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Zona Disagio. Mauro Rostagno, è stata la mafia

La Cassazione conferma la sentenza di appello: condannato il mandante e assolto l’esecutore materiale

Trentadue anni fa, il 26 settembre 1988, il sociologo e giornalista Mauro Rostagno veniva ucciso in un agguato mafioso alle porte di Trapani. Aveva 46 anni e aveva succhiato energia da ogni singolo giorno vissuto: giovanissimo emigrato all’estero, quindi studente di Sociologia a Trento attorno al 1968, assistente alla cattedra di sociologia all’università di Palermo, responsabile regionale siciliano di Lotta Continua (clamorosa l’occupazione della cattedrale con i senza tetto della città), fondatore a Milano del centro sociale Macondo, a cui seguiranno gli anni in India nell’ashram di Osho a Pune e infine Trapani con Saman, prima centro di meditazione, poi comunità terapeutica per tossicodipendenti, cui negli ultimi due anni aveva affiancato il lavoro da giornalista alla rete televisiva locale Rtc. Saranno proprio i suoi servizi, le inchieste e la comprensione della penetrazione di Cosa Nostra a Trapani a portare alla reazione dei capi mafia. 

Ora trentadue anni dopo, c’è finalmente anche una sentenza definitiva a certificarlo, pronunciata nel pomeriggio di ieri 27 novembre. Confermata la sentenza di appello, ergastolo al boss trapanese di Cosa Nostra Vincenzo Virga, assolto il presunto esecutore materiale, Vito Mazzara, nonostante le numerose prove a carico.

 È stata la mafia dunque, e da oggi in poi chiunque accennerà a qualsiasi altra assurdità potrà doverne rispondere in tribunale. Mancano, con l’assenza della condanna di un killer, molti particolari puntuali, come mancano gli approfondimenti sul “livello superiore”, su presunti connubi di interessi fra malavita e colletti bianchi, fra boss e politica. Ma quello di Rostagno non è certo l’unico caso in tal senso in Italia.

All’inizio di quell’autunno Mauro Rostagno è in auto, quando i sicari di Vincenzo Virga lo aspettano a poche decine di metri da quella che da sette anni è la sua nuova casa. Con lui in Sicilia ci sono la compagna Chicca e la figlia Maddalena, che all’epoca ha 15 anni.

Seguiranno anni di depistaggi, lungaggini, calunnie.

Nel 1996, la svolta nelle indagini e la stampa grida che la soluzione è finalmente a un passo. Un omicidio fra drogati, con corna, amanti, passioni, solitudini. Tutto interno a Saman. Cherchez la femme; ma lo diceva già anche Sciascia, è troppo facile così. Però, prima che il castello di accuse crolli miseramente come miseramente era stato innalzato, Chicca Roveri, la compagna di Rostagno, passa 15 giorni a San Vittore. Clitennestra la chiamerà uno dei massimi giornalisti italiani. La nostra categoria ne esce discretamente a pezzi. Sono pochi i giornalisti che vanno controcorrente e contribuiscono a dimostrare l’assurdità della pista “interna”: fra loro si spendono in particolare Adriano Sofri e Enrico Deaglio. Ma si sa, le storie di lenzuola e sangue eccitano le penne: chi in malafede, chi per sciatteria, chi per accontentare il proprio ego, si sprecano i racconti del delitto maturato fra amici.

Questo filone si dimostra comunque presto totalmente arido, e finalmente, siamo nel 1997, viene imboccata la strada giusta, quella che dall’inizio era apparsa immediatamente chiara ai veri servitori dello Stato, a figure come il capo della squadra mobile Calogero Germanà: il delitto era opera della Mafia. Questo ficcanaso, la camurria Rostagno, andava messo a tacere.

Nel 2011, a 23 anni dai fatti (va ripetuto, se non fosse chiaro: 23 anni), si apre il processo contro Vincenzo Virga, capo della cosca trapanese, in qualità di mandante, e Vito Mazzara, quale esecutore materiale dell’omicidio.

La sentenza di primo grado li condanna entrambi all’ergastolo. La sentenza di appello, del febbraio 2018, conferma la matrice mafiosa e l’ergastolo a Virga. Assolto invece Mazzara. La Cassazione ieri ha messo il sigillo, probabilmente finale. La giustizia ha fatto il suo corso. Per avere un quadro completo di tutta la vicenda ci vorrà invece ancora tempo. Agli storici, ai giornalisti il compito di non accontentarsi. Lo si deve a Mauro Rostagno, alla famiglia e agli amici, alla maturità di questo sgangherato paese.

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Zona Disagio. Mônica e Marielle

Il 14 marzo 2018 Marielle Franco viene uccisa con una scarica di colpi di pistola a Rio de Janeiro. Sociologa e attivista per i diritti Lgbt, ha un sorriso sfacciato, forza, competenza, determinazione; è «negra, favelada, feminista, LGBT, anticapitalista. Uma gigante»come la ricorda la sua compagna, Mônica Tereza Benício. Ha soltanto 39 anni quando la ammazzano. È consigliera comunale a Rio e le sue denunce contro la violenza della polizia danno fastidio: relatrice per una commissione speciale che monitora l’intervento federale a Rio e la militarizzazione della sicurezza pubblica, non ha paura di parlare chiaro. Dopo, pare impossibile averla persa: il colpo è durissimo, la rabbia per il suo assassinio travolgente. Eppure il dolore non ferma chi la amava, sono in tanti e tante a chiedere che venga fatta giustizia, prima fra tutte sua moglie Mônica. 

Mônica che non si arrende, perché l’amore non è disgiunto dalla lotta, e oggi, due anni e mezzo dopo, ha vinto le elezioni municipali con il Psol (Partito Socialismo e Libertà) e con la forza di 23mila voti, la terza donna più votata a Rio, riprende il posto che hanno tolto a Marielle insieme alla vita.

