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A venti miglia da una nuova vita

Ventimiglia e Bardonecchia, città di frontiera alle prese con la gestione dei flussi migratori che spingono verso la Francia

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat ( Left, 1 giugno 2018)

Morts pour la France, morti per la Francia. Il cimitero di Trabouquet a Mentone, prima cittadina dopo il confine di Ventimiglia, è un terrazzo a strapiombo fra le montagne e il mare. Qui governo di Parigi e amministrazioni locali, per il centenario della fine della prima guerra mondiale, hanno dato nome e sepoltura a 1137 soldati. Traoré, Mamadou, Keita, tutti giovanissimi, tutti africani, malgasci e senegalesi in particolare, costretti a forza a render servizio a quella colonia lontana. Da quassù si vedono nitide le due strade con i relativi posti di blocco delle frontiere rispristinate, Ponte San Luigi e Ponte San Ludovico, e si vede l’imbocco del tunnel autostradale in cui lo scorso ottobre Milet Tesfamariam è morto investito da un camion nel tentativo di entrare nel Paese della sua lingua madre. Morti per la Francia, cento anni dopo. Schengen da queste parti è solo un ricordo: controlli serrati, solo per stanare da bagagliai e rimorchi la presenza dell’invasore africano. Ora che non servono, non li vogliono più. Come a Bardonecchia, frontiera alpina, dove la gendarmerie lo scorso marzo ha sconfinato entrando in un centro gestito dalla onlus Rainbow for Africa per costringere un migrante a fare un test delle urine, un chiaro gesto intimidatorio verso stranieri con velleità di ingresso nella République. Continua a leggere “A venti miglia da una nuova vita”

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40 anni e 100 passi

Intervista a Franca Imbergamo, pubblico ministero al processo per la morte di Peppino Impasato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978

Parlava, parlava, Giuseppe Impastato, per tutti Peppino. Dai microfoni di Radio Aut, dai palchi e dalle piazze della sua Cinisi, nei cortei; denunciava e sfotteva la mafia, con un coraggio inaudito. Raccontava di affari e crimini, irrideva il capomafia Gaetano Badalamenti, la cui casa si trovava ad appena cento passi dalla sua. Lottava al fianco dei disoccupati, dei contadini. Per lui, nato in una famiglia mafiosa doc, la sfida e il pericolo erano doppi, tripli.

La sua era in qualche modo dunque una morte annunciata, in anni in cui certi nomi si pronunciavano a malapena sottovoce fra le mura di casa; mentre Peppino li urlava ai quattro venti. Eppure già dai minuti immediatamente successivi al ritrovamento del corpo dilaniato sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, il 9 maggio del 1978, la sua memoria veniva tradita e la verità piegata davanti a indicibili interessi. Forze dell’ordine e inquirenti parlarono di un atto terroristico di cui l’autore sarebbe rimasto vittima. Ci vorranno 24 anni e la tenacia di tanti fedeli servitori dello Stato, da Rocco Chinnici a Antonino Caponnetto, da Giovanni Falcone a Giancarlo Caselli, per portare finalmente alla sbarra Badalamenti e il suo braccio destro Vito Palazzolo. Ergastolo per il grande boss, il primo della sua carriera, nonostante la scia di sangue che ne aveva segnato l’ascesa al vertice di Cosa Nostra. Era già in galera per traffico di droga, la Pizza Connection. Come Al Capone, che venne arrestato per reati fiscali dopo aver insanguinato Chicago.

Pubblico ministero di quel processo terminato nel 2002 fu Franca Imbergamo, oggi magistrato inquirente presso la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo: «Fu un processo difficile perchè avviato a così tanti anni dai fatti, con nuove prove da reperire. Ma siamo riusciti a rendere giustizia alla figura di Impastato, per anni infangata, e con lui alla madre, al fratello, ai tanti che fin dal primo giorno ne hanno difeso il ricordo e le battaglie civili». E’ stato detto tutto su questa vicenda o esistono ancora zone d’ombra, in particolare per quel che riguarda i depistaggi? «Bisogna distinguere fra responsabilità giudiziarie e morali, civili. Per la prima, la prescrizione ci impedisce di indagare oltre; per le altre, di valore non certo inferiore, certi comportamenti, certi atti, testimoniano che vi sono state persone che non hanno servito con fedeltà lo Stato che erano chiamate a rappresentare. E qui mi fermo». Anche perché certi nomi sono ancora fra i protagonisti delle inchieste e dei processi in corso, relativi a quegli anni in cui pezzi delle nostre istituzioni hanno piegato il capo davanti ai padrini.

