Porti chiusi e pacchie altrui

Di Claudio Geymonat (Riforma.it, 14 giugno 2018)

80 anni fa la vicenda della nave St. Louis che trovò sbarrati i porti che dovevano accoglierla col suo carico di 930 ebrei in fuga dal nazismo

L’Europa e il mondo erano già sull’orlo del baratro quando il 13 maggio 1939 il transatlantico St. Louis si apprestava a salpare dal porto di Amburgo. Mancano 3 mesi allo scoppio ufficiale della Seconda guerra mondiale, ma i segnali dell’imminente catastrofe sono già più che chiari. Da anni è in corso in Germania, e ora anche in Italia, una caccia all’ebreo porta a porta. Ecco perché sulla St. Louis di 937 passeggeri, 930 sono ebrei, per lo più tedeschi, in fuga dalle persecuzioni. Continua a leggere “Porti chiusi e pacchie altrui”

A venti miglia da una nuova vita

Ventimiglia e Bardonecchia, città di frontiera alle prese con la gestione dei flussi migratori che spingono verso la Francia

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat ( Left, 1 giugno 2018)

Morts pour la France, morti per la Francia. Il cimitero di Trabouquet a Mentone, prima cittadina dopo il confine di Ventimiglia, è un terrazzo a strapiombo fra le montagne e il mare. Qui governo di Parigi e amministrazioni locali, per il centenario della fine della prima guerra mondiale, hanno dato nome e sepoltura a 1137 soldati. Traoré, Mamadou, Keita, tutti giovanissimi, tutti africani, malgasci e senegalesi in particolare, costretti a forza a render servizio a quella colonia lontana. Da quassù si vedono nitide le due strade con i relativi posti di blocco delle frontiere rispristinate, Ponte San Luigi e Ponte San Ludovico, e si vede l’imbocco del tunnel autostradale in cui lo scorso ottobre Milet Tesfamariam è morto investito da un camion nel tentativo di entrare nel Paese della sua lingua madre. Morti per la Francia, cento anni dopo. Schengen da queste parti è solo un ricordo: controlli serrati, solo per stanare da bagagliai e rimorchi la presenza dell’invasore africano. Ora che non servono, non li vogliono più. Come a Bardonecchia, frontiera alpina, dove la gendarmerie lo scorso marzo ha sconfinato entrando in un centro gestito dalla onlus Rainbow for Africa per costringere un migrante a fare un test delle urine, un chiaro gesto intimidatorio verso stranieri con velleità di ingresso nella République. Continua a leggere “A venti miglia da una nuova vita”

Giù le mani dalla Casa internazionale delle donne

Di Claudio Geymonat (Riforma.it, 25/05/2018)

Una storia che inizia nel 1976 ma ha radici profonde nei movimenti e nei collettivi degli anni precedenti. Oltre 30 associazioni attive al momento, fornitrici di servizi, pressoché tutti gratuiti per la popolazione; servizi che spesso gli enti pubblici non sono in grado di offrire. Un immenso archivio che raccoglie le produzioni della teoria e della pratica del movimento femminista dalla fine degli anni ’60 a oggi. Almeno trentamila donne che ogni anno passano dalla porta di via della Lungara. Un polo culturale, sociale, sanitario.

Questo è molto altro è la Casa internazionale delle donne di Roma, al centro delle cronache in queste settimane non per una delle molteplici iniziative organizzate, ma per l’azione dell’amministrazione capitolina che vuole riprendere possesso dello stabile di sua proprietà e indire un bando per riassegnare gli spazi e i servizi. Una scelta, quella fatta dalla prima sindaca donna nella storia della città, che è stata come una scossa, capace di mostrare ancora una volta l’attenzione e l’affetto con cui larga parte della società civile e del mondo politico, in maniera trasversale,  guarda a questo patrimonio. Oltre 88 mila firme raccolte al momento, in pochi giorni, e una serie di forti prese di posizione, l’ultima quella del presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, che nel ricordare ancora una volta quale «luogo di fondamentale importanza per la storia della città di Roma e del femminismo italiano» sia la Casa, comunica di voler proporre nei prossimi giorni « alla Giunta regionale di dichiarare la Casa Internazionale delle donne sito di notevole interesse pubblico».

Questa storia ha preso avvio più di 40 anni fa, nel 1976, con l’occupazione del fatiscente palazzo Nardini, dietro piazza Navona.

