La Malafrutta

Viaggio nel mondo dei lavoratori stagionali del Saluzzese, fra lavoro nero e crisi del settore agroalimentare

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Reportage: Claudio Geymonat e Federica Tourn
Foto: Anna Lami

«Lavoro non ce n’è. Ti prendono per qualche giorno, una settimana, e poi basta. Sei di nuovo fermo». Alassane ha due telefoni in mano, uno per l’Italia e l’altro per l’Africa: li guarda ma nessuno dei due squilla. Dalla Costa d’Avorio è arrivato in Italia via mare come tanti altri, a tentare la sorte in Italia: gira le campagne in bicicletta dalle prime ore del mattino per vedere se resta ancora frutta da raccogliere. La stagione ormai è finita e di lavoro quest’anno se n’è visto poco, l’estate non è stata per niente generosa. La notte scende presto sul Foro Boario e fa già decisamente freddo. Nove docce e cinque bagni per oltre 400 persone, il doppio del numero previsto per il campo allestito dalla Caritas per accogliere in qualche modo i lavoratori stagionali, che ormai da qualche anno arrivano a Saluzzo per la raccolta della frutta, da maggio a novembre.

Trenta tende progettate per sei persone, ne accolgono invece dieci o dodici, con comprensibili problemi dati dalla mancanza di un minimo spazio vitale. 120 uomini hanno trovato rifugio nei container messi a disposizione dalla Coldiretti, altri ancora in tendopoli sparse nell’area compresa fra Verzuolo e Scarnafigi. I campi nel Saluzzese ormai sono stati istituzionalizzati, ne hanno montati sette quest’anno. «Non si può rispondere al bisogno abitativo con i campi, che rappresentano una “temporaneità permanente” a cui di fatto i lavoratori stagionali sono costretti»

Al Coordinamento bracciantile saluzzese – un’organizzazione informale nata nella primavera 2014 per costruire percorsi di elaborazione politica e sindacale insieme a migranti, rifugiati, autoctoni – non hanno dubbi: «le persone in questo modo non hanno alcuna prospettiva di stabilità o miglioramento della propria condizione: come possono uscire dalla precarietà lavorativa? Senza residenza, poi, non hanno nemmeno diritto alla salute», dice Cecilia Rubiolo, del Coordinamento. «Non è accettabile che gli imprenditori siano disinteressati al fatto che chi lavora per loro viva in un container bollente d’estate e gelato d’inverno. La sistemazione abitativa deve essere a carico delle aziende e chi si vuole fermare oltre la stagione della frutta, deve poterlo fare».

La notte è fredda, si fa fatica a prendere sonno. «Molti soffrono di dolori articolari, male ai denti, bronchiti recidivanti», racconta Martina Cammarata, infermiera di Torino che ogni settimana fa un giro al campo con altri volontari per verificare le condizioni di salute degli occupanti. «Quello che possiamo fare noi è tamponare qualche situazione di emergenza ma è chiaro che i disturbi e le malattie in condizioni di mancanza di un luogo asciutto e caldo e con un’alimentazione non adeguata, soprattutto adesso che la stagione fredda avanza, non possono risolversi».

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Yussuf fa il sugo per la pasta stasera: è originario della Costa d’Avorio e, a giudicare dal profumo, la cena sarà il risultato di non poche contaminazioni culturali. Mentre bada che non si attacchi alla pentola, racconta della sua vita qui. Ha lavorato nei campi per nove ore al giorno, cinquanta euro in tutto, ed è stato uno dei più fortunati perché la maggior parte degli stagionali quest’anno non ha fatto che girare le campagne a vuoto. «Funziona così: vai a chiedere alle aziende, prendi contatti e poi se hanno bisogno di raccoglitori ti chiamano. Per quanti giorni? Decide il padrone». Il permesso di soggiorno ce l’hanno (quasi) tutti ma se non lavori – si sa – scade.

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La Caritas ha messo in azione la sua forza territoriale coinvolgendo 17 diocesi e raccogliendo, oltre alle tende da campo, anche 150 biciclette, mezzo indispensabile per vagare fra le strade dritte e buie delle campagne. L’anno scorso anche la chiesa valdese di Pinerolo aveva promosso raccolte di vestiario e di generi di prima necessità. «Ma i ragazzi in due anni sono diventati tantissimi, 700 in tutto il circondario, fra poco non saremo in grado di garantire altra assistenza. E cosa succederà?», si chiede Carlo Rubiolo, volontario della Caritas di Saluzzo.