La mamma di Peppino, Felicia Bartolotta, è una delle figure più potenti di questa storia: entrata nelle nostre case con la forza della denuncia di un mondo che aveva visto da vicino: «Una donna straordinaria, che per amore di un figlio ha rotto con una tradizione familiare pesante ed è andata contro persone molto più potenti di lei. Io l’ho voluta come prima testimone proprio per questo. Quando in aula, sullo schermo in video conferenza dal carcere americano, apparve Badalamenti, Felicia non esitò a puntare contro di lui il dito e a dirgli “Tu hai fatto uccidere mio figlio”. Un momento entrato nella storia dell’antimafia. In seguito abbiamo avuto modo di incontrarci, e mi ha commosso il suo ringraziamento per averla aiutata ad avere fiducia nella giustizia».

40 anni sono trascorsi, molto è cambiato: la mafia è combattuta con molta maggior forza, ma non ancora sconfitta: «Tanta strada è stata fatta, purtroppo anche con il sangue di troppe persone. La mafia non è sconfitta, ma la società civile ha una consapevolezza totalmente diversa rispetto ad allora. Ho appena avuto il piacere di partecipare ad un tour fra alcuni dei luoghi simbolo della mafia e dell’antimafia, organizzata dall’associazione Fuori dai Paraggi, insieme alla vostra collega della trasmissione Protestantesimo Lucia Cuocci: da Portella della Ginestra a via D’Amelio, da Cinisi alla piazza della Memoria, è stato bello vedere la commozione sincera dei partecipanti. Senza luoghi comuni nè stereotipi, ma con grande dignità, virtù di cui la Sicilia è zeppa».

La chiesa, cattolica ovviamente, ha ancora un ruolo così importante nell’immaginario mafioso? «Anche in questo campo molto è stato fatto: da certi silenzi e certe complicità alle grandi denunce dei pontefici o al tragico tributo di sangue di Pino Puglisi la Chiesa cattolica ha saputo liberarsi dall’abbraccio mortale della mafia. Restano i santini, le processioni, i rituali, ma hanno oramai pressoché soltanto un valore simbolico di iterazione di antiche consuetudini. In questa occasione mi piace anche ricordare il grande impegno che la chiesa valdese di Palermo ha dimostrato in questi anni attraverso molti interventi sociali per attivare percorsi di recupero di soggetti entrati nell’orbita mafiosa. Come magistrati abbiamo avuto molte volte al nostro fianco la Chiesa valdese nelle nostre attività, segnale di una coscienza civile chiara». Cosa le resta di questa storia? «la soddisfazione per aver reso giustizia a un uomo molto impegnato, con valori importanti, e la consapevolezza dell’importanza di esser riusciti, seppur dopo molto tempo, a indicare i colpevoli e quindi a far vincere la legalità sull’omertà».

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Tunisia, tra povertà e integralismo

Di Federica Tourn (Jesus, gennaio 2018)

Di notte Tunisi è una sterminata spianata scintillante, una metropoli di oltre due milioni di abitanti sparsi su un territorio di duecento chilometri quadrati che racchiude il nero del lago omonimo. A guardarla  più da vicino, però, si notano macchi di buio, quando le luci cedono all’oscurità in corrispondenza delle tante cité, i quartieri popolari dove le strade si stringono nei vicoli e l’illuminazione scarseggia. Ironia della sorte, la grande arteria che taglia in due la città prende il nome dal venditore ambulante che si è immolato contro le disuguaglianze: boulevard Mohamed Bouazizi divide come uno spartiacque zone ricche e luoghi disagiati, da una parte il Bardo con la sua cultura e i suoi locali e dall’altra la Cité Ettadhamen, l’agglomerato costruito illegalmente negli anni ’70 dove viveva l’attentatore che ha sparato a due poliziotti davanti al Parlamento, lo scorso 1° novembre. Quartieri blindati di ambasciate, adorne di zagare e gelsomini, e sterrate coperte di baracche costruite fra i rifiuti, dove l’acqua ristagna e le case non hanno finestre, in una vicinanza scomoda, impenetrabile, che inasprisce le tensioni.