«Candidarmi non è stata una decisione facile», dice, e si può bene immaginare. «È un impegno per la sua memoria, per tutto quello in cui abbiamo creduto, per i sogni che abbiamo condiviso». Un impegno che le ha fatto convogliare o luto na luta, il lutto nella lotta, «Per trasformare il mondo che ce l’ha portata via».

La luta principale oggi è contro Bolsonaro e la sua politica violenta, razzista e machista, per un Brasile che merita ben altro. Ma il successo di Mônica a Rio ci dice anche un’altra cosa: che ucciderci non basta a farci tacere, perché altre dopo di noi trasformeranno il dolore in rabbia e la rabbia in politica per le donne, per la comunità Lgbt, per gli sfruttati e per gli esclusi, ovunque.

Un grandioso segno di resistenza e speranza per questo 25 novembre, che non sia solo condanna di femminicidi e legittima richiesta di giustizia, ma anche testimonianza del cammino che le donne continuano a fare, ogni giorno, per cambiare il mondo che le discrimina, le violenta e le uccide.

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(Marielle Franco a Rio de Janeiro nel 2016, foto di Mídia NINJA)

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Zona Disagio. Arcore, amore mio

di Claudio Geymonat

Sono forse un po’ deviato, ma vedere Patrizia De Blanck in televisione a me richiama sempre alla mente altre storie. Storie che sono tornate prepotentemente nei miei pensieri in questi giorni in cui l’intramontabile Silvio Berlusconi con una serie di telefonate alle trasmissioni di Fabio Fazio e Giovanni Floris ha compiuto, a dar retta alle cronache sdolcinate del giorno dopo, un ulteriore passo verso quel finale da Padre della Patria che l’ex cavaliere in fondo sogna da sempre. 

Il Quirinale è naufragato anni fa, ma un bell’ultimo giro di giostra da gran burattinaio non se lo vuole negare.

Oddio, la De Blanck a dire il vero c’entra proprio poco, se non nulla. Ma il caso ha voluto che il secondo marito della salottiera televisiva di cui sopra, l’amatissimo Giuseppe Drommi, sia stato il primo marito di Anna Fallarino.

E qui si aprono molti file sul nome legato a una tragica vicenda di cronaca. La Fallarino, sposata Drommi, a Cannes conosce il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, ricchissimo, ma ricchissimo davvero, proveniente da una delle più antiche famiglie nobili milanesi. Il Casati spenderà, si dice, un miliardo di lire del 1958!, per ottenere l’annullamento del matrimonio Fallarino-Drommi dalla Sacra Rota, e impalmare un anno dopo la donna, travolti da una passione irresistibile. La loro storia erotica sessuale, ricca di voyeurismo ed esibizionismo, sfociata nel 1970 nell’omicidio da parte del marchese di Anna Fallarino e di un giovane amante, prima di rivolgere l’arma contro se stesso, ci interessa qui soltanto per i risvolti economici seguenti.

Casati ha una sola figlia, all’epoca ancora minorenne, sconvolta per i risvolti torbidi della vicenda che i giornali italiani raccontano con dovizia e pruriginosa morbosità. Sola, erede di una fortuna letteralmente incalcolabile, la giovane Anna Maria viene affidata a un tutore, Giorgio Bergamasco, avvocato della Democrazia Cristiana e senatore per quattro legislature, e a un pro-tutore (in quanto Bergamasco impossibilitato per gli impegni parlamentari e governativi): il giovane avvocato Cesare Previti. Il quale pochi anni dopo presenta alla ereditiera, nel frattempo trasferitasi in Brasile, un’offerta per l’acquisto di Villa San Martino ad Arcore e di vari terreni fra Segrate e Cernusco sul Naviglio, un pezzo dell’immenso patrimonio paterno. 

La proposta è del giovane e promettente palazzinaro Silvio Berlusconi. 500 milioni per la villa. Troppo poco dice lei. Ma figuriamoci dice lui, un buon modo di monetizzare, con tutti i problemi legati ai sospesi col fisco di tuo padre. E poi l’acquisto sarà solo delle mura e di un po’ di terreni attorno, e non delle inestimabili opere d’arte all’interno (fra l’altro una serie di pale di Bernardino Luini) e dei diecimila volumi dell’incredibile biblioteca. Sì, ciao core.

Tutto passa nelle proprietà del rampante imprenditore e negli anni seguenti non ci saranno battaglie legali che tengano: la truffa è compiuta, la giovane ingenua ha apposto troppe firme senza leggere tutto a fondo. Il Biscione vi si insedia nel 1974. A gestire il patrimonio librario e i lavori di ristrutturazione della dimora faraonica chiama il suo giovane amico Marcello Dell’Utri, il quale il 7 luglio di quello stesso anno porta in villa, ufficialmente come stalliere, Vittorio Mangano, all’epoca già pregiudicato e pluri-arrestato, affiliato alla famiglia mafiosa di Porta Nuova e definito da Paolo Borsellino una delle “teste di ponte” della mafia al nord. 

E dire che di problemi con la mafia in quegli anni Berlusconi ne avrà diversi. Trasferirà la famiglia prima in Spagna e poi in Svizzera per molti mesi, per timore di rapimenti e estorsioni dopo varie minacce ricevute. Poi per anni il silenzio, con i famosi versamenti mensili della Fininvest alle famiglie mafiose dei Bontate, come raccontato da vari pentiti e da agendine troppo minuziose recuperate qua e là dagli investigatori di turno.

Dell’Utri sarà condannato nel 2014 in via definitiva a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa ed in primo grado nel 2018 è stato condannato a 12 anni per la trattativa Stato-Mafia insieme agli ex generali Mario Mori e Antonio Subranni. 