Nel 1981 iniziano le trattative con le istituzioni cittadine per trovare un luogo più adatto, e dal 1987 la sede diventa quella attuale, il palazzo del Buon Pastore, ex carcere femminile nel quartiere Trastevere. Nel 1995 con i fondi di Roma Capitale iniziano i restauri e con una cerimonia il 21 dicembre 2001 il sindaco Walter Veltroni consegna le chiavi a quello che nel frattempo è divenuto un consorzio. La convenzione presenta però un affitto troppo alto: nove mila euro al mese per chi opera senza fini di lucro non sono sostenibili. Le associazioni ne pagano una parte e aprono una trattativa con il Comune. Negli ultimi anni l’amministrazione capitolina sta tentando una ciclopica e al momento infruttuosa valorizzazione del proprio patrimonio immobiliare, spesso senza distinzioni di sorta fra chi semplicemente ha occupato in via privata degli spazi ed è moroso, e chi invece, e non c’è solo la situazione della Casa, offre servizi rivolti alla popolazione.

Ne abbiamo parlato con Gianna Urizio, giornalista e femminista, già presidente della Federazione delle donne evangeliche in Italia: «Vorrei citare subito una frase dell’attrice Jasmine Trinca nella conferenza stampa di ieri 24 maggio: “Il comune di Roma ha un debito, non un credito nei confronti della Casa delle donne”. Questo per l’immenso valore dei servizi offerti a una grande platea di utenti, per la capacità di creare cultura, attività, welfare, di fronte all’impotenza e alla casse vuote di municipi e enti centrali. Dunque è inammissibile fare di tutta l’erba un fascio, affrontare l’immensa questione dei beni pubblici di Roma senza distinzioni di sorta». Non è in gioco solo la difesa della Casa, ma «di tutti quei luoghi autogestiti che operano e intervengono laddove lo Stato è assente. Non è una questione solo romana, ma riguarda l’Italia intera». Si perché è a livello generale che è in corso quella che Urizio definisce «una normalizzazione che cancella il passato e il presente di partecipazione della cittadinanza. Moltissime delle conquiste sociali e politiche nella storia recente del nostro paese, dal diritto di famiglia, al lavoro, alla rappresentanza, sono state ottenute per merito anche e soprattutto dell’incessante azione di organizzazioni femminili. Che siano proprio due donne, la prima firmataria della mozione, la consigliera Gemma Guerrini e la sindaca Virginia Raggi, a portare uno dei peggiori attacchi nella storia della Casa è un’aggravante non di poco conto». Smontare un consorzio è qualcosa di più che eseguire uno sfratto, «è una chiara azione politica. Vediamo se si spingeranno a tanto, perché vorrebbe dire scoprire veramente le carte, mentre ora l’amministrazione si trincera dietro generiche affermazioni di ricerca della legalità».

Certo la mobilitazione è destinata a proseguire e Urizio non nasconde l’auspicio «di vedere anche i movimenti evangelici femminili e le comunità evangeliche in generale offrire solidarietà e sostegno, donne e uomini, per non dissipare il patrimonio di una realtà viva, richiesta, che dalle donne migranti alle vittime di violenza offre un aiuto a chi bussa».

40 anni e 100 passi

Intervista a Franca Imbergamo, pubblico ministero al processo per la morte di Peppino Impasato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978

Parlava, parlava, Giuseppe Impastato, per tutti Peppino. Dai microfoni di Radio Aut, dai palchi e dalle piazze della sua Cinisi, nei cortei; denunciava e sfotteva la mafia, con un coraggio inaudito. Raccontava di affari e crimini, irrideva il capomafia Gaetano Badalamenti, la cui casa si trovava ad appena cento passi dalla sua. Lottava al fianco dei disoccupati, dei contadini. Per lui, nato in una famiglia mafiosa doc, la sfida e il pericolo erano doppi, tripli.

La sua era in qualche modo dunque una morte annunciata, in anni in cui certi nomi si pronunciavano a malapena sottovoce fra le mura di casa; mentre Peppino li urlava ai quattro venti. Eppure già dai minuti immediatamente successivi al ritrovamento del corpo dilaniato sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, il 9 maggio del 1978, la sua memoria veniva tradita e la verità piegata davanti a indicibili interessi. Forze dell’ordine e inquirenti parlarono di un atto terroristico di cui l’autore sarebbe rimasto vittima. Ci vorranno 24 anni e la tenacia di tanti fedeli servitori dello Stato, da Rocco Chinnici a Antonino Caponnetto, da Giovanni Falcone a Giancarlo Caselli, per portare finalmente alla sbarra Badalamenti e il suo braccio destro Vito Palazzolo. Ergastolo per il grande boss, il primo della sua carriera, nonostante la scia di sangue che ne aveva segnato l’ascesa al vertice di Cosa Nostra. Era già in galera per traffico di droga, la Pizza Connection. Come Al Capone, che venne arrestato per reati fiscali dopo aver insanguinato Chicago.