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foto Stefano Stranges

 

 

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La marcia di solidarietà attraverso il confine, lungo il sentiero dei migranti

Claudio Geymonat (Il Manifesto, 16/1/2018)

In alta val di Susa l’«emergenza» migranti non accenna a diminuire, nonostante le condizioni atmosferiche estreme. «Da 25 anni i politici ci spiegano che il Treno ad Alta Velocità è un’opera indispensabile per spostare in maniera rapida merci e persone. In questa stessa valle gli stessi politici sprangano le frontiere in faccia a donne, uomini, ragazzi, che arrivati qui dopo un viaggio nemmeno immaginabile, chiedono soltanto di proseguire il cammino. Qualcosa non funziona». Maria Grazia è tra le centinaia di persone che domenica scorsa hanno partecipato alla marcia attraverso la frontiera italo-francese per offrire sostegno ai tanti che tentano di passare il confine ma vengono respinti dalla polizia o dal gelo. Avanza nella neve con in mano la bandiera del movimento NoTav, una seconda pelle per tanti in questo lembo di Italia, tornato di nuovo alla ribalta delle cronache da quando le rotte dei migranti, di chiusura in chiusura, sono arrivate fin quassù. Con lei molta gente a piedi, da Claviere, ultimo Comune italiano, a Montgenèvre, il primo paese oltralpe. Continua a leggere “La marcia di solidarietà attraverso il confine, lungo il sentiero dei migranti”

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Il medico che ripara le donne

Di Federica Tourn (Left, 29/10/2017)

Da bambino aveva deciso di diventare medico per guarire le persone che le preghiere di suo padre, pastore protestante, non riuscivano a salvare. E’ nata così la vocazione del “dottore che ripara le donne”, il congolese Denis Mukwege, che nel ’99 ha fondato il Panzi Hospital a Bukavu, Sud Kivu, dove ha già curato più di 50mila donne vittime di violenza sessuale. Oggi che il Congo soffre per l’ennesima crisi – con il conflitto che devasta la regione centrale del Kasai e gli scontri, mai del tutto sedati, in Nord e Sud Kivu – l’incertezza per la situazione politica è ancora più pesante e forse toccherà proprio al Mukwege l’ingrato compito di convincere il presidente ad andarsene. Continua a leggere “Il medico che ripara le donne”

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Terminal Sicilia

Un reportage a puntate sulla linea di frontiera, fra i rifugiati che arrivano sulle nostre coste e gli operatori che si occupano di loro

 

valigia

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat  (Riforma.it)

Seduta alla veranda che si affaccia sul giardino la signora Francesca, una vita dietro la cattedra, tiene in mano una grande fotografia di una foglia di acero e Mohammed, 22 anni, gambiano, chino sul tavolo, è intento a disegnarne varie copie che verranno poi colorate da Baba, 16 anni, ghanese. «Mi sembra di tornare ai tempi in cui ero circondata da ragazzi a scuola – sorride Francesca – «ma siamo tutti qui ad esser ringiovaniti grazie a questa nuova quotidianità». Il signor Francesco, 80 anni, poeta del gruppo, annuisce convinto e prepara nuovi versi da proporre in anteprima.

Siamo a Vittoria, 27 chilometri a ovest di Ragusa, alla Casa di riposo evangelica valdese dove si realizza un inconsueto scambio generazionale e culturale, un imprevisto felice dal punto di vista organizzativo ma soprattutto umano.

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Giù le mani dalla Casa internazionale delle donne

Di Claudio Geymonat (Riforma.it, 25/05/2018)

Una storia che inizia nel 1976 ma ha radici profonde nei movimenti e nei collettivi degli anni precedenti. Oltre 30 associazioni attive al momento, fornitrici di servizi, pressoché tutti gratuiti per la popolazione; servizi che spesso gli enti pubblici non sono in grado di offrire. Un immenso archivio che raccoglie le produzioni della teoria e della pratica del movimento femminista dalla fine degli anni ’60 a oggi. Almeno trentamila donne che ogni anno passano dalla porta di via della Lungara. Un polo culturale, sociale, sanitario.

