Pedofilia nella Chiesa, il caso Spotlight continua a Roma vent’anni dopo

Di Federica Tourn

Domani, 11 dicembre 2022

Dodicesima puntata dell’ampia inchiesta che Federica Tourn sta conducendo per il quotidiano Domani sugli abusi all’interno della chiesa cattolica in Italia.

È una limpida mattina romana di metà febbraio quando monsignor John Anthony Abruzzese, originario di Boston e canonico della Basilica papale di Santa Maria Maggiore all’Esquilino, viene convocato nell’ufficio del Commissario straordinario della Basilica, monsignor Rolandas Makrickas. Ad attenderlo trova l’arciprete della Basilica, il cardinale Stanisław Ryłko, e il suo vicario, l’arcivescovo Piero Marini, che gli consegnano una lettera da parte del Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato della Santa Sede Edgar Peña Parra. Le notizie non sono buone: Abruzzese è appena stato licenziato sui due piedi e deve tornarsene a casa, in Massachusetts. Il motivo non viene esplicitato, ma la lettera lascia intendere che la causa sia da ricercare nel fatto che Abruzzese, all’interno della basilica vaticana, divide l’alloggio con un ragazzo appena maggiorenne. Questo ragazzo, chiamiamolo Roberto, non è però un ventenne qualunque ma ha alle spalle una storia agghiacciante di pedofilia: è stato infatti abusato per nove anni da un prete e soltanto da poco si è deciso a denunciare.

Comincia così una vicenda che, come una matrioska, ne contiene un’altra e dal Vaticano arriva fino a Francofonte, in provincia di Siracusa. Un’ordinaria storia di brutalità ecclesiastica, in cui eminenti personalità ecclesiastiche si premurano di allontare un sacerdote perché ospita un ragazzo, soltanto quando questi si decide a rivelare al suo vescovo la violenza subìta. Senza preoccuparsi quindi della vittima né di fermare i suoi potenziali abusatori, ma facendo attenzione a non venire coinvolte in scandali di pedofilia: in Vaticano, poi, dove dopo quarant’anni ancora brucia il mistero di Emanuela Orlandi.

Ma andiamo con ordine. La lettera di licenziamento che monsignor Abruzzese riceve nell’ufficio del Commissario risale al 7 febbraio scorso ed è firmata personalmente da monsignor Peña Parra, il vescovo venezuelano che nel 2018 ha rimpiazzato il cardinale Giovanni Angelo Becciu nella carica di Sostituto alla Segreteria di Stato. Il provvedimento è preso in forza dell’articolo 11 dello Statuto di Santa Maria Maggiore, che prescrive dopo tre ammonizioni scritte l’allontanamento dalla Basilica del canonico «che conduca uno stile di vita che non corrisponde alla dignità e alla disciplina del capitolo». Dopo i ripetuti e disattesi richiami dell’arciprete della Basilica «anche in presenza di testimoni», si legge nella lettera, il sostituto si vede costretto a destituire Abruzzese e contestualmente gli ricorda che «non potrà più godere del titolo e dei benefici annessi al canonicato». Abruzzese è quindi invitato a fare prontamente ritorno alla sua diocesi di appartenenza, cioè a Boston. Per assicurarsi che sia ben chiaro, Peña Parra aggiunge che l’arcivescovo di Boston, il cardinale Sean Patrick ‘O Malley, è già stato avvertito.

Abruzzese non ci sta e il 21 febbraio si appella al papa contro questa decisione, da cui si definisce «gravemente offeso e ingiustamente giudicato e permanentemente penalizzato». In questo ricorso inviato al pontefice ricostruisce le tappe della vicenda e contesta il fatto che gli siano stati rivolti i menzionati «ripetuti e disattesi richiami». «Questo è di fatto falso e manca di documentazione», scrive Abruzzese al papa, e aggiunge che nella lettera di monsignor Peña Parra non viene specificato il motivo della «terribile decisione». L’unico richiamo che Abruzzese dichiara («sotto giuramento») di aver ricevuto risale ad alcuni mesi prima quando, in presenza dell’arciprete della Basilica e dell’arcivescovo Marini, gli è stato chiesto di congedare Roberto, «ma senza ammonimento canonico». Richiesta a cui Abruzzese sostiene di aver ottemperato già dall’11 gennaio. Quindi, protesta il sacerdote americano, sulla questione del ragazzo si sarebbe tenuto soltanto un incontro nell’ufficio del cardinale Ryłko e non gli sarebbero invece mai pervenute le tre ammonizioni canoniche prescritte dallo Statuto; allo stesso modo, non avrebbe ricevuto nessuna documentazione sulle accuse che hanno portato al suo licenziamento. Inoltre, la lettera di Peña Parra del 7 febbraio non solo non precisa quando e come gli sono stati dati questi avvertimenti, ma non indica nemmeno in che modo lui, Abruzzese, possa esercitare il diritto all’autodifesa. «Questo atto penale vìola anche il mio diritto al buon nome», protesta il sacerdote, chiedendo al papa che cancelli la pena che gli è stata inflitta.

