Razzismo negli stadi, l’Italia non ne guarirà

Se parole e gesta non vengono percepite come offensive e discriminanti le campagne di sensibilizzazione non serviranno mai a nulla 

Di Claudio Geymonat (Riforma, 1 ottobre 2019)

Nel momento in cui, di fronte al foglio bianco, c’è il tentativo di organizzare le idee per provare a parlare di razzismo negli stadi di calcio gli episodi si accavallano a decine, centinaia, così come i “mai più”, i “tolleranza zero” proclamati dai governanti di turno del mondo del pallone. Giornate di sensibilizzazione, squalifiche delle curve e dei campi, iniziative nelle scuole. Ma c’è un grande non detto che sta a monte di tutto e che condiziona ogni ragionamento successivo: buona parte degli italiani non considera tutto ciò razzismo. Ne è plastica e incredibile prova la lettera scritta dagli ultras dell’Inter a uno dei loro nuovi idoli, l’attaccante belga di origine congolese Romelu Lukaku, vittima di ululati di chiaro stampo razzista alla sua prima partita in trasferta nel campionato di serie A: invece di difendere il giocatore, che tramite i socialaveva espresso il proprio profondo disagio per l’episodio, i suoi stessi tifosi gli hanno scritto una lettera aperta per difendere però i colleghi ultrasdella squadra avversaria: «Devi capire che in tutti gli stadi italiani gente è abituata a tifare contro gli avversari non per razzismo ma per aiutare le proprie squadre. Devi capire che l’Italia non è come molti altri paesi europei dove il razzismo è un vero problema». Quindi il calcio come specchio del paese probabilmente, con un imbarbarimento del linguaggio e dei gesti, che però non vengono percepiti nella loro gravità.

Se poi chi governa il ricchissimo mondo del calcio viene eletto, da presidenti e addetti ai lavori, a pochi giorni dall’aver pronunciato frasi inusitate sui calciatori di colore e la loro fame di frutti esotici, e chi ne ha preso il posto considera più grave una simulazione di fallo di un calciatore rispetto ai cori razzisti, allora abbiamo chiaro il contesto in cui ci muoviamo.

Vero, come dicono gli ultras dell’Inter, che il razzismo non è “gioia” solo nostrana, ma altrove il fenomeno è stato preso di petto, anche se non mancano problemi e distinguo, e oggi dall’estero guardano a quanto accade da noi con stupore. Perché altrove sono pressoché sempre le società i cui tifosi si sono resi responsabili di atti di discriminazione a individuare i responsabili e a vietar loro ogni futuro ingresso sugli spalti, in attesa che la giustizia faccia il suo corso. Da noi la denuncia della società Juventus sta sollevando il coperchio su un mondo di ricatti e malavita che ruota attorno ai denari del pallone; l’auspicio è che tutte le altre facciano altrettanto.

Come dicevamo, anche attorno a noi non mancano casi eclatanti.

Joel Mannix è un ex celebre arbitro britannico che ha recentemente raccontato di quella volta in cui un presidente si pulì istintivamente la mano sui pantaloni dopo aver stretto la sua di uomo di colore.

In Irlanda poi si arriva alla follia di mischiare religione e sport. Neil Lennon, cattolico nordirlandese all’età di 31 anni ha dovuto chiudere con la Nazionale dopo una telefonata anonima che ne annunciava la morte per quella sera se fosse sceso in campo. Erano le formazioni paramilitari unioniste. Ora che allena in Scozia stessa solfa, sono i protestanti del Glasgow Rangers a far sì che Lennon debba vivere con la scorta.

In Francia da tempo le partite vengono sospese in caso di cori razzisti, come quest’anno ha fatto nella nostra serie A con coraggio un arbitro non a caso di lunga esperienza e personalità, Daniele Orsato, durante Atalanta-Fiorentina lo scorso 22 settembre. Questa volta, come quasi tutte le altre, nessuno fra gli addetti ai lavori preposti ha sentito nulla, mostrando un’omertà preventiva che ha radici profonde.