Pubblico ministero di quel processo terminato nel 2002 fu Franca Imbergamo, oggi magistrato inquirente presso la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo: «Fu un processo difficile perchè avviato a così tanti anni dai fatti, con nuove prove da reperire. Ma siamo riusciti a rendere giustizia alla figura di Impastato, per anni infangata, e con lui alla madre, al fratello, ai tanti che fin dal primo giorno ne hanno difeso il ricordo e le battaglie civili». E’ stato detto tutto su questa vicenda o esistono ancora zone d’ombra, in particolare per quel che riguarda i depistaggi? «Bisogna distinguere fra responsabilità giudiziarie e morali, civili. Per la prima, la prescrizione ci impedisce di indagare oltre; per le altre, di valore non certo inferiore, certi comportamenti, certi atti, testimoniano che vi sono state persone che non hanno servito con fedeltà lo Stato che erano chiamate a rappresentare. E qui mi fermo». Anche perché certi nomi sono ancora fra i protagonisti delle inchieste e dei processi in corso, relativi a quegli anni in cui pezzi delle nostre istituzioni hanno piegato il capo davanti ai padrini.

La mamma di Peppino, Felicia Bartolotta, è una delle figure più potenti di questa storia: entrata nelle nostre case con la forza della denuncia di un mondo che aveva visto da vicino: «Una donna straordinaria, che per amore di un figlio ha rotto con una tradizione familiare pesante ed è andata contro persone molto più potenti di lei. Io l’ho voluta come prima testimone proprio per questo. Quando in aula, sullo schermo in video conferenza dal carcere americano, apparve Badalamenti, Felicia non esitò a puntare contro di lui il dito e a dirgli “Tu hai fatto uccidere mio figlio”. Un momento entrato nella storia dell’antimafia. In seguito abbiamo avuto modo di incontrarci, e mi ha commosso il suo ringraziamento per averla aiutata ad avere fiducia nella giustizia».

40 anni sono trascorsi, molto è cambiato: la mafia è combattuta con molta maggior forza, ma non ancora sconfitta: «Tanta strada è stata fatta, purtroppo anche con il sangue di troppe persone. La mafia non è sconfitta, ma la società civile ha una consapevolezza totalmente diversa rispetto ad allora. Ho appena avuto il piacere di partecipare ad un tour fra alcuni dei luoghi simbolo della mafia e dell’antimafia, organizzata dall’associazione Fuori dai Paraggi, insieme alla vostra collega della trasmissione Protestantesimo Lucia Cuocci: da Portella della Ginestra a via D’Amelio, da Cinisi alla piazza della Memoria, è stato bello vedere la commozione sincera dei partecipanti. Senza luoghi comuni nè stereotipi, ma con grande dignità, virtù di cui la Sicilia è zeppa».

La chiesa, cattolica ovviamente, ha ancora un ruolo così importante nell’immaginario mafioso? «Anche in questo campo molto è stato fatto: da certi silenzi e certe complicità alle grandi denunce dei pontefici o al tragico tributo di sangue di Pino Puglisi la Chiesa cattolica ha saputo liberarsi dall’abbraccio mortale della mafia. Restano i santini, le processioni, i rituali, ma hanno oramai pressoché soltanto un valore simbolico di iterazione di antiche consuetudini. In questa occasione mi piace anche ricordare il grande impegno che la chiesa valdese di Palermo ha dimostrato in questi anni attraverso molti interventi sociali per attivare percorsi di recupero di soggetti entrati nell’orbita mafiosa. Come magistrati abbiamo avuto molte volte al nostro fianco la Chiesa valdese nelle nostre attività, segnale di una coscienza civile chiara». Cosa le resta di questa storia? «la soddisfazione per aver reso giustizia a un uomo molto impegnato, con valori importanti, e la consapevolezza dell’importanza di esser riusciti, seppur dopo molto tempo, a indicare i colpevoli e quindi a far vincere la legalità sull’omertà».

Circostanze umanitarie eccezionali

Di Claudio Geymonat (Riforma, 16/03/2018)

Sabato 10 marzo, notte. Fra Claviere, ultimo comune italiano, e Monginevro, primo paese in terra francese, la temperatura è gelida.

In questa fetta di alta Val Susa da mesi, specie nel periodo invernale, ronde di volontari percorrono le strade che portano al confine nel tentativo di aiutare, soccorrere, consigliare, dissuadere, trasportare, le decine di donne e uomini che di continuo, al ritmo di 20-30 al giorno, arrivano fin quassù nel tentativo di proseguire il loro viaggio verso la Francia, l’Inghilterra o altrove. Il loro viaggio dura da mesi, anni, avviato sotto il sole africano e giunto ora fra le nevi delle Alpi.

