Caporalato al Nord. La zona grigia

Di Federica Tourn

Foto di Federico Tisa

Jesus, marzo 2021

È da poco passata la mezzanotte e tre ragazzi in bici filano silenziosi sul bordo delle strade buie. L’aria è fredda da queste parti, penetra nei vestiti e arriva fino alle ossa, soprattutto se sei stanco perché il lavoro non finisce mai. Si fermano davanti alla stazione, dove li attende un furgone col motore acceso e altre persone a bordo. Salgono, ripartono attraverso la campagna per un’altra ventina di chilometri. Di giorno raccolgono frutta, di notte lavorano in una ditta di pollame; la mattina presto, lo stesso furgone li riporta indietro, per un’altra giornata nei campi.

A organizzare contatti e trasporto è un “caporale nero”: è lui, infatti, che fa incontrare domanda e offerta di lavoro, anello di congiunzione fra i braccianti africani e le aziende agricole della zona. Moumouni Tassembedo, detto Momo, oggi è chiamato a rispondere di sfruttamento di manodopera agricola insieme a due famiglie di imprenditori, Depetris e Gastaldi, nel primo processo per caporalato del nord Italia, ufficialmente aperto lo scorso 24 settembre davanti alla Corte d’Assise di Cuneo.

Siamo a Saluzzo, una cittadina con meno ventimila abitanti all’apertura della Valle Po, dove l’ampia pianura lascia finalmente spazio alle montagne. D’inverno si gela, d’estate il caldo preme inesorabile. Terra ricca di storia – dalle origini romane al fiorente Marchesato in epoca medioevale, tanto da guadagnarsi la sede diocesana con la Bolla pontificia di papa Giulio II nel 1511 – oggi è un piccolo centro della provincia granda, la provincia di Cuneo, dove ogni anno arrivano dal sud migliaia di ragazzi per la raccolta stagionale della frutta nelle ottomila aziende agricole della piana. «I migranti stagionali da noi sono ormai una presenza consolidata – conferma il vescovo, monsignor Cristiano Bodo – Si comportano con rispetto, chiedono soltanto un posto dove stare. Alcuni rimangono qui anche d’inverno: se mantengono un impiego, si fermano a Saluzzo invece di ripartire per il sud». Anche quelli che conoscono bene il territorio, però, faticano a integrarsi e non partecipano alla vita religiosa: né i cristiani né i musulmani cercano una comunità locale con cui condividere la fede. «Questi ragazzi sono poveri fra i poveri – commenta monsignor Bodo – e non dimentichiamo che vivono una condizione di particolare vulnerabilità, lontano dalla patria e dagli affetti». Proprio per supportare i lavoratori stagionali del comparto agricolo, la Caritas, con il Progetto Presidio “Saluzzo Migrante”, ha messo in campo diverse iniziative, dall’ambulatorio medico e lo sportello di ascolto e orientamento legale fino alle docce o alla ciclofficina per custodire e riparare le biciclette, mezzo di trasporto indispensabile per raggiungere i campi; quest’anno, poi, sono stati distribuiti anche 150 pasti al giorno a chi viveva per strada.

La pandemia, infatti, non ha scoraggiato i braccianti: all’Infopoint di “Saluzzo Migrante” nel 2020 sono passate 662 persone (rispetto alle 904 dell’anno precedente), provenienti da 25 paesi e in particolare da Mali (35%), Senegal (17%), Gambia (11%) e Costa d’Avorio (8%). Come è ormai prassi consueta da anni, appena possibile si trascinano attraverso la penisola per spaccarsi la schiena nelle serre o sotto il sole, a riempire casse di pomodori, pesche, kiwi, fragole, arance, a seconda delle stagioni e della latitudine; tutti lavori che gli italiani non vogliono più fare. «Non è un modo di dire: con l’arrivo del Coronavirus e la chiusura delle frontiere, il governo ha provato a lanciare l’appello a studenti e cassintegrati, ma è stato un fiasco: a faticare per cinque euro all’ora ci vanno soltanto i migranti», denuncia Virginia Sabbatini, coordinatrice del Presidio Caritas di Saluzzo. Secondo i dati Istat, infatti, nel 2020 in Italia il numero dei lavoratori stagionali provenienti da paesi extraeuropei è diminuito del 65%, mettendo in difficoltà l’intero settore, che ha potuto contare soltanto sulla migrazione interna degli stagionali. Un apporto indispensabile, che ancora una volta però è stato mortificato da salari da fame e contratti “truccati”, come è emerso dall’inchiesta della Procura di Cuneo che ha portato al processo “Momo”. Un sistema di sfruttamento oliato alla perfezione, talmente ripetuto negli anni da apparire persino normale a chi se ne avvantaggiava: non è un caso, forse, se Saluzzo è conosciuta come la Rosarno del nord. Ma Virginia Sabbatini non ci sta: «Da noi istituzioni e parti sociali almeno provano a trovare soluzioni, anche se con ritardi e problemi – spiega – Più che di lavoro nero, si può parlare di una zona grigia, un clima di illegalità diffusa in cui  è la prassi approfittare di braccianti sottopagati». Il maresciallo Dario Scaccia, comandante del Nucleo Ispettorato del lavoro dei Carabinieri di Cuneo, che ha coordinato le indagini nel 2018, lo conferma in udienza: «Lo stagionale riceve una busta paga in cui l’azienda dichiara meno giornate di lavoro di quante lui ha effettivamente svolto». Il resto viene pagato in nero. Lo sa bene Guebrila Gamene, che frequenta il Saluzzese dal 2016: «Per il mio primo impiego sono stato pagato 5,5 euro all’ora – racconta – Ho lavorato 26 giorni, ma alla fine del mese in busta paga il capo me ne aveva segnati soltanto cinque. Mi sono licenziato, non mi andava di farmi sfruttare».

