Zona disagio. Fortezza Europa criminalizza chi salva vite

Gli ultimi mesi hanno visto l’intensificarsi di strategie repressive messe in atto a livello politico e giudiziario allo scopo di ostacolare, per non dire tentare di annullare in toto, i soccorsi metti in atto dalla società civile nei confronti delle persone migranti. In mare come via terra il lockdown ha reso più complicato il lavoro anche dei mezzi di comunicazione, che hanno faticato a raccontare cosa accedeva e accade tuttora ai nostri confini; un po’ per difficoltà oggettive un po’ perché l’agenda dei media è stata ed è ancora dominata dalla questione pandemia. Telecamere spente e allora via agli esperimenti: respingimenti alla frontiera slovena, incriminazioni varie alle navi nel Mediterraneo.

In principio furono i blocchi amministrativi e le accuse di svolgere il ruolo di “taxi del mare”.

5 maggio 2020: la prima nave fermata è la Alan Kurdi, battente della ong tedesca Sea-Eye, ancora bloccata;
6 maggio 2020: il giorno dopo, è fermata anche la spagnola Aita Mari (dell’Ong Salvamento Marítimo Humanitario);
8 luglio 2020: è invece il turno della Sea Watch 3 nel porto di Porto Empedocle; lunga ispezione a bordo e contestazione di una serie di mancanze e sblocco ottenuto a fine febbraio 2021.
22 luglio 2020: la Ocean Viking di Sos Mediterranée è stata bloccata a Porto Empedocle in seguito a una lunga ispezione. Quest’ultima è stata “liberata” il 21 dicembre scorso dopo cinque mesi esatti;

21 settembre: la nave Sea Watch 4 viene bloccata nel porto di Palermo. E’ stata dissequestrata il 2 marzo 2021;
25 settembre 2020: è il turno della nave Mare Jonio dell’organizzazione non governativa (Ong) Mediterranea, bloccata nel porto di Pozzallo da allora.

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Un ponte di corpi per dire basta alle frontiere che dividono

35 piazze e frontiere unite in tutta Italia e in tutta Europa per ribadire che emigrare è un diritto e accogliere chi scappa da guerre, miseria e persecuzioni un dovere

35 piazze e frontiere unite in tutta Italia e in tutta Europa, da Berlino, a Marsiglia, a Ventimiglia, a Clavière, a Milano, a Triste, a Maljevac, ad Atene, a Roma, a Siracusa, a Palermo, a Catania, a Paestum per ribadire che emigrare è un diritto e accogliere chi scappa da guerre, miseria e persecuzioni un dovere. Un successo che va al di là delle aspettative in termini di partecipazione e di rete di relazioni che una simile organizzazione ha creato.

L’idea originaria è merito di Lorena Fornasir e di suo marito Gian Andrea Franchi dell’associazione Linea d’ombra, che opera in Friuli Venezia-Giulia per prestare soccorso alle persone migranti che arrvano in Italia dalla rotta balcanica: unire frontiere e piazze con donne alla testa dei cortei nell’immediata vicinanza dell’8 marzo, in solidarietà con tutte le donne, madri compagne sorelle e figlie, che non hanno più visto tornare i loro uomini e ragazzi, partiti da soli lungo la rotta. 

La coppia da alcuni anni cura i piedi delle persone migranti incontrate in piazza Libertà di fronte alla stazione di Trieste: un gesto di cura e attenzione verso chi delle parole cura e attenzione ha dimenticato da tempo il significato ma anche un gesto politico: infatti, attraverso la cura dei piedi, sostiene Fornasir, si ristabilisce un contatto con il nucleo più intimo della persona ferita e il migrante, non più semplice numero in una statistica, viene così restituito alla sua umanità. All’alba del 23 marzo la polizia ha perquisito la casa della coppia a Trieste e Gian Andrea Franchi è stato denunciato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: un’intimidazione che ancora una volta va a colpire la rete dei solidali che si stringono intorno ai rifugiati e ai migranti e protestano contro la chiusura disumana delle frontiere.