Nemmeno Abruzzese, che oggi ha 74 anni, è un sacerdote qualunque: da bambino infatti è stato chierichetto di “Johnny l’Allegro”, come veniva chiamato padre John Gheogan, il prete pedofilo condannato nel 2002 per violenza su minori e ucciso l’anno seguente in carcere. Gheogan, abusatore seriale a cui sono state attribuite 130 vittime in trent’anni di sacerdozio, ha fatto da detonatore al primo grande scandalo sulla pedofilia nella Chiesa cattolica, portato all’attenzione internazionale dall’inchiesta del Boston Globe, da cui è stato tratto il film Spotlight. Il cardinale  Bernard Francis Law, all’epoca arcivescovo di Boston, aveva sempre taciuto, limitandosi a spostare di parrocchia in parrocchia lo scomodo padre John e altri preti pedofili. Ed ecco un altro pezzo della matrioska: per una curiosa coincidenza, lo stesso cardinale Law, ben lungi dall’essere ripudiato dalla Chiesa, nel 2004 è nominato arciprete di Santa Maria Maggiore (che, in quanto territorio vaticano, gode di extraterritorialità e lo protegge anche da scomodi procedimenti giudiziari), dove viene poi sepolto alla sua morte nel 2017. La stessa Basilica dove, qualche anno dopo, convivono l’ex chierichetto di Boston Abruzzese e Roberto – guarda caso, un’altra vittima di pedofilia.

Che sia questa convivenza il motivo dell’allontanamento dalla Basilica, Abruzzese lo dà per scontato e, nel suo accorato appello al papa, precisa che Roberto gli è stato raccomandato come possibile assistente, «24 ore su 24, 7 giorni su 7», da monsignor Vittorio Formenti, canonico adiutore della Basilica. Formenti, per anni a capo dell’ufficio statistica della Santa Sede e officiale emerito della Segreteria di Stato nella Città del Vaticano, è già noto alle cronache: il suo nome è emerso nell’ambito delle indagini della magistratura su Alessandro Raineri, un faccendiere bresciano, arrestato nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione degli appalti lombardi per Expo 2015, in cui erano coinvolte anche le ‘ndrine calabresi. Raineri vantava fra l’altro anche conoscenze all’interno dello Stato Pontificio dove, secondo le carte, poteva contare sull’amicizia proprio dell’influente direttore dell’ufficio centrale di Statistica d’oltretevere.

È proprio Formenti a fare da tramite fra il ragazzo siciliano e i canonici di Santa Maria Maggiore: in un primo momento gli propone di fare il badante di monsignor Emilio Silvestrini, 87 anni, ex segretario della Pontificia Accademia per la vita e anche lui canonico della  Basilica, ma l’anziano sacerdote è malato di Alzheimer e il ragazzo dopo sei giorni rinuncia all’incarico. A quel punto, monsignor Formenti chiede ad Abruzzese di dare ospitalità al ragazzo. Abruzzese accetta di accoglierlo, con «un atto di concreta carità», sottolinea, pensando che può essergli d’aiuto con le pulizie dell’appartamento. E aggiunge, con una frecciata: «poiché altri laici furono ospitati nella Basilica con canonici, non ci pensai». Non ha pensato, cioè, che ci potesse esserci qualcosa di male nell’ospitare un ragazzo, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Due giorni dopo l’invio del ricorso al papa, parte un’altra lettera, questa volta indirizzata oltreoceano  al cardinale ‘O Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Il mittente è monsignor Valentino Miserachs Grau, decano di Santa Maria Maggiore, che si premura di scrivere a nome suo e di altri canonici una nota in cui manifesta «sentimenti di sincera stima e affetto» nei confronti del confratello. «Monsignor John, sacerdote buono e generoso – si legge nella lettera – sta vivendo momenti particolarmente difficoltosi a causa di scelte volte ad aiutare spiritualmente ed economicamente persone in difficoltà, scelte che possono provocare qualche fraintendimento in chi non lo conosce».