Non solo: dalle intercettazioni delle forze dell’ordine emerge che la Gastaldi di Lagnasco, una delle ditte sotto processo, esigeva addirittura la restituzione in contanti di una parte della busta paga. Il risultato è che spesso i lavoratori non raggiungono nemmeno il numero minimo di giornate necessarie per accedere alla disoccupazione agricola e rinnovare il permesso di soggiorno. «Non solo: avere la disoccupazione per questi ragazzi significa potersi finalmente fermare in un posto, studiare l’italiano, occuparsi della propria salute e avviare un progetto di vita diverso dal pendolarismo sfiancante dello stagionale», commenta Sabbatini.

Dall’inchiesta in corso emergerebbo altri elementi che gettano una luce inquietante su tutto il comparto: alcune organizzazioni di categoria e alcuni sindacati, in sintonia con le aziende, si sedevano intorno a un tavolo e facevano firmare allo stagionale un accordo “tombale” in cui, in cambio di 50 euro, si impegnava a non rivalersi in nessun modo contro il datore di lavoro. «Cinquanta euro che gli venivano poi detratti dalla paga del mese successivo», aggiunge il maresciallo Scaccia. Anche cooperative di manodopera e agenzie interinali, secondo Sabbatini, quando reclutano i lavoratori, sono ben coscienti della situazione e si prestano facilmente al gioco degli imprenditori. «Il fatto è che i braccianti, bloccati in una condizione di estrema fragilità sociale ed economica, accettano qualunque cosa venga loro offerta e non denunciano né i caporali che trovano loro lavoro, né i “padroni” che li pagano». «Con loro – conclude Sabbatini – va fatto un percorso di consapevolezza, che li aiuti a prendere coscienza dei propri diritti».

Sul fronte dell’accoglienza le cose non vanno meglio: se negli anni scorsi si era provato a mettere in piedi qualche offerta abitativa per chi arrivava a Saluzzo in cerca di lavoro, la pandemia ha spazzato via (quasi) tutto come fosse un castello di carte, infierendo sui più fragili e rivelando ancora una volta una realtà di miseria, violenze e sostanziali incapacità delle istituzioni di gestire la situazione.

Dopo lo sgombero del grande campo informale al Foro Boario, alla periferia di Saluzzo, nel giugno 2018 era stato inaugurato un Pas, un Progetto di accoglienza stagionale nell’ex caserma Filippi, un’iniziativa congiunta di Comune, Regione e delle tante realtà impegnate sul territorio. «Un dormitorio con letti a castello che può dare alloggio a più di trecento persone e che ha però dei problemi che lo rendono invivibile d’inverno, come la mancanza di acqua calda per le docce», spiega Carlo Rubiolo, direttore della Caritas di Saluzzo.

Con le grandi finestre senza vetri e l’acqua fredda, il Pas sembrava pensato apposta per ricordare ai suoi ospiti che non erano lì per fermarsi a lungo. A Saluzzo e in altri comuni limitrofi erano poi state messe a disposizione delle strutture dalla rete “Accoglienza Diffusa”, voluto sempre da Comune, Regione e Prefettura, per dare un tetto ai braccianti con un contratto di lavoro in queste zone. Senza contare la Coldiretti, che da anni fornisce alcuni container tra Saluzzo e la vicina Lagnasco e, ovviamente i “privilegiati” che dormono direttamente in azienda. La scorsa estate, con le nuove regole dettate dalla pandemia, aprire il Pas era impensabile ma nessuno voleva assumersi la responsabilità di prendere una decisione per gli stagionali in arrivo dal sud: «Abbiamo assistito a un braccio di ferro fra Regione, Prefettura, sindaci e parti sociali», ricorda Virginia Sabbatini, e aggiunge: «Non ci sono strumenti per affrontare la situazione e soprattutto non sono chiare le competenze: il rischio è che tutto si ripeta uguale la prossima primavera».