Molti stadi ora anche in Italia sono dotate di telecamere, ma se manca la volontà di colpire o peggio la percezione che qualcosa di grave stia accadendo la tecnologia serve a poco. Le curve sono una terra di nessuno, abbandonate da tempo da bambini e famiglie.

Si potrebbero spendere paginate sulle ricette per porre rimedio a tutto ciò: l’educazione a scuola e nelle società sportive, gli esempi che devono diventare coloro i quali sono idoli di milioni di persone, una vigilanza seria all’interno degli stadi, la volontà politica di attaccare un settore redditizio come pochi, la gestione, vera, del mondo dei social media, veicolo di tutto un nuovo pericolosissimo razzismo da tastiera. Tutto valido, tutto rimasto sulla carta. Fiona May, ex-stella dell’atletica azzurra, intervistata la settimana scorsa dal quotidiano spagnolo El Paìsha raccontato la frustrazione dell’esperienza in un progetto della Federcalcio contro il razzismo: «Ho lasciato perché non facevamo nulla, non era una priorità. È stata una delusione».

Forse la risposta migliore rimane quella dal brasiliano Dani Alves durante il match tra Villarreal e Barcellona nell’aprile 2014, quando, pronto a battere un calcio d’angolo, viene raggiunto da una banana scagliata dagli spalti. Il calciatore la raccoglie, la sbuccia, ne da un morso e riprende il gioco come nulla fosse. Un gesto di grande potenza visiva. Razzisti, una risata vi seppellirà.

Vera Michelin Salomon, partigiana della Resistenza

Di famiglia valdese divenuta poi componente dell’Esercito della Salvezza, Vera si spese poi tutta la vita per raccontare gli orrori della guerra

di Claudio Geymonat, (Riforma, 29 ottobre 2019)

E’ morta ieri 28 ottobre Vera Michelin Salomon, combattente della Resistenza romana nella II Guerra mondiale, deportata in Germania dalle SS, presidente onoraria dell’Aned, l’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti. Instancabile nelle sue testimonianze nelle scuole e nelle iniziative legate alla memoria degli orrori nazifascisti, il cognome rivela una chiara origine legata alle valli valdesi del Piemonte. Il padre Giovanni era infatti valdese, e insieme alla moglie Elvezia Guarnoli, di famiglia invece cattolica, scelse di diventare ufficiale dell’Esercito della Salvezza: «Tutta la famiglia da parte di mia madre si convertì dal cattolicesimo all’Esercito della Salvezza. Mia nonna materna, analfabeta, imparò a leggere proprio per poter leggere autonomamente la Bibbia» raccontava Vera Michelin Salomon in una bella testimonianza video che è possibile visionare qui.

Nata nel 1923 a Carema (To), dopo aver soggiornato in varie città italiane a seguito dei genitori impegnati nella vita dell’Esercito della Salvezza, Vera si trasferisce da Milano a Roma nel 1941. Nel mentre, il 17 giugno 1940, il governo fascista decise lo scioglimento dell’Esercito della Salvezza e la requisizione dei beni dei fedeli salutisti, con un conseguente periodo di grande difficoltà economica. A Roma Vera si trasferisce dal cugino Paolo Buffa, altro cognome valdese. Infatti tale era la fede della famiglia Buffa, a Milano portieri dell’Albergo ricovero dell’Esercito della Salvezza. Sarà questo anche il primo mestiere di Paolo, però a Roma dove si era nel frattempo trasferito. Si diploma nel 1939 e si iscrive a Medicina. L’8 settembre ’43 è uno studente non lontano dalla laurea che da molti anni è venuto in contatto con gli ambienti antifascisti della capitale. Il 10 settembre parte per il sud del paese, Napoli in particolare, allo scopo di partecipare, agli ordini delle Special Force britanniche, alla formazione di corpi volontari antifascisti in compagnia di Paolo Petruccie Giaime Pintor, fratello di Luigi, fra i fondatori nel 1969 del giornale Il Manifesto. Giaime Pintor troverà la morte saltando su una mina proprio nel tentativo di rientrare a Roma allo scopo di organizzare la resistenza in città.