Dopo tanto peregrinare la meta pare così vicina, e le montagne, dopo l’arsura del deserto e l’incubo del mare aperto, paiono ostacolo di poco conto. Specie per chi non le conosce. I tanti volontari delle associazioni che qui stanno operando sanno invece bene invece cosa voglia dire avventurarsi, soprattutto di notte, fra mulattiere e sentieri. Metri di neve, rischio slavine, congelamenti assicurati.

Benoît Ducos e Joël Pruvost, due volontari del gruppo “Refuge solidaire” si imbattono in una famiglia a piedi in mezzo alla tormenta di pioggia e neve. Padre, madre incinta, due bambini di 2 e 4 anni e due valigie, marciano talmente piano da sembrar fermi. La donna è completamente esausta, in stato di choc, il thermos con il tè caldo e le coperte offerte non sono sufficienti. Parlando con i due uomini scoprono che la ragazza è incinta all’ottavo mese e mezzo. La decisione è immediata e logica: portarla all’ospedale più vicino, 12 km più a valle, a Briançon. Benoît li carica tutti in auto e si invola. Dopo pochi minuti il dolore si fa insopportabile, sono iniziate le contrazioni.

Alle porte di Briançon un posto di blocco delle forze dell’ordine ferma la vettura. Inizia ora un’ennesima storia di umanità sospesa. Ovviamente la famiglia è irregolare, i documenti non ci sono, e Benoît è sottoposto a un fuoco di fila di domande. Accusato di trasportare illegalmente dei migranti, a nulla servono le sue grida, i lamenti della donna e il pianto dei bambini. L’ospedale è a meno di 1 km, i militari non credono la situazione sia grave.

Dopo un’ora di trattative vengono chiamati i vigili del fuoco: sono loro a prendersi carico della donna e a portarla all’ospedale. Tutti gli altri finiscono in caserma. Benoît ne esce con una richiesta di comparizione negli uffici della polizia doganale fissata per mercoledì 14 marzo, il papà e i due bambini vengono caricati su un furgoncino pronto a riportarli in Italia.

Ma i medici telefonano dall’ospedale: con taglio cesareo d’urgenza è nato un maschietto e ora i dottori urlano nella cornetta di concedere il ricongiungimento. La polizia cede, la famiglia è riunita, per ora in Francia. Benoît mercoledì ha ricevuto una notifica di avvio provvedimento. Rischia fino a un massimo di 5 anni di prigione e 30 mila euro di multa per trasporto di clandestini oltre confine.

Cristo si è fermato anche qui, in questo lembo di Europa in cui i diritti elementari paiono sospesi.

La notizia ha fatto molto scalpore in Francia e ha trovato poco spazio sui nostri giornali, già impegnati a fiutare il nuovo corso politico, che in materia di flussi migratori promette una sterzata. Sterzata che Parigi ha già avviato, con un inasprimento della legge di asilo che rende ancora più complicato l’accesso allo status di rifugiato su suolo francese.

Ora, c’è un punto che amministratori e decisori paiono non voler comprendere. Da luglio 2017 almeno 3 mila persone sono passate da questi sentieri fra Bardonecchia e Monginevro. Senza l’aiuto costante, incessante, coordinato e efficiente di centinaia di persone certamente avremmo già dovuto piangere vari morti. Senza il loro agire fra queste montagne riempite dai turisti in estate e in inverno sarebbero già sbocciati campi profughi, accampamenti di tende e bivacchi.

E’ il vero incubo dei sindaci di questi luoghi: rivedere le scene che la televisione ci invia dal confine fra Liguria e Francia. Con la bella stagione i flussi aumenteranno: quanto dovranno ancora temere semplici cittadini, credenti e non credenti, per aver aiutato il prossimo? Donne e uomini agiscono laddove gli Stati non riescono a offrire una risposta seria, e sono costretti ad agire nell’anonimato, a muoversi come novelli partigiani per non rischiare di venire fermati e incriminati per aver prestato soccorso.

Reato d’umanità viene definito con una felice espressione.