Questo è molto altro è la Casa internazionale delle donne di Roma, al centro delle cronache in queste settimane non per una delle molteplici iniziative organizzate, ma per l’azione dell’amministrazione capitolina che vuole riprendere possesso dello stabile di sua proprietà e indire un bando per riassegnare gli spazi e i servizi. Una scelta, quella fatta dalla prima sindaca donna nella storia della città, che è stata come una scossa, capace di mostrare ancora una volta l’attenzione e l’affetto con cui larga parte della società civile e del mondo politico, in maniera trasversale,  guarda a questo patrimonio. Oltre 88 mila firme raccolte al momento, in pochi giorni, e una serie di forti prese di posizione, l’ultima quella del presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, che nel ricordare ancora una volta quale «luogo di fondamentale importanza per la storia della città di Roma e del femminismo italiano» sia la Casa, comunica di voler proporre nei prossimi giorni « alla Giunta regionale di dichiarare la Casa Internazionale delle donne sito di notevole interesse pubblico».

Questa storia ha preso avvio più di 40 anni fa, nel 1976, con l’occupazione del fatiscente palazzo Nardini, dietro piazza Navona.

Nel 1981 iniziano le trattative con le istituzioni cittadine per trovare un luogo più adatto, e dal 1987 la sede diventa quella attuale, il palazzo del Buon Pastore, ex carcere femminile nel quartiere Trastevere. Nel 1995 con i fondi di Roma Capitale iniziano i restauri e con una cerimonia il 21 dicembre 2001 il sindaco Walter Veltroni consegna le chiavi a quello che nel frattempo è divenuto un consorzio. La convenzione presenta però un affitto troppo alto: nove mila euro al mese per chi opera senza fini di lucro non sono sostenibili. Le associazioni ne pagano una parte e aprono una trattativa con il Comune. Negli ultimi anni l’amministrazione capitolina sta tentando una ciclopica e al momento infruttuosa valorizzazione del proprio patrimonio immobiliare, spesso senza distinzioni di sorta fra chi semplicemente ha occupato in via privata degli spazi ed è moroso, e chi invece, e non c’è solo la situazione della Casa, offre servizi rivolti alla popolazione.

Ne abbiamo parlato con Gianna Urizio, giornalista e femminista, già presidente della Federazione delle donne evangeliche in Italia: «Vorrei citare subito una frase dell’attrice Jasmine Trinca nella conferenza stampa di ieri 24 maggio: “Il comune di Roma ha un debito, non un credito nei confronti della Casa delle donne”. Questo per l’immenso valore dei servizi offerti a una grande platea di utenti, per la capacità di creare cultura, attività, welfare, di fronte all’impotenza e alla casse vuote di municipi e enti centrali. Dunque è inammissibile fare di tutta l’erba un fascio, affrontare l’immensa questione dei beni pubblici di Roma senza distinzioni di sorta». Non è in gioco solo la difesa della Casa, ma «di tutti quei luoghi autogestiti che operano e intervengono laddove lo Stato è assente. Non è una questione solo romana, ma riguarda l’Italia intera». Si perché è a livello generale che è in corso quella che Urizio definisce «una normalizzazione che cancella il passato e il presente di partecipazione della cittadinanza. Moltissime delle conquiste sociali e politiche nella storia recente del nostro paese, dal diritto di famiglia, al lavoro, alla rappresentanza, sono state ottenute per merito anche e soprattutto dell’incessante azione di organizzazioni femminili. Che siano proprio due donne, la prima firmataria della mozione, la consigliera Gemma Guerrini e la sindaca Virginia Raggi, a portare uno dei peggiori attacchi nella storia della Casa è un’aggravante non di poco conto». Smontare un consorzio è qualcosa di più che eseguire uno sfratto, «è una chiara azione politica. Vediamo se si spingeranno a tanto, perché vorrebbe dire scoprire veramente le carte, mentre ora l’amministrazione si trincera dietro generiche affermazioni di ricerca della legalità».

Certo la mobilitazione è destinata a proseguire e Urizio non nasconde l’auspicio «di vedere anche i movimenti evangelici femminili e le comunità evangeliche in generale offrire solidarietà e sostegno, donne e uomini, per non dissipare il patrimonio di una realtà viva, richiesta, che dalle donne migranti alle vittime di violenza offre un aiuto a chi bussa».

