attenderli i lacrimogeni della polizia, accorsa a contenere la fuga. 

Hanno vissuto per strada, nei cimiteri, con poca acqua e cibo portato dalle organizzazioni umanitarie, in attesa che le istituzioni locali ed europee decidessero di loro: quella che poteva essere un’opportunità per ripensare la tragica condizione dei richiedenti asilo bloccati nelle isole greche è stata invece l’ennesima conferma dell’indifferenza dell’Europa.

Un nuovo campo è stato montato in pochi giorni lungo la strada principale, a ridosso del mare ed esposto alle intemperie: è stato classificato come temporaneo, ma sembra ormai evidente che i circa settemila occupanti dovranno rassegnarsi a passare l’inverno lì, all’incrocio dei venti che in questa stagione soffiano forti, con il freddo, su un terreno che quando piove (l’abbiamo già visto) si allaga e diventa una piscina di fango. Non c’è acqua corrente, non ci sono fogne, i bagni chimici sono insufficienti e ancora – dopo due mesi – non c’è una doccia per lavarsi. 

Intanto, è stato chiuso dalle autorità il centro per persone vulnerabili di Pipka, uno dei pochi esempi virtuosi di accoglienza; i 74 occupanti sono stati trasferiti per il momento nel campo di Kara Tepe, lungo la strada principale, non lontano dal nuovo centro governativo.

Ora anche sulla Grecia è sceso un nuovo lockdown per contenere la pandemia e per chi vive nel campo significa una cosa sola: essere chiusi dentro, come in una prigione, ma da innocenti. Una plastica prefigurazione di quello che dovrebberoro diventare i nuovi campi profughi secondo le previsioni della nuova legge sull’immigrazione, voluta dal premier Kyriakos Mitsotakis ed entrata in vigore il 1° gennaio 2020.

Muore il figlio nella traversata verso Samos: incarcerato

Le cronache della frontiera ci pongono quotidianamente davanti a incredibili escalation di orrore. Sabato notte, il 7 novembre, è annegato al largo dell’isola di Samos un bambino di sei anni mentre tentava, insieme al padre e ad altre persone, di attraversare quel braccio di mare che separa la costa turca dalla Grecia. Il padre, un giovane afgano di 25 anni, è riuscito a sbarcare ed è stato subito arrestato dalle autorità con l’accusa di aver messo in pericolo la vita del figlio: se condannato, rischia fino a dieci anni di carcere.

Le stesse autorità che ignorano volutamente i respingimenti dei gommoni provenienti dalla Turchia oggi mettono in cella un padre disperato: le stesse autorità, greche ed europee, che chiudono gli occhi quando imbarcazioni guidate da uomini incappucciati, o la stessa Guardia Costiera, ributtano i migranti in acque turche con manovre pericolose e azzardate, non hanno remore a imprigionare un uomo sotto choc per la morte del figlio.

Intanto oggi, 11 novembre, un nuovo incendio ha colpito il campo profughi che accoglie circa quattromila persone. È il secondo in una settimana; altri due incendi dolosi erano stati appiccati allo stesso campo a settembre. 

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(foto: Stefano Stranges, controlli al nuovo campo profughi di Lesbo, settembre 2020)

Zona Disagio. In Algeria morto Bouregaa, simbolo e protagonista delle rivoluzioni del Paese

Ora Lakhdar Bouregaa potrà finalmente riposare. È morto il 4 novembre ad Algeri. Dopo una vita contro, sempre.

Nato nel 1933, nel 1956 si unisce al Fronte di Liberazione nazionale, che dal 1954 al 1962 combatte contro la presenza coloniale francese nella terribile guerra d’Algeria che tanti strascichi ha lasciato nelle relazioni fra Parigi e l’Africa.

Dopo l’indipendenza, è fra i fondatori del Fronte delle forze socialiste e viene eletto deputato alla prima Assemblea nazionale.

Di fronte all’avanzare di forze autoritarie e allo svanire delle istanze di libertà che avevano acceso tante speranze, sceglie di contrastare da subito Houari Boumedédiène, salito al potere nel 1965 con un colpo di stato.

Arrestato nel 1967, torturato a lungo, nel 1969 viene condannato a trent’anni di carcere ma liberato solo sei anni dopo, nel 1975.

Da allora continuerà a criticare i futuri presidenti: Chadli prima, l’eterno Bouteflika poi.

L’ultima stagione della sua vita lo rivede protagonista assoluto, unico filo rosso rimasto a far da collante fra i “vecchi” che avevano fatto la rivoluzione e i giovani che dal febbraio 2019 hanno invaso le strade delle città algerine per dire basta all’ennesimo tentativo di Bouteflika di rimanere al potere. Bouregaa in varie interviste e comizi manifesta un sostegno senza riserve all’Hirak, il grande movimento di protesta che scuote il paese. Manifestazioni di dimensioni enormi che appena tre mesi dopo, nell’aprile 2019, portano infine alle dimissioni di Bouteflika. Manifestazioni poi sedate con la violenza, ancora una volta, dagli anziani gerarchi, veri custodi dello Stato.

A giugno 2019 per Bouregaa si riaprono di nuovo le porte del carcere nonostante l’età, 86 anni, a seguito di dichiarazioni in cui accusa il generale Ahmed Gaïd Salah, il nuovo-vecchio uomo forte del regime, di aver già scelto il futuro presidente della Repubblica e di prepararsi ad allestire  elezioni farsa. Verrà rilasciato solo il 2 gennaio di quest’anno, insieme a vari altri attivisti dell’Hirak, dopo mesi di proteste internazionali.

cg