Già che c’è Silvio acquista sempre dalla Casati alcuni terreni a Segrate, dove sta compiendo l’edificazione di Milano Due. Terreni agricoli che magicamente in breve tempo diventano residenziali. Sarà Massimo Ciancimino nel 2010 a raccontare degli investimenti mafiosi nel nuovo quartiere, fiore all’occhiello della Edilnord berlusconiana. Queste sono soltanto alcune delle basi su cui si fonda l’incredibile ascesa del futuro presidente del Consiglio e del futuro Padre di questa povera Patria. 

Molto del resto è da cercare nell’unico sportello di una piccola banca in centro a Milano, la Rasini, quella in cui era alto funzionario il papà del nostro Silvio e che nel 1983 subirà l’“Operazione San Valentino” ad opera della polizia milanese, che ne scoprirà il ruolo nel riciclaggio di denaro mafioso. Si scoprirà che la banca vantava fra i clienti i signori Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Vittorio Mangano. E naturalmente Silvio Berlusconi. Ma questa è un’altra storia. Forse.

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Zona Disagio. L’Ungheria riscrive (ancora) un pezzo di storia

Il comunismo, l’olocausto e adesso la letteratura. Il progetto di Viktor Orbán di riscrivere la storia ungherese prosegue da anni a tappe forzate, con qualche inciampo, ma con un obiettivo a medio e lungo termine: allevare una generazione di compatrioti ignari del vero percorso delle vicende del loro Paese. 

Un obiettivo pericolosissimo sempre, a qualsiasi latitudine, molto più dello sbraitare sovranista che il premier riserva ai nemici di turno, siano essi l’Europa, i migranti, le organizzazioni non governative.

Primo ministro dal 1998 al 2002 e poi ininterrottamente dal 2010 a oggi e chissà per quanto ancora, Orbán sta avendo tutto il tempo per forgiare la Storia a suo uso e consumo. 

Dallo scorso anno i libri di testo che le scuole possono adottare sono solamente quelli prodotti dallo Stato: abolita l’editoria privata e via libera a pubblicazioni dove «l’immigrazione è un pericolo per i valori tradizionali ungheresi», dove «L’Unione Europea è un organismo che favorisce gli Stati del Sud Europa», dove il concetto di multiculturalismo viene spiegato con una fotografia della stazione di Budapest invasa dai migranti nel 2015, in cui si spiega che «i maschi sono più bravi delle femmine in matematica». Solite proteste accademiche, solito silenzio dei media quasi tutti assoggettati, e la notizia passa in sordina.

L’operazione è gigantesca: per questo Orbán si è circondato di una serie di docenti, storici e ricercatori compiacenti. Fra tutti spicca certamente Maria Schmidt, potentissima consigliera e animatrice di alcune delle più discusse iniziative culturali di questi ultimi anni. Prima fra tutte in ordine di tempo il museo del Terrore, dove nazismo e comunismo sono equiparati ed è anzi l’occupazione sovietica a occupare il maggior spazio e, pare di comprendere, le maggiori attenzioni critiche.

Da anni Maria Schmidt tenta di aprire il museo dell’Olocausto, ma qui sta facendo i conti con quel che resta della comunità ebraica del Paese, quasi tutta sterminata durante la Seconda guerra mondiale. L’idea di raccontare un’Ungheria non colpevole, in balia del giogo tedesco, costretta a chinare la testa di fronte a soprusi altrui, proprio non va giù agli eredi dei deportati. 

Ora l’ultimo caso: l’inaugurazione di una casa museo dedicata alla memoria dell’unico premio Nobel per la letteratura magiaro, Imre Kertész, nel tentativo di trasformarlo in un eroe nazionale in chiave anticomunista. Finiscono in soffitta, o meglio sotto il tappeto, i feroci attacchi di cui lo scrittore ebreo fu vittima da parte dei partiti di destra, compreso il Fidesz di Orbán, al momento della vittoria del Nobel nel 2002, soprattutto per le parole sull’Olocausto, gli orrori del nazismo e le complicità ungheresi. 

Oggi il governo preferisce recuperare le prese di posizione contro il comunismo, dimenticando quello che lo stesso Kertész aveva dichiarato in un’intervista del 2012 a Le Monde: «Niente è cambiato in Ungheria, tutto è uguale a come era nel regime di Kádár, solo che ora è Orbán che incanta il paese». 

A ricordarcelo per fortuna ci pensa Eva S. Balogh, ex insegnante di Storia dell’Europa orientale all’Università di Yale e curatrice del blog “Hungarian Spectrum”, che aggiunge altre battute da quell’intervista: «L’Ungheria si rivolta contro l’Europa per la tutela dell’interesse nazionale, il che può dare l’impressione che il Paese stia riguadagnando la sua sovranità. L’Ungheria ha torto, e ciò non è nuovo nella storia del paese». E ancora: «Gli ungheresi si renderanno conto che stanno andando nella direzione sbagliata e Orbán fallirà». In breve, ci vorrà uno sforzo eroico per trasformare Kertész in un personaggio che si adatti allo stampo per lui creato da Orbán, ma sono sicuro che nessuno sforzo sarà risparmiato per rimodellarlo in un vero scrittore “nazionale”.

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Zona Disagio. Cronache da Lesbo e Samos, Europa

C’è lockdown e lockdown

Sono passati due mesi da quando un incendio, la notte del 9 settembre, ha completamente distrutto il campo profughi di Moria, a Lesbo. Tredicimila persone sono scappate dalle fiamme riversandosi in strada, lasciandosi (di nuovo!) tutto alle spalle, perdendo le poche cose che possedevano e i documenti per la richiesta d’asilo, fragile filo che li legava all’Europa. Fuori, nella notte, mentre il fuoco sulla collina continuava a bruciare, hanno trovato ad attenderli i lacrimogeni della polizia, accorsa a contenere la fuga. 

Hanno vissuto per strada, nei cimiteri, con poca acqua e cibo portato dalle organizzazioni umanitarie, in attesa che le istituzioni locali ed europee decidessero di loro: quella che poteva essere un’opportunità per ripensare la tragica condizione dei richiedenti asilo bloccati nelle isole greche è stata invece l’ennesima conferma dell’indifferenza dell’Europa.