L’Europa è ancora lontana

Federica Tourn (Left 6/4/2018)

Ervin e i suoi amici si ritrovano abitualmente alla Piramide, nel centro di Tirana, per passare il pomeriggio, o la sera se c’è qualche concerto in programma. Felpe e tatuaggi che ostentano l’aquila a due teste, corrono a tutta velocità lungo le pareti di quello che è stato per pochi anni il mausoleo di Enver Hoxha e poi, con il crollo del comunismo nel ’91, è diventato centro culturale, sede di una televisione e infine occasionale spazio di musica underground. Progettato dal genero del dittatore secondo la magniloquenza tipica dei regimi, oggi è un ammasso di cemento e ferro che resiste nonostante le proposte di demolizione, in mezzo a una città che ha fretta di lasciarsi alle spalle un passato ingombrante di dominazioni straniere, dittatura e crisi politico-economiche per fare finalmente ingresso, ripulita di fresco, nell’Europa dei grandi. Non più barconi con disperati che scappano verso l’Italia, oggi è l’Albania che accoglie a braccia aperte gli imprenditori attirati dalla manodopera a basso costo (e dalle normative più elastiche), o i turisti che nel 2017 hanno fatto il pienone negli alberghi della costa e perfino i pensionati del bel Paese che sempre di più progettano la pensione sulla sponda opposta del Tirreno.

A guardare la capitale dall’alto si vede un brulicare di lavori di riammodernamento ed edifici in costruzione: per il recente restauro della sola piazza Scanderbeg, cuore storico e simbolico della città, sono stati spesi 12 milioni di euro. D’altronde secondo i dati Instat, l’Istituto delle statistiche albanese, nel 2017 sono stati rilasciati 819 permessi edili, ben 88,3% in più rispetto all’anno precedente, la maggior parte proprio a Tirana (in barba alla promessa di “zero costruzioni” dell’attuale sindaco Veliaj nella campagna elettorale del 2015), con un incremento del 118% rispetto al 2016. Per non parlare della gigantesca moschea regalo di Erdogan che, una volta ultimata, conterrà 4500 persone; una bella (si fa per dire) impronta turca in territorio balcanico, e anche un avvertimento, nel caso l’Europa continui a fare troppo la difficile con l’ammissione nell’Unione.

Una crescita ostentata, ma quanto reale? «L’economia in Albania è difficile da interpretare a causa dell’elevato livello di denaro sporco – spiega Gjergj Erebara di Birn (Balkan Investigative Reporting Network) Albania, ong che si occupa dello stato di salute della libertà di informazione nei Balcani – ufficialmente, la crescita è stata debole ma costante negli ultimi anni. Non ci sono stati grandi investimenti esteri e il governo non ha portato a termine alcun progetto importante, come la fornitura di strade o di acqua. Negli ultimi due anni il numero di persone ufficialmente impiegate nel settore non agricolo ha registrato un’impennata; tuttavia molti esperti pensano che questa non sia una crescita reale ma un’emersione del lavoro nero. Le persone che erano impiegate nel settore informale sono state obbligate a pagare le tasse, il che è una buona cosa ma non si traduce necessariamente in migliori condizioni economiche». I salari non crescono e di conseguenza non aumentano i consumi.

In Albania c’è un rimosso. E non è soltanto quello di quasi 50 anni di comunismo, ancora non elaborati a livello collettivo ma frettolosamente liquidati – anche se non basta nascondere le opere di “zio Enver” nel bagno di servizio, come al Museo della Memoria di Scutari, o le statue dei compagni Lenin e Stalin nel retro della Galleria nazionale delle arti di Tirana, per cancellare il largo consenso che la dittatura aveva fra la gente. Il rimosso riguarda soprattutto la povertà che resiste sotto lo strato di luccicante entusiasmo che il premier Edi Rama spalma su ogni dichiarazione pubblica a proposito del miracolo albanese. Lo stato sociale infatti è debole e non riesce a sostenere i suoi cittadini: uno stipendio medio si aggira sui 350 euro e i servizi pubblici – acqua, elettricità, fognature, istruzione e assistenza sanitaria – sono inadeguati.