Buffa assume la nuova identità di Paul Barton, tenente della Special Force. Rientrato a Roma Buffa viene presto arrestato con Petrucci a casa delle due giovani antifasciste, Enrica Filippini Lera, fidanzata di Petrucci, e per l’appunto Vera Michelin Salomon, entrambe a loro volte già in contatto con l’ambiente antifascista romano. Erano tutte e due impegnate in particolare in attività di volantinaggio, distribuzione stampa clandestina e nel coordinare e organizzare le lotte degli studenti.

Il 14 febbraio 1944 le SS fecero irruzione nell’appartamento abitato dalle due donne, arrestando oltre a loro anche Buffa, Petrucci e Cornelio, il fratello di Vera. Finiscono tutti nella tremenda caserma SS di via Tasso per poi venire incarcerati a Regina Coeli. Il processo si aprì il 22 marzo. Il ruolo di agenti britannici di Buffa e Petrucci era ignoto al momento ai nazifascisti, e il suo svelamento avrebbe significato morte certa. Per questo motivo Vera e Enrica si addossarono l’intera colpa di aver organizzato e distribuito manifesti, volantini e svolto attività eversive, e vennero condannate a tre anni di carcere duro in Germania, mentre i tre uomini furono dichiarati liberi per mancanza di prove, ma trattenuti ancora alcuni giorni in carcere. Per Petrucci sarà il tragico incontro con il destino. Due giorni dopo, il 24 marzo verrà infatti prelevato a caso insieme ad altri 334 civili, militari, prigionieri politici, ebrei o detenuti comuni e condotto alle Fosse Ardeatine per finire trucidati, in risposta all’attentato partigiano del giorno innanzi in via Rasella,costato la vita a 33 soldati tedeschi. Buffa-Barton torna libero e nel 1945 viene inviato a Nizza in Costa Azzurra come ufficiale di collegamento con la brigata partigiana “Carlo Rosselli” di Nuto Revelli. Da lì partirà per la liberazione delle valli Maira e Varaita nel cuneese. Il 6 maggio la missione finisce ufficialmente e il giorno seguente Buffa parte per la Germania alla ricerca di Enrica e della cugina Vera.

Le due erano finite nel mentre a Monaco di Baviera prima e poi al carcere di Aichach. Furono mesi duri, fino alla liberazione ottenuta per mano degli americani il 29 aprile 1945. Intanto Paolo Buffa giunse in auto dall’Italia e riportò le due donne in Italia, dove sposò infine Enrica. Vera Michelin Salomon spenderà il resto della vita a raccontare alle nuove generazioni gli orrori e le assurdità della guerra.

Cristo si è fermato a Budapest

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat (Venerdì di Repubblica, 11/01/2019)

C’è una città nel nord dell’Iraq che due anni fa ha cambiato nome: da Tel Skuf è diventata Bint Al-Majar, Figlia di Ungheria. Un ringraziamento per i massicci finanziamenti piovuti in questa fetta di Medio Oriente per precisa volontà del governo di Viktor Orbán. Intento nobile, se non fosse unilateralmente rivolto ai cristiani: «il gruppo religioso più oppresso al mondo, anche se nessuno lo sa a causa delle pressioni delle lobby islamiche internazionali». A parlare è Tristan Azbej, responsabile del primo Dipartimento di Stato per la difesa dei cristiani perseguitati, direttamente dipendente dal primo ministro, un’idea che ora il vice presidente degli Stati Uniti Mike Pence vorrebbe replicare anche a Washington. Continua a leggere “Cristo si è fermato a Budapest”

La resa dei conti tra Orban e l’università di Soros

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat (Eastwest.eu, 28/11/2018)