«Questa è l’Europa di cui abbiamo urgente bisogno e questa rete, nata in modo così spontaneo, va consolidata ed estesa per recuperare la parte migliore dei valori fondanti la nostra identità di cittadini europei» dicono gli organizzatori di “Un ponte di corpi”. «In tempo di pandemia ci si organizza anche così pur di esprimere solidarietà ai migranti e a chi viene criminalizzato perché soccorre chi ha bisogno di aiuto per sopravvivere e per avere una vita degna di questo nome».

Mobilitazioni con canti, letture di poesie e del manifesto di Lorena Fornasir, racconti di vita strazianti, denunce e testimonianze partendo da Berlino fino a chiudere alla terza ora e trenta minuti della diretta con il ballo e il coro delle donne ateniesi, accompagnate da una banda balcanica, su un tetto della capitale greca. Significativa la presenza proprio di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, insieme a un gruppo di altri attivisti e attiviste, a Maljevac, sul confine croato bosniaco, luogo teatro di alcuni dei più pesanti pestaggi e respingimenti di persone migranti. 

Di particolare successo, vista anche la giornata non certo mite e le difficoltà logistiche dovute al luogo e alle regole dettate dalla pandemia è stata la manifestazione di Clavière al confine italo francese, altro snodo del gioco dell’oca cui sono costrette le persone migranti che qui arrivano e sono fermate senza troppi fronzoli dalla polizia di frontiera francese. I famigeratirespingimenti. che da anni vengono denunciati sulla frontiera occidentale e che ora sono divenuti oggetto di cronaca anche a Trieste e dintorni, dopo che nel 2020 oltre 1200 persone sono state rispedite illegalmente dalle forze dell’ordine, questa volta italiane in territorio sloveno, per poi da lì finire in poche ore di nuovo in Bosnia, fuori dai confini della fortezza Unione Europea. Nuovo giro, nuova corsa. In marcia da Clavière un nutrito gruppo di manifestanti italiani, fra loro gli attivisti di Torino per Moria e di Carovane Migranti, ha incontrato gli omologhi francesi che hanno marciato verso il colle del Monginevro dove i cortei si sono fusi fra canti, balli e parole di denuncia.

Erano presenti anche la europarlamentare Salima Yenbou e il senatore della regione del Rodano Thomas Dossus, entrambi del partito transalpino dei Verdi e testimoni fin dalla sera precedente delle pesanti pressioni cui sono sottoposti da parte della Gendarmerie francese i volontari impegnati nel prestare soccorso a chi si avventura fra questi monti. Ogni sabato alcuni parlamentari francesi hanno preso l’impegno di presidiare il colle del Monginevro per testimoniare di quello che succede ai confini: «Ho visto con i miei occhi le violenze della polizia contro i solidali – ha detto Yenbou, rivolgendosi direttamente agli uomini delle forze dell’ordine – respingere uomini donne e bambini è una pratica illegale e ingiusta». Si fermano le persone ma passano le merci, secondo le regole di un capitalismo che non rispetta gli esseri umani e il loro diritto a muoversi per una vita migliore. «Sappiamo bene come si approfitti dell’emergenza pandemica e della paura del diverso per raddoppiare gli effettivi alle frontiere, come se le famiglie che arrivano fin qui, disperate e infreddolite, fossero terroristi o rappresentassero una minaccia per la Francia», hanno aggiunto i solidaires francesi. «Una politica ingiusta e inutile – hanno sottolineato infine italiani e francesi insieme – perché per quante volte i governi respingeranno i migranti, questi torneranno sempre. E noi siamo qui a testimoniare che le frontiere devono essere aperte, come era nel progetto iniziale dell’Unione europea».

Claudio Geymonat e Federica Tourn

6 marzo, un ponte di corpi in piazza e sui confini

Un ponte simbolico unirà le piazze e i confini italiani, e non solo, con la Bosnia per chiedere una reale accoglienza e l’apertura delle frontiere. Già molte le adesioni

Il 6 marzo, lungo i confini e nelle piazze di diverse città, un gruppo di donne (e uomini) costruirà con i propri corpi un ponte simbolico per denunciare le continue violenze e i respingimenti di cui sono vittime le persone che tentano di raggiungere un luogo in cui poter vivere con dignità.