Eppure Rama è ottimista: «possiamo pienamente affermare che l’Albania merita i negoziati» aveva detto senza giri di parole a Bruxelles lo scorso dicembre. E pazienza se era ancora caldo, politicamente parlando, il cadavere del suo delfino, Saimir Tahiri, ex ministro degli Interni fino a marzo 2017, destituito in fretta e furia con un maldestro rimpasto di governo, dopo essere salito agli onori della cronaca per losche vicende legate a un traffico di stupefacenti gestito da due suoi cugini. E, si sa, in Albania la famiglia conta: e più che altro conta il voluminoso fascicolo del tribunale italiano sul caso, che conferma l’attività di un gruppo di criminali che dal ’98 ha potuto operare indisturbato fra l’Italia e l’Albania, trasportando armi e tonnellate di cannabis nel nostro paese per un ammontare di 20 milioni di euro. Le intercettazioni della polizia ipotizzano la relazione fra la banda e Tahiri: manca, come si suol dire in gergo, “la pistola fumante”, ma ce n’è abbastanza per imbarazzare il governo di Rama – la procura aveva chiesto l’arresto di Tahiri, negato dal Parlamento, che ha votato per l’immunità – e gettare una luce sinistra sulle modalità di gestione degli affari a Tirana.

La corruzione è la madre di tutti i problemi del paese: «la mazzetta è usata dai partiti come mezzo per governare in assenza di un’ideologia credibile – spiega Erebara – ma forse dovremmo parlare di estorsione: i cittadini infatti sono obbligati a pagare per ottenere servizi pubblici in teoria gratuiti». Un sistema di governo, se così si può dire, che innerva tutte le strutture dello Stato e che, non a caso, preoccupa l’Europa, anche se un mese fa Juncker ha dichiarato di essere rimasto «positivamente impressionato dai progressi fatti dall’Albania in diversi settori, dalla riforma giudiziaria, alla lotta alla corruzione». La riforma della giustizia è un nodo cruciale in questo percorso, se si vuole almeno tentare di garantire la separazione dei poteri e correggere il sistema vischioso che finora ha legato il sistema politico a quello giudiziario, in un reciproco balletto di favori e concessioni.

Inutile dire che la riforma, che prevede modifiche costituzionali e legislative oltre a una verifica della correttezza dei magistrati, è fra i primi punti all’attenzione di Bruxelles. Facile a dirsi, ma gli ostacoli da rimuovere sono enormi e il processo di “pulizia del sistema” potrebbe richiedere anni. Il paese ha attualmente un procuratore generale provvisorio e anche se sei persone si sono già dimesse per evitare i controlli, «la commissione preposta a indagare sui giudici e i pubblici ministeri non ha ancora indagato nessuno e la nuova agenzia nazionale per verificare la corruzione ad alto livello e la criminalità organizzata non è stata ancora istituita», sottolinea Erebara.

Nessuno può dire, oggi, se il paese sarà in grado di darsi delle strutture adeguate per indagare e punire adeguatamente la corruzione, sia nel sistema giudiziario sia tra le classi politiche, senza contare gli effetti istituzionali di un intervento di questa portata.

Soprattutto in uno Stato che soltanto vent’anni fa veniva affossato da un crack finanziario colossale, che oltre a precipitare il paese nel caos, ha liberato fantasmi rimasti imprigionati dal vaso di Pandora del comunismo. Come la gjakmarrja, la vendetta di sangue prescritta dal Kanun, un antico codice consuetudinario tornato in auge durante il periodo di anarchia e che ora il governo di Rama vorrebbe nascondere come la polvere sotto il tappeto. Sono storie di clan rivali e di faide che durano decenni, in cui l’unica legge che conta è quella dell’onore: morti ammazzati, soprattutto nel nord dell’Albania, e famiglie chiuse in casa che si affidano soltanto al barajktar, un mediatore rispettato dalle parti in lotta, oggi come nel Medioevo. Il presidente della Corte d’appello di Scutari Fuat Vjerda ci tiene a sottolineare che dal 2016 non ci sono stati casi di fronte al suo tribunale, ma le organizzazioni che si occupano delle vittime hanno ben altra esperienza. Un fenomeno che, se pur minimizzato dalle autorità, è stato comunque riconosciuto formalmente con una modifica del codice penale nel 2013: «l’articolo 78a prevede che venga condannato a 35 anni di reclusione chi uccide per gjakmarria, considerata un aggravante dell’omicidio», conferma Vjerda.