Nessun dubbio sui fraintendimenti a cui fa riferimento il decano, considerata la situazione di convivenza non supportata da particolari esigenze di assistenza al sacerdote americano, e aggravata dalla storia di abusi del ragazzo.

Il 30 marzo Peña Parra manda un’altra riservata personale ad Abruzzese, in cui lo informa che il papa il 14 marzo ha rigettato il suo ricorso e ha confermato la decisione di rispedire il sacerdote alla diocesi di appartenenza. Il Sostituto lo sollecita quindi a conformarsi alla decisione del pontefice senza ulteriori indugi. Cosa che evidentemente il reverendo non fa, se il 26 aprile il vice commissario della Gendarmeria dei servizi di sicurezza del Governatorato della Città del Vaticano gli notifica un provvedimento di «divieto di accesso su tutto il territorio dello Stato della Città del Vaticano, disposto nei suoi confronti dalle Superiori autorità della Santa Sede» con lettera del giorno precedente. La polizia vaticana, quindi, va a prelevare fin dentro la Basilica il monsignore per espellerlo, non solo dalla chiesa, ma addirittura dallo Stato vaticano.

Qui si perdono le tracce del monsignore: forse è effettivamente tornato negli Stati Uniti, come intimatogli dal papa. Il ragazzo invece, pietra dello scandalo, è stato abbandonato con noncuranza dalla Chiesa al suo destino di vittima.

Una storia particolarmente tragica la sua, perché segnata da abusi ripetuti, iniziati quando era ancora molto piccolo. Roberto è infatti un bambino di appena nove anni quando suo padre muore per una grave malattia; la madre se ne è andata di casa un anno prima e ha lasciato Francofonte, dove abitano, per il nord. Alla morte del padre, Roberto e il fratello minore restano da soli con la nonna, seguiti dai servizi sociali. Don Giuseppe (nome di fantasia) è cappellano militare e, anche se non fa parte della diocesi perché è un prete dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, una sede della Chiesa bizantina cattolica in Italia soggetta alla Santa Sede, di fatto vive anche lui a Francofonte, suo paese natale. Roberto fa il chierichetto nella Chiesa madre del paese, dove ogni tanto tiene messa il cappellano. Don Giuseppe, adocchiato il ragazzino vulnerabile, ne conquista presto la fiducia e lo invita a casa sua. Qui, dopo avergli promesso che si occuperà di lui e gli darà i soldi di cui ha bisogno, prima costringe Roberto ad avere un rapporto orale e poi lo congeda con 25 euro. Pochi giorni dopo il prete porta il bambino nella sua casa di campagna, dove ha una grande piscina, ed è proprio lì che lo stupra per la prima volta.

Le violenze vanno avanti per nove anni, fino alla maggiore età di Roberto. Abusi, manipolazione, stalking: il ragazzo dichiara di aver vissuto sotto il controllo totale di questo prete, in uno stato di soggezione fisico e mentale che lo ha più volte portato in ospedale in preda a crisi di ansia o in seguito a tentativi di suicidio. Il 22 marzo 2021 Roberto finalmente si rivolge alla giustizia ecclesiastica, e il giorno successivo a quella civile, ma ad oggi non si sa nulla nè dell’indagine previa, avviata da monsignor Lomanto, nè dell’inchiesta della squadra mobile della questura di Siracusa. Roberto, esasperato, dopo la denuncia chiede più volte al vescovo di intervenire nei confronti di questo sacerdote, che continua a dire messa e a frequentare le attività parrocchiali anche con i bambini, ma senza risultato. Soltanto lo scorso 16 novembre, quando Roberto decide di parlare con la stampa, monsignor Lomanto comunica in una nota ufficiale che don Giuseppe, «residente nella diocesi di Siracusa senza alcun incarico», il 31 ottobre è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero dal vescovo di Piana degli Albanesi, Giorgio Demetrio Gallaro. Intanto, con un notevole tempismo, nella diocesi di Siracusa il 22 novembre viene inaugurato il Servizio per la tutela dei minori. Interpellati da Domani sul caso di Roberto, monsignor Gallaro non ha risposto e il vescovo di Siracusa ha preferito non aggiungere altro.