La Central European University di Budapest, l’università fondata da Soros nel ’91, alla fine dell’anno sarà probabilmente costretta a lasciare l’Ungheria per rifugiarsi nel Paese di un altro sovranista, l’Austria di Sebastian Kurz.

 ll rettore Michael Ignatieff, stanco di quella che ormai ritiene un’inutile attesa, ha infine deciso di fissare una deadline al primo dicembre: se a quella data il governo di Viktor Orbán continuerà a rispondere con il silenzio alle reiterate richieste di dialogo, la Ceu lascerà definitivamente Budapest per Vienna, dove sono già stati trasferiti alcuni corsi, grazie a un memorandum di intesa siglato con il governo ad aprile e rafforzato dall’incontro fra il premier austriaco e Soros nei giorni scorsi. Continua a leggere “La resa dei conti tra Orban e l’università di Soros”

Un culto che continua da un mese per evitare il rimpatrio di una famiglia di migranti

Di Claudio Geymonat (Riforma.it)

In Olanda una chiesa protestante de l’Aja sta tenendo un culto da oramai un mese per proteggere una famiglia di migranti dall’espulsione dal Paese.

La storia è tanto semplice quanto geniale: secondo la legge statale le forze dell’ordine non possono interrompere una funzione religiosa in corso. Centinaia di pastori si stanno dunque alternando dal 25 ottobre scorso per non far cessare mai il culto cui sta partecipando la famiglia in questione, una coppia armena con tre figli di 15, 19 e 21 anni. L’idea è venuta al presidente del consiglio generale della Chiesa protestante olandese, il pastore Theo Hettema, una volta saputo che la famiglia, da ben 8 anni nei Paesi Bassi,  con un figlio iscritto all’università e gli altri alle scuole dell’obbligo, rischiava il rimpatrio perché non può più  godere delle tutele internazionali in quanto l’Armenia, terra d’origine dei cinque, non è considerata nazione a rischio. Continua a leggere “Un culto che continua da un mese per evitare il rimpatrio di una famiglia di migranti”

Porti chiusi e pacchie altrui

Di Claudio Geymonat (Riforma.it, 14 giugno 2018)

80 anni fa la vicenda della nave St. Louis che trovò sbarrati i porti che dovevano accoglierla col suo carico di 930 ebrei in fuga dal nazismo

L’Europa e il mondo erano già sull’orlo del baratro quando il 13 maggio 1939 il transatlantico St. Louis si apprestava a salpare dal porto di Amburgo. Mancano 3 mesi allo scoppio ufficiale della Seconda guerra mondiale, ma i segnali dell’imminente catastrofe sono già più che chiari. Da anni è in corso in Germania, e ora anche in Italia, una caccia all’ebreo porta a porta. Ecco perché sulla St. Louis di 937 passeggeri, 930 sono ebrei, per lo più tedeschi, in fuga dalle persecuzioni. Continua a leggere “Porti chiusi e pacchie altrui”

A venti miglia da una nuova vita

Ventimiglia e Bardonecchia, città di frontiera alle prese con la gestione dei flussi migratori che spingono verso la Francia

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat ( Left, 1 giugno 2018)

Morts pour la France, morti per la Francia. Il cimitero di Trabouquet a Mentone, prima cittadina dopo il confine di Ventimiglia, è un terrazzo a strapiombo fra le montagne e il mare. Qui governo di Parigi e amministrazioni locali, per il centenario della fine della prima guerra mondiale, hanno dato nome e sepoltura a 1137 soldati. Traoré, Mamadou, Keita, tutti giovanissimi, tutti africani, malgasci e senegalesi in particolare, costretti a forza a render servizio a quella colonia lontana. Da quassù si vedono nitide le due strade con i relativi posti di blocco delle frontiere rispristinate, Ponte San Luigi e Ponte San Ludovico, e si vede l’imbocco del tunnel autostradale in cui lo scorso ottobre Milet Tesfamariam è morto investito da un camion nel tentativo di entrare nel Paese della sua lingua madre. Morti per la Francia, cento anni dopo. Schengen da queste parti è solo un ricordo: controlli serrati, solo per stanare da bagagliai e rimorchi la presenza dell’invasore africano. Ora che non servono, non li vogliono più. Come a Bardonecchia, frontiera alpina, dove la gendarmerie lo scorso marzo ha sconfinato entrando in un centro gestito dalla onlus Rainbow for Africa per costringere un migrante a fare un test delle urine, un chiaro gesto intimidatorio verso stranieri con velleità di ingresso nella République. Continua a leggere “A venti miglia da una nuova vita”