Un nuovo campo è stato montato in pochi giorni lungo la strada principale, a ridosso del mare ed esposto alle intemperie: è stato classificato come temporaneo, ma sembra ormai evidente che i circa settemila occupanti dovranno rassegnarsi a passare l’inverno lì, all’incrocio dei venti che in questa stagione soffiano forti, con il freddo, su un terreno che quando piove (l’abbiamo già visto) si allaga e diventa una piscina di fango. Non c’è acqua corrente, non ci sono fogne, i bagni chimici sono insufficienti e ancora – dopo due mesi – non c’è una doccia per lavarsi. 

Intanto, è stato chiuso dalle autorità il centro per persone vulnerabili di Pipka, uno dei pochi esempi virtuosi di accoglienza; i 74 occupanti sono stati trasferiti per il momento nel campo di Kara Tepe, lungo la strada principale, non lontano dal nuovo centro governativo.

Ora anche sulla Grecia è sceso un nuovo lockdown per contenere la pandemia e per chi vive nel campo significa una cosa sola: essere chiusi dentro, come in una prigione, ma da innocenti. Una plastica prefigurazione di quello che dovrebberoro diventare i nuovi campi profughi secondo le previsioni della nuova legge sull’immigrazione, voluta dal premier Kyriakos Mitsotakis ed entrata in vigore il 1° gennaio 2020.

Muore il figlio nella traversata verso Samos: incarcerato

Le cronache della frontiera ci pongono quotidianamente davanti a incredibili escalation di orrore. Sabato notte, il 7 novembre, è annegato al largo dell’isola di Samos un bambino di sei anni mentre tentava, insieme al padre e ad altre persone, di attraversare quel braccio di mare che separa la costa turca dalla Grecia. Il padre, un giovane afgano di 25 anni, è riuscito a sbarcare ed è stato subito arrestato dalle autorità con l’accusa di aver messo in pericolo la vita del figlio: se condannato, rischia fino a dieci anni di carcere.

Le stesse autorità che ignorano volutamente i respingimenti dei gommoni provenienti dalla Turchia oggi mettono in cella un padre disperato: le stesse autorità, greche ed europee, che chiudono gli occhi quando imbarcazioni guidate da uomini incappucciati, o la stessa Guardia Costiera, ributtano i migranti in acque turche con manovre pericolose e azzardate, non hanno remore a imprigionare un uomo sotto choc per la morte del figlio.

Intanto oggi, 11 novembre, un nuovo incendio ha colpito il campo profughi che accoglie circa quattromila persone. È il secondo in una settimana; altri due incendi dolosi erano stati appiccati allo stesso campo a settembre. 

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(foto: Stefano Stranges, controlli al nuovo campo profughi di Lesbo, settembre 2020)

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Zona Disagio. In Algeria morto Bouregaa, simbolo e protagonista delle rivoluzioni del Paese

Ora Lakhdar Bouregaa potrà finalmente riposare. È morto il 4 novembre ad Algeri. Dopo una vita contro, sempre.

Nato nel 1933, nel 1956 si unisce al Fronte di Liberazione nazionale, che dal 1954 al 1962 combatte contro la presenza coloniale francese nella terribile guerra d’Algeria che tanti strascichi ha lasciato nelle relazioni fra Parigi e l’Africa.

Dopo l’indipendenza, è fra i fondatori del Fronte delle forze socialiste e viene eletto deputato alla prima Assemblea nazionale.

Di fronte all’avanzare di forze autoritarie e allo svanire delle istanze di libertà che avevano acceso tante speranze, sceglie di contrastare da subito Houari Boumedédiène, salito al potere nel 1965 con un colpo di stato.

Arrestato nel 1967, torturato a lungo, nel 1969 viene condannato a trent’anni di carcere ma liberato solo sei anni dopo, nel 1975.

Da allora continuerà a criticare i futuri presidenti: Chadli prima, l’eterno Bouteflika poi.

L’ultima stagione della sua vita lo rivede protagonista assoluto, unico filo rosso rimasto a far da collante fra i “vecchi” che avevano fatto la rivoluzione e i giovani che dal febbraio 2019 hanno invaso le strade delle città algerine per dire basta all’ennesimo tentativo di Bouteflika di rimanere al potere. Bouregaa in varie interviste e comizi manifesta un sostegno senza riserve all’Hirak, il grande movimento di protesta che scuote il paese. Manifestazioni di dimensioni enormi che appena tre mesi dopo, nell’aprile 2019, portano infine alle dimissioni di Bouteflika. Manifestazioni poi sedate con la violenza, ancora una volta, dagli anziani gerarchi, veri custodi dello Stato.

A giugno 2019 per Bouregaa si riaprono di nuovo le porte del carcere nonostante l’età, 86 anni, a seguito di dichiarazioni in cui accusa il generale Ahmed Gaïd Salah, il nuovo-vecchio uomo forte del regime, di aver già scelto il futuro presidente della Repubblica e di prepararsi ad allestire  elezioni farsa. Verrà rilasciato solo il 2 gennaio di quest’anno, insieme a vari altri attivisti dell’Hirak, dopo mesi di proteste internazionali.

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Zona disagio. Dalla Francia, buone notizie per migranti e solidali

Le frontiere sono il simbolo reale e allo stesso tempo politico della non accoglienza praticata dai Paesi più ricchi, dagli Stati Uniti all’Europa tutta fino all’Oceania, nella cieca illusione dei governanti di turno di bloccare oltre i propri steccati i 272 milioni di migranti internazionali che nel 2019 hanno lasciato le proprie abitazioni e lo Stato di origine, pari al 3,5% della popolazione mondiale. 

Dalla Francia in questi giorni sono giunte due notizie che vanno controcorrente e mostrano un volto diverso dei confini, volto di accoglienza e solidarietà.

La prima.