Di recente la Corte di Appello di Ancona ha concesso protezione internazionale a un cittadino albanese minacciato dal Kanun e la tutela dei diritti umani è un altro capitolo importante all’esame della Commissione per la candidatura del paese nella Ue. Nonostante tutto, il 2018 potrebbe essere davvero l’anno buono per l’apertura dei negoziati. Alla prospettiva, l’anziano presidente Vjerda resta tiepido: «Europa? Difficile, troppi requisiti da rispettare. Sull’Albania c’è un dossier di migliaia di pagine. Ma vedremo».

“Le bambine salvate”: il dramma dell’infanticidio in India, tra superstizione e povertà

di Federica Tourn (La Stampa, 12/2/2018)

C’è una ragazza in un villaggio, nel cuore dell’India del sud, che prende appunti sui muri di casa: operazioni, scritte, numeri e frecce che si inseguono fino alla soluzione del problema. Harini ha diciannove anni e studia ingegneria civile; ogni mattina, dopo aver aiutato la madre in casa, fa un’ora di strada in bus per raggiungere l’università. Vive con i genitori in due stanze senza finestre costruite sul retro della bottega da barbiere del padre, ma nella piccola corte c’è anche un pezzo di terra dove il cane prende il sole contento e c’è spazio per sognare in grande. Harini ha una figura sottile, i capelli intrecciati e un sorriso gentile che non nasconde il desiderio di diventare governatrice del distretto, un giorno: studiare, passare gli esami e superare i concorsi non è certo un’impresa facile, soprattutto per chi proviene da una famiglia umile come la sua, ma lei non ha intenzione di farsi scoraggiare dalle difficoltà.

Forse non è un caso che sia devota a Narayani, forma della Dea madre, uno dei nomi con cui nell’induismo viene chiamata Durga, simbolo di forza indomabile e incarnazione della Shakti, l’energia creativa femminile. La parete della stanza dove dorme è completamente tappezzata di immagini di divinità compiacenti, su cui Harini poggia delicatamente il palmo delle mani. «Dio ci ha benedetti quando ci ha fatto cambiare idea e non ha permesso che la uccidessimo appena nata». Chokkamali, la madre di Harini, racconta in una frase il destino che si è capovolto all’improvviso, per volontà di un uomo sconosciuto che per cinque giorni di fila si è seduto davanti al padrone di casa e lo ha letteralmente pregato di risparmiare sua figlia.

Harini infatti è una delle bambine salvate dal progetto “Poonthaleer” – che in lingua tamil signica “sbocciare” – inaugurato vent’anni fa da Terre des Hommes Core a Idappadi, nel distretto di Salem, Tamil Nadu, per fermare la pratica dell’infanticidio femminile.

Continua a leggere l’intero reportage qui

Foto di Stefano Stranges

 

Circostanze umanitarie eccezionali

Di Claudio Geymonat (Riforma, 16/03/2018)

Sabato 10 marzo, notte. Fra Claviere, ultimo comune italiano, e Monginevro, primo paese in terra francese, la temperatura è gelida.

In questa fetta di alta Val Susa da mesi, specie nel periodo invernale, ronde di volontari percorrono le strade che portano al confine nel tentativo di aiutare, soccorrere, consigliare, dissuadere, trasportare, le decine di donne e uomini che di continuo, al ritmo di 20-30 al giorno, arrivano fin quassù nel tentativo di proseguire il loro viaggio verso la Francia, l’Inghilterra o altrove. Il loro viaggio dura da mesi, anni, avviato sotto il sole africano e giunto ora fra le nevi delle Alpi.

Dopo tanto peregrinare la meta pare così vicina, e le montagne, dopo l’arsura del deserto e l’incubo del mare aperto, paiono ostacolo di poco conto. Specie per chi non le conosce. I tanti volontari delle associazioni che qui stanno operando sanno invece bene invece cosa voglia dire avventurarsi, soprattutto di notte, fra mulattiere e sentieri. Metri di neve, rischio slavine, congelamenti assicurati.