Il rafforzamento dei controlli a Ventimiglia ha fatto mutare i percorsi di chi arriva al nord. Non mancano reti di trafficanti che suggeriscono le nuove rotte, senza certo preoccuparsi di raccontare cosa voglia dire arrivare a quasi due mila metri in inverno, un inverno gelido come questo poi. L’umanità mostra tutte le sue facce dunque: c’è chi approfitta della disperazione, ci sono tantissimi indifferenti, c’è chi non si arrende a tanto assurdo dolore, c’è chi si nasconde dietro i totem delle leggi. Resta il fatto oggettivo che, chi arriva qui, chi arriva a Calais, a Ventimiglia o su qualche altro confine della nostra Europa, avrebbe bisogno di ben altro: di tempi certi, di procedure chiare, di alloggiamenti d’emergenza, di accoglienza seria.

Le idi di marzo

Di Claudio Geymonat (Riforma.it, 15/03/2018)

40 anni. 5 processi. Due commissioni parlamentari. La seconda di queste ha appena concluso i lavori con nuove migliaia di pagine di relazioni e testimonianze. Altre commissioni contro il terrorismo che a loro volta hanno seguito il caso. Una produzione letteraria che come scrive lo storico Manlio Castronuovo “è come l’universo, finita ma senza limiti”. Sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e sulla strage della sua scorta si è detto di tutto. Una quantità di informazioni tale da confondere le acque, e far perdere qualsiasi filo. Eppure dalle carte e dalle testimonianze continuano a saltar fuori novità come una sorta di pozzo di san Patrizio che pare non esaurire mai le sue ricchezze. La commissione ha cercato di appurarne alcune. Tutti i documenti sono a disposizione del pubblico qui.

Da un lato ci sono le parole dei brigatisti ad affermare che tutto quanto c’è da sapere sul caso è già noto, e se qualche nome è rimasto fuori dalla vicenda è quello di figure marginali il cui coinvolgimento non aggiungerebbe nulla alla cronaca dei fatti. Cronaca che parla di 12 brigatisti in via Fani ( nel ‘74 per il rapimento Sossi, senza scorta, furono utilizzate 20 persone), di 4 mitra a sparare più o meno tutti inceppati, in mano ad altrettanti ragazzi che a dir loro non avevano mai occasione di esercitarsi (e uccisero 5 uomini della scorta senza sfiorare Moro nella tempesta di fuoco); che parla di un solo covo per tutti i 55 giorni del sequestro (su questo fronte proprio l’ultima commissione presieduta da Beppe Fioroni ha fatto importanti scoperte sul garage e il palazzo di via Massimi, che fu con molta probabilità il primo rifugio dei fuggiaschi e del sequestrato); che parla di un’esecuzione a sangue freddo il 9 maggio, con Moro sdraiato nel pianale della Renault 4 più famosa del mondo (e anche qui le ultime tecniche scientifiche hanno consentito di riscrivere gli ultimi istanti di vita del presidente della Democrazia Cristiana e stabilire con ragionevole certezza che così non fu).

Di contro le evidenze che in 40 anni hanno messo in fila una tale serie di “coincidenze” e casualità che delle due l’una: o quel gruppo di ventenni ha avuto una fortuna smaccata, o troppe connivenze hanno guidato e gestito un’operazione così complessa. E il 2 maggio ‘78, quando manca ancora una settimana al ritrovamento del corpo dell’onorevole Moro, Mino Pecorelli, un giornalista che dimostrerà di sapere troppo sul caso, sulla sua agenzia OP scrive che le convergenze di interesse fra gli Stati Uniti che vogliono scongiurare un partito comunista al governo in una paese Nato e l’Unione Sovietica spaventata da un partito dal volto umano sono la vera chiave per chiarire il caso: «E’ Yalta che ha deciso via Mario Fani».

Le novità più significative emerse dai lavori della II commissione sono probabilmente quelle legate allo stabile di via Massimi, zona Balduina. “Un garage compiacente” come già il 16 gennaio 1979 scriveva ancora Pecorelli. Uno stabile che la Commissione ha accertato essere di proprietà dello Ior, l’Istituto per le Opere religiose, il braccio secolare ed economico del Vaticano, guidato all’epoca dei fatti dall’arcinoto banchiere di Dio Paul Marcinkus, che frequentava la palazzina, i cui condomini sono uno spaccato della guerra fredda di allora: due cardinali, Egidio Vagnozzi e Alfredo Ottaviani, i dipendenti di una società americana che lavorava per la Nato, la Tumpane Company , Omar Yahia, finanziere libico «legato all’intelligence libica e statunitense, che collaborò lungamente con i servizi italiani il cui ruolo emerse nelle indagini sulla vicenda dei terroristi palestinesi arrestati a Ostia nel 1973 e consegnati alla Libia» (l’alba del “lodo Moro”, l’accordo di non belligeranza palestinese su suolo italiano). Ma non è tutto; abitava qui anche il generale del Genio Renato D’Ascia, che operò anche in ambito Sismi, e che come ha riferito una nuova teste sentita dalla Commissione «diverso tempo dopo raccontò a mio marito che nella palazzina c’era un covo delle Brigate Rosse legato al sequestro dello statista e che proprio nei giorni dell’eccidio di via Fani ci fu movimento fra il garage e il covo»; abitava qui Birgit Kraatz, giornalista tedesca, già parte del movimento estremista di lotta armata “Due giugno”, che all’epoca era la compagna di Franco Piperno, il fisico nucleare leader di Autonomia Operaia che nei giorni del sequestro ha incontrato varie volte Valerio Morucci e Adriana Faranda nel tentativo di far recedere i vertici BR dall’uccisione di Moro, e che un anno dopo metterà i due, in fuga dalle BR, in contatto con Giuliana Conforto nel cui alloggio verranno arrestati (vedremo dopo le importanti novità anche in questo ambito).