Già cosa succederà? Dove andranno fra pochi giorni, ora che il campo è stato smantellato e la stagione è finita? Si sposteranno in altre regioni per altre raccolte, magari al sud dove iniziano le arance, perché il mercato ortofrutticolo italiano è una delle principali voci del bilancio statale e non mancano i prodotti da raccogliere. E quindi via verso nuovi campi, nuovi dialetti, nuovi drammi. La nostra frutta e la nostra verdura portano incisi i nomi di questa gente, i nomi d’Africa. Alcuni andranno (o torneranno) a Torino, ad ingrossare le file dei senzatetto, e presto dei senza nome, perché lo spettro del permesso di soggiorno, grazie alla legge Bossi Fini, incombe sempre.

Giancarlo Pelucchi, dirigente nazionale della Flai-Cgil, il ramo agroindustriale del sindacato, mette in luce la realtà delle dinamiche di ingaggio e gestione lavorativa dei ragazzi: «Cercano lavoro e fortuna, scappano da guerre e dittature e sperano di trovare una possibilità di riscatto. Il fatto è che non c’è un contratto unico nel comparto agroalimentare, e ciò complica la gestione dei singoli casi perché non esiste una sola paga minima, un solo orario, un solo livello di inquadramento. Le imprese tendono a inquadrarli sempre ai livelli più bassi, ma è inaccettabile perché per loro non è la prima esperienza, sono anni che migrano per l’Italia ed hanno raggiunto quindi una maturità lavorativa che dovrebbe prevedere altri compensi e altre garanzie, anche formative. La formazione invece è un’altra delle grandi assenti in questa storia, eppure i contratti nazionali ne fanno ovviamente esplicita menzione».

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Una situazione non facile da superare: «La prima legge da cambiare è la Bossi Fini, per dare vita a una politica di accoglienza che parta dall’idea che non sono solo braccia ma anche teste, persone con culture, religioni, stili di vita differenti. Bisogna poi migliorare la legge che definisce il caporalato un delitto penale prevedendo pene per le imprese e non solo per i caporali». «Serve infine una legge regionale che favorisca l’incontro, in modo trasparente e in luogo pubblico, di domanda e offerta di lavoro; i caporali non sono l’unica possibilità: molte imprese preferiscono cercare altre vie – aggiunge Pelucchi – Anche perché non c’è prodotto di qualità senza lavoro di qualità: il pagamento dello stipendio contrattuale, il rispetto delle norme di salute e sicurezza dei lavoratori aiuterebbe anche le imprese».

Del caporalato gli stagionali, loro, non dicono niente. «Qui non è come altrove», dicono. Ma poi di questo altrove non hanno voglia di parlare e allora ti chiedi se Saluzzo non sia un altrove anch’essa. «C’è, ma in forme differenti rispetto al sud – spiega Pelucchi – Qui non si vedono i camioncini che arrivano in piazza a caricare i lavoratori, ma esistono le cosiddette cooperative senza terra, che forniscono una sorta di intermediazione fra domanda e offerta, agevolando il reclutamento della manodopera da parte delle aziende. Ufficialmente sono cooperative di servizi, ma nella pratica speculano sulla pelle di questa povera gente trattenendo parte della loro retribuzione».

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A un caporalato “travestito” si aggiunge un lavoro nero “corretto”, fatto di sconti sulle giornate effettuate, ovviamente a danno del migrante: «il contratto agricolo non viene quasi mai rispettato – spiega Carlo Rubiolo – il lavoratore stagionale viene pagato a giornata ma nelle buste paga sono segnate solo alcune delle giornate lavorative effettivamente svolte; lo straordinario non è conteggiato e i contributi non vengono pagati». Una violazione che ha delle gravi ricadute anche sulla possibilità di maturare la disoccupazione agricola, che si calcola su due anni: se il migrante accumula 52 giornate lavorative il primo anno e 52 il successivo, allora ha diritto alla disoccupazione. «E’ evidente che se gli vengono sottratti dei giorni di lavoro, non conteggiati in busta anche se pagati in nero, non avrà mai la disoccupazione e non potrà dimostrare alla Questura di aver lavorato, perdendo così diritto al permesso di soggiorno», conclude Rubiolo.

Un circolo vizioso, a cui i migranti non riescono a sottrarsi per la paura di perdere anche quelle poche occasioni di lavoro.