Benoît Ducos e Joël Pruvost, due volontari del gruppo “Refuge solidaire” si imbattono in una famiglia a piedi in mezzo alla tormenta di pioggia e neve. Padre, madre incinta, due bambini di 2 e 4 anni e due valigie, marciano talmente piano da sembrar fermi. La donna è completamente esausta, in stato di choc, il thermos con il tè caldo e le coperte offerte non sono sufficienti. Parlando con i due uomini scoprono che la ragazza è incinta all’ottavo mese e mezzo. La decisione è immediata e logica: portarla all’ospedale più vicino, 12 km più a valle, a Briançon. Benoît li carica tutti in auto e si invola. Dopo pochi minuti il dolore si fa insopportabile, sono iniziate le contrazioni.

Alle porte di Briançon un posto di blocco delle forze dell’ordine ferma la vettura. Inizia ora un’ennesima storia di umanità sospesa. Ovviamente la famiglia è irregolare, i documenti non ci sono, e Benoît è sottoposto a un fuoco di fila di domande. Accusato di trasportare illegalmente dei migranti, a nulla servono le sue grida, i lamenti della donna e il pianto dei bambini. L’ospedale è a meno di 1 km, i militari non credono la situazione sia grave.

Dopo un’ora di trattative vengono chiamati i vigili del fuoco: sono loro a prendersi carico della donna e a portarla all’ospedale. Tutti gli altri finiscono in caserma. Benoît ne esce con una richiesta di comparizione negli uffici della polizia doganale fissata per mercoledì 14 marzo, il papà e i due bambini vengono caricati su un furgoncino pronto a riportarli in Italia.

Ma i medici telefonano dall’ospedale: con taglio cesareo d’urgenza è nato un maschietto e ora i dottori urlano nella cornetta di concedere il ricongiungimento. La polizia cede, la famiglia è riunita, per ora in Francia. Benoît mercoledì ha ricevuto una notifica di avvio provvedimento. Rischia fino a un massimo di 5 anni di prigione e 30 mila euro di multa per trasporto di clandestini oltre confine.

Cristo si è fermato anche qui, in questo lembo di Europa in cui i diritti elementari paiono sospesi.

La notizia ha fatto molto scalpore in Francia e ha trovato poco spazio sui nostri giornali, già impegnati a fiutare il nuovo corso politico, che in materia di flussi migratori promette una sterzata. Sterzata che Parigi ha già avviato, con un inasprimento della legge di asilo che rende ancora più complicato l’accesso allo status di rifugiato su suolo francese.

Ora, c’è un punto che amministratori e decisori paiono non voler comprendere. Da luglio 2017 almeno 3 mila persone sono passate da questi sentieri fra Bardonecchia e Monginevro. Senza l’aiuto costante, incessante, coordinato e efficiente di centinaia di persone certamente avremmo già dovuto piangere vari morti. Senza il loro agire fra queste montagne riempite dai turisti in estate e in inverno sarebbero già sbocciati campi profughi, accampamenti di tende e bivacchi.

E’ il vero incubo dei sindaci di questi luoghi: rivedere le scene che la televisione ci invia dal confine fra Liguria e Francia. Con la bella stagione i flussi aumenteranno: quanto dovranno ancora temere semplici cittadini, credenti e non credenti, per aver aiutato il prossimo? Donne e uomini agiscono laddove gli Stati non riescono a offrire una risposta seria, e sono costretti ad agire nell’anonimato, a muoversi come novelli partigiani per non rischiare di venire fermati e incriminati per aver prestato soccorso.

Reato d’umanità viene definito con una felice espressione.

Il rafforzamento dei controlli a Ventimiglia ha fatto mutare i percorsi di chi arriva al nord. Non mancano reti di trafficanti che suggeriscono le nuove rotte, senza certo preoccuparsi di raccontare cosa voglia dire arrivare a quasi due mila metri in inverno, un inverno gelido come questo poi. L’umanità mostra tutte le sue facce dunque: c’è chi approfitta della disperazione, ci sono tantissimi indifferenti, c’è chi non si arrende a tanto assurdo dolore, c’è chi si nasconde dietro i totem delle leggi. Resta il fatto oggettivo che, chi arriva qui, chi arriva a Calais, a Ventimiglia o su qualche altro confine della nostra Europa, avrebbe bisogno di ben altro: di tempi certi, di procedure chiare, di alloggiamenti d’emergenza, di accoglienza seria.