Oltre 40 mila firme in poche settimane hanno fatto tornare sui suoi passi il nuovo sindaco di Briançon, comune francese a pochi chilometri dal confine italiano piemontese, diventato in questi anni luogo di transito per le migliaia di persone che tentano di proseguire attraverso le Alpi il viaggio iniziato in Africa o in Medio Oriente. Nessuna chiusura dunque del Rifugio solidale che dal 2015, grazie al lavoro di tantissimi volontari, ha accolto, rifocillato, indirizzato, curato, più di diecimila persone alle prese con l’attraversata delle montagne.In una lettera del 26 agosto, infatti, il primo cittadino Arnaud Murgia aveva invitato l’associazione “Refuges solidaires” a liberare l’edificio, di proprietà dell’associazione intercomunale che federa i municipi della zona, «entro e non oltre il 28 ottobre». L’occupazione dei locali era consentita da una convenzione, scaduta a giugno, che il sindaco ora non vuole rinnovare.

«Grazie a ciascuna delle vostre voci – si legge nel comunicato stampa di“Refuges solidaires” – di fronte a questa massiccia mobilitazione, il sindaco di Briançon ha riconsiderato la sua decisione di sgomberare il Rifugio. La gente del posto continuerà quindi ad accogliere gli esiliati per tutto l’inverno. Questa è una prima vittoria per la mobilitazione! In vista della primavera, sono allo studio soluzioni di accoglienza sostenibili, con l’aiuto di ong e partner».

Va ricordato che grazie a queste informali e benefiche “pattuglie di confine” francesi allestite dai cittadini con le associazioni umanitarie Tous Migrants e Médecins du Monde, migliaia di rifugiati smarriti, esausti e in ipotermia sono stati soccorsi e messi al riparo. 

La seconda.

Il docente universitario di Nizza Pierre-Alain Mannoni è stato scagionato nei giorni scorsi da tutte le cause a suo carico. Nel 2016 era stato arrestato al casello autostradale di La Turbie, appena dopo Ventimiglia, in territorio francese, perché stava trasportando in auto tre donne eritree ferite. Il suo è stato uno dei primi casi, insieme a quello di Cédric Herrou, che hanno contribuito a portare ampio dibattito sul tema dell’accoglienza in questo angolo d’Europa.

L’attivista è stato assolto dalla Corte d’appello di Lione dopo tre anni di battaglie combattute nei tribunali. Già assolto a Nizza in primo grado nel gennaio 2017, l’insegnante era stato poi condannato a due mesi di carcere con sospensione della pena dalla Corte d’Appello di Aix-en-Provence e aveva dunque presentato ricorso alla Corte Suprema. L’alta corte aveva annullato la sua condanna nel dicembre 2018 e deferito il caso alla corte d’appello di Lione, sulla base delle nuove norme dettate dalla Corte Costituzionale francese. 

Nel luglio di quello stesso 2018, i giudici costituzionali avevano infatti sancito che il “principio di fraternità”, l’aiuto disinteressato al soggiorno irregolare «non è passibile di conseguenze giuridiche», e obbligato così il governo a riscrivere la legge specificando che, mentre l’assistenza all’ingresso nel territorio nazionale è ancora reato, l’aiuto alla circolazione interna e l’accoglienza non sono punibili se effettuati per scopi umanitari e senza compensazione.

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Zona Disagio. Siria, la strage infinita

«Perdonami se ti ho mandata a scuola, stamattina». Queste le parole che una madre disperata avrebbe pronunciato davanti al corpo della sua bambina, uccisa da una bomba mentre stava camminando verso la sua classe, la mattina del 4 novembre nella provincia di Idlib, in Siria. Secondo la denuncia dell’ong Save The Children, almeno altri tre bambini sono morti e decine di persone sono rimaste ferite da un attacco aereo, che le fonti locali identificano come russo. A Kafraya, a pochi chilometri da Idlib, è stata colpita anche una scuola elementare: poteva essere una strage. Il bombardamento è l’ennesimo episodio di violenza che si abbatte su una regione traumatizzata da quasi dieci anni di guerra e da una realtà quotidiana fatta di morti, terrore e miseria. Lungo la linea del fronte di Idlib, infatti, si concentra quel che resta dell’opposizione al regime di Bashar el-Assad e il cessate il fuoco dicharato a marzo fra Turchia e Siria non è bastato a spegnere le ostilità e la violenza indiscriminata sui civili. Come se non bastasse, sempre qui, dove un anno fa si suicidava, braccato dai militari americani, il sedicente califfo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi, gli Stati Uniti il 22 ottobre hanno lanciato un’offensiva pesantissima con l’obiettivo di stroncare la riorganizzazione di Al-Qaeda nella zona.

Nelle ultime due settimane, per equilibri geopolitici che probabilmente travalicano i confini siriani, è aumentata notevolmente la tensione fra le forze governative, sostenute dalla Russia, e le varie milizie anti Assad, in parte almeno appoggiate dalla Turchia. Se l’accanimento contro la popolazione civile da entrambe le parti non è purtroppo una novità, come documenta un rapporto della Commissione d’inchiesta sulla Siria dell’Onu l’espansione dell’area di attacco anche in zone considerate sicure del governatorato di Idlib segnala un preoccupante aggravarsi della situazione nel nord-ovest siriano. Lo conferma lo staff di Medici Senza Frontiere, che ha dovuto operare persone ferite da attacchi aerei provenienti da un’area dove fino a qual momento non si erano verificati bombardamenti. 

Secondo gli ultimi dati raccolti dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, nel solo mese di ottobre il numero di vittime provocate dal conflitto in Siria ha raggiunto quota 600, di cui 104 civiliUn segnale di allarme, che si aggiunge alla crisi sanitaria dovuta alla pandemia e alla tragedia degli sfollati interni, un milione di persone che nel 2020 sono state costrette a lasciare le proprie case e a vivere in campi profughi esposti alle intemperie – nell’ultima settimana le forti piogge hanno allagato nove centri per sfollati – o spinte lungo la strada traditrice che porta verso un’Europa sempre più blindata. 