La strada dei migranti lungo la rotta balcanica è tutta in salita. L’Unione Europea pratica ormai da anni respingimenti collettivi e illegali in maniera sistematica di migranti anche richiedenti asilo, che vengono rispediti in Bosnia dopo aver subito umiliazioni, violenze e torture. L’efferatezza della polizia croata è ormai tristemente nota a tutti, così come la responsabilità europea. Per questa pratica illecita il Viminale è stato di recente condannato dal Tribunale di Roma. Le condizioni in cui i migranti bloccati al confine bosniaco sono costretti a vivere, senza potersi rimettere in cammino, senza potersi lavare, senza un letto dove dormire sono intollerabili. E a farne le spese è anche chi, i migranti, cerca di aiutarli, tanto in Bosnia quanto in Italia. Proprio come è accaduto di recente a Gian Andrea Franchi, cofondatore dell’associazione Linea d’Ombra, accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina solo per aver aiutato chi aveva bisogno.

Per questo e per le molte violazioni del diritto internazionale e umano, per rifiutare il razzismo e le discriminazioni, per non accettare intimidazioni, per ribellarsi alla disumanità, per chiedere una reale accoglienza e l’apertura delle frontiere a chi, a differenza nostra, non ha la possibilità di vivere la propria vita con dignità, sabato 6 marzo le piazze e i confini si riempiranno di persone solidali. Con i loro corpi e le loro presenze formeranno un ponte simbolico per ricordare che, in questo mondo, tutti meritano una vita degna di essere vissuta. Una lezione che Lorena Fornasir e Gian Andrea hanno insegnato bene nella loro attività di cura in piazza della Libertà, dove ogni sera si occupano di medicare i piedi piagati dei migranti appena arrivati oltre il confine. Azioni che dovrebbero essere sostenute e replicate, non contrastate. Azioni che ci ricordano che siamo tutti esseri umani.

Elenco delle città e delle piazze in cui si terrà il Ponte di Corpi: – Frontiera Claviere – Frontiera Euskadi / Francia – Trieste – Milano – Roma – Bologna – Palermo – Lecco – Vicenza – Monza – Gorizia – Minorca – Chiavenna – Catania – Marsiglia Referente: Federico Perrucci – Spoleto – Paestum / Salerno – Siracusa – Castelfranco Veneto.

Contatti: unpontedicorpi@gmail.com Francesco Cibati: 3457939226

La rete “Torino per Moria” fa proprio il manifesto e aderisce prolungando idealmente il Ponte di Corpi dalla Bosnia fino al confine tra Piemonte e Francia, dove i numerosi tentativi di attraversamento sono spesso respinti con brutalità, anche nei confronti di minori.

In particolare le donne della rete “Torino per Moria” si mettono in ascolto di altre donne lontane che, in un tacito mandato di dolore, consegnano a tutte/i la vita dei loro cari.

Accogliere e curare è mettere al mondo la vita ogni giorno: la cura per l’altro è il filo rosso che può tenere insieme, da una parte all’altra del mondo, i legami spezzati dalla guerra, dai disastri ambientali e dalla miseria. Per questo le donne di Torino per Moria dicono:

• NO alla violenza dei respingimenti che non consentono neppure la legittima presentazione delle domande di asilo

• NO al razzismo e alla discriminazione, che da sempre conosciamo

• SI al diritto insito in ogni corpo di potersi muovere e andare dove ritiene di poter vivere una vita degna.

Si stima che tra settembre e dicembre 2020 siano transitate alla frontiera italo-francese a Claviere oltre 4700 persone, giunte attraverso la rotta balcanica e quella del Mediterraneo, nella maggior parte provenienti dall’Afghanistan, dall’Iran, dal Pakistan e dall’Africa. Le persone migranti arrivano con bambini e donne, a volte incinte, stremate da anni di tentativi di passaggio ai confini bosniaci, croati e italiani: passano dal Piemonte per proseguire verso il Nord Europa in cerca di una vita dignitosa che vedono respinta.