La ciliegina sulla torta: la palazzina era gestita per conto dello Ior dalla società Prato Verde, il cui amministratore unico era Luigi Mennini, il padre di don Antonello Mennini, il prelato che ebbe un ruolo importante in tutta la vicenda, con non pochi indizi che fanno credere che possa aver incontrato e forse confessato Aldo Moro nei giorni della prigionia. Quante coincidenze.

Ma soprattutto le indagini hanno consentito di identificare due persone allora conviventi in via Massimi 91 che hanno ammesso di aver ospitato per diverse settimane nell’autunno del 1978 Prospero Gallinari: Norma Andriani e Carlo Brogi; quest’ultimo all’epoca militava nelle Unità Comuniste Combattenti, contigue alle BR, in cui entrerà ufficialmente nell’estate del ‘78.

Sono intanto ancora in corso perizie su modifiche abitative di un alloggio della palazzina in cui venne realizzata una camera compartimentata.

Un covo dunque c’era.

Fu dai garage di quell’abitazione da cui con buona probabilità uscirono le tre auto usate per il sequestro e ritrovate in via Licinio Calvo a distanza di 24 ore l’una dall’altra, nonostante i brigatisti abbiano sempre affermato che queste vennero lasciate tutte insieme a pochi minuti dal sequestro di Aldo Moro. Ma decine di testimonianze, comprese quelle delle forze dell’ordine, e le immagini del cineoperatore Rai inviato a filmare il ritrovamento della prima auto, testimoniano che delle altre non vi era traccia in quel momento, un’altra delle grandi incongruenze di questa vicenda.

Sono molte altre le novità emerse in questi anni di lavori della Commissione: i tanti misteri che ruotano attorno all’arresto di Morucci e Faranda a casa di Giuliana Conforto, figlia di quel Giorgio che il dossier Mitrokhin nel 1999 rivelerà esser stato fra le più importanti spie del Kgb in Europa, e al contempo al servizio dei Servizi italiani. In quella casa i due brigatisti incontrarono più volte il giornalista Saverio Tutino, all’epoca giornalista di Repubblica e molto attivo nell’ambito della sinistra rivoluzionaria mondiale. Morucci e Faranda erano volti noti nel mondo dell’autonomia e dell’antagonismo romano: possibile che una delle più importanti barbe finte dell’Urss e un giornalista molto addentro a quel mondo non li abbiano riconosciuti? Le modalità dell’arresto appaiono più vicine ad una resa concordata che a un blitz inatteso. Anche il memoriale Morucci, quello che sostanzialmente ha raccontato la versione brigatista su tutti i movimenti di quel 16 marzo, è oggetto di analisi per le incongruenze temporali che ne caratterizzano la stesura: è forte il sospetto che si si trattato di un racconto scritto a più mani, abile nel omettere nomi e vicende dal protagonismo dell’azione.

Ci sono quindi gli sviluppi attesi attorno alle connivenze che hanno agevolato la latitanza in Venezuela di Alessio Casimirri, membro del comando di via Fani, figlio di Luciano, capo dell’ ufficio stampa del Vaticano e portavoce di tre pontefici, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI. La Commissione ha appurato da nuove carte che Casimirri venne arrestato nel 1982, anno in cui a suo dire si trovava già all’estero. Ma venne subito rilasciato. Perché? Sul tema Fioroni ha scritto al premier Gentiloni per chiedere «impegno nel tentativo di ottenere finalmente l’estradizione dal Nicaragua e chiudere così una latitanza caratterizzata da un’eccezionale serie di coperture».