La vicenda di Roberto, così come la si apprende dalle sue parole, ha dell’incredibile. Quella prima estate del 2010, il bambino ritorna quasi tutti i giorni nella villa di don Giuseppe, incantato dal lusso e dalle promesse del sacerdote. Si ferma anche a dormire tre o quattro volte a settimana: «mi copriva di regali e trascorrevo le notti in sua compagnia dormendo nello stesso letto con lui», scrive Roberto nella memoria che consegna al vescovo al momento della denuncia. Quando Roberto manifesta il desiderio di farsi prete, don Giuseppe prova senza successo a farlo ammettere nel Preseminario minore di Roma, per poi trovargli nel 2012 un posto dai padri Rogazionisti di Messina, dove il ragazzo comincia a soffrire di crisi d’ansia e attacchi di panico, che lo portano per la prima volta a essere ricoverato in ospedale. Nel 2015 fa con il prete «un lungo tour turistico per le coste siciliane, vivendo praticamente con lui giorno e notte». Il sacerdote gli fa anche scaricare Grinder, una app per incontri gay, e lo usa come esca per contattare altri uomini.

Nel 2016 il cappellano comincia a frequentare anche un altro ragazzo e di lì a poco Roberto si trasferisce a Milano. Don Giuseppe però lo raggiunge anche qui e gli chiede di fargli conoscere i suoi amici, ovviamente a scopo sessuale. Roberto si sente male e viene ricoverato in psichiatria al San Raffaele di Milano; una volta dimesso torna a Francofonte, dove rientra nell’orbita del prete. Don Giuseppe da un lato lo umilia dicendogli che è «un incostante cronico, un irrisolto, un inconcludente», dall’altro gli propone di incontrare un sacerdote di Chieti, suo amico e preside di una scuola privata, che lo potrebbe aiutare a prendere il diploma. Non gratis, ovviamente: «il prezzo da pagare da parte mia sarebbe stata la mia disponibilità a ogni prestazione», esplicita Roberto.

Nel 2019 Roberto – sempre grazie a una segnalazione di don Giuseppe – entra nella comunità dei padri domenicani di Messina, dove però viene allontanato quasi subito: il Superiore della congregazione, infatti, viene informato da una telefonata che il ragazzo ha una relazione con un prete della città e quindi è indegno di portare l’abito domenicano. Una menzogna, dice Roberto, anche questa da attribuire a don Giuseppe, che lo «dipinge al peggio con cose che solo lui poteva sapere», come scrive nella memoria al vescovo. Lasciata Messina, Roberto viene ospitato per una settimana dai domenicani di Catania, che si rivolgono proprio a don Giuseppe per vedere se è disposto ad aiutare il ragazzo. Il prete si rifiuta, salvo poi farsi vivo durante il lockdown e chiedere al ragazzo prestazioni sessuali via cellulare in cambio di denaro; un tira e molla che si interrompe soltanto quando Roberto, a marzo 2021, prende la decisione di denunciare nove anni di abuso.

Ed è qui, nel 2021 che ritroviamo Roberto, raccomandato da Formenti, insieme a monsignor Abruzzese nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Molte domande restano in sospeso: come faceva monsignor Formenti a conoscere Roberto? Se lo conosceva al punto da presentarlo addirittura a due monsignori, è plausibile che non sapesse nulla del suo passato di abusi?

Nella seconda metà degli anni ’80, Formenti era membro del Consiglio Pastorale Militare Nazionale dell’Ordinariato militare, da cui dipendono i cappellani militari, quindi anche il sacerdote sotto inchiesta. È possibile quindi che sia stato proprio il prete siciliano a raccomandare a Formenti il suo “protetto” per sistemarlo, come aveva fatto in precedenza in occasioni analoghe. È un fatto che il ragazzo diventa presto motivo di imbarazzo, tanto che Abruzzese viene invitato dai suoi superiori a congedarlo. Che cosa è successo? A marzo 2021 Roberto denuncia il suo abusatore e il vescovo, come è suo dovere, ha senz’altro avvertito l’ente vaticano competente in materia di abusi su minori, il Dicastero per la dottrina della fede. A quel punto, l’evidente normalità di una convivenza oltre le mura di San Pietro (sottolineata dallo stesso Abruzzese, che infatti al papa scrive che «non ci ha pensato» perché altri intorno a lui fanno lo stesso) diventa un peccato intollerabile da rimuovere al più presto, prima che scoppi lo scandalo. Il fatto che di mezzo ci sia un ragazzo abusato sin da bambino, che avrebbe  bisogno di supporto, oltre che di verità e giustizia, sembra non preoccupare nessuno.

Al momento di monsignor Abruzzese non si sa più nulla, il suo nome prontamente cancellato dal capitolo dei canonici della Basilica di Santa Maria Maggiore; né si conosce l’esito del procedimento ecclesiastico sul cappellano militare, oggi in pensione. In Vaticano tutto è tornato alla normalità, come se nulla fosse successo.

Foto di Pierre-Selim Huard

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