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(foto Stefano Stranges, “Nel quartier generale del Free Syrian Army”, Aleppo, luglio 2013)

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Fermata obbligatoria in zona disagio

Oggi, nella regione in cui viviamo, inizia un nuovo lockdown. Chiusi bar, ristoranti, teatri, palestre e negozi ritenuti non indispensabili, studenti dai 12 anni in su a casa davanti ai pc, vietato andarsene in giro senza autorizzazione. Non ci si può vedere e studiare è di nuovo, sempre più acutamente, un privilegio. Le fabbriche restano aperte, però, ché bisogna produrre e spendere: il capitalismo trova nelle soluzioni per contenere la pandemia la sublime realizzazione del profetico “produci consuma crepa” dei CCCP.

Una fermata obbligatoria, e dobbiamo rispettarla; però, se siamo sufficientemente in salute e abbiamo ancora di che apparecchiare la tavola, abbiamo ancora la libertà di immaginare un’alternativa al livore da social (che peraltro sfianca di noia con la sua ripetitività) ed è l’attenzione a quel che va oltre noi e la chiusura a cui siamo (di nuovo) costretti. Un tentativo di giornalismo non troppo di moda in Italia ma a cui siamo tenacemente affezionati.

Proveremo allora in questo blog a darvi qualche notizia un po’ laterale, pochi commenti e più fatti, magari di quelli che non si vedono perché stanno nei coni d’ombra delle disuguaglianza, della discriminazione e dello squilibrio. Scriveremo di quel che non si vende ma che è essenziale: migrazioni, femminismi, lotte; anche di libri, perché ci piacciono e perché ce n’è bisogno. Vi chiediamo di rimanere con noi in una situazione di disagio per le ingiustizie, di essere inquieti, di rifiutare le semplificazioni della retorica e di non temere la complessità. Aiutateci, se credete, a ragionare. Regalateci foto o disegni, se vi va di contribuire. C’è persino una newsletter, se volete che questo blog vi affligga non dico ogni giorno ma comunque abbastanza spesso: per la vostra dose di disagio periodico, scrivete a amargipress@gmail.com e vi metteremo in lista.

A presto, allora. Niente Stati Uniti, domani iniziamo con una bella (pessima) notizia sulla guerra in Siria, che si vorrebbe finita ma che finita non è.

E, sì, Zona disagio è anche il titolo di un libro di Jonathan Franzen.

(Nella foto, Jimi Hendrix disegnato da Moebius, https://flashbak.com/moebius-illustrations-jimi-hendrix-voodoo-soup-419290/)

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Lesbo e dintorni

Tutti gli aggiornamenti dal confine greco-turco

 

Lesbo, tra i dannati della terra

A Lesbo la situazione è a un punto di rottura, c’è il rischio di una pandemia e la violenza è senza controllo. I fascisti hanno preso il controllo della frontiera, intimidendo, picchiando e sfasciando macchine delle ong e giornalisti. Il fotoracconto di Federica Tourn e Stefano Stranges ospitato dal sito Q Code Mag, clicca qui

Inferno Moria


 

Dove i migranti conoscono l’inferno

La tragica condizione di Waled, Fatima, Ibrahim e degli altri 20mila migranti bloccati a Moria. Il  reportage da Lesbo di Federica Tourn con le foto di Stefano Stranges su Famiglia Cristiana in edicola dal 7 marzo 2020, qui sotto ora il testo integrale

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A Lesbo le ambulanze viaggiano senza sirene. Scivolano silenziose nel nero della notte sulle strade quasi deserte, furgoni con lucine a intermittenza, avanti e indietro dal campo di Moria all’ospedale del capoluogo Mytilene. Stridere di ruote, sbattere improvviso di portiere al pronto soccorso, urla degli operatori; a pochi passi due agenti di polizia fumano nervosamente mentre dall’ambulanza esce la barella con un ragazzo privo di conoscenza e sporco di sangue, un evidente squarcio alla gola. Inghiottito dalla sala urgenze con il suo seguito di infermieri, di lui non si saprà più nulla per giorni: è un numero su una domanda di asilo, un indesiderato, una grana – l’ennesima – per le istituzioni, che non sanno che farsene di questa gente arrivata sui barconi.

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Guerra tra bande e donne a rischio nell’inferno di Moria

Migranti feriti nel tentativo di difendersi dai furti. La notte a Lesbo scende il terrore

Di Federica Tourn, Il Manifesto 4/02/2020

Foto: Stefano Stranges

È guerra fra bande nella notte di Moria: nell’hot spot di Lesbo la notte fra l’1 e il 2 febbraio diversi migranti sono stati feriti, alcuni molto gravemente, in una rissa scoppiata in seguito a un tentativo di furto. Un ragazzo è arrivato al pronto soccorso del capoluogo Mytilene in stato d’incoscienza con una ferita al collo e almeno altre due ambulanze hanno fatto la spola fra il campo e l’ospedale. Si è trattato dell’azione di un vero e proprio commando, determinato ad approfittare del fatto che il primo giorno del mese i richiedenti asilo ritirano i 90 euro mensili messi a disposizione dal governo. «E’ stato terribile, è successo proprio vicino alla mia tenda, la strada era piena di sangue», racconta Fatima, una ragazza afgana di 24 anni. È soltanto l’ennesimo episodio di violenza sull’isola greca, dove ormai ogni notte si registrano accoltellamenti, alcuni letali: un ragazzo yemenita è stato ucciso lo scorso 18 gennaio e anche la notte scorsa ci sono stati nuovi feriti; si teme un altro morto, ma non ci sono ancora conferme ufficiali. Continua a leggere “Guerra tra bande e donne a rischio nell’inferno di Moria”

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La Bosnia nella palude dei nazionalismi

In Bosnia Erzegovina si acuiscono i problemi lasciati irrisolti alla conclusione della guerra con la partizione etnica e religiosa delle diverse zone del paese

Di Federica Tourn, (Jesus, agosto 2019)

Le acque verdi della Drina, che scorrono per trecento chilometri attraverso la Bosnia orientale, sono state per secoli al contempo una barriera naturale e un simbolo, prima di divisione fra i «turchi» e i cristiani, poi di tra- vagliato collegamento fra i due mondi. Le lotte fratricide nei secoli – racconta il premio Nobel per la letteratura Ivo An- drić – le hanno riempite di morti, fino all’ultima guerra, quella del 1992-’95, quando i cadaveri gettati nel fiume sono diventati talmente tanti da formare delle dighe.