Giù le mani dalla Casa internazionale delle donne

Di Claudio Geymonat (Riforma.it, 25/05/2018)

Una storia che inizia nel 1976 ma ha radici profonde nei movimenti e nei collettivi degli anni precedenti. Oltre 30 associazioni attive al momento, fornitrici di servizi, pressoché tutti gratuiti per la popolazione; servizi che spesso gli enti pubblici non sono in grado di offrire. Un immenso archivio che raccoglie le produzioni della teoria e della pratica del movimento femminista dalla fine degli anni ’60 a oggi. Almeno trentamila donne che ogni anno passano dalla porta di via della Lungara. Un polo culturale, sociale, sanitario.

Questo è molto altro è la Casa internazionale delle donne di Roma, al centro delle cronache in queste settimane non per una delle molteplici iniziative organizzate, ma per l’azione dell’amministrazione capitolina che vuole riprendere possesso dello stabile di sua proprietà e indire un bando per riassegnare gli spazi e i servizi. Una scelta, quella fatta dalla prima sindaca donna nella storia della città, che è stata come una scossa, capace di mostrare ancora una volta l’attenzione e l’affetto con cui larga parte della società civile e del mondo politico, in maniera trasversale,  guarda a questo patrimonio. Oltre 88 mila firme raccolte al momento, in pochi giorni, e una serie di forti prese di posizione, l’ultima quella del presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, che nel ricordare ancora una volta quale «luogo di fondamentale importanza per la storia della città di Roma e del femminismo italiano» sia la Casa, comunica di voler proporre nei prossimi giorni « alla Giunta regionale di dichiarare la Casa Internazionale delle donne sito di notevole interesse pubblico».

Questa storia ha preso avvio più di 40 anni fa, nel 1976, con l’occupazione del fatiscente palazzo Nardini, dietro piazza Navona.

Nel 1981 iniziano le trattative con le istituzioni cittadine per trovare un luogo più adatto, e dal 1987 la sede diventa quella attuale, il palazzo del Buon Pastore, ex carcere femminile nel quartiere Trastevere. Nel 1995 con i fondi di Roma Capitale iniziano i restauri e con una cerimonia il 21 dicembre 2001 il sindaco Walter Veltroni consegna le chiavi a quello che nel frattempo è divenuto un consorzio. La convenzione presenta però un affitto troppo alto: nove mila euro al mese per chi opera senza fini di lucro non sono sostenibili. Le associazioni ne pagano una parte e aprono una trattativa con il Comune. Negli ultimi anni l’amministrazione capitolina sta tentando una ciclopica e al momento infruttuosa valorizzazione del proprio patrimonio immobiliare, spesso senza distinzioni di sorta fra chi semplicemente ha occupato in via privata degli spazi ed è moroso, e chi invece, e non c’è solo la situazione della Casa, offre servizi rivolti alla popolazione.