Inquietanti poi le rivelazioni sul bar Olivetti, che affacciava sul luogo del rapimento e dietro le cui siepi si sono nascosti i brigatisti per l’assalto: il locale era la base di un traffico di armi internazionale al servizio di terroristi, organizzazioni mafiose e para statali. Vicende oscure che arrivano fino al famoso boss mafioso Frank Coppola e ai clan della ‘ndrangheta De Stefano e D’Agostino, mentre da tempo oramai le inchieste stanno stringendo il cerchio sulla presenza la mattina del 16 marzo in via Fani di Giustino De Vuono e Antonio Nirta, due super killer della mafia calabrese. «Grazie alla collaborazione del Ris, possiamo affermare con ragionevole certezza che il 16 marzo del 1978 in via Fani c’era anche l’esponente della ‘ndrangheta Antonio Nirta, nato a San Luca, in provincia di Reggio Calabria, l’8 luglio del ’46». È quanto rende noto il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta, mentre accertamenti fotografici comparativi sono in corso su De Vuono. Nel gennaio ’79 sempre Pecorelli concludeva uno dei suoi più citati articoli, quello dal titolo “Vergona Buffoni”, con queste parole sibilline: «Non diremo che il legionario si chiama “De” e il macellaio “Maurizio”». Nessuno sapeva ancora all’epoca che Maurizio era lo pseudonimo di Mario Moretti all’interno delle Br, dell’uomo cioè che anni dopo si auto accuserà di aver giustiziato Moro, il macellaio appunto, mentre Giustino De Vuono era proprio un ex legionario prestato alla criminalità per operazioni di ogni sorta.

C’è molto altro ancora nelle carte, e molto tecnici e periti stanno tentando di accertare, nell’ostinato e forse impossibile tentativo di mettere tutti i tasselli a posto. Nulla quadra, dal principio fino alla fine, a quel fatale 9 maggio, con Cossiga avvertito del ritrovamento del cadavere due ore prima della telefonata ufficiale di Morucci che annuncia ufficialmente dove si trova l’auto con il corpo dell’onorevole Moro. Ancora una volta il nostro paese non riesce a chiudere in maniera definitiva una pagina del proprio tragico passato. «Ci vorranno cento anni per sapere la verità» vaticinava Licio Gelli. Dovranno cioè morire tutti i protagonisti. Certo il venerabile sa di cosa parla se il comitato che ha gestito i 55 giorni che hanno cambiato l’Italia erano tutti iscritti alla P2.

L’Europa ci guarda

Di Claudio Geymonat (Riforma, 13/03/2018)

Convergenze, aperture, incastri di nomi e di seggi. A partire dal 5 marzo, il giorno dopo le elezioni, la nuova classe politica disegnata dalle urne, come le donne della canzone “Il gorilla” di George Brassens, si sta forse già rendendo conto della differenza che passa fra idea e azione.

Lo slogan si è immediatamente tradotto in azione concrete, e decine di cittadini si sono messi in coda davanti agli uffici pubblici dei loro Comuni per richiedere la modulistica al fine di ottenere il reddito di cittadinanza. Le grandi promesse sono state il vero centro della campagna elettorale; tutti i partiti, con sfumature differenti, hanno elencato una serie di agevolazioni e sussidi volti ad attirare l’elettorato. Migrazioni e sicurezza gli altri punti forti declinati, insieme alla questione delle relazioni con Bruxelles.

Ma come l’Europa ha guardato all’ultima tornata elettorale ce lo siamo fatti raccontare da una serie di interlocutori.

Udo Gumpel, tedesco, corrispondente dall’Italia per la Tv tedesca Rtl e volto noto dei salotti televisivi nostrani, sottolinea: «tutti i miei colleghi tedeschi si sono concentrati proprio sull’analisi della lunga sequela di false speranze regalate dagli aspiranti leader. E’ parso completamente assente il buon senso economico e politico: si sono create illusioni semplicemente irrealizzabili. Ciò non potrà far altro che portare ad un momento di grande delusione o rabbia fra i cittadini che si sentiranno ingannati. La colpa dell’attuale debito pubblico italiano è di chi, nessuno escluso, ha governato negli ultimi 25 anni con politiche fatte di bonus invece che di seri investimenti nei settori chiave. Promettere la luna è però la colpa degli attuali protagonisti. Sarà il primo grande banco di prova per le nuove compagini politiche uscite vincenti dalle urne».