Per aggiornamenti secondo l’ultimo Dpcm controllare la pagina Facebook di Torino per Moria. Al momento il ritrovo è previsto alle ore 12 a Claviere davanti alla chiesetta sulla via principale; alle 14 è previsto il collegamento con le altre piazze e confini italiani.

Da riforma.it

c.g.

Zona Disagio. Mauro Rostagno, è stata la mafia

La Cassazione conferma la sentenza di appello: condannato il mandante e assolto l’esecutore materiale

Trentadue anni fa, il 26 settembre 1988, il sociologo e giornalista Mauro Rostagno veniva ucciso in un agguato mafioso alle porte di Trapani. Aveva 46 anni e aveva succhiato energia da ogni singolo giorno vissuto: giovanissimo emigrato all’estero, quindi studente di Sociologia a Trento attorno al 1968, assistente alla cattedra di sociologia all’università di Palermo, responsabile regionale siciliano di Lotta Continua (clamorosa l’occupazione della cattedrale con i senza tetto della città), fondatore a Milano del centro sociale Macondo, a cui seguiranno gli anni in India nell’ashram di Osho a Pune e infine Trapani con Saman, prima centro di meditazione, poi comunità terapeutica per tossicodipendenti, cui negli ultimi due anni aveva affiancato il lavoro da giornalista alla rete televisiva locale Rtc. Saranno proprio i suoi servizi, le inchieste e la comprensione della penetrazione di Cosa Nostra a Trapani a portare alla reazione dei capi mafia. 

Ora trentadue anni dopo, c’è finalmente anche una sentenza definitiva a certificarlo, pronunciata nel pomeriggio di ieri 27 novembre. Confermata la sentenza di appello, ergastolo al boss trapanese di Cosa Nostra Vincenzo Virga, assolto il presunto esecutore materiale, Vito Mazzara, nonostante le numerose prove a carico.

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Razzismo negli stadi, l’Italia non ne guarirà

Se parole e gesta non vengono percepite come offensive e discriminanti le campagne di sensibilizzazione non serviranno mai a nulla 

Di Claudio Geymonat (Riforma, 1 ottobre 2019)

Nel momento in cui, di fronte al foglio bianco, c’è il tentativo di organizzare le idee per provare a parlare di razzismo negli stadi di calcio gli episodi si accavallano a decine, centinaia, così come i “mai più”, i “tolleranza zero” proclamati dai governanti di turno del mondo del pallone. Giornate di sensibilizzazione, squalifiche delle curve e dei campi, iniziative nelle scuole. Ma c’è un grande non detto che sta a monte di tutto e che condiziona ogni ragionamento successivo: buona parte degli italiani non considera tutto ciò razzismo. Ne è plastica e incredibile prova la lettera scritta dagli ultras dell’Inter a uno dei loro nuovi idoli, l’attaccante belga di origine congolese Romelu Lukaku, vittima di ululati di chiaro stampo razzista alla sua prima partita in trasferta nel campionato di serie A: invece di difendere il giocatore, che tramite i socialaveva espresso il proprio profondo disagio per l’episodio, i suoi stessi tifosi gli hanno scritto una lettera aperta per difendere però i colleghi ultrasdella squadra avversaria: «Devi capire che in tutti gli stadi italiani gente è abituata a tifare contro gli avversari non per razzismo ma per aiutare le proprie squadre. Devi capire che l’Italia non è come molti altri paesi europei dove il razzismo è un vero problema». Quindi il calcio come specchio del paese probabilmente, con un imbarbarimento del linguaggio e dei gesti, che però non vengono percepiti nella loro gravità.

Se poi chi governa il ricchissimo mondo del calcio viene eletto, da presidenti e addetti ai lavori, a pochi giorni dall’aver pronunciato frasi inusitate sui calciatori di colore e la loro fame di frutti esotici, e chi ne ha preso il posto considera più grave una simulazione di fallo di un calciatore rispetto ai cori razzisti, allora abbiamo chiaro il contesto in cui ci muoviamo.