Ne abbiamo parlato con Gianna Urizio, giornalista e femminista, già presidente della Federazione delle donne evangeliche in Italia: «Vorrei citare subito una frase dell’attrice Jasmine Trinca nella conferenza stampa di ieri 24 maggio: “Il comune di Roma ha un debito, non un credito nei confronti della Casa delle donne”. Questo per l’immenso valore dei servizi offerti a una grande platea di utenti, per la capacità di creare cultura, attività, welfare, di fronte all’impotenza e alla casse vuote di municipi e enti centrali. Dunque è inammissibile fare di tutta l’erba un fascio, affrontare l’immensa questione dei beni pubblici di Roma senza distinzioni di sorta». Non è in gioco solo la difesa della Casa, ma «di tutti quei luoghi autogestiti che operano e intervengono laddove lo Stato è assente. Non è una questione solo romana, ma riguarda l’Italia intera». Si perché è a livello generale che è in corso quella che Urizio definisce «una normalizzazione che cancella il passato e il presente di partecipazione della cittadinanza. Moltissime delle conquiste sociali e politiche nella storia recente del nostro paese, dal diritto di famiglia, al lavoro, alla rappresentanza, sono state ottenute per merito anche e soprattutto dell’incessante azione di organizzazioni femminili. Che siano proprio due donne, la prima firmataria della mozione, la consigliera Gemma Guerrini e la sindaca Virginia Raggi, a portare uno dei peggiori attacchi nella storia della Casa è un’aggravante non di poco conto». Smontare un consorzio è qualcosa di più che eseguire uno sfratto, «è una chiara azione politica. Vediamo se si spingeranno a tanto, perché vorrebbe dire scoprire veramente le carte, mentre ora l’amministrazione si trincera dietro generiche affermazioni di ricerca della legalità».

Certo la mobilitazione è destinata a proseguire e Urizio non nasconde l’auspicio «di vedere anche i movimenti evangelici femminili e le comunità evangeliche in generale offrire solidarietà e sostegno, donne e uomini, per non dissipare il patrimonio di una realtà viva, richiesta, che dalle donne migranti alle vittime di violenza offre un aiuto a chi bussa».

40 anni e 100 passi

Di Claudio Geymonat (Riforma, 09/05/2018)

Parlava, parlava, Giuseppe Impastato, per tutti Peppino. Dai microfoni di Radio Aut, dai palchi e dalle piazze della sua Cinisi, nei cortei; denunciava e sfotteva la mafia, con un coraggio inaudito. Raccontava di affari e crimini, irrideva il capomafia Gaetano Badalamenti, la cui casa si trovava ad appena cento passi dalla sua. Lottava al fianco dei disoccupati, dei contadini. Per lui, nato in una famiglia mafiosa doc, la sfida e il pericolo erano doppi, tripli. Continua a leggere “40 anni e 100 passi”

Circostanze umanitarie eccezionali

Di Claudio Geymonat (Riforma, 16/03/2018)

Sabato 10 marzo, notte. Fra Claviere, ultimo comune italiano, e Monginevro, primo paese in terra francese, la temperatura è gelida.

In questa fetta di alta Val Susa da mesi, specie nel periodo invernale, ronde di volontari percorrono le strade che portano al confine nel tentativo di aiutare, soccorrere, consigliare, dissuadere, trasportare, le decine di donne e uomini che di continuo, al ritmo di 20-30 al giorno, arrivano fin quassù nel tentativo di proseguire il loro viaggio verso la Francia, l’Inghilterra o altrove. Il loro viaggio dura da mesi, anni, avviato sotto il sole africano e giunto ora fra le nevi delle Alpi.

Dopo tanto peregrinare la meta pare così vicina, e le montagne, dopo l’arsura del deserto e l’incubo del mare aperto, paiono ostacolo di poco conto. Specie per chi non le conosce. I tanti volontari delle associazioni che qui stanno operando sanno invece bene invece cosa voglia dire avventurarsi, soprattutto di notte, fra mulattiere e sentieri. Metri di neve, rischio slavine, congelamenti assicurati.

Benoît Ducos e Joël Pruvost, due volontari del gruppo “Refuge solidaire” si imbattono in una famiglia a piedi in mezzo alla tormenta di pioggia e neve. Padre, madre incinta, due bambini di 2 e 4 anni e due valigie, marciano talmente piano da sembrar fermi. La donna è completamente esausta, in stato di choc, il thermos con il tè caldo e le coperte offerte non sono sufficienti. Parlando con i due uomini scoprono che la ragazza è incinta all’ottavo mese e mezzo. La decisione è immediata e logica: portarla all’ospedale più vicino, 12 km più a valle, a Briançon. Benoît li carica tutti in auto e si invola. Dopo pochi minuti il dolore si fa insopportabile, sono iniziate le contrazioni.