Leggi l’intero reportage qui: reportage bosnia

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Italia terremotata

La tragedia della distruzione e il dramma della lenta ricostruzione

Di Federica Tourn (Jesus, aprile 2019)

La terra non tremava così forte dai tempi dell’Irpinia, nel 1980. È il 30 ottobre 2016 quando un sisma di magnitudo 6,5 distrugge interi paesi dell’Appennino dando il colpo di grazia ad Amatrice, già tragicamente piegata dal terremoto del 24 agosto, facendo crollare la basilica

di San Benedetto a Norcia e devastando in particolare le Marche, che contano 25 mila sfollati e danni in 85 Comuni. Quattro giorni prima, altre scosse avevano già raggiunto Visso e pro- strato il Maceratese. A partire dall’estate, il Centro Italia viene attraversato da uno sciame sismico che non vuole acquietarsi e che proseguirà fino alla primavera successiva, coinvolgendo Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria con oltre 92 mila scosse, al- cune superiori al 5° grado della scala Richter.

Leggi qui l’intero reportage: Italia_terremotata

 

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I dimenticati dell’Appennino

A oltre due anni dal sisma del 30 ottobre 2016, che causò 25mila sfollati nelle Marche, intere comunità restano polverizzate. A Muccia le costosissime Soluzioni abitative di emergenza mostrano gravi problemi strutturali. Mentre a Tolentino la ricostruzione resta un miraggio

Di Federica Tourn (Left, 1 febbraio 2019)

“Non studio non lavoro non guardo la tv non vado al cinema non faccio sport”: Lorenzo, alla domanda su come viva la sua condizione di terremotato, risponde citando una vecchia canzone dei CCCP. La sua famiglia è dispersa, chi in Selva Val Gardena, chi a Camerino, chi ancora negli alberghi sulla costa. A Muccia, 50 chilometri da Macerata, davanti alla tenda di plastica che cerca di tenere fuori il gelo dal bar, ora ospitato in un prefabbricato, la gente si incontra, fuma una sigaretta, scambia due parole sotto il sole freddo di gennaio, prima di ripartire. Per un impegno, un’occupazione, qualunque cosa purché lontano da qui, dove non c’è più niente.

L’intervista è disponibile sul sito www.left.it

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Cristo si è fermato a Budapest

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat (Venerdì di Repubblica, 11/01/2019)

C’è una città nel nord dell’Iraq che due anni fa ha cambiato nome: da Tel Skuf è diventata Bint Al-Majar, Figlia di Ungheria. Un ringraziamento per i massicci finanziamenti piovuti in questa fetta di Medio Oriente per precisa volontà del governo di Viktor Orbán. Intento nobile, se non fosse unilateralmente rivolto ai cristiani: «il gruppo religioso più oppresso al mondo, anche se nessuno lo sa a causa delle pressioni delle lobby islamiche internazionali». A parlare è Tristan Azbej, responsabile del primo Dipartimento di Stato per la difesa dei cristiani perseguitati, direttamente dipendente dal primo ministro, un’idea che ora il vice presidente degli Stati Uniti Mike Pence vorrebbe replicare anche a Washington. Continua a leggere “Cristo si è fermato a Budapest”

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Cristiani ortodossi verso lo strappo: Kiev lascia Mosca

Di Federica Tourn (Famiglia Cristiana, 06/12/2018)

Il presidente Petro Poroshenko ha annunciato che il 15 dicembre si terrà a Kiev, nella cattedrale di Santa Sofia, il primo Sinodo unito della Chiesa autocefala ucraina. Durante l’assemblea, che riunirà le gerarchie ecclesiastiche delle chiese ortodosse indipendenti dal Patriarcato di Mosca, verrà approvato lo statuto della neonata chiesa nazionale ed eletto il suo primate, che subito dopo andrà a Istanbul a ricevere dalle mani del patriarca Bartolomeo il tomos, cioè l’attestazione formale dell’autonomia. Continua a leggere “Cristiani ortodossi verso lo strappo: Kiev lascia Mosca”

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A venti miglia da una nuova vita

Ventimiglia e Bardonecchia, città di frontiera alle prese con la gestione dei flussi migratori che spingono verso la Francia

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat ( Left, 1 giugno 2018)

Morts pour la France, morti per la Francia. Il cimitero di Trabouquet a Mentone, prima cittadina dopo il confine di Ventimiglia, è un terrazzo a strapiombo fra le montagne e il mare. Qui governo di Parigi e amministrazioni locali, per il centenario della fine della prima guerra mondiale, hanno dato nome e sepoltura a 1137 soldati. Traoré, Mamadou, Keita, tutti giovanissimi, tutti africani, malgasci e senegalesi in particolare, costretti a forza a render servizio a quella colonia lontana. Da quassù si vedono nitide le due strade con i relativi posti di blocco delle frontiere rispristinate, Ponte San Luigi e Ponte San Ludovico, e si vede l’imbocco del tunnel autostradale in cui lo scorso ottobre Milet Tesfamariam è morto investito da un camion nel tentativo di entrare nel Paese della sua lingua madre. Morti per la Francia, cento anni dopo. Schengen da queste parti è solo un ricordo: controlli serrati, solo per stanare da bagagliai e rimorchi la presenza dell’invasore africano. Ora che non servono, non li vogliono più. Come a Bardonecchia, frontiera alpina, dove la gendarmerie lo scorso marzo ha sconfinato entrando in un centro gestito dalla onlus Rainbow for Africa per costringere un migrante a fare un test delle urine, un chiaro gesto intimidatorio verso stranieri con velleità di ingresso nella République. Continua a leggere “A venti miglia da una nuova vita”