Vero, come dicono gli ultras dell’Inter, che il razzismo non è “gioia” solo nostrana, ma altrove il fenomeno è stato preso di petto, anche se non mancano problemi e distinguo, e oggi dall’estero guardano a quanto accade da noi con stupore. Perché altrove sono pressoché sempre le società i cui tifosi si sono resi responsabili di atti di discriminazione a individuare i responsabili e a vietar loro ogni futuro ingresso sugli spalti, in attesa che la giustizia faccia il suo corso. Da noi la denuncia della società Juventus sta sollevando il coperchio su un mondo di ricatti e malavita che ruota attorno ai denari del pallone; l’auspicio è che tutte le altre facciano altrettanto.

Come dicevamo, anche attorno a noi non mancano casi eclatanti.

Joel Mannix è un ex celebre arbitro britannico che ha recentemente raccontato di quella volta in cui un presidente si pulì istintivamente la mano sui pantaloni dopo aver stretto la sua di uomo di colore.

In Irlanda poi si arriva alla follia di mischiare religione e sport. Neil Lennon, cattolico nordirlandese all’età di 31 anni ha dovuto chiudere con la Nazionale dopo una telefonata anonima che ne annunciava la morte per quella sera se fosse sceso in campo. Erano le formazioni paramilitari unioniste. Ora che allena in Scozia stessa solfa, sono i protestanti del Glasgow Rangers a far sì che Lennon debba vivere con la scorta.

In Francia da tempo le partite vengono sospese in caso di cori razzisti, come quest’anno ha fatto nella nostra serie A con coraggio un arbitro non a caso di lunga esperienza e personalità, Daniele Orsato, durante Atalanta-Fiorentina lo scorso 22 settembre. Questa volta, come quasi tutte le altre, nessuno fra gli addetti ai lavori preposti ha sentito nulla, mostrando un’omertà preventiva che ha radici profonde.

Molti stadi ora anche in Italia sono dotate di telecamere, ma se manca la volontà di colpire o peggio la percezione che qualcosa di grave stia accadendo la tecnologia serve a poco. Le curve sono una terra di nessuno, abbandonate da tempo da bambini e famiglie.

Si potrebbero spendere paginate sulle ricette per porre rimedio a tutto ciò: l’educazione a scuola e nelle società sportive, gli esempi che devono diventare coloro i quali sono idoli di milioni di persone, una vigilanza seria all’interno degli stadi, la volontà politica di attaccare un settore redditizio come pochi, la gestione, vera, del mondo dei social media, veicolo di tutto un nuovo pericolosissimo razzismo da tastiera. Tutto valido, tutto rimasto sulla carta. Fiona May, ex-stella dell’atletica azzurra, intervistata la settimana scorsa dal quotidiano spagnolo El Paìsha raccontato la frustrazione dell’esperienza in un progetto della Federcalcio contro il razzismo: «Ho lasciato perché non facevamo nulla, non era una priorità. È stata una delusione».

Forse la risposta migliore rimane quella dal brasiliano Dani Alves durante il match tra Villarreal e Barcellona nell’aprile 2014, quando, pronto a battere un calcio d’angolo, viene raggiunto da una banana scagliata dagli spalti. Il calciatore la raccoglie, la sbuccia, ne da un morso e riprende il gioco come nulla fosse. Un gesto di grande potenza visiva. Razzisti, una risata vi seppellirà.

Vera Michelin Salomon, partigiana della Resistenza

Di famiglia valdese divenuta poi componente dell’Esercito della Salvezza, Vera si spese poi tutta la vita per raccontare gli orrori della guerra

di Claudio Geymonat, (Riforma, 29 ottobre 2019)

E’ morta ieri 28 ottobre Vera Michelin Salomon, combattente della Resistenza romana nella II Guerra mondiale, deportata in Germania dalle SS, presidente onoraria dell’Aned, l’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti. Instancabile nelle sue testimonianze nelle scuole e nelle iniziative legate alla memoria degli orrori nazifascisti, il cognome rivela una chiara origine legata alle valli valdesi del Piemonte. Il padre Giovanni era infatti valdese, e insieme alla moglie Elvezia Guarnoli, di famiglia invece cattolica, scelse di diventare ufficiale dell’Esercito della Salvezza: «Tutta la famiglia da parte di mia madre si convertì dal cattolicesimo all’Esercito della Salvezza. Mia nonna materna, analfabeta, imparò a leggere proprio per poter leggere autonomamente la Bibbia» raccontava Vera Michelin Salomon in una bella testimonianza video che è possibile visionare qui.