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I controlli ci sono – assicura Mario Dotto, responsabile di zona della Coldiretti Cuneo – e le sanzioni per le imprese che non mettono in regola sono molto severe: «L’anno scorso, due aziende che non avevano pagato una giornata sola a tre lavoratori hanno pagato una multa di ventimila euro, 3900 euro a persona». Cifre non indifferenti, eppure non bastano, a guardare i risultati dell’attività ispettiva dei carabinieri della Direzione territoriale del lavoro sul lavoro nero e sull’evasione contributiva nel settore agricolo, nel 2012 le aziende irregolari sono state 71 su 143, con 162 lavoratori irregolari, di cui 61 (e due minori) totalmente in nero. La percentuale di irregolarità in rapporto alle aziende ispezionate tocca il 49,6% in agricoltura.

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Sono un centinaio i soci Coldiretti che si avvalgono della manodopera stagionale, un quarto di tutte le aziende iscritte nella zona del Saluzzese. Un numero ingente, che ha convinto l’organizzazione degli imprenditori agricoli a fornire una struttura di supporto e accoglienza ai braccianti che – con regolare contratto – vengono a fare la raccolta della frutta: «Da due anni attrezziamo a Saluzzo un’area con dei container per un totale di 120 posti – spiega Mario Dotto – un’esperienza tutto sommato positiva, anche se i costi sono rilevanti: nel 2013 tra materiale e personale che forniva servizi, assistenza e sorveglianza, abbiamo speso 70mila euro e quest’anno la cifra si aggira intorno ai 50mila, senza contare il contributo della Cassa di Risparmio di Saluzzo e della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo». Senza contare che molti imprenditori accolgono già in azienda i lavoratori “fidelizzati”, che tornano ogni anno per la raccolta: «il prossimo anno – aggiunge Dotto – potremmo addirittura piazzare i container direttamente in azienda, risparmiando viaggi lunghi e faticosi ai migranti».

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Il vero problema, però, è un altro e Dotto non perde l’occasione per dire quello che pensa: «Puoi approntare campi attrezzati e fornire servizi, controllare le aziende che non sfruttino nessuno ma il vero problema è che qui il lavoro per tutti quelli che arrivano non c’è».

La crisi non ha aiutato, è evidente. «La stagione è stata un disastro – conferma Dotto – con la crisi ucraina, non esportiamo più in Russia per le sanzioni dell’Unione Europea e il mercato agroalimentare ha perso 7 miliardi di euro. Le pesche sono rimaste bloccate alla frontiera, abbiamo provato a smerciarle nei paesi confinanti, con l’effetto di saturare il mercato. Anche la Polonia è rimasta con la produzione invenduta, che quindi ha riversato anche in Italia». «Il risultato è che un chilo di pesche costava 10-12 centesimi, mentre il costo della raccolta è di 8 centesimi, con un ricavo residuo di 4 centesimi: una miseria, insostenibile».

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Quanto a miseria, i migranti sanno benissimo di cosa si tratta. Partire all’alba dopo una notte di fiati condivisi, al freddo, per una ricerca che quasi certamente non avrà esito, oppure tornare con un numero di telefono in tasca, una speranza di qualche euro per i giorni a venire; e il mattino successivo si ricomincia. Ora che il campo è stato smantellato – prima i servizi, poi le tende – il futuro è sempre più incerto: non c’è luogo sicuro, né impiego, né possibilità di radicamento e conseguente eventuale ricongiungimento famigliare. Molti sono sui trent’anni, non più ragazzini, hanno girato l’Italia partendo dalle periferie, vivendo ai margini, recuperando materassi e cucine di fortuna e stracci per pulire e poi tappare i buchi e arginare il freddo. Molti sono rifugiati, scappati dalle guerre: finiti i soccorsi di emergenza, sono andati ad ingrossare le fila dei migranti “comuni”, partiti per non morire di fame. Molti hanno studiato, molti sono religiosi e non scordano, anche qui a Saluzzo in mezzo al campo, di inginocchiarsi all’ora della preghiera; tutti scherzano, salutano cortesi, raccontano a mezza voce; di nessuno, però, è dato sapere le nostalgie notturne. I desideri, li possiamo riconoscere: «avere un lavoro, una famiglia, dei bambini». Per il resto, «che ci trattino bene o male qui in Italia, non fa differenza: tanto dobbiamo lavorare lo stesso», conclude Noufu, con un accento che tradisce la sua conoscenza delle fabbriche del vicentino. E poi si apre in una risata: «la vita è un casino, io voglio soltanto imparare da chi incontro e fare esperienza».

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