Urne che hanno ridisegnato gli schieramenti di Camera e Senato: «l’esito del voto è parso abbastanza chiaro già dalle ultime settimane– racconta Paolo Tognina, giornalista ticinese delle emittenti televisive RSI (Radio Televisione Svizzera) -. A stupire sono state le proporzioni della vittoria e della sconfitta. Tutti gli osservatori elvetici sono concordi nel dire che il risultato delle elezioni italiane sia da ricondurre allo scontento generale nei confronti di una classe politica che si è dimostrata incapace di affrontare un vero programma di riforme che contemplino una crescita economica duratura, investimenti nella formazione scolastica e accademica, un contrasto forte alla criminalità organizzata, una gestione pragmatica e non isterica dei flussi migratori. Forte impressione è stata suscitata dai fatti di Macerata, così come una certa preoccupazione per il riemergere di estremismi che si pensava appartenessero al passato. Ora tutti sottolineano le difficoltà che ci saranno nel trovare una maggioranza capace di governare. E c’è chi paventa il ritorno al voto».

Parola agli elettori anche secondo Alessandro Giacone, professore associato di storia contemporanea all’università di Grenoble: «Ci saranno vari tentativi di dialogo, ma difficilmente i due vincitori, 5 stelle e Lega, vorranno cedere il passo, e il rischio è di avviare la legislatura con un esecutivo debole con una maggioranza risicata e instabile. A questa situazione molto concorre la legge elettorale italiana, non capace di stabilire un vincitore chiaro del voto. In Francia dal 1962 non c’è più stata una crisi di governo: chi ha il timone di comando lo regge per i 5 anni stabiliti. Anche in casi in cui la popolarità del presidente era bassissima non si è assistito a sfiducie, crisi parlamentari o quant’altro. Un segnale di stabilità che mercati e interlocutori esteri non possono che apprezzare».

Pare plausibile lo scenario di lunghi mesi senza governo, modello sperimentato in Europa negli ultimi tempi dalla Spagna, dalla Germania (in questi ultimi mesi), ma soprattutto dal Belgio, per quasi due anni retto da tecnici e funzionari in attesa che i partiti finissero di litigare. Il pastore Steven H. Fuite, presidente della Chiesa protestante unita belga (Epub), mette in guardia su questa opzione: «Un governo d’emergenza procede nel segno del provvisorio, limitandosi allo stretto necessario; ora il compito di un governo vero è di fare ciò di cui il Paese ha bisogno, anche a lungo termine: in una famiglia, compito dei genitori è non solo di provvedere il pane quotidiano ma anche di mettere in programma il rifacimento del tetto. Un governo d’emergenza non ha sogni, non ha visione né passione, non lavora in vista di un cambiamento di mentalità. E questo impoverisce la società, viene a trovarsi più commerciale e materiale. Il Belgio ne ha sofferto a lungo».

«Un governo vacante in Germania non ha turbato i mercati – incalza invece Gumpel – , perché l’economia tedesca cresce quasi il doppio di quella italiana, la disoccupazione è pressoché assente e il paese non ha deficit. L’Italia è invece ultimo fra i 27 stati europei per crescita e la forte politica espansiva della Banca centrale europea è destinata a concludersi: terminerà quindi questa enorme pioggia di miliardi che i governi italiani non hanno però usato per mettere finalmente freno al nuovo indebitamento pubblico. Tutto ciò sul medio periodo non potrà far altro che turbare le borse».

Qui entra in gioco il discorso dei rapporti con l’Unione Europea, con 5 stelle e Lega a parole pronti a svicolare dalle strette maglie dei parametri economici necessari per continuare a far parte del progetto comune. «In Francia – prosegue Giacone – è la vittoria del centro destra a dominare la scena; si parla sempre e comunque dell’eterno Berlusconi ma sono i numeri della Lega, che qui paragonano in toto al Front National, a preoccupare, in relazione ai paventati nuovi rapporti con Bruxelles».

«Il progetto di un’ Europa unita è sotto assedio – conclude Fuite – , e vediamo a diversi livelli gruppi di persone rifugiarsi nell’identità per paura o per un presunto interesse economico di breve termine. Intere regioni e nazioni sono oggi alla ricerca di ciò che sono, rinunciando al progetto comunitario. E qui sta una missione per le Chiese. Nella società si coltiva l’illusione che se ci separa gli uni dagli altri vi sarà la salvezza; e spesso avviene che si guardi indietro per magnificare un passato che non è mai esistito. La Bibbia ci parla di Terra promessa, di Regno di Dio, ci dice di non guardarsi indietro in preda alla paura e ci esorta a non rimpiangere il periodo della schiavitù in Egitto, quando «avevamo pentole di carne e mangiavamo pane a sazietà» (Esodo 16, 3). Se siamo stati liberati è perché guardassimo in avanti, perché, guardando riconoscenti al passato, guardiamo all’avvenire».