Nata nel 1923 a Carema (To), dopo aver soggiornato in varie città italiane a seguito dei genitori impegnati nella vita dell’Esercito della Salvezza, Vera si trasferisce da Milano a Roma nel 1941. Nel mentre, il 17 giugno 1940, il governo fascista decise lo scioglimento dell’Esercito della Salvezza e la requisizione dei beni dei fedeli salutisti, con un conseguente periodo di grande difficoltà economica. A Roma Vera si trasferisce dal cugino Paolo Buffa, altro cognome valdese. Infatti tale era la fede della famiglia Buffa, a Milano portieri dell’Albergo ricovero dell’Esercito della Salvezza. Sarà questo anche il primo mestiere di Paolo, però a Roma dove si era nel frattempo trasferito. Si diploma nel 1939 e si iscrive a Medicina. L’8 settembre ’43 è uno studente non lontano dalla laurea che da molti anni è venuto in contatto con gli ambienti antifascisti della capitale. Il 10 settembre parte per il sud del paese, Napoli in particolare, allo scopo di partecipare, agli ordini delle Special Force britanniche, alla formazione di corpi volontari antifascisti in compagnia di Paolo Petruccie Giaime Pintor, fratello di Luigi, fra i fondatori nel 1969 del giornale Il Manifesto. Giaime Pintor troverà la morte saltando su una mina proprio nel tentativo di rientrare a Roma allo scopo di organizzare la resistenza in città.

Buffa assume la nuova identità di Paul Barton, tenente della Special Force. Rientrato a Roma Buffa viene presto arrestato con Petrucci a casa delle due giovani antifasciste, Enrica Filippini Lera, fidanzata di Petrucci, e per l’appunto Vera Michelin Salomon, entrambe a loro volte già in contatto con l’ambiente antifascista romano. Erano tutte e due impegnate in particolare in attività di volantinaggio, distribuzione stampa clandestina e nel coordinare e organizzare le lotte degli studenti.

Il 14 febbraio 1944 le SS fecero irruzione nell’appartamento abitato dalle due donne, arrestando oltre a loro anche Buffa, Petrucci e Cornelio, il fratello di Vera. Finiscono tutti nella tremenda caserma SS di via Tasso per poi venire incarcerati a Regina Coeli. Il processo si aprì il 22 marzo. Il ruolo di agenti britannici di Buffa e Petrucci era ignoto al momento ai nazifascisti, e il suo svelamento avrebbe significato morte certa. Per questo motivo Vera e Enrica si addossarono l’intera colpa di aver organizzato e distribuito manifesti, volantini e svolto attività eversive, e vennero condannate a tre anni di carcere duro in Germania, mentre i tre uomini furono dichiarati liberi per mancanza di prove, ma trattenuti ancora alcuni giorni in carcere. Per Petrucci sarà il tragico incontro con il destino. Due giorni dopo, il 24 marzo verrà infatti prelevato a caso insieme ad altri 334 civili, militari, prigionieri politici, ebrei o detenuti comuni e condotto alle Fosse Ardeatine per finire trucidati, in risposta all’attentato partigiano del giorno innanzi in via Rasella,costato la vita a 33 soldati tedeschi. Buffa-Barton torna libero e nel 1945 viene inviato a Nizza in Costa Azzurra come ufficiale di collegamento con la brigata partigiana “Carlo Rosselli” di Nuto Revelli. Da lì partirà per la liberazione delle valli Maira e Varaita nel cuneese. Il 6 maggio la missione finisce ufficialmente e il giorno seguente Buffa parte per la Germania alla ricerca di Enrica e della cugina Vera.

Le due erano finite nel mentre a Monaco di Baviera prima e poi al carcere di Aichach. Furono mesi duri, fino alla liberazione ottenuta per mano degli americani il 29 aprile 1945. Intanto Paolo Buffa giunse in auto dall’Italia e riportò le due donne in Italia, dove sposò infine Enrica. Vera Michelin Salomon spenderà il resto della vita a raccontare alle nuove generazioni gli orrori e le assurdità della guerra.