Intanto, mentre al tavolo dell’emergenza si stava ancora discutendo, i migranti sono puntualmente arrivati e chi non era ospitato da un’azienda agricola è stato costretto ad accamparsi nel parco cittadino o sotto i portici. La risposta delle istituzioni è stata securitaria e il 3 luglio la Questura ha ordinato lo sgombero di 250 persone. Soltanto in seguito sono stati finalmente messi a disposizione 110 posti nell’“accoglienza diffusa”. Gli altri sono rimasti per strada, continuamente assediati dalle forze dell’ordine. «Task force della polizia hanno pattugliato la città e i dintorni per tutta l’estate», ricorda Anna Cattaneo, responsabile dell’ufficio stampa diocesano. I militari, racconta Cattaneo, seguivano anche i volontari del Progetto Presidio quando andavano a cercare “gli invisibili” nei luoghi della marginalità più profonda. «I vigili buttavano scarpe, vestiti e coperte delle persone costrette a vivere per strada, tanto che non avevamo più coperte da dare a chi ce le chiedeva – interviene Virginia Sabbatini – La parola d’ordine era mandarli via ad ogni costo, senza riflettere che, al di là di ogni considerazione sul valore dell’accoglienza, le persone migranti rappresentano l’unica forza lavoro che abbiamo nei campi». Non è un caso, quindi, che proprio quest’anno la Caritas Saluzzo abbia inaugurato il servizio deposito bagagli, per permettere agli stagionali senza fissa dimora di conservare le proprie poche cose mentre si assentavano per andare al lavoro.

Dalle istituzioni non sono arrivate soluzioni concrete nemmeno quando hanno cominciato ad arrivare segnalazioni di braccianti positivi al virus. Gli operatori di “Saluzzo Migrante” non sono rimasti a guardare: a Casa Madre Teresa di Calcutta, un edificio diocesano messo a disposizione per accogliere persone con problemi di salute, «metà dei 24 posti disponibili è stata riservata ai migranti colpiti dal Covid-19 – tiene a sottolineare monsignor Bodo – per offrire loro almeno un luogo caldo e accogliente dove trascorrere la quarantena obbligatoria».

Un altro dramma sommerso ma urgente è la sofferenza psichica dei migranti stagionali: «Ne abbiamo raccolti moltissimi dalla strada che non riuscivano nemmeno ad alzarsi da terra – ricorda Anna Cattaneo – alcuni hanno patologie pregresse, tutti soffrono di stress post traumatico per quello che hanno vissuto nel percorso migratorio e per le fatiche e le difficoltà che incontrano in Italia, ma non vengono intercettati dai servizi sociali. Per questo come Caritas vorremmo aprire con i fondi dell’otto per mille due sportelli di Co-healting, dove medici, psicologi e mediatori culturali saranno a disposizione di chi è in difficoltà».

Intanto, nel cortile di Casa Madre Teresa un ragazzo gioca a pallone da solo, mentre un altro sta seduto in disparte, a prendere quel poco di sole invernale che filtra basso fra le case. Al secondo piano, nel dormitorio, altri aspettano l’ora di pranzo. Adama (nome di fantasia) è arrivato dal Senegal nel 2012; per i primi tempi ha vissuto a Foggia ma da tre anni viene a Saluzzo per la raccolta della frutta. Questi ultimi mesi però, anche a causa del Covid-19, sono stati terribili: si è ritrovato a dormire per strada e si ammalato. «Ho lavorato poco – si lamenta – e ora con l’inverno la situazione è peggiorata».

Non hanno voglia di parlare, i ragazzi di Saluzzo: si schermiscono dicendo che non sanno l’italiano, anche se spesso è soltanto una barriera difensiva. Gliel’hanno insegnato i caporali, a non mostrare i contratti e a fingere di non conoscere la lingua quando qualcuno rivolge loro delle domande. E loro obbediscono alle regole di questa zona grigia in cui si sono trovati: regole di prudenza e diffidenza, per tenersi un lavoro, per quanto ingrato e sottopagato, e sopravvivere. Ma ora che verranno chiamati a deporre al processo “Momo”, dovranno rivelare quello che sanno; e forse proprio le loro testimonianze serviranno finalmente a inceppare, anche nel profondo nord, l’abusato meccanismo dell’abitudine allo sfruttamento.

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