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40 anni e 100 passi

Di Claudio Geymonat (Riforma, 09/05/2018)

Parlava, parlava, Giuseppe Impastato, per tutti Peppino. Dai microfoni di Radio Aut, dai palchi e dalle piazze della sua Cinisi, nei cortei; denunciava e sfotteva la mafia, con un coraggio inaudito. Raccontava di affari e crimini, irrideva il capomafia Gaetano Badalamenti, la cui casa si trovava ad appena cento passi dalla sua. Lottava al fianco dei disoccupati, dei contadini. Per lui, nato in una famiglia mafiosa doc, la sfida e il pericolo erano doppi, tripli. Continua a leggere “40 anni e 100 passi”

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Tunisia, tra povertà e integralismo

Di Federica Tourn (Jesus, gennaio 2018)

Di notte Tunisi è una sterminata spianata scintillante, una metropoli di oltre due milioni di abitanti sparsi su un territorio di duecento chilometri quadrati che racchiude il nero del lago omonimo. A guardarla  più da vicino, però, si notano macchi di buio, quando le luci cedono all’oscurità in corrispondenza delle tante cité, i quartieri popolari dove le strade si stringono nei vicoli e l’illuminazione scarseggia. Ironia della sorte, la grande arteria che taglia in due la città prende il nome dal venditore ambulante che si è immolato contro le disuguaglianze: boulevard Mohamed Bouazizi divide come uno spartiacque zone ricche e luoghi disagiati, da una parte il Bardo con la sua cultura e i suoi locali e dall’altra la Cité Ettadhamen, l’agglomerato costruito illegalmente negli anni ’70 dove viveva l’attentatore che ha sparato a due poliziotti davanti al Parlamento, lo scorso 1° novembre. Quartieri blindati di ambasciate, adorne di zagare e gelsomini, e sterrate coperte di baracche costruite fra i rifiuti, dove l’acqua ristagna e le case non hanno finestre, in una vicinanza scomoda, impenetrabile, che inasprisce le tensioni.

LEGGI L’INTERO ARTICOLO QUI: Tunisia

foto Stefano Stranges

 

 

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La marcia di solidarietà attraverso il confine, lungo il sentiero dei migranti

Claudio Geymonat (Il Manifesto, 16/1/2018)

In alta val di Susa l’«emergenza» migranti non accenna a diminuire, nonostante le condizioni atmosferiche estreme. «Da 25 anni i politici ci spiegano che il Treno ad Alta Velocità è un’opera indispensabile per spostare in maniera rapida merci e persone. In questa stessa valle gli stessi politici sprangano le frontiere in faccia a donne, uomini, ragazzi, che arrivati qui dopo un viaggio nemmeno immaginabile, chiedono soltanto di proseguire il cammino. Qualcosa non funziona». Maria Grazia è tra le centinaia di persone che domenica scorsa hanno partecipato alla marcia attraverso la frontiera italo-francese per offrire sostegno ai tanti che tentano di passare il confine ma vengono respinti dalla polizia o dal gelo. Avanza nella neve con in mano la bandiera del movimento NoTav, una seconda pelle per tanti in questo lembo di Italia, tornato di nuovo alla ribalta delle cronache da quando le rotte dei migranti, di chiusura in chiusura, sono arrivate fin quassù. Con lei molta gente a piedi, da Claviere, ultimo Comune italiano, a Montgenèvre, il primo paese oltralpe. Continua a leggere “La marcia di solidarietà attraverso il confine, lungo il sentiero dei migranti”

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Il medico che ripara le donne

Di Federica Tourn (Left, 29/10/2017)

Da bambino aveva deciso di diventare medico per guarire le persone che le preghiere di suo padre, pastore protestante, non riuscivano a salvare. E’ nata così la vocazione del “dottore che ripara le donne”, il congolese Denis Mukwege, che nel ’99 ha fondato il Panzi Hospital a Bukavu, Sud Kivu, dove ha già curato più di 50mila donne vittime di violenza sessuale. Oggi che il Congo soffre per l’ennesima crisi – con il conflitto che devasta la regione centrale del Kasai e gli scontri, mai del tutto sedati, in Nord e Sud Kivu – l’incertezza per la situazione politica è ancora più pesante e forse toccherà proprio al Mukwege l’ingrato compito di convincere il presidente ad andarsene. Continua a leggere “Il medico che ripara le donne”

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Terminal Sicilia

Un reportage a puntate sulla linea di frontiera, fra i rifugiati che arrivano sulle nostre coste e gli operatori che si occupano di loro

 

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Di Federica Tourn e Claudio Geymonat  (Riforma.it)

Seduta alla veranda che si affaccia sul giardino la signora Francesca, una vita dietro la cattedra, tiene in mano una grande fotografia di una foglia di acero e Mohammed, 22 anni, gambiano, chino sul tavolo, è intento a disegnarne varie copie che verranno poi colorate da Baba, 16 anni, ghanese. «Mi sembra di tornare ai tempi in cui ero circondata da ragazzi a scuola – sorride Francesca – «ma siamo tutti qui ad esser ringiovaniti grazie a questa nuova quotidianità». Il signor Francesco, 80 anni, poeta del gruppo, annuisce convinto e prepara nuovi versi da proporre in anteprima.

Siamo a Vittoria, 27 chilometri a ovest di Ragusa, alla Casa di riposo evangelica valdese dove si realizza un inconsueto scambio generazionale e culturale, un imprevisto felice dal punto di vista organizzativo ma soprattutto umano.

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