Alle porte di Briançon un posto di blocco delle forze dell’ordine ferma la vettura. Inizia ora un’ennesima storia di umanità sospesa. Ovviamente la famiglia è irregolare, i documenti non ci sono, e Benoît è sottoposto a un fuoco di fila di domande. Accusato di trasportare illegalmente dei migranti, a nulla servono le sue grida, i lamenti della donna e il pianto dei bambini. L’ospedale è a meno di 1 km, i militari non credono la situazione sia grave.

Dopo un’ora di trattative vengono chiamati i vigili del fuoco: sono loro a prendersi carico della donna e a portarla all’ospedale. Tutti gli altri finiscono in caserma. Benoît ne esce con una richiesta di comparizione negli uffici della polizia doganale fissata per mercoledì 14 marzo, il papà e i due bambini vengono caricati su un furgoncino pronto a riportarli in Italia.

Ma i medici telefonano dall’ospedale: con taglio cesareo d’urgenza è nato un maschietto e ora i dottori urlano nella cornetta di concedere il ricongiungimento. La polizia cede, la famiglia è riunita, per ora in Francia. Benoît mercoledì ha ricevuto una notifica di avvio provvedimento. Rischia fino a un massimo di 5 anni di prigione e 30 mila euro di multa per trasporto di clandestini oltre confine.

Cristo si è fermato anche qui, in questo lembo di Europa in cui i diritti elementari paiono sospesi.

La notizia ha fatto molto scalpore in Francia e ha trovato poco spazio sui nostri giornali, già impegnati a fiutare il nuovo corso politico, che in materia di flussi migratori promette una sterzata. Sterzata che Parigi ha già avviato, con un inasprimento della legge di asilo che rende ancora più complicato l’accesso allo status di rifugiato su suolo francese.

Ora, c’è un punto che amministratori e decisori paiono non voler comprendere. Da luglio 2017 almeno 3 mila persone sono passate da questi sentieri fra Bardonecchia e Monginevro. Senza l’aiuto costante, incessante, coordinato e efficiente di centinaia di persone certamente avremmo già dovuto piangere vari morti. Senza il loro agire fra queste montagne riempite dai turisti in estate e in inverno sarebbero già sbocciati campi profughi, accampamenti di tende e bivacchi.

E’ il vero incubo dei sindaci di questi luoghi: rivedere le scene che la televisione ci invia dal confine fra Liguria e Francia. Con la bella stagione i flussi aumenteranno: quanto dovranno ancora temere semplici cittadini, credenti e non credenti, per aver aiutato il prossimo? Donne e uomini agiscono laddove gli Stati non riescono a offrire una risposta seria, e sono costretti ad agire nell’anonimato, a muoversi come novelli partigiani per non rischiare di venire fermati e incriminati per aver prestato soccorso.

Reato d’umanità viene definito con una felice espressione.

Il rafforzamento dei controlli a Ventimiglia ha fatto mutare i percorsi di chi arriva al nord. Non mancano reti di trafficanti che suggeriscono le nuove rotte, senza certo preoccuparsi di raccontare cosa voglia dire arrivare a quasi due mila metri in inverno, un inverno gelido come questo poi. L’umanità mostra tutte le sue facce dunque: c’è chi approfitta della disperazione, ci sono tantissimi indifferenti, c’è chi non si arrende a tanto assurdo dolore, c’è chi si nasconde dietro i totem delle leggi. Resta il fatto oggettivo che, chi arriva qui, chi arriva a Calais, a Ventimiglia o su qualche altro confine della nostra Europa, avrebbe bisogno di ben altro: di tempi certi, di procedure chiare, di alloggiamenti d’emergenza, di accoglienza seria.