Cristo si è fermato a Budapest

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat (Venerdì di Repubblica, 11/01/2019)

C’è una città nel nord dell’Iraq che due anni fa ha cambiato nome: da Tel Skuf è diventata Bint Al-Majar, Figlia di Ungheria. Un ringraziamento per i massicci finanziamenti piovuti in questa fetta di Medio Oriente per precisa volontà del governo di Viktor Orbán. Intento nobile, se non fosse unilateralmente rivolto ai cristiani: «il gruppo religioso più oppresso al mondo, anche se nessuno lo sa a causa delle pressioni delle lobby islamiche internazionali». A parlare è Tristan Azbej, responsabile del primo Dipartimento di Stato per la difesa dei cristiani perseguitati, direttamente dipendente dal primo ministro, un’idea che ora il vice presidente degli Stati Uniti Mike Pence vorrebbe replicare anche a Washington. Continua a leggere “Cristo si è fermato a Budapest”

La resa dei conti tra Orban e l’università di Soros

Di Federica Tourn e Claudio Geymonat (Eastwest.eu, 28/11/2018)

La Central European University di Budapest, l’università fondata da Soros nel ’91, alla fine dell’anno sarà probabilmente costretta a lasciare l’Ungheria per rifugiarsi nel Paese di un altro sovranista, l’Austria di Sebastian Kurz.

 ll rettore Michael Ignatieff, stanco di quella che ormai ritiene un’inutile attesa, ha infine deciso di fissare una deadline al primo dicembre: se a quella data il governo di Viktor Orbán continuerà a rispondere con il silenzio alle reiterate richieste di dialogo, la Ceu lascerà definitivamente Budapest per Vienna, dove sono già stati trasferiti alcuni corsi, grazie a un memorandum di intesa siglato con il governo ad aprile e rafforzato dall’incontro fra il premier austriaco e Soros nei giorni scorsi. Continua a leggere “La resa dei conti tra Orban e l’università di Soros”

Un culto che continua da un mese per evitare il rimpatrio di una famiglia di migranti

Di Claudio Geymonat (Riforma.it)

In Olanda una chiesa protestante de l’Aja sta tenendo un culto da oramai un mese per proteggere una famiglia di migranti dall’espulsione dal Paese.

La storia è tanto semplice quanto geniale: secondo la legge statale le forze dell’ordine non possono interrompere una funzione religiosa in corso. Centinaia di pastori si stanno dunque alternando dal 25 ottobre scorso per non far cessare mai il culto cui sta partecipando la famiglia in questione, una coppia armena con tre figli di 15, 19 e 21 anni. L’idea è venuta al presidente del consiglio generale della Chiesa protestante olandese, il pastore Theo Hettema, una volta saputo che la famiglia, da ben 8 anni nei Paesi Bassi,  con un figlio iscritto all’università e gli altri alle scuole dell’obbligo, rischiava il rimpatrio perché non può più  godere delle tutele internazionali in quanto l’Armenia, terra d’origine dei cinque, non è considerata nazione a rischio. Continua a leggere “Un culto che continua da un mese per evitare il rimpatrio di una famiglia di migranti”

Porti chiusi e pacchie altrui

Di Claudio Geymonat (Riforma.it, 14 giugno 2018)

80 anni fa la vicenda della nave St. Louis che trovò sbarrati i porti che dovevano accoglierla col suo carico di 930 ebrei in fuga dal nazismo

L’Europa e il mondo erano già sull’orlo del baratro quando il 13 maggio 1939 il transatlantico St. Louis si apprestava a salpare dal porto di Amburgo. Mancano 3 mesi allo scoppio ufficiale della Seconda guerra mondiale, ma i segnali dell’imminente catastrofe sono già più che chiari. Da anni è in corso in Germania, e ora anche in Italia, una caccia all’ebreo porta a porta. Ecco perché sulla St. Louis di 937 passeggeri, 930 sono ebrei, per lo più tedeschi, in fuga dalle persecuzioni. Continua a leggere “Porti chiusi e